3 - Il Vangelo secondo Matteo spiegato a Montefano  -  Capitolo secondo


 
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"Matteo da buon conoscitore delle scritture, si mostra molto libero nel rielaborarle, nell’inventarle pur di far capire alla sua comunità che tutto quello che era stato annunciato in passato, come promessa di vita, ora si è finalmente compiuta."

Abbiamo detto nella introduzione al vangelo, che i due primi capitoli, i così detti capitoli dell’infanzia, non sono altro che una sintesi di quello che l’evangelista svolgerà lungo il suo libro per spiegare la figura, l’opera di Gesù e il suo insegnamento .(…) Tengo a dire questo, perché nell’analisi che faremo oggi sul capitolo secondo, la visita dei Maghi e la fuga in Egitto, dobbiamo già vedere una riflessione teologica che Matteo e la sua comunità ci presentano e ci offrono riguardo la figura di Gesù. (…) 

L’evangelista è molto bravo nel fare del secondo capitolo una sintesi di quello che sarà la vita di Gesù. Dal punto di vista letterario il capitolo si presenta ben strutturato, questo per ricordare che i vangeli sono delle autentiche opere d’arte scritte con grande accuratezza terminologica e come composizione delle frasi. 

Il capitolo due di Matteo si può dividere in due grandi blocchi. Il primo blocco 2,1-12 in cui l’autore ci presenta in maniera acuta la contrapposizione tra Gerusalemme e Betlemme ed è impostata sulla visita dei Maghi che si recano a Gerusalemme, poi a Betlemme.  

La seconda parte è formato dai versetti 13-22 ed è un trittico letterario. Un trittico è una maniera di esporre l’insegnamento, i concetti, in tre blocchi in modo che si diano luce a vicenda, come quando si guarda un’opera d’arte del Rinascimento in cui la pala centrale è ulteriormente spiegata dai due quadri laterali. La seconda parte è come un trittico letterario e riguarda il compimento delle Scritture … riguarda la fuga in Egitto e poi l’arrivo a Nazaret. 

Le due parti del capitolo secondo, anche dal punto di vista geografico, hanno una sequenza logica su come avvengono i fatti: si parte da Gerusalemme, poi si va a Betlemme, poi in Egitto e si torna a Nazaret. Ciò che Matteo intendeva, era aiutare la comunità a riflettere sulle vicende del personaggio Gesù di Nazaret, e fin dall’inizio sarà una vicenda molto travagliata come vedremo nella seconda parte del capitolo. Le due parti si completano, perché sarà l’arrivo dei Maghi, che vanno a trovare il bambino, a scatenare la reazione violenta del potere di volerlo uccidere che porta alla fuga in Egitto … questa è condizionata dall’incontro dei Maghi con il bambino e da ciò che scatena nel potere, l’avere un re che può essere rivale del potere istituito. 

In questa prima parte è interessante vedere la contrapposizione che farà Matteo tra Gerusalemme e Betlemme, ma soprattutto tra i Maghi che sono pagani che cercano il bambino e i giudei, le persone cosiddette religiose che non si interessano e che addirittura non mostrano alcuna attenzione o si mostrano increduli, riguardo il bambino.   

C’è l’accentuazione in Matteo nel presentare, nella prima parte, la salvezza che viene offerta a tutti – rappresentata dai Maghi che accedono alla salvezza – e l’incredulità dei giudei che non si interessano della salvezza. Nella seconda parte si presenta come si compiono le scritture, come le speranze del popolo di Israele si compiono nella sua pienezza con il bambino Gesù.   

Questo per fare una prima presentazione del testo, per capire come l’autore ha stabilito il suo insegnamento. Da qui si possono ricavare le strategie usate per comporre tutto il capitolo tra Erode, il potere ufficiale, e Dio. (…) 

1 “Nato Gesù a Betlemme di Giudea ai tempi del re Erode, ecco dei Maghi giunsero dall’oriente a Gerusalemme”, la volta precedente Alberto ha presentato come avvenne la nascita di Gesù, ma riguardo alla nascita in concreto, l’evangelista non dice niente. Parlava soltanto della generazione dello Spirito santo, attraverso la quale Gesù viene generato e adesso passa subito all’evento già avvenuto, Gesù è nato a Betlemme di Giudea.   

Parla del momento storico dell’evento, al tempo del re Erode, un monarca molto aperto alla cultura ellenistica. È stato il re che ha abbellito Gerusalemme di grandi monumenti pubblici, il suo regno è stato rivestito soprattutto di opere, ma era un grande despota, famoso per la sua crudeltà …

Erode era considerato un usurpatore del trono davidico; non era di sangue giudeo, era dell’Idumea, un meticcio ed era arrivato al trono attraverso una concessione fattagli da Roma. Non aveva praticamente alcun diritto per essere re di Israele, ma solo per concessione fatta dal potere imperiale. 

Dice il testo che proprio mentre sta regnando Erode, caratteristico per la sua crudeltà e per il suo dispotismo, arrivarono dei Maghi dall’oriente,  esattamente il testo dice: dalle levate del sole, dove cioè sorge il sole più che dall’oriente ed arrivano fino a Gerusalemme.   

Chi sono queste figure dei Maghi che entrano un pò di sorpresa nella storia? Dice l’evangelista: ecco dei Maghi arrivarono dall’oriente a Gerusalemme. I Maghi, che la tradizione ci ha presentato in modo distorto rispetto alla loro figura, erano persone interessate a tutte le scienze occulte, a tutto ciò che poteva riguardare il mondo dei sogni o le tecniche divinatorie o la lettura degli astri, tutte scienze viste in maniera negativa dalla stessa religione giudaica perché collegate con la magia o con i saperi occulti.

Il testo parla proprio dei Maghi, la nostra tradizione ci porta un altro nome, i Magi, ma stranamente non si sa chi siano i Magi. Se noi andiamo a cercare il singolare del nome esce Magio, ma il testo parla esattamente di Maghi; in spagnolo si dice Mago non Magi, non si parla di re Magi, ma di re Maghi. In italiano per evitare l’accenno alla magia, alle scienze occulte, la tradizione ha preferito presentare i personaggi in maniera più positiva parlando dei Magi. Però il testo ci presenta questi personaggi che venivano da paesi lontani, senza indicare il posto, solo indicando dalle levate del sole; noi traducendo dall’oriente pensiamo ad un punto preciso. 

Secondo la concezione antica il sole sorgeva ogni giorno da un punto diverso e girava attorno alla terra, si pensava che i Maghi venissero da questi paesi in cui sorgeva il sole, paesi lontani, paesi dall’oriente. Noi non sappiamo neanche quanti erano i personaggi, la tradizione ci ha giocato un brutto  scherzo, perché ce ne ha presentati tre, che erano dei re e con dei nomi: Melchiorre, Gasparre, Baldassarre.  

Tutte queste cose non hanno niente a che fare con il testo di Matteo, è stato un influsso che la tradizione ha avuto nella liturgia, perché si continua a parlare della festa dei re Magi, quando, ripeto non c’entra niente con la figura dei re, né sappiamo quanti erano.  

Addirittura la tradizione medioevale parlava di dodici, potevano essere da un minimo di tre ad un massimo di dodici personaggi. L’unica cosa che l’evangelista dice è che erano degli incantatori, degli indovini, dei Maghi.   

Andiamo al punto importante della questione: dal punto di vista della religione giudaica era la cosa più disprezzata, meno attraente e da condannare come forma di impurità e di peccato. Tutto quello che era legato alla magia, nello stesso Antico Testamento viene condannato o presentato in maniera negativa; nella tradizione orale, nel Talmud, si dice: chi impara qualcosa da un mago merita la morte.  

Anche nel Nuovo Testamento non si parla in maniera positiva della magia, ma si condannano le tecniche che riguardano l’occultismo oppure si associano le tecniche con altre forme di peccato. Tutto questo che era una condanna o un volere allontanare le figure dei Maghi, dal punto di vista dell’evangelista non ha alcun importanza. Addirittura, ecco il contrasto, mentre tutta la città di Gerusalemme sarà presa dalle sue cose, i pagani che vengono dai paesi lontani e appartengono ad altre culture e per di più impuri - perché legati a tecniche e a lavori condannati dalla stessa tradizione religiosa - proprio loro sono quelli che si interessano alla nascita del bambino Gesù.  

Non c’è alcun tipo di pregiudizio da parte dell’evangelista nell’accostare le persone che la religione condannava e allontanava alla figura del nuovo re nato, secondo l’indicazione che vedremo al versetto due. È il primo contrasto che l’evangelista ci offre nel capitolo: sono i pagani i primi interessati alla nascita del bambino. Proprio quelli che la religione emarginava o che non riteneva degni di accostarsi alle proposte della fede, sono quelli che si interessano alla nascita del bambino: i pagani e impuri. Che cosa vanno chiedendo i Maghi a Gerusalemme? 

2 “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei, poiché abbiamo visto la stella sua nel sorgere, e siamo venuti a rendergli omaggio?”. Questi personaggi che Matteo ci presenta, sono così strani, vanno a Gerusalemme perché hanno visto un segno particolare, una stella, che annuncia la nascita del bambino, che loro riconoscono o hanno in mente come figura di un nuovo re, il re dei Giudei. È una espressione che nel vangelo non viene mai usata da quelli che fanno parte della religione giudaica, ma viene sempre usata dai pagani, i Maghi.  

Nel racconto della passione verrà adoperato da Pilato, dai soldati quando si rivolgono a Gesù e sull’iscrizione della croce, re dei Giudei. Questo era un modo che i pagani usavano per parlare della figura della tradizione giudaica. L’evangelista dice che sono proprio i pagani ad interessarsi della nascita di questo re, mentre la città di Gerusalemme e il suo re verranno tenute da parte da questo evento.  

Per quale motivo si parla di una stella? Non dobbiamo lasciarci prendere dalle indicazioni astronomiche se hanno visto davvero una stella, qui si sta accennando ad una antica concezione: ogni persona nasceva con una stella e quando moriva, la stella si spegneva.  

Tutt’oggi usiamo una espressione simile, una persona è nata con una buona stella. Era una maniera per indicare la nascita di un personaggio,specialmente se era un personaggio importante. Quando si parla della nascita di un re si parla sempre di un particolare segno nel cielo. Sono delle forme che in antico venivano usate per capire il legame che gli uomini avevano con le stelle dell’universo.  

I re hanno visto la stella e andando a Gerusalemme si rivolgono a Erode per chiedere della nascita del bambino. Nell’Antico Testamento abbiamo una citazione nel libro dei Numeri 24,17 in cui si parla di una stella che sorgerà in Giacobbe e la stella sarà la figura del Messia. Sta parlando uno stregone, Balaam che veniva dall’oriente ed era stato chiamato dal re Moab per maledire il popolo di Israele, che era arrivato nella Palestina.  

Balaam pronuncia un oracolo in cui si parla di una stella che sarà proprio l’annuncio della nascita di un re, del Messia. Num 24,17 dice: Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non in vicinanza: Una stella sorge in Giacobbe E uno scettro si leva in Israele, questo testo all’epoca di Gesù, era ritenuto un testo nettamente messianico.  

La stella era associata alla nascita del Messia; l’oracolo di Balaam era stato applicato alla nascita di Davide, germoglio di Giacobbe, ma all’epoca di Gesù tutte le attese erano poste sulla venuta del Messia che sarebbe stato annunciato dal sorgere di una stella. La stella secondo quello che i Maghi hanno visto in oriente, è l’annuncio della nascita del re.  

Però se il testo dei Numeri dice che uno scettro si leva in Israele, - lo scettro è sempre elemento di comando, di dominio e saranno gli attributi che vedremo associati ad Erode - questo scettro non sarà mai per imporre il suo potere, per richiamare la tirannia, ma associato al bambino appena nato riguarda la sua debolezza. Da parte dell’evangelista abbiamo un accenno su come capire la nascita del nuovo re, che non avrà niente a che fare con la figura del re Erode. Mentre lo scettro di Erode sarà la tirannia, un modo crudele di usare il potere. Nella figura del bambino appena nato, il Messia, lo scettro verrà rappresentato dalla sua debolezza, perché nasce un bambino, un essere che non può fare alcun male. Quando sulla croce verrà affisso il titolo re dei Giudei, di nuovo il suo scettro non sarà nel dominio, non sarà nella imposizione della sua forza, ma nella manifestazione massima della sua debolezza, di una persona che si lascia inchiodare per dimostrare tutto il suo amore. 

I Maghi cercano questo re, interessati per la nascita di un personaggio che poteva dare una speranza, una risposta alle loro attese quando  3 “Il re Erode, udite queste parole si spaventò e con lui tutta Gerusalemme.   

Da una parte i pagani vanno in cerca del nuovo re ed hanno trovato un segno che ne indica la nascita, dall’altra parte a Gerusalemme, dove domina Erode, il solo ascoltare quelle parole porta tutta la città e il re in uno stato di grande paura e agitazione. Tutta la città si spaventò insieme al re, che era un re non voluto dal popolo perché era un usurpatore e nel momento in cui si tratta di colpire un rivale, la città trema insieme al suo tiranno.  

Se è vero che Erode è preoccupato perché la nascita di un nuovo re significa che sta per perdere il trono e il potere, ugualmente per la città di  Gerusalemme, perché la nascita verrà vista al futuro, quando sarà l’intera città che chiederà la morte del nuovo re.  

È una maniera dell’evangelista di presentare una città che, nonostante la propria santità è completamente presa dallo spavento, è una città dove non può brillare la stella che i Maghi hanno visto sorgere nell’oriente. Mentre alcuni profeti, in passato, e soprattutto il profeta Isaia, avevano parlato della luce che avrebbe avvolto la città di Gerusalemme con l’arrivo del Messia; adesso Matteo ci presenta in maniera paradossale, una realtà di una città avvolta dalle tenebre, dove la stella non brilla, ma che tornerà a brillare una volta che i Maghi lasciano Erode e Gerusalemme. È soprattutto una città colta dallo spavento per l’annuncio della nascita.  

Di nuovo il contrasto: mentre i pagani gioiscono e sono interessati all’evento, i più adatti e preparati per accoglierlo, dimostrano grande spavento e rifiuto nei suoi confronti. Questa scena, come ho detto nella introduzione al vangelo, ricorda come Matteo è attento a fare un accostamento tra la figura di Mosè e di Gesù. Avevamo fatto cenno al parallelismo che troviamo tra Mosè e Gesù nel vangelo di Matteo. I lettori di Matteo vengono dalla tradizione giudaica e per accettare le proposte di Gesù Messia devono prima fare un confronto con la figura, per loro più importante, di Mosè. E come Gesù con la sua nascita crea lo spavento nella città di Gerusalemme, così dirà in un suo testo  Giuseppe Flavio, (uno storico che racconta gli avvenimenti del popolo giudaico e fa una rilettura del libro dell’Esodo, dove si parla della nascita di Mosè), che la nascita di Mosè gettò nel panico il faraone con la sua corte e in quel momento si decise di uccidere tutti i bambini ebrei appena nati. Abbiamo l’accostamento tra l’evento della vita di Mosè, la sua nascita che crea un grande spavento e la vita di Gesù. Matteo dirà ugualmente che con la nascita di Gesù lo spavento e il terrore coglie la città di Gerusalemme e la reazione sarà di far fuori tutti i bambini per bloccare il rivale, il nuovo re che è appena nato.  

Quando entriamo nello studio del quadro della strage, uccisione dei bambini, non dobbiamo pensare: ma, come e in quale maniera, perché, ma dobbiamo tenere presente questo accostamento con la vita di Mosè, perché è il modo con cui Matteo sta presentando Gesù, in modo che venga accettato e riconosciuto come vero Messia dai suoi lettori. La nascita del nuovo re allarma Erode perché il potere è sempre geloso del proprio trono e realtà di potenza e soltanto l’accenno di un possibile rivale crea subito lo scompiglio.  

Infatti  4 “Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, Erode si informava da loro dove doveva nascere il Messia”. La città è stata colta dallo spavento insieme ad Erode, e la reazione è di darsi da fare per scoprire dove si trova il re appena nato.   

Dice l’evangelista che Erode convoca i rappresentanti del governo del popolo giudaico: i rappresentanti del Sinedrio. Il Sinedrio era il massimo organo di governo del popolo giudaico, era formato dai Sommi sacerdoti, dagli scribi o dottori - i teologi ufficiali – e poi dagli anziani che possiamo dire senatori. Erano i grandi proprietari terrieri e possedevano le grandi fortune, facevano parte del supremo collegio del governo del popolo giudaico.  

Erode convoca soltanto i sommi sacerdoti e gli scribi, perché sono quelli che possono dare le informazioni precise sulla nascita del bambino. Gli anziani vengono messi da parte, perché il loro ruolo è soltanto politico ed economico. I sommi sacerdoti e gli scribi vengono convocati, è il verbo che ricorda la parola sinagoga ed è usato soprattutto nel racconto della passione per presentare la condanna a morte di Gesù.  

Anche nel racconto della passione verranno convocati i membri e saranno essi a decidere la morte di Gesù Messia. È interessante che nell’uso del verbo convocare, che ricorda la parola sinagoga, abbiamo indirettamente un accenno sulla sinagoga, che doveva essere il luogo in cui si dava culto e benedizione a Dio, ma si trasforma nel luogo dove si decide di uccidere l’inviato di Dio, suo figlio. I sommi sacerdoti e gli scribi, convocati da Erode daranno queste informazioni, Matteo usa il plurale per i sommi sacerdoti, perché? Noi sappiamo che c’era in carica solo un sommo sacerdote. È un modo dell’evangelista per farci capire che la casta sacerdotale, i più alti rappresentanti della religione non era formata solo da chi era in carica ufficiale in quel momento, ma anche da quelli di cui era passato il tempo o appartenevano alle famiglie da cui i sommi sacerdoti venivano eletti.  

C’era un gruppo, una casta sacerdotale insieme agli scribi – dirà l’evangelista gli scribi del popolo - quelli che davano l’ortodossia riguardo la legge e tutto l’insegnamento della tradizione e con questa espressione si dice il dominio che esercitavano sulla popolazione imponendo il loro modo di interpretare le Scritture.  

5 “Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:” all’inizio del capitolo si è detto che Gesù è nato a Betlemme di Giudea, ed ecco la constatazione da parte degli scribi e dei sommi sacerdoti. Betlemme di Giudea è importante perché era al patria di Davide, da dove proveniva al famiglia di Davide e sarà Betlemme dove Davide verrà unto re dal profeta Samuele. Da ciò si coglie che il Messia doveva nascere in questo luogo che si collegava con la tradizione davidica e lo aveva detto anche il profeta come adesso vedremo, confermando che sarebbe stata Betlemme di Giuda, il luogo dove sarebbe nato il Messia. L’importante della risposta è che loro sono molto informati, infatti danno la risposta esatta, ma disinteressati a quello che comporta.   Sono grandi conoscitori delle scritture e delle promesse, ma non mostrano alcun interesse al suo compimento. Mentre i pagani vanno a Gerusalemme in cerca dell’evento, i rappresentanti della religione sanno, ma non si mostrano per nulla interessati. 

Ecco perché in questa prima citazione riguardo il luogo in cui doveva nascere il Messia, non si dice che si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta. Il secondo blocco del trittico, si conclude con la citazione: questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta. Quando si presenta la citazione riguardo il luogo in cui doveva nascere il Messia, Matteo evita di ripetere la formula: perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta, perché quelli non hanno alcuna aspettativa e si presenteranno come nemici del Messia, non si mostrano interessati, danno solo l’informazione e non parlano di adempimento.   

La citazione qui presentata è formata da Matteo, prendendo due brani di due libri dell’Antico Testamento, 6 “E tu Betlemme terra di Giuda, non sei davvero la minima fra le principali di Giuda da te infatti uscirà un capo, che pascerà il mio popolo, Israele”. È una citazione che non appartiene a nessun profeta in concreto, ma è stata una elaborazione di Matteo prendendo un brano del profeta Michea 5,2 e lo completa con un brano del secondo libro di Samuele 5,2.  

Il brano di Michea 5,2 è leggermente diverso: “E tu Betlem di Efrata, così piccola peressere fra i capoluoghi di Giuda, da te uscirà colui che deve essere il dominatore d’Israele”. Il testo di Matteo non parla di dominatore, ma parla di un capo che pascerà ilmio popolo. L’espressione di un pastore è del secondo Samuele 5,2: “Il Signore ti ha detto - parlando del Messia – tu pascerai Israele mio popolo, tu sarai capo d’Israele”.  

Matteo usa le scritture in modo molto libero e fa degli accostamenti fra testi diversi per presentare con esattezza la figura del Messia, che non sarà un dominatore, secondo Michea, ma un pastore che pascerà il suo popolo. Ci presenta un Messia che metterà in crisi le aspettative dei discepoli e di tutti quelli che provengono dalla tradizione giudaica. Non accetteranno Gesù Messia, che non risponde allo schema di un dominatore, di un capo che impone con la forza il suo disegno. Il Messia non sarà un tiranno, in contrasto con Erode, ma un pastore che disinteressatamente e in maniera aperta e totale darà la vita per il suo popolo, per il suo gregge. 

7 “Erode fece chiamare di nascosto i Maghi e si fece dire esattamente da loro il tempo in cui era apparsa la stella” ad Erode non interessano le scritture che parlano del Messia, ma lo preoccupa il segno della stella, che riguardava la nascita di un individuo e che i Maghi hanno già visto; vuole sapere in quale momento il segno è apparso, in modo da darsi da fare per far fuori il rivale.  

Li convoca in segreto per non far conoscere i suoi piani, per evitare l’incontro con i sommi sacerdoti e gli scribi che non accettavano alcun contatto con i pagani e con gli impuri e creassero dei problemi. Quello che interessa ad Erode è sapere quando è sorta la stella che non brilla su Gerusalemme, una città sulla quale non sarà possibile che si manifesti la luce del Salvatore, del Messia. Saranno di nuovo i pagani a rispondere a Erode. Mentre i sommi sacerdoti danno un’informazione sulle scritture, i pagani daranno l’indicazione esatta su quando è apparso il segno.  

8 “ed Erode inviò i Maghi a Betlemme dicendo: “Andate e chiedete informazioni precise sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga a rendergli omaggio”. Abbiamo una caratterizzazione della figura di Erode, della sua ipocrisia, perché sappiamo che non intende rendere omaggio al bambino, ma sta macchinando come farlo fuori, come ucciderlo e continuare a conservare il potere. 

9 Quando i Maghi partono da Erode, di nuovo la stella che avevano visto sorgere,brillò e andava davanti a loro finché giunse e si fermò sopra il luogo dove era il bambino”. La stella non può brillare su Gerusalemme e solo quando lasciano la città dopo che hanno ascoltato Erode, trovano di nuovo la stella e dice il testo: questa stella andava davanti a loro, come se fosse una persona.  

Il verbo usato è camminare davanti; la stella arriva e si ferma sopra il luogo dove era nato il bambino. La figura della stella, che sembra quasi una persona, ricorda quella che era stata l’esperienza del popolo d’Israele nel deserto. Di fronte al popolo, uscito dall’Egitto, camminava durante il giorno una nube, durante la notte una colonna di fuoco. Dal libro dell’Esodo 13,21: “Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per fare loro luce,” i pagani sono guidati come era stato guidato il popolo nel deserto da Dio in persona.  

La stella non si identifica con il Messia, ma annuncia la sua nascita, anticipa quello che sarà il compito del Messia: guidare tutti i popoli senza esclusione, verso la salvezza. La figura del Messia pastore che conduce il suo popolo, così come in passato Dio aveva condotto il popolo nel deserto verso la terra promessa.  

10 “Al vedere la stella, essi si rallegrarono di grandissima gioia”,  è la prima volta che nel vangelo di Matteo si parla di gioia e lo fa in maniera iperbolica. 

11 “Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre e prostratisi gli resero omaggio”. In questo quadro c’è il nuovo re nato, il cui scettro - secondo la profezia di Balaam - non sarà uno scettro di dominio, ma uno scettro per comunicare vita rappresentata dalla debolezza, da un amore che si dona spontaneo e gratuito. Questo re non si trova in una reggia, in un luogo particolarmente importante, ma in una casa.  

Dobbiamo togliere alcune tradizioni riguardo la nascita di Gesù in una grotta, in una stalla. Matteo parla di una casa dove i Maghi trovano il bambino con sua madre; non sarà il tempio il luogo dove i Maghi daranno omaggio a colui che è la presenza di Dio, Dio stesso, il Messia, ma è una casa. È una maniera quasi paradossale di rappresentare cosa significhi essere re, non secondo la nostra maniera di impostare la nostra vita politica, ma secondo quello che Dio vuole comunicare attraverso la sua stessa vita. Entrati nella casa, videro il bambino e Maria sua madre, non viene menzionato Giuseppe, che entrerà nella seconda parte del capitolo, perché nell’Antico Testamento era tipico, parlando della coppia regale, parlare del bambino e della madre. Anche in altri testi e nel libro dei Re, si usa la formula il bambino e sua madre, Matteo vuole qui ricordare la nascita verginale di Gesù, una nascita che viene direttamente da Dio, che è generato direttamente dallo Spirito santo. Ecco per quale motivo Matteo non accenna a Giuseppe.  

Una volta che i Maghi hanno incontrato il bambino gli resero omaggio. L’omaggio era inteso come prostrazione e riconoscenza della dignità della persona. Il verbo rendere omaggio, in altri testi trovate adorare, si può tradurre anche così, ma dà un significato più statico; rendere omaggio è a livello più dinamico, riconoscere una persona a cui io manifesto tutta la mia attenzione, tutta la mia disponibilità, per quelle cose che mi può comunicare.   

Il verbo rendere omaggio, viene usato nel capitolo secondo tre volte:

1) quando i Maghi vanno da Erode dicendo: siamo venuti in cerca del bambino e vogliamo rendergli omaggio;

2) ugualmente lo dice Erode ai Maghi: andate, informatevi bene del bambino perché anch’io vada a rendergli omaggio;

3) e qui si constata l’atteggiamento di piena accoglienza nei confronti del nuovo re.  

È un verbo che riguarda l’attenzione del popolo verso il re, verso Dio; era quello che si faceva nel tempio con un atteggiamento di prostrazione. È il verbo che noi troviamo alla fine del vangelo di Matteo al capitolo 28,17: i discepoli andarono sul monte della Galilea e fatta esperienza del Gesù risorto prostratisi gli resero omaggio.  

Tutto il vangelo di Matteo si apre e si chiude con l’atteggiamento di piena disponibilità nei confronti di Gesù Messia. I discepoli però renderanno omaggio alla fine del vangelo, quando riconosceranno la vera regalità di Gesù Messia, figlio di Dio. All’inizio del vangelo sono i pagani che rendono omaggio al re. È l’insegnamento che Matteo vuole dare alla comunità: proprio quelli che la religione esclude, sono i primi che accolgono e si rendono disponibili a ricevere da questo re tutta la vita, tutta la salvezza.   

I discepoli faranno molta fatica, e sarà solo alla fine del vangelo che accoglieranno e accetteranno la presenza di Gesù Messia.  

Quando arriveremo al capitolo 28 si dirà: alcuni dubitarono. Rimane il problema di accogliere la figura di Gesù Messia che non è secondo i nostri schemi - per noi la regalità significa dominio, imporre la propria forza - perché è rompere gli schemi presentando una regalità che si può capire soltanto nel momento in cui io accolgo la vita che mi viene comunicata.

Lo hanno capito i Maghi, i pagani, gli esclusi dalla religione che hanno sperimentato la grandissima gioia, mentre la città di Gerusalemme era colta da spavento e da timore. L’ulteriore manifestazione di piena disponibilità di rendere omaggio al re appena nato è specificata nei doni che gli offrono, “Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono doni, oro, incenso e mirra”. È importante l’atteggiamento di offrire, il verbo offrire qualcosa in sacrificio era sempre applicato alla nazione giudaica, nei testi antichi non si usa mai il verbo offrire qualcosa per parlare di un pagano.  

Soltanto i giudei potevano offrire in sacrificio qualcosa al re, a Dio. Matteo ci fa capire che non c’è alcun pregiudizio; sono proprio i pagani che vengono riconosciuti come i veri, che sanno offrire doni al re appena nato e sono: oro, incenso e mirra.  

L’oro è sempre simbolo della regalità, è una maniera di riconoscere la dignità del personaggio e offrendo l’oro i Maghi si sentono partecipi della regalità di cui il bambino è rappresentante e soprattutto perché, pagani, possono entrare a fare parte di quello che riguardava il popolo di Dio, che aveva avuto il re Messia. Non più una regalità che ammette delle esclusioni, non un re che sceglie alcuni per renderli partecipi del suo regno, ma una nuova regalità alla quale tutti possono avere accesso, come i pagani.  

Offrono incenso, un elemento molto costoso, usato nel culto, nella liturgia del tempio e veniva bruciato per i sacrifici di ringraziamento a Dio per qualcosa di buono o per chiedere la protezione in una situazione di difficoltà. Era offerto solo dai sacerdoti o da chi faceva parte della casta sacerdotale; non era offerto in espiazione dei peccati, e il libro del Levitico dice: non si offrirà mai l’incenso per la espiazione dei peccati. Vedete l’insegnamento che dà Matteo: soltanto i sacerdoti potevano offrire l’incenso, adesso lo offrono i pagani, non per espiare i peccati o cose di cui vergognarsi o pentirsi, ma per ringraziare e per riconoscere tutto quello che viene dato dal re appena nato.  

Per ultimo la mirra che nel Cantico dei cantici, nel simbolismo della sposa, è il profumo che rappresenta l’amore tra l’amato e l’amata ed era una maniera per indicare il rapporto che Dio aveva con il suo popolo (il popolo di Israele come uno sposo con la sua sposa). Di nuovo i pagani offrono la mirra per riconoscere che anche loro fanno parte della realtà di essere sposa di Dio, del Dio di Israele. Le caratteristiche specifiche del popolo di Israele – avere Dio per re, offrire incenso come sacrificio di ringraziamento e considerarsi come sposa, amata desiderata da Dio – Matteo le applica ai pagani. Non c’è più un Dio che esclude, non ci sono delle condizioni per entrare nella realtà di vita che Dio stesso comunica, non si dice che i pagani hanno dovuto convertirsi ad un’altra religione o hanno dovuto espiare i peccati, non si parla di tutto ciò. Solo si constata che quello che era il vanto, il privilegio d’Israele, ora è applicato a tutti i popoli. Anzi i pagani sono in grado di offrire i doni, i rappresentanti della religione e della tradizione e del potere saranno sconvolti e macchineranno come distruggere il rivale, riconosciuto come nuovo re dei Giudei.  

I doni sono stati visti in maniera allegorica, non entriamo in questo discorso, ci interessa vedere come attraverso i doni che i Maghi offrono al bambino c’è la totale apertura del messaggio del vangelo a tutti i popoli, senza condizioni o richieste per entrare nella nuova realtà. Dopo il pieno riconoscimento della regalità del bambino i Maghi vengono avvertiti in sogno di non tornare da Erode, di non dire dove avevano trovato il bambino.  

12 “Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”. Avvertiti in sogno, sta ad indicare un contatto con Dio stesso; di non tornare da Erode - è l’immagine dei pagani guidati, assistiti da Dio – perché sappiamo cosa sta macchinando; per un’altra strada far ritorno al loro paese. Perché questa espressione?   

È una frase che troviamo nell’Antico Testamento (I Re cap12) e vi riassumo brevemente il fatto. Quando ci fu lo scisma religioso e politico in Israele, tra il regno di Giuda, Gerusalemme, e il regno del Nord, la Samaria, quelli del nord misero dei vitelli d’oro nel santuario di Betel, che significa casa di Dio, per dire che solo lì si dava culto a Jahve, rappresentato dai vitelli. Fu da tutti riconosciuto come un grande peccato, una grande idolatria. Betel non fu più chiamata la casa di Dio, ma la casa del peccato. Quando si parla della casa del peccato si dice di non tornare più da quella parte, di allontanarsi completamente dal luogo dove non si dà culto a Dio, ma si è caduti nella idolatria “Se ne andò per un’altra strada e non tornò per quella che aveva percorsa venendo a Betel”. (1Re 12,10).  

La conoscenza dell’Antico Testamento ci aiuta a capire meglio quello che l’evangelista ci vuole comunicare. Con l’espressione per un‘altra strada, Matteo dice che non devono tornare a Gerusalemme dove non c’è più la casa di Dio - la sua casa è a Betlemme, dove hanno incontrato il bambino – lì c’è la casa del peccato, una casa dove si trama per far fuori il figlio di Dio. Questo per mostrare fino dove può arrivare la perversione della religione. Gerusalemme non è più la città santa di cui avevano parlato i profeti, è la città assassina che farà fuori il Messia e per questo si conferma città avvolta sempre dalle tenebre (di voler far fuori il figlio di Dio).  

Qui si conclude la prima parte del capitolo, la storia dei Maghi, secondo lo schema che prima ho presentato; abbiamo ricavato l’insegnamento che Dio rivolge a tutti la salvezza e in maniera particolare a coloro che si sentono esclusi dalla religione, ai pagani. La storia dei Maghi dà occasione all’evangelista di inserire la seconda parte del capitolo secondo, la famosa fuga in Egitto. Ricordiamo che la seconda parte è formata secondo una tecnica letteraria, da tre scene o quadri, - un trittico - e ogni scena si conclude con una citazione che riguarda un adempimento dell’Antico Testamento.  

Nella seconda parte si parlerà dell’Egitto dove deve fuggire Giuseppe con Maria e il bambino, poi il rientro a Nazaret, luogo in cui la famiglia si insedierà e da lì partirà l’attività, la missione di Gesù.  

In questo trittico si parla, nel primo quadro, di Giuseppe che riceve dall’angelo l’avviso di fuggire perché Erode vuole uccidere il bambino; nel secondo quadro c’è l’attuazione da parte di Erode di uccidere tutti i bambini di Betlemme; nell’ultimo quadro si parla di nuovo di Giuseppe a cui, una volta che è morto Erode, è detto da un angelo del Signore di tornare nella sua terra, perché non c’è più pericolo per il bambino e di arrivare a Nazaret.  

13 “Essi (i maghi) erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”. Abbiamo capito la macchinazione del potere, non è voler rendere omaggio al re appena nato, ma è fare fuori il rivale, colui che può togliergli il potere e il trono. Entra in scena Giuseppe in rapporto all’angelo del Signore, di cui abbiamo parlato a proposito della gravidanza di Maria. Giuseppe aveva deciso di licenziarla e un angelo del Signore gli apparve: non temere di prendere Maria con te. Di nuovo l’immagine dell’angelo del Signore. Chi è l’angelo del Signore?  

Davanti ad angelo c’è l’articolo indeterminativo, troviamo sempre un angelo di Dio ed è un modo di dire che è Dio stesso che entra in comunicazione, in dialogo, con il suo popolo.  

Un angelo del Signore appare a Giuseppe per salvare la vita del bambino. Se nel capitolo precedente un angelo aveva annunciato a Giuseppe che la vita che c’era in Maria veniva da Dio, è sempre figura della manifestazione di Dio stesso nella storia dell’umanità: per comunicare la vita che viene da lui. Per salvaguardare la vita, ecco la manifestazione a Giuseppe perché fugga in Egitto; alla fine del vangelo uno stesso angelo del Signore appare alle donne dicendo che la vita è vittoriosa, che la morte non ha potuto bloccarla.  

Non dobbiamo individuare un personaggio concreto, una figura di un essere celestiale, ma in Matteo dobbiamo sempre intendere per un angelo del Signore, Dio stesso che comunica con il suo popolo. L’indicazione data a Giuseppe è di partire, prendendo il bambino e sua madre, e fuggire in Egitto. Dagli storici e dall’Antico Testamento, sappiamo che l’Egitto era una terra di rifugio e di assistenza nei momenti di difficoltà e verrà presentata da Matteo per organizzare la struttura del capitolo, perché (il bambino) dovrà di nuovo ripartire dall’Egitto per entrare nella sua terra. Qui c’è un riprendere l’avvenimento dell’esodo del popolo, che uscendo dall’Egitto, entrò nella terra d’Israele; l’esodo fu un grande fallimento, perché uscendo dalla terra di schiavitù, l’Egitto, il popolo entrò in una terra in cui diventò ancora più schiavo, sottomesso da una legge e da un modo di intendere la religione che toglieva vita all’uomo. Matteo qui ripresenta l’esodo che compiuto dal Messia, dal liberatore Gesù, porterà il popolo a una terra di piena libertà, a una vera liberazione. 

14 “Giuseppe si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, Giuseppe ubbidisce, fa quello che l’angelo ha detto e prende con sé il bambino e sua madre e nella notte fuggì in Egitto. È l’unica volta che parlando della comunicazione tra angelo del Signore e Giuseppe si parla della notte. Le altre volte non si accenna mai a questo. In questa occasione è necessario accennare alla notte perché Matteo ricorda la liberazione che il popolo sperimentò nella notte di Pasqua, nel libro dell’Esodo. Come il popolo fuggì alla minaccia del faraone che cercava di bloccare la vita del popolo d’Israele, e fu liberato nella notte di Pasqua ed uscì dalla terra di schiavitù, così ora Giuseppe è immagine di colui che permette che avvenga la liberazione dai pericoli che vogliono colpire la vita del bambino. Abbiamo un riferimento all’Antico Testamento, in cui si parla di Giuseppe figlio di Giacobbe, che andando in Egitto, salvò la sua famiglia.  

Il primo quadro si conclude con la citazione 15 “dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio.”  

Ognuno di questi quadri si conclude con una citazione e con un suo adempimento. La prima è questa, ma non si dice da quale profeta viene. Noi possiamo individuare che proviene dal profeta Osea 11,1 ed è l’unica volta che nel capitolo due si dice che queste parole le ha dette Dio stesso, per mezzo del profeta. Nelle altre citazioni si dice: perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta; in questo caso si accenna che proprio Dio stesso ha detto per bocca del profeta. Quello che qui viene ricordato è una frase, un oracolo, del profeta Osea, il profeta che più di tutti rappresenta l’amore incondizionato di Dio verso il suo popolo.  

Non abbiamo il tempo di fermarci sulla figura di Osea, che ci ha manifestato l’amore di Dio verso il popolo, attraverso le immagini di un marito cornificato al massimo dalla moglie. L’uomo vuole riconquistare la moglie nonostante tutto, e Osea dice: cosa farò con questa donna così adultera e infedele? Me la porterò di nuovo nel deserto, in viaggio di nozze. Sono le tattiche divine, di fronte al tradimento una proposta ancora più grande di amore.  

Matteo prende proprio da Osea questa parola in cui Dio stesso ha già riconosciuto il suo popolo come un qualcosa di suo, di personale, come se fosse suo figlio, in un rapporto di vera paternità, di vera intimità. Non più un popolo di sudditi, di schiavi, di sottomessi alla sua volontà, ma una realtà che si può identificare con l’immagine di un figlio. Dice Osea che quando il popolo era un popolo di schiavi Dio lo ha riconosciuto come suo figlio e dall’Egitto lo ha tirato fuori per portarlo alla sua terra di libertà. In questa citazione con cui si conclude il primo quadro, l’evangelista Matteo riconosce in Gesù il figlio di Dio, Dio stesso lo rappresenta come suo figlio e sarà lui che uscendo dall’Egitto, come vero Messia, vera giuda e liberatore, porterà il suo popolo verso la piena liberazione.  

Il secondo quadro presenta la reazione del potere. Abbiamo parlato delle due strategie del secondo capitolo: la strategia di Erode, del potere, di far fuori il possibile rivale, una strategia che è pronta a sacrificare la vita dei suoi sudditi, pur di mantenere il proprio dominio. È qualcosa di aberrante; il potere avrebbe il compito di difendere la vita dei sudditi, di garantire la loro incolumità e sopravvivenza, invece Erode applica la sua strategia senza scrupolo, e fa fuori tutti i bambini pur di conservare il potere. Da questo insegnamento Matteo ci presenta la concezione della regalità; secondo la nostra mente è un potere che domina, che è pronto a sacrificare la vita dei sudditi pur di mantenere la propria posizione. La regalità del nuovo re, rappresentato dal bambino, non sarà la regalità dello scettro, del dominio, ma sarà di dare una vita continua, abbondante a tutti.   

Sarà la difficoltà di accettare un simile Messia, perché finché si parla di Erode pronto ad applicare il potere in maniera ferrea, tutti conserviamo la speranza che quando toccherà a me, potrò fare anch’io come Erode per conservare il potere di farmi obbedire e di farmi rispettare da tutti.  

Accettare la strategia di Dio, che poi Giuseppe porta avanti attuando le indicazioni dell’angelo, significa accogliere sempre vita e dare vita agli altri; questo rende la persona veramente regale, re come è rappresentato dal bambino. Non la potenza, ma una debolezza come amore che si offre totalmente agli altri.  

16 “Quando Erode si accorse che i Maghi si erano presi beffa di lui, si infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio, dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Maghi”. La reazione del potere è una crudeltà senza limiti pronta a sacrificare qualunque vita umana, pur di conservare la propria posizione. Dice l’evangelista che la rabbia di Erode è l’essere stato beffato, preso in giro ed è il verbo che troveremo nel racconto della passione, quando i soldati prendono in giro Gesù o si beffano di lui. Mentre la reazione di Gesù, in quel tragico momento sarà di non rispondere con la violenza, mantenendo un atteggiamento di perdono e di apertura, la reazione del potere, quando si sente preso in giro e i suoi ordini non sono eseguiti, è di una violenza estrema. Questo è l’insegnamento che la comunità deve apprendere per non cadere nelle dinamiche perverse.  

Attraverso questi quadri, abbiamo due forme per intendere i nostri rapporti: quelli che uccidono la vita, quelli che aumentano la vita. Dalla parte del potere non si troverà mai un aumento di vita, ma una vita che regredisce. Dalla parte di Dio si avrà una vita sempre abbondante; di questo saranno pochi ad accorgersene.  

Il quadro finisce con un richiamo al profeta, una volta che Erode ha dato l’ordine di far fuori tutti i bambini della sua regione e di Betlemme:

17 “Allora si adempì quello che era stato detto per mezzo del profeta Geremia: 18 Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più”. 

È l’unica volta che si parla in maniera specifica del profeta, citandolo con il suo nome. Le altre volte si parlava di profeti, ma poi noi indagando, come nel primo quadro, era Osea. In questa scena l’evangelista ci tiene a ricordarci che è Geremia, perché è il profeta che ha denunciato più di tutti, la prepotenza e l’incapacità dei dirigenti giudei. Ha sempre denunciato la prepotenza dei potenti che ha portato sciagura, sventura nel popolo di Israele. Nel vangelo di Matteo, Geremia verrà di nuovo citato quando Giuda decide di togliersi la vita, dopo il tradimento, per cui Geremia in Matteo, si presenta in maniera drammatica, come il profeta che ricorda il versamento di sangue, non perché Dio lo ha stabilito, ma perché il potere vuole che questo sangue venga versato per salvaguardare la propria posizione. Citando sempre il profeta Geremia, è un sangue versato dalle autorità religiose.  

Nel brano di Geremia, al capitolo 31, si parla di Rachele moglie di Giacobbe, che piange l’esilio futuro dei figli di Israele. Nel pianto di Rachele si sta già annunciando la grande sventura del popolo, essere massacrato da una popolazione straniera e poi portato in esilio. Qui si attua la profezia, perché c’è la devastazione compiuta dall’autorità politica nei confronti dei bambini, ma non solo, qui si piange la realtà futura di Gerusalemme che rifiutando il Messia, andrà incontro alla grande sventura. Si ricorda perciò la distruzione di Gerusalemme, che sarà rasa al suolo dalle truppe romane. Il pianto di Rachele è accentuato, da Matteo, per far capire che l’incapacità di accogliere il Messia comporterà altre sciagure al popolo d’Israele, succube dell’autorità. Il testo di Geremia presenta nella storia anche un aspetto positivo, a Rachele è dato l’invito di gioire perché i figli ritorneranno dall’esilio. Matteo qui non lo cita, lascia il tono drammatico di una realtà che è distrutta dalla propria incapacità di accogliere la vita che le viene comunicata.  

Noi sappiamo che l’invito alla speranza verrà ripreso nell’ultimo quadro (scena) quando Giuseppe, rientrando di nuovo nella sua terra, a Nazaret, darà la possibilità di recuperare ed attuare la liberazione che Dio aveva promesso in passato. Finiamo con il terzo quadro che ripete un po’ il primo .  

19 “Morto Erode, di nuovo un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto, si ripete la stessa formula: 20 “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e và nel paese d’Israele, perché sono morti coloro che cercavano la vita del bambino”. 21 Egli alzatosi prese con sé il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. 22 Avendo però saputo che erare della Giudea Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarci. Avvertito poi in sogno, si ritirò nelle regione della Galilea 23 e appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: “Sarà chiamato nazoreo (nazareno)”.  

Anche il terzo quadro finisce con accenno alle scritture e un loro adempimento.  Giuseppe va a Nazaret con la sua famiglia perché si adempisse la parola che il Messia sarebbe stato chiamato Nazareno. Finito il pericolo del potere e la sciagura che ha realizzato verso i propri sudditi, avviene la vera liberazione perché una volta morto Erode dice che Giuseppe riceve la manifestazione di Dio, attraverso l’immagine dell’angelo: va’ che sono morti quelli che insidiavano la vita del bambino. Parla al plurale (quelli che), mentre è morto soltanto Erode: qui si rappresentano tutti quelli che nella storia del popolo d’Israele hanno attentato alla vita dei liberatori, che Dio stesso aveva inviato per la salvezza del suo popolo. Dio nel passato ha cercato tante altre volte di liberare il suo popolo, ma i liberatori sono stati sempre fatti fuori o in qualunque modo sono stati impediti.  

Del terzo quadro a noi interessa quando dice che Giuseppe segue  l’indicazione dell’angelo, ed entrò, non ritornò. È importante il verbo usato dall’evangelista, perché è normale che se uno va da una parte, poi ritorna da dove è uscito. L’evangelista non usa ritornare, ma entrare nella terra; era questa l’immagine classica per parlare della liberazione, che il popolo aveva avuto dall’Egitto per entrare in una terra di libertà. Questo fu in parte un fallimento, ora si avvera in pienezza con Giuseppe e con il figlio di Maria, Gesù che entrando in quella terra di Israele, finalmente attua la piena liberazione.  

Dice poi che Giuseppe, sentendo che c’era il figlio di Erode che governava la Giudea, avendo paura di lui – Archelao seguendo le indicazioni del padre fu ancora più crudele e despota e massacrò all’inizio del suo regno tanti sudditi. Per evitare possibili pericoli, preferisce andare nella regione della Galilea. È la prima volta che nel vangelo si parla della Galilea, la regione dove avrà spazio l’attività di Gesù, ed era la regione a contatto con il mondo pagano. Si parla di una città, Nazaret, in cui vivranno perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: “sarà chiamato Nazareno”.   

Secondo Matteo, essi vanno ad abitare a Nazaret perché si doveva adempiere una parola detta dalle scritture. L’espressione sarà chiamato Nazareno, non esiste in nessuna parte dell’Antico Testamento, è una composizione teologica fatta da Matteo per far capire che proprio a Nazaret, in una città dove non si parla mai dell’Antico Testamento, una città completamente sconosciuta e in una regione infestata da pagani, da rivoluzionari, proprio lì si manifesterà pienamente il Messia. In quella regione che nessuno mai avrebbe considerato come luogo in cui il Messia avrebbe manifestato la sua azione, tutto il suo insegnamento, proprio quello sarà il luogo eletto, dove portare avanti l’insegnamento del Messia.  

Matteo cita quasi inventandosi le scritture, perché non c’è nessun brano di profeta in cui si dica sarà chiamato Nazareno. L’unica indicazione che possiamo trovare è in Isaia 11,1 c’è una profezia che dice: “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore,” era una profezia che riguardava il Messia che doveva ricevere l’investitura da Dio per liberare il suo popolo.  

In questa profezia troviamo la parola virgulto, in ebraico presenta le consonanti n,z,r, e si potrebbe dire nezer, nazer da qui si può ricomporre l’accenno di Matteo al Messia, che sarà chiamato nazareno. Il Messia sarà il virgulto che germoglierà dalle radici del tronco di Iesse. Il virgulto ermogliando, manifesterà la sua azione non a Gerusalemme, non nella città santa, non nelle corti ufficiali, ma in un luogo completamente sconosciuto dalla tradizione, come era Nazaret, in una regione a contatto con l’impurità dei pagani e che sarà famosa per i suoi sollevamenti politici contro il potere romano.  

Per quale motivo si parla sempre di compimento della parola del Signore, che abbiamo visto tre volte, nella seconda parte del capitolo secondo? Alcuni dicono che il compimento della parola vuol dire che tutto era stato prestabilito; c’era una specie di predestinazione e non poteva non essere così. Questa interpretazione significa che tutti siamo un po’ in balia della predestinazione, che Dio in passato aveva deciso, ma non può essere accettato perché siamo persone libere che accolgono in piena libertà le proposte di Dio.   

Altri dicono che il compiersi delle scritture è un modo di dire che già nell’Antico Testamento avevamo le prove di tutto l’insegnamento del Nuovo Testamento. Questo non è vero. Se noi andiamo a prendere l’ultima profezia sarà chiamato nazareno, non c’è in nessuna parte dell’Antico Testamento questa profezia.  

Il compiersi della parola di Dio, quello che il Signore aveva detto e che i profeti avevano detto non è altro che la logica conclusione di un processo che andando avanti, arriva al suo compimento. Tutte le attese, tutte le speranze del popolo che in passato erano state annunciate o manifestate, si compiranno, non verranno deluse.   Matteo da buon conoscitore delle scritture, si mostra molto libero nel rielaborarle, nell’inventarle pur di far capire alla sua comunità che tutto quello che era stato annunciato in passato, come promessa di vita, ora si è finalmente compiuta.


Trascrizioni delle conferenze di fra Alberto Maggi e fra Ricardo Pérez Márquez , tenute a Montefano tra il 1997 e il 2004, non riviste dagli stessi.  Altre conferenze e informazioni si trovano nel sito del centro : www.studibiblici.it

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