1 - Il Vangelo secondo Matteo spiegato a Montefano  - Introduzione


 
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"Il vangelo non è più un reperto storico, una reliquia da venerare, un codice di precetti da osservare, ma il vangelo è una realtà di vita che soltanto quando io la faccio mia, l’assimilo, posso finalmente capirla e comprendere. "

 

Possiamo leggere i vangeli in tante maniere : C’è una lettura a livello storico per vedere il significato di un termine o un altro in quell’epoca, e si può fare con l’aiuto di un esperto del libro. Poi c’è la lettura teologica che noi vi offriamo e vedere il perché l’evangelista ha scelto volontariamente quei termini e il significato, che è valido anche per noi.

 

Noi esaminiamo il vangelo parola per parola, andiamo a vedere di ogni singola parola, di quello che abbiamo trattato, tutte le volte che appare nel vangelo che trattiamo, nei 4 vangeli, nel Nuovo Testamento e nell’Antico Testamento greco ed ebraico, nelle letture giudaiche dei primi due secoli, cioè nel Talmud. I risultati sono sempre normalmente buoni.

 

Il vangelo di Matteo è il vangelo che fin dall’antichità ha goduto più fama ed è stato il più commentato dai Padri nelle prime comunità. Questo era dovuto anche alle caratteristiche del vangelo, come l’evangelista ha presentato la sua opera che si prestava molto bene per la catechesi delle comunità, per presentare la figura di Gesù, la sua opera e tutto quello che lui ha voluto comunicare alle comunità. È stato un vangelo che ha avuto un po’ la preminenza, però non vuol dire che sia il più antico o il più importante,ma ha goduto di una attenzione particolare fin dall’antichità tanto dai Padri della chiesa, come dalle comunità e durante i secoli dalla teologia, che ha attinto sempre da Matteo delle informazioni molto importanti.

 

La prima cosa che dobbiamo chiederci è, cos’è un vangelo? […]

 

In greco vangelo = euangélion, era la ricompensa ad una persona che portava una buona notizia, facciamo anche noi così, quando riceviamo qualcosa di importante in una giornata. Il termine al plurale, euangélia, significava le offerte di ringraziamento che venivano date agli dei, per ringraziare per la buona riuscita di qualche situazione personale o comunitaria. Il termine sia al singolare, come al plurale, era usato per parlare o della ricompensa o del ringraziamento che veniva dato alla divinità. Poi il termine che significava ricompensa, passò ad indicare la notizia buona di per sé.

 

Sarà nel secondo secolo, che si comincerà ad applicare il termine (buona notizia) per parlare delle opere scritte dei vangeli. Anche nell’Antico Testamento troviamo, nella traduzione greca, il termine euangélia, come ringraziamento che si faceva a Dio per aver ricevuto una buona notizia.

 

 Arrivando al Nuovo Testamento il vangelo sarà quello che Gesù ci porta, la buona notizia per eccellenza. E il messaggio di Gesù che viene comunicato e accolto dalle comunità, può cambiare completamente la vita di ognuno dei suoi componenti. Il vangelo quindi, riguarda sempre qualcosa di buono, di gioioso, di importante per la vita.

 

Come furono scritti i vangeli? Abbiamo delle volte idee poco chiare sull’argomento, perché quando si parla che sono dei testi ispirati, ed è vero, pensiamo in maniera infantile che: l’autore un giorno d’autunno, seduto al suo tavolino, ha avuto l’ispirazione e gli si è aperta la mente, ha avuto un fascio di luce e ha cominciato a scrivere … il vangelo. Non è mai avvenuto niente di vero e di valido così. Rompiamo con questi miti. C’è stata l’ispirazione, ma da parte dell’autore c’è stata la ricerca, lo studio e l’approfondimento di una serie di situazioni, di riflessioni della  comunità, di materiali che già c’erano.

 

Il vangelo di per sé è un’opera complessa ed è frutto di una accurata ricerca, di un accurato studio, nonché d’ispirazione che l’autore ha ricevuto e poi racchiuderà tutti i vari elementi in un testo, frutto anche di una tradizione che si protraeva nel tempo.

 

Quando si parla di vangelo possiamo subito chiederci: ma chi è stato a scriverlo? Chi ne è stato l’autore? In quale tempo è stato scritto? Come è stato composto? Quali sono stati i materiali che l’autore ha adoperato per comporre la sua opera? Sono incognite che noi troviamo e tante volte sono difficili da risolvere, specie quando si tratta di opere antiche, perché non abbiamo le informazioni oggettive pronte nelle nostre mani. Però si può fare un lavoro, che è poi l’obiettivo dei nostri incontri, di chiarire alcuni punti riguardo alla composizione del vangelo, chi erano i destinatari, da dove veniva il vangelo. Questo si può riscoprire facendo uno studio sull’opera. Il vangelo di per sé ci offre delle chiavi, ci dà delle indicazioni per potere meglio comprendere come l’opera è stata creata, come è stata composta. […]

 

Quando io comincio a leggere (il vangelo) trovo dei personaggi: Gesù, i discepoli e altri che mi interpellano e io sono chiamato anche a identificarmi con essi. Si crea una grande attrazione tra il lettore e quello che gli viene proposto. La cosa più importante è che il lettore nel vangelo di Matteo ha un ruolo particolare, perché questo vangelo, di per sé, non è un’opera chiusa.

 

L’ultima parola che Gesù pronuncia nel vangelo di Matteo 28,20 dice: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine di questa età”. Sono le parole con cui il vangelo si conclude. Chi sono, ora, questi voi, a cui si sta riferendo Gesù risorto? Noi diremmo i discepoli che sono andati lì, sul monte della Galilea.

 

Però oggi, per me che sto leggendo il testo, nel mio tempo, i discepoli non esistono più, non sono più presenti e quel voi e la frase in cui viene detto quel voi siamo tutti noi. Perciò il vangelo rimane un’opera aperta e il lettore è chiamato ad identificarsi pienamente, a collegarsi con i personaggi e in modo particolare con i discepoli che vengono presentati nell’opera di Matteo.

 

È importante perché il vangelo non è più un reperto storico, una reliquia da venerare, un codice di precetti da osservare, ma il vangelo è una realtà di vita che soltanto quando io la faccio mia, l’assimilo, posso finalmente capirla e comprendere.

 

Se non faccio questa opera di identificarmi, di inserirmi nel racconto, di viverlo, di farlo mio secondo quelle che sono le caratteristiche del mio tempo, - non quelle di 2000 anni fa, poiché tutto è cambiato dal punto di vista sociale, politico ecc..- soltanto quando lo farò mio, il vangelo avrà per me un valore, un significato: non si può capire il vangelo, finché non lo si mette in pratica. Solo allora il vangelo ha una sua vivacità, non è un testo che è rimasto chiuso a 2000 anni fa, scritto da alcune comunità che non esistono più, ma è una parola sempre viva che propone e che si rinnova continuamente dal momento che ci sono delle persone, dei gruppi, che vogliono assimilare la parola, metterla in pratica e  testimoniarla.

 

È importante che l’autore del vangelo, Matteo, ha voluto lasciare la sua opera con questa apertura universale: io sono con voi dice Gesù, ma questo voi siamo tutti noi e tutti ci possiamo identificare con i personaggi e come l’autore ce li presenta. […]

 

L’autore ha adoperato tutto il materiale che aveva a sua disposizione e rispondendo – questo è molto importante – alle situazioni delle comunità. L’autore non scrive mai per propria iniziativa, ma scrive quando trova una comunità che vive una particolare situazione e vuol sapere come continuare nella propria scelta di vita, senza perdere quello che è per lei l’insegnamento di Gesù.

 

Le comunità riflettono sull’insegnamento della parola del Signore, ma ad un certo punto è necessario un letterato, una persona che abbia lume, o ingegno creativo che possa mettere per iscritto quello che riguarda la figura di Gesù, quello che le comunità stanno riflettendo su Gesù e che possa rispondere alle loro situazioni concrete.

 

Oggi tutti gli studiosi accettano che il vangelo di Marco è stata una delle fonti di Matteo. Si può presentare, da questo momento, il vangelo di Marco come il vangelo più antico.

 

Matteo ha ripreso tutto il materiale di Marco e se andiamo a fare un piccolo conto  statistico, Marco è composto da 666 versetti, di questi Matteo ne adopera 660. Matteo rielabora tutto il vangelo di Marco.

 

Nel vangelo di Matteo troviamo alcuni brani che non sono trattati da Marco, vuol dire che Matteo ha usato un’altra fonte che però è un enigma. Gli studiosi l’hanno chiamata fonte Q, nulla di strano perché in tedesco fonte si dice quelle, si prende la prima lettera (Q) per dire che Matteo ha adoperato una fonte che noi materialmente non abbiamo, ma che poi si è inserita nel testo e riguarda i discorsi di Gesù, le parole che Gesù ha detto. Matteo ci presenta in più una parte narrativa di azioni, di gesti che Gesù compie; c’è tutta un’altra parte che riguarda i discorsi, le cose che Gesù ha detto che non si trovano in Marco, ma sono nella fonte Q, la fonte dei discorsi di Gesù.

 

Il discorso di Marco e della fonte Q, varrebbe anche per Luca. Anche Luca si è ispirato a Marco e alla fonte Q, però abbiamo ancora del materiale particolare che è adoperato da Matteo e da Luca, che non fa parte né di Marco, né della fonte Q, come i vangeli dell’infanzia : la nascita di Gesù, i primi momenti della vita del Signore. Si dice che Matteo ha usato una sua fonte personale .

 

Vedete come il vangelo si è formato mettendo insieme questo materiale. Questo significa che l’autore ha seguito un suo filo logico nello scrivere, che ha avuto un piano nella sua opera e in base a questo, ha usato il materiale che ad esempio non ha usato Luca: alcune scene le troviamo solo in Matteo e non appaiono in Marco. È importante per mettere in evidenza la vera creatività dell’evangelista.

 

Gli evangelisti sono dei veri autori; il fatto di raccogliere le fonti non significa che abbiano fatto un lavoro redazionale, di mettere insieme il materiale, come per una piccola conferenza prendo da diversi dizionari argomenti su una voce che mi serve. L’autore gli ha dato una forma, una configurazione in base a tutto il materiale, per cui ogni vangelo ci presenterà una sua linea teologica, un suo piano nella composizione.

 

Non si può fare un polpettone, di confondere quello che ha detto Matteo, con quello che ha detto Luca o con quello che detto Marco con quello che ha detto Giovanni. Le cose in questo caso più scandalose sono quei film sulla vita del Signore Gesù.

 

Ad esempio il Gesù di Zeffirelli è un qualcosa di abominevole, sarebbe da censurare, da archiviare nelle filmoteche e che non andasse ancora in giro, perché crea una confusione terribile nella gente. Quando poi fai un incontro, la gente viene fuori con le storie che non hanno niente a che fare con la serietà scientifica, ma sono frutto della immaginazione infondata, completamente fuori luogo di un regista di cinema. Non si può mescolare l’opera di Matteo con quella di Luca e viceversa, bisogna prendere ogni vangelo a sé, perché ogni vangelo è frutto di una riflessione che la comunità sta facendo sulla vita di

Gesù, sulla sua opera e vivendo in particolari condizioni ha bisogno di sentire la vita, la figura, la parola del Signore in un modo particolare.[…]

 

Sappiamo così che l’autore è stato un vero creatore, un vero artefice letterario che ha saputo proporre alla comunità un‘opera in base a quelle che erano i loro bisogni, le loro necessità.

 

Passiamo ad un altro punto, Matteo come ha redatto l’opera? Quando noi cominciamo a leggere un testo vediamo che l’autore adopera un linguaggio particolare, ha un suo stile, un suo modo di presentarci la figura dei discepoli o di Gesù o gli altri personaggi che partecipano al racconto: l’autore ha fatto un lavoro di redazione, di scrittura. È importante tenerlo in conto perché l’autore quando scrive, adopera una sua forma letteraria, un suo veicolo di comunicazione, dà una veste letteraria al suo messaggio.

 

Non dobbiamo però confondere la veste letteraria con il messaggio che l’autore vuole comunicarci. Una cosa è quello che l’autore vuole dire alla comunità, un’altra cosa è come lo dice, bisogna sempre distinguere tra la veste letteraria, le immagini adoperate dall’autore . C’è una veste letteraria e poi c’è il contenuto, è importante per non fare delle letture ingenue, che sono poi gravissime, in cui si considera messaggio quello che è soltanto l’aspetto letterario. […]

 

Noi dobbiamo andare dentro la veste letteraria per capire il contenuto. Ma allora Gesù ha guarito il cieco o non lo ha guarito, ha fatto questo miracolo o no? Se si comincia  a dire che, al di sotto della immagine della guarigione del cieco, c’è un contenuto teologico che l’evangelista, l’autore, vuole offrire alla comunità, cosa significa la cecità e cosa significa farsi aprire gli occhi da Gesù, si capiscono le cose in una maniera più giusta e più adatta. Il vangelo comincia ad essere molto più coinvolgente, non è soltanto il semplice raccontino a scopo favolistico che Gesù un giorno, siccome si sentiva in grazia di Dio, ha fatto quell’opera buona di aprire gli occhi al povero cieco. Teniamo in conto la veste letteraria, la maniera che l’autore ha di scrivere il suo testo, il suo messaggio sapendo che al di sotto di esso c’è una miniera, una ricchezza che dobbiamo scoprire.

 

Come ha redatto Matteo il suo vangelo? È un vangelo posteriore a quello di Marco e Matteo ha praticamente adoperato tutto il materiale di Marco. Se diamo una lettura attenta al testo troviamo delle frasi che si ripetono e quando questo accade non è perché l’autore non era particolarmente bravo a trovare altri termini o altre espressioni, ma vuol dire che lì l’autore dà delle indicazioni su come leggere il suo testo. Se io trovo per sette volte l’espressione aprire gli occhi, non è perché l’autore non sa più usare il suo linguaggio, ma è una maniera voluta affinché il lettore dando un approfondimento del testo, avesse le chiavi per entrare nel contenuto del testo. Se diamo una lettura attenta del testo, troviamo che in Matteo per cinque volte si ripete una formula che dice così: quando Gesù ebbe finito questi discorsi. Gesù nel vangelo di Matteo fa dei discorsi, ogni tanto prende la parola, insegna e ogni volta che finisce i discorsi, l’autore inserisce la formula quando Gesù ebbe finito questi discorsi. La ripetizione ci dà una indicazione su come Matteo ha redatto il suo vangelo: ha diviso il corpo centrale del suo vangelo in cinque blocchi, in cinque sessioni e ognuna di esse si conclude con la formula quando Gesù ebbe finito questi discorsi.

 

Anche il numero cinque non è per nulla gratuito, infatti scrive per una comunità di credenti che vengono dal giudaismo, che hanno alle spalle una tradizione giudaica, trattandosi di un’opera letteraria, il numero cinque era fondamentale. Ricordava i famosi cinque libri di Mosè, il Pentateuco con cui inizia l’Antico Testamento.[…]

 

La comunità a cui sta scrivendo Matteo è una comunità che è ancora legata a tutta la tradizione giudaica, bisogna che le componenti della comunità facciano il cambiamento radicale, non più Mosè che ha dato la legge in cinque libri, ma Gesù di Nazaret, che ha dato in questi discorsi il vero programma di vita.

 

Vi accenno in modo molto breve i cinque discorsi, perché poi li vedremo con calma durante la lettura e il commento del testo:

1) il discorso della montagna che comprende le Beatitudini, cap. 5 e 7;

2) il discorso missionario, in cui Gesù invia i discepoli a portare l’annuncio, cap. 10;

3) il discorso parabolico in cui Gesù per un po’ di tempo parla in parabole, cap. 13;

4) il discorso comunitario, riguardante la vita di comunità, cap. 18;

5) il discorso finale; in cui si parla della venuta finale del regno, cap. 23 e 25.

 

In questi cinque blocchi noi troviamo l’insegnamento di Gesù, l’importante è che li vediamo incastonati con due frasi simili all’inizio e alla fine del vangelo.

 

Abbiamo letto prima il brano finale del vangelo di Matteo, dove Gesù parlando alla comunità dice: Ecco io sono con voi tutti i giorni. Questo io sono con voi è lo stesso nome che Matteo presenta all’inizio del vangelo, quando verrà indicata la persona di Gesù, che verrà chiamato l’Emanuele (1,23): questo bambino che nascerà si chiamerà Emanuele, che vuol dire Dio è con noi. La stessa espressione è ripetuta alla fine del vangelo io sono con voi e si potrebbe tradurre più esattamente io sono in mezzo a voi, non solo un essere in compagnia, ma in mezzo alla gente, la realtà presente del Cristo.

 

È importante anche la maniera che l’autore adopera per presentare il suo messaggio, che viene incorniciato tra le due frasi; noi leggeremo tutto il vangelo di Matteo tenendo presente chi è Dio, chi è il Dio che Gesù ci manifesta. È il Dio con noi, che alla fine del vangelo garantisce la sua presenza nella comunità.

 

Da questo momento Dio non è più problema, non è più un oggetto da ricercare, un oggetto smarrito per cui tutti ci diamo da fare. Dio vuole soltanto essere riconosciuto o accolto in mezzo alla comunità e allo stesso tempo il Dio di Gesù non è quel personaggio che è meglio evitare, la cui presenza incuteva paura, terrore. Il terrore di Dio, il giudice che era meglio tenere sempre alla larga. Presentando l’immagine del Dio in mezzo a noi, di un Dio che si fa uno come noi e garantisce la sua presenza nella comunità, tutto il vangelo è la buona notizia.

 

È il Dio che non si fa più servire, è il Dio che si mette al servizio della comunità e garantendo la propria presenza in mezzo ad essa, dà la possibilità di poter mettere in pratica, di poter assimilare tutto l’insegnamento e tutta la parola per dare ad ogni individuo la vita piena.

 

L’autore è molto attento a questo particolare, a come presenta e conclude la sua opera, vuole togliere ogni dubbio su chi è Dio per noi. Questo verrà poi spiegato in maniera molto più approfondita lungo le pagine del vangelo, quando Matteo ci presenterà il Dio di Gesù, il Padre, come un padre che cura i propri figli. In altre pagine questa riflessione profonda è fatta da Matteo per togliere ogni dubbio che potesse bloccare la vita della comunità quando si nomina Dio, o quando si pensa a Dio come un essere talvolta un po’ spaventoso, che ha una volontà imperscrutabile, che nessuno conosce, che ha un grande arbitrio e soltanto lui decide. Si parla di un Dio con noi, di un Dio come noi, che non può fare niente, nessun tipo di azione che non sia per influenzare positivamente la vita della comunità.

 

Dopo queste tracce su come è strutturata l’opera, possiamo parlare del piano dell’opera dell’evangelista Matteo, visto che ogni evangelista ha un suo filo logico, ha una sua veduta sul vangelo; la cosa difficile è quando si tratta di un’opera antica, perché non ha l’indice. Oggi se apro un libro moderno, un libro di lettura, vado all’indice e da lì vedo come l’autore ha strutturato la sua opera, vedo i vari capitoli e leggo quello che mi attira di più. Questo non esisteva nell’antichità, i libri non venivano presentati con il loro piano, c’era la scrittura

continua perché la pergamena costava e bisognava risparmiare lo spazio.  Era una fatica notevole per il lettore sapere distinguere il tempo delle frasi, i termini … allora l’autore dà delle indicazioni per poter cogliere il piano della sua opera – lo abbiamo visto attraverso i famosi cinque discorsi – e anche da una analisi attenta del testo possiamo dire come l’autore ha presentato il vangelo.

 

Tenendo conto dell’inizio e della fine “L’Emanuele, il Dio con noi”, l’evangelista ci presenta una prima parte del vangelo che è la genealogia di Gesù, le sue origini, Gesù nato, e i testi della sua infanzia. Nell’ultima parte ci presenta la passione, la morte e la resurrezione.

 

Abbiamo dati abbastanza chiari per mettere a fuoco la vita di questo personaggio. Il corpo del vangelo si sviluppa, nella seconda parte, con la preparazione della sua attività: il battesimo, le tentazioni. Una terza parte che è la proclamazione del messaggio e troviamo i famosi cinque discorsi, la proclamazione del regno e la rivelazione come Messia. Poi la quarta parte che è la resistenza dei discepoli ad accogliere il Messia. Gesù farà la rivelazione, la manifestazione ai discepoli, al suo gruppo: chi sono io, per che cosa

sono venuto, cosa sto per fare. Dalla parte dei discepoli c’è la resistenza ad accettare un Messia che non corrisponda alle loro attese. La quinta parte sarebbe lo scontro con le autorità religiose.

 

Questa suddivisione ci fa capire come Matteo ha seguito un suo piano. È interessato a presentare in maniera molto precisa le origini del personaggio Gesù e alla fine ci dirà come poi è andato a finire: passione e morte e resurrezione.

 

La cosa più importante è la proclamazione del messaggio, come Gesù comincia a

proclamare quello che riguarda la vita delle comunità e quali sono gli effetti: da una parte la resistenza dei discepoli, dall’altra lo scontro con le autorità. Da questa presentazione possiamo dire che l’evangelista ha voluto insegnare alle comunità come seguire Gesù Messia, come farlo presente all’interno di ogni gruppo, sapendo che la proclamazione del messaggio troverà delle resistenze all’interno della stessa comunità, e degli ostacoli molto forti all’esterno. Questo dovrebbe essere per noi una guida, per vedere come Matteo voleva aiutare le comunità a riflettere sul personaggio Gesù.

 

Possiamo domandarci dopo questo, quali sono state le linee teologiche che Matteo ha voluto seguire?  Per non essere noiosi nel dare una serie di punti sulle linee teologiche, andiamo a leggere l’ultima parte del vangelo, la parte conclusiva, capitolo 28,16-20. In questi quattro versetti, che non sono la vera conclusione del vangelo di Matteo, perché è un vangelo che rimane aperto a tutti i tempi, però in questa conclusione troviamo il “manifesto” di Gesù, una sintesi.

 

Vedete la creatività, l’originalità dell’autore; negli ultimi quattro versetti ha riassunto tutto quello che ha detto lungo le pagine del vangelo.

 

Attraverso questi possiamo cogliere le linee che seguono le parti del vangelo. Facciamo una lettura delle linee teologiche e anticipiamo i tempi finali degli incontri su Matteo.

 

Capitolo 28, 16-20: 16) “Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17) Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; essi però dubitavano. 18) E Gesù avvicinatosi, disse loro: “Mi è stata data l’autorità in cielo e in terra. 19) Andate dunque e fate discepoli tutte le nazioni, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, 20) insegnando loro a mettere in pratica tutto ciò che vi ho comandato. Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine di questa età”.

 

Questa ultima pagina del vangelo che noi abbiamo definito come il manifesto, dove abbiamo la sintesi del messaggio, ci presenta prima di tutto i discepoli. Matteo è uno degli evangelisti che adopera più di tutti questo termine per ben 73 volte. Si vede che Matteo è molto preoccupato della figura del discepolo all’interno della comunità. Si parla solo di undici discepoli, qualcuno manca all’appello, che si trovano su un monte che Gesù ha loro indicato e in quel monte loro faranno esperienza di un Gesù vincitore.

 

Non è più il Messia sconfitto, - a cui loro avevano tolto l’adesione perché non volevano seguire un Messia che andava incontro alla morte - e finalmente sperimentano che il loro Messia è vivo e vittorioso che si trova su quel monte, il monte della resurrezione.

 

Questa è la condizione del discepolo che Matteo ci sta presentando: il discepolo è colui che fa esperienza del risorto, colui che ha fatto nella propria vita l’esperienza di un Gesù vincitore della morte e può assimilare questa vita indistruttibile. Allo stesso tempo si parla del dubbio, del dubitare. Parlando dell’aspetto narrativo, abbiamo detto che ogni lettore si può collegare ai personaggi del vangelo e Matteo ci dice che bisogna fare esperienza del

risorto, però ci presenta nello stesso tempo la difficoltà della comunità dei discepoli di

capire e di accettare cosa significhi il risorgere o la dimensione del risorto. Il dubbio è che non è semplice, che non è facile per la comunità, raggiungere la dimensione del risorto, sapendo che l’unica strada è quella dell’amore gratuito, di un amore che si dona affrontando addirittura la morte, come Gesù ha dimostrato precedentemente.

 

Il dubbio accompagna la vita della comunità perché è difficile raggiungere questo scopo e addirittura mette così paura che lo si vorrebbe evitare. Però dice l’evangelista, è l’unica maniera che i discepoli hanno per capire la propria identità, fare cioè esperienza del risorto sul monte. Parlando della Galilea, alla fine del vangelo, non si accenna per niente a quelle che erano le attese di Israele, non si parla della Giudea. La Galilea era la regione che contava di meno per la cultura giudaica del tempo. Da queste ultime righe del vangelo, l’autore sta dicendo che Israele come popolo ha finito lo suo tempo, la sua dimensione di popolo che doveva cogliere le parole di Dio; sta dicendo che quello che Gesù presenta nel vangelo, il suo messaggio, è rivolto a tutti i popoli, è un messaggio universale. Vengono abbattute le barriere riguardanti la religione, l’etnia, la cultura, la tradizione e quando vengono investiti del compito che Gesù darà a loro: andate e fate discepoli di tutte le nazioni, non si parla più di un popolo, ma si parla di tutte le nazioni. Sarà una delle caratteristiche del vangelo di Matteo, la sua apertura universale.

 

Questo discorso Matteo lo sta facendo a un gruppo di discepoli che, legati ad una tradizione religiosa, come quella giudaica, pensavano che Israele aveva comunque dei privilegi, delle preminenze nei confronti degli altri popoli. Questa era dei privilegi e delle preminenze è finita. Il messaggio è rivolto a tutti i popoli, a tutte le nazioni e non si parla più di Israele, si accenna soltanto alla Galilea, regione più vicina alle terre pagane. I discepoli per fare esperienza di Gesù risorto, del Messia vincitore, devono andare e salire sul monte, il compito che il Signore loro affida è quello di scendere dal monte e andare in tutte le parti a fare discepoli e si dice: battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Non è un accenno ad un rito del battesimo, non è assolutamente nella testa dell’autore. Quello che Matteo vuole qui indicare è il compito del discepolo.

 

Quale è il compito del discepolo nel quale io mi sono riconosciuto, leggendo il vangelo e identificandomi con le persone che hanno seguito Gesù?

 

È battezzare, e con un termine più vicino a noi, è immergere le persone non nell’acqua, - si parla a livello teologico - ma in una realtà che significa vero amore e viene  rappresentata dal Padre, da Gesù il Figlio, e dallo Spirito. Immergere tutte le persone in una realtà d’amore è il compito della comunità dei discepoli, una volta che ha fatto esperienza del Gesù vittorioso, del risorto. Sarà l’immersione che attirerà l’adesione e la voglia di fare proprio il messaggio che è stato ricevuto. Questo è molto importante.

 

Prima parlando dei cinque discorsi, abbiamo detto che Gesù non è più il Mosè che la comunità forse aspettava, ma è qualcosa di molto più grande, perché non ha dato delle leggi, delle prescrizioni da osservare, ma ha dato dei principi guida che possono dare alla persona la possibilità di sviluppare tutte le sue potenzialità.

 

Una volta che i discepoli immergono gli altri in una realtà di amore, questa realtà d’amore non la si può mai capire se i discepoli in prima persona non la testimoniano con la propria vita. Ecco per quale motivo dice poi: insegnando loro a mettere in pratica tutto ciò che vi ho comandato. Non insegnate ad osservare un codice di precetti, non insegnate a tenere sempre presente le regole che non si possono dimenticare, insegnate a mettere in pratica qualcosa perché io per primo lo sto dimostrando con la mia vita. Questo è il compito del discepolo.

 

Nelle linee teologiche di Matteo è molto importante che si possa capire la figura del discepolo in tutta la dimensione di colui che fa esperienza della vita indistruttibile del risorto e sa comunicarla agli altri, non come si faceva in passato portando la croce e il fucile .

 

Il vangelo di Matteo ci presenta nella sua struttura un Gesù che rompe con tutti gli schemi del passato, non più legato alla tradizione religiosa e se questo è rivolto ad una comunità che veniva dal giudaismo, pensate quando era forte e quanto è stato bravo Matteo nel fare cambiare mentalità ai componenti delle sue comunità. Non più un Messia che corrisponde alle attese della tradizione religiosa, ma un Messia completamente nuovo, un Messia che rivoluziona la maniera di intendere la fede, e dà ai discepoli la possibilità di fare una esperienza di Dio stesso.

 

Se parlando prima dei cinque discorsi dicevamo che Matteo aveva paragonato in un certo modo Gesù a Mosè, che aveva scritto la legge, mentre Mosè sale anche sul monte per morire, ora sul monte non c’è Gesù che muore, ma c’è la vita indistruttibile, la vittoria del risorto. Sul monte non vengono delegati dei particolari compiti ai successori, sul monte Gesù garantisce la sua presenza in mezzo alla comunità. Il compito della comunità sarà di collaborare con Gesù nel diffondere la vita, la proposta di resurrezione.

 

Qui si vede il colpo maestro di Matteo, di superare completamente tutto ciò che una tradizione religiosa voleva significare, presentando la singolarità di Gesù come colui che non delega dei poteri ai successori, ma come colui che garantisce la sua presenza nella comunità chiedendo alla comunità di collaborare con lui nel portare avanti l’opera di pienezza, l’opera che viene da Dio.

 

In maniera molto breve abbiamo accennato alla linea teologica che pervade il vangelo di Matteo e vedremo nella lettura delle pagine lo scontro terribile che la novità di Gesù comporterà per la sua vita e il rifiuto delle autorità religiose. Queste non vogliono un Messia che non ha cercato di farsi una setta di seguaci ritirandosi in un luogo nascosto, che si è messo subito in mezzo al popolo e dalla sua presenza in mezzo alla gente ha cominciato a proporre una realtà nuova di vita. Questo dava fastidio ed è quello che abbiamo definito lo scontro con le autorità perché non solo Gesù mandava per aria le attese, le prescrizioni della tradizione, ma proponeva qualcosa di nuovo che era molto attraente per chi lo ascoltava.

 

Concludiamo con l’introduzione. Per quello che riguarda l’autore del vangelo di Matteo non sappiamo quasi niente, prima di tutto lo stesso nome che la tradizione ha dato al vangelo. Se andiamo a guardare i testi originali, non c’è il titolo del vangelo e non c’è la firma dell’evangelista; però la tradizione ha dato un titolo ad ogni vangelo.

 

Quando si parla del vangelo di Matteo si dice Kata Matteum, il termine greco kata si traduce con il vangelo di Matteo o il vangelo secondo Matteo. La tradizione ha abbinato l’autore con il discepolo Matteo che segue Gesù, il pubblicano, Levi, perché nel vangelo di Matteo si parla per due volte del pubblicano; sono degli abbinamenti fuori luogo.

 

Sicuramente l’autore non si può riflettere sulla figura di quel pubblicano, di quel Levi perché tutto quello che abbiamo detto fino ad ora sulle origini, sulle fonti, non vale niente. Si supporrebbe quindi che l’autore è stato un testimone oculare, un discepolo di Gesù e che bisogno aveva di adoperare fonti, materiali preesistenti?

 

Invece quando si tratta di fare una ricerca, l’unico documento che abbiamo è il vangelo, l’unico documento che ci può garantire una certa serietà - poi abbiamo tante antiche tradizioni, ma sono affidabili soltanto in parte - e dalla lettura, dall’analisi attenta del testo non si rileva niente dell’autore. L’autore non appare mai in prima persona, non dice mai: io ricordo, io ho fatto … Soprattutto dall’analisi del testo vediamo che l’opera ha seguito quel processo di cui prima ho parlato: prendere le fonti da Marco e altro. Questo è accettato da tutti. È impossibile che il famoso discepolo di cui parla l’evangelista Matteo, possa essere l’autore di questa opera .

 

Tra tutti gli evangelisti Matteo è quello che cita di più le Scritture: e si compirono le Scritture. Aveva una conoscenza minuziosa, dettagliata di tutto l’Antico Testamento e difficilmente un pubblicano, un esattore delle tasse che era un rigettato dalla società, poteva avere. Oltre a queste prove, a noi dà più garanzia come è stato composto il vangelo, frutto di un lungo lavoro, di una lunga riflessione per cui non possiamo subito individuare l’autore con questo discepolo; questo è garantito.

 

Quello che possiamo dire sull’autore è che proveniva da una tradizione giudaica, per la conoscenza dell’Antico Testamento, per come presenta nel vangelo usi e costumi dei giudei senza doverli spiegare. Si suppone che la comunità sia a conoscenza di certe espressioni ebraiche, aramaiche; è un giudeo anche lui che si è convertito, che ha dato la sua adesione a Gesù e che ha una buona istruzione, forse una educazione rabbinica.

 

Questo ritratto dell’autore noi lo possiamo trovare in Matteo 13,25. È l’unico accenno che possiamo dare sull’autore, dice così: ogni dottore istruito nel regno di Dio somiglia al padrone di casa, che tira fuori dal suo baule cose nuove e cose antiche. Possiamo identificare questo dottore istruito nel regno di Dio, con l’autore che ha capito l’originalità di Gesù nel presentare il messaggio, dando la precedenza alle cose nuove e alla luce delle cose nuove leggeremo anche le antiche, ma non ci lasceremo mai condizionare dalle cose antiche.

 

In questa espressione possiamo trovare solo un tratto della personalità dell’autore che era di origine giudaica, grande conoscitore della lingua greca.

 

Un altro argomento per dire che l’autore non può essere Levi, il pubblicano è che Matteo ha scritto il suo vangelo in greco. Tante volte si sentono delle teorie che è stato scritto prima in ebraico, aramaico poi tradotto in greco. Dall’analisi filologica del testo non si può provare una cosa del genere. Il vangelo di Matteo è un’opera scritta in greco, non è una traduzione dall’ebraico o dall’aramaico. È un altro argomento a nostro favore per dire che non conosciamo l’autore, sappiamo alcuni tratti della sua personalità e da come ci presenta il suo vangelo sappiamo di che cosa era interessato: il suo piano e la linea teologica che ha seguito.

 

Un’ultima parola sul luogo in cui è stato scritto, quando è stato scritto e perché è stato scritto questo vangelo. È sempre piuttosto difficile datare un testo antico, perché non tutti si trovano d’accordo. Seguendo sempre l’indicazione che ci dà il testo, possiamo dire che se Matteo, come è confermato, prende il materiale del vangelo di Marco, possiamo dire che è stato scritto dopo il vangelo di Marco.

 

Possiamo anche dire, ed è una indicazione molto valida, che è stato scritto dopo la distruzione di Gerusalemme, (il tempio e tutta la città di Gerusalemme furono distrutti negli anni 70 dalle truppe romane).

 

Per quale motivo possiamo dare questa datazione?

 

Leggendo il testo di Matteo, l’autore ci dà alcune indicazioni che alludono, possibilmente, a questo fatto così drammatico per la vita dei giudei, il loro tempio e la loro città furono dati alle fiamme. Quando si legge la parabola del re che fa un pranzo di nozze e invita tanti personaggi e poi tutti rifiutano l’invito alle nozze del figlio del re, Matteo aggiunge: il re si indignò e disse ai suoi soldati: Andate e uccidete quegli assassini (quelli che non hanno voluto aderire all’invito). E il re diede alle fiamme la loro città. L’accenno di dare alle fiamme la città sembra un po’ eccessivo in un racconto parabolico, ma può essere una indicazione dell’evento drammatico della distruzione di Gerusalemme.

 

Un altro esempio per datare il vangelo, dopo la distruzione, dopo gli anni 70. Quando Gesù entra nel tempio e butta per aria tutto, caccia via tanto i mercanti, quanto i compratori facendo la terribile accusa di come era diventato il tempio di Gerusalemme. Marco dice 11,17: Non sta forse scritto la mia casa sarà casa di preghiera per tutti i popoli. Il vangelo di Matteo che abbiamo detto rielabora tutti i materiali di Marco, la frase per tutti i popoli sparisce.  Perché? perché il tempio ha finito la sua missione, il tempio di Gerusalemme con tutto quello che riguardava le religione giudaica ha finito il suo tempo.

 

Può essere un altro indizio per datare il vangelo dopo la caduta di Gerusalemme, dopo gli anni 70. Possiamo pensare che il testo è stato scritto verso gli anni 80, quando le comunità stanno già facendo un cammino e stanno approfondendo e riflettendo sulla vita, sulla figura e sull’insegnamento di Gesù. È interessante che tutto il vangelo che riguarda l’infanzia di Gesù, sarebbe un approfondimento ulteriore su Gesù, cosa che non appare nel vangelo di Marco.

 

Il vangelo di Marco comincia con Gesù che va a farsi battezzare da Giovanni, mentre Matteo presenta l’origine, l’infanzia di Gesù e questo è un altro argomento per presentare una comunità che sta riflettendo sulla figura e sull’insegnamento di Gesù. Chi era questa comunità? Era una comunità che veniva dal giudaismo, all’interno della quale c’è un gruppo molto attaccato alle tradizioni riguardanti la religione giudaica, ma c’è anche una presenza di cristiani, di quelli che vogliono che la proposta, l’insegnamento si diffonda senza alcun tipo di ostacolo o di condizionamento legato ad una tradizione religiosa. È una comunità di giudeo-cristiani che si stanno aprendo alla dimensione universale del messaggio, a tutti i popoli, senza essere legati a una tradizione religiosa, ad una etnia o ad un popolo particolare. È una comunità che comincia a trovare nel suo interno la fatica di accettare Gesù, come abbiamo visto nella resistenza dei discepoli ad accogliere Gesù, il Messia.

 

La famosa parabola della zizzania: all’interno della comunità ci sono quelli che anziché collaborare perché la comunità progredisca, fanno di tutto perché la comunità si blocchi e diventi sempre più immobile. All’interno della comunità vediamo le tensioni, che sono importanti e quando leggiamo il testo possiamo anche riflettere su quelle che possono essere anche le nostre tensioni odierne.

 

E’ stata soltanto una brevissima presentazione, lungo le pagine del vangelo avremo modo di spezzare minuziosamente tutti i tratti ora delineati e concludiamo questo primo in contro con la frase che Gesù pronuncia nel vangelo alla fine:

 

Ecco io sono con voi, quel voi siamo tutti noi e abbiamo la garanzia che lui ci guida su questa nostra strada. 




Trascrizioni delle conferenze di fra Alberto Maggi e fra Ricardo Pérez Márquez , tenute a Montefano tra il 1997 e il 2004, non riviste dagli stessi.  Altre conferenze e informazioni si trovano nel sito del centro : www.studibiblici.it

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