2 - Il Vangelo secondo Matteo spiegato a Montefano  -  Capitolo primo


 
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"L'evangelista non vuole trasmetterci un trattato di ginecologia, ma un trattato di teologia. Cito una fonte insospettabile come Ratzinger, che dice: La dottrina della divinità di Gesù non sarebbe intaccata, qualora fosse stato il frutto di un normale matrimonio umano. Noi dobbiamo fermarci, perché entriamo nel campo delle ipotesi e con la nostra mentalità vogliamo sapere quando e dove; Matteo non vuole trasmetterci questo, ma in Gesù si realizza la creazione dell’uomo."

 

1) “Libro della genesi, o delle origini, di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo”.

L’espressione con la quale l’evangelista inizia la sua opera e dà il titolo a tutto il vangelo è libro delle origini. Gli dà questo inizio perché così si apre la Bibbia nel libro del Genesi, il libro delle origini, dove si descrive la creazione dell’umanità. (…)

 

L’evangelista ci dà una chiave di interpretazione di tutto il testo: se ho messo questa parola che appartiene al primo libro della Bibbia, il libro della creazione, è perché in questo testo voglio farti vedere la nuova, vera e definitiva creazione, che non ha compimento come la prima in Adamo, ma in Gesù. Questa è la prima indicazione. Gesù è l’inizio della nuova, definitiva creazione.

 

Viene presentato di Gesù, Cristo.  Il termine Cristo è un termine greco, è la traduzione di un termine ebraico che conosciamo: Messia, che a sua volta significa Unto. Matteo presenta Gesù come l’Unto del Signore. Cosa significa Cristo o Messia? A quell’epoca quando il re veniva innalzato alla dignità regale, veniva unto con l’olio, per cui Unto significa il re d’Israele e in particolare colui che viene atteso. L’evangelista non dice che Gesù è il Messia, se avesse detto il Messia avrebbe detto colui che la tradizione attende.

 

Quando nel testo non c’è l’articolo determinativo significa un Messia completamente diverso da come voi ve lo immaginate. La lettura di questo vangelo ci deve far comprendere che razza di Messia è Gesù, o che razza di Cristo è; completamente diverso da quello che la tradizione si aspettava.

 

Gesù Cristo viene presentato come figlio di Davide, figlio di Abramo. Anche qui l’assenza dell’articolo non denota il figlio come colui che assomiglia al padre, ma semplicemente discendente. Anche Giuseppe, lo vedremo fra poco, viene chiamato figlio di Davide. Collegando Gesù ad Abramo e a Davide, l’evangelista vuol far comprendere che in Gesù si realizzano tutte le promesse che sono iniziate con il capostipite del popolo, Abramo e che ha raggiunto il culmine del suo fulgore con il re Davide. Dopo è iniziata la decadenza.

 

In Gesù quindi, si realizza il progetto che Dio aveva sull’umanità. Incomincia la lista :  2) “Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, 3) Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram,”. Appare per la prima volta il verbo generare, scritto con generò e il termine è ripetuto dall’evangelista esattamente 40 volte; tra poco vedremo come i numeri hanno nella Bibbia sempre un significato teologico, mai matematico. Il numero 40 indica una generazione, la completezza delle generazioni. Sia chiaro che l’intento dell’evangelista non è anagrafico, ma teologico; non è una lista che l’evangelista è andato a cercare all’ufficio anagrafe o nelle liste dell’epoca. È una lista costruita liberamente, Luca riporta nel suo vangelo la stessa lista e gli evangelisti non si mettono d’accordo neanche per i personaggi che potevano controllare, come il nonno di Gesù. Il padre di Giuseppe viene chiamato nel vangelo di Matteo, Giacobbe; nel vangelo di Luca il padre di Giuseppe si chiama Eli.

 

Gli evangelisti non ci vogliono presentare un resoconto storico, anagrafico, ma una indicazione teologica che sia valida per tutti i tempi. (…)

 

Almeno conosciamo i primi tre o quattro nomi: Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuda meno. Mettiamoci noi nei panni di un pio ebreo dell’epoca che legge questa genealogia, gli si rizzano i capelli e scappa inorridito perché l’evangelista ci piazza una donna. Le donne non contano, né vengono mai nominate nelle genealogie. Nelle liste le donne vengono sempre messe tra l’asino e la mucca, perché quello era il loro valore o prezzo.

 

Matteo ne prende cinque, l’ultima è Maria; le altre quattro sono il peggio di tutta la Bibbia. È importante approfondire questi nomi se l’evangelista li ha messi, è una indicazione.

 

La prima di queste donne si chiama Tamar, è un nome ebraico e significa palma. È una donna pagana, è una cananea che Giuda, il figlio di Giacobbe, comprò, prese come moglie per il proprio figliolo Er, ma costui – si legge nella Bibbia – si rese odioso a Jahve e Jahve lo fece morire. A quei tempi il Padreterno andava per le spicce. Er si era reso odioso e fu eliminato. Allora c’era la legge del levirato; il termine levirato deriva da levir che in latino significa cognato. Quando ad una donna moriva il marito senza averle lasciato un figlio, il cognato aveva l’obbligo di metterla incinta. Il bambino nato avrebbe portato il nome dell’uomo defunto, questo per assicurare la posterità.

 

Giuda chiama il suo secondogenito Onan (vedremo che è un nome importante) e gli dice: vai a mettere incinta tua cognata (Gen 38,9).:“Ma Onan sapeva che la prole non sarebbe stata considerata come sua,” sapeva che il figlio non sarebbe stato il suo erede “e ogni volta che si univa alla moglie del fratello, disperdeva per terra, per non dare una posterità al fratello”. Il Padreterno lo vede, “Ciò che egli faceva non fu gradito a Jahve, il quale fece morire anche lui”. Al che anche Giuda incomincia a preoccuparsi, gli rimane un figlio Sela, e se mi uccide pure lui?

 

La più sfigata nella Bibbia fu Sara, che nella prima notte di nozze ammazza sette mariti. Giuda preoccupato per l’ultimogenito rimanda via Tamar. Abbiamo visto più volte che la Bibbia e i vangeli devono essere calati nella cultura dell’epoca; quando ci si allontana avvengono dei disastri. Non so se questo nome Onan vi dice qualcosa, ma da Onan deriva onanismo, un termine con il quale i censori molto rigorosi e devoti indicavano sia il rapporto interrotto, con la propria moglie, sia la masturbazione e erano considerati peccato mortale. Avete visto che il Padreterno ha ucciso Onan, non ucciderà anche voi quando fate una di queste azioni, ma quando morite siete all’inferno per tutti i tempi! Era la non comprensione di questo testo.

 

Non si tratta di una questione morale, sessuale, ma si tratta di una trasgressione dell’istituzione giuridica del levirato, di assegnare una prole pure al fratello defunto. La trasgressione per la quale viene punito Onan non riguarda la sessualità, ma riguarda il patrimonio e per questo Dio lo punisce. Quando ci si è allontanati e non si comprendeva più questo, certe espressioni come la masturbazione o il rapporto matrimoniale interrotto, vennero considerati peccato mortale.

 

Da queste piccole indicazioni, che non ci dicono niente, troviamo degli insegnamenti per la nostra esistenza. Tamar cosa ha fatto? Tamar, poveretta è stata cacciata via e una donna cacciata dal clan familiare ha solo una via da seguire e lei senza esitazione l’ha presa e si è messa a fare la prostituta.

 

Nel frattempo al suocero Giuda muore la moglie, è un dolore tremendo e per consolarsi va a prostitute; Tamar quando vede il suocero che cercava una con cui accoppiarsi, si è un po’ mascherata e va a letto con lui. Il suocero ha fatto finta di non conoscerla, non so com’è, e la donna si trova incinta del suocero. Tutto il clan familiare va da Giuda e dice: “Ecco tua nuora è incinta e va lapidata”. La furba Palma (Tamar) quando Giuda era andato lì aveva chiesto il prezzo, lei rispose che per lui era gratis, ma chiese un portafortuna, l’amuleto della tribù e Giuda glielo consegnò, se la cavò a buon mercato.

 

Tamar viene condotta per essere bruciata nel fuoco e al momento del giudizio dice: ma il padre di questo bambino è colui del quale è questo oggetto. Giuda dice: è mio, e l’ha riconosciuta.

Questa è la prima delle donne che compare nel Nuovo Testamento. Si era messa a fare la prostituta, ma siamo nella Bibbia e c’è un tocco di classe, era una prostituta sacra. Tamar partorisce a Giuda due gemelli, tra gli antenati di Gesù vediamo tali storie e uno si può chiedere: ma, Matteo qualche santa donna in Israele c’era, non la potevi mettere al posto di queste pagine che fanno arrossire? Ripeto, la genealogia è creata, costruita ad arte.

 

4) “Aram generò Aminadab, Aminadab generò Naasson, Naasson generò Salmon, 5) Salmon generò Booz da Racab”, se Tamar faceva la prostituta sacra occasionalmente, Racab era una vera prostituta, perché era la tenutaria di un bordello nelle mura di Gerico. Quando arrivarono le spie mandate da Giosuè, le ospitò a casa sua e conosciuto quello che le spie erano venute a fare, (vedere la situazione di Gerico per assediarla) lei disse: se voi risparmiate la vita a me e alla mia famiglia, io vi aiuto. Il suo bordello era sulle mura, lei li avrebbe fatti entrare dalla finestra per massacrare tutti gli altri. Questa è Racab, la seconda donna, e possiamo dire che Matteo le ha scelte nel mazzo!

 

Qui c’è una incongruenza dal punto di vista storico, perché dice: Salmon generò Booz da Racab, ma Racab è vissuta due secoli prima del figlio. È vero che Dio può fare i miracoli, ma una gravidanza lunga due secoli, lascia perplessi. Dico questo per far comprendere che all’evangelista non interessa una linea storica, ma una linea teologica .

 

Booz generò Obed da Rut”, abbiamo visto Tamar, la cananea, Racab di Gerico, ora c’è un’altra pagana, Rut. Rut è una moabita, il popolo per eccellenza nemico di Israele e anche lei ha una situazione irregolare. Rimasta vedova non sa come campare, a Betlemme c’è un ricco possidente un po’ rintronato per l’età e si chiamava Booz. Lei una sera si infila nel suo letto, la mattina dopo Booz era stupito e la sposa. Il figlio che nascerà sarà Iesse, il padre del re Davide.

 

Obed generò Iesse, 6) Iesse generò Davide (il re), Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Uria,” – è l’ultima della serie delle quattro donne, e l’evangelista ha un attimo di pudore e neanche la nomina. Si vede che secondo la sua morale, la quarta l’ha fatta più grossa delle tre precedenti.

 

Sappiamo che la moglie di Uria era Betsabea, anche lei pagana. Visto che il marito Uria era un semplice ufficiale, cerca di sedurre Davide e come dice la Bibbia: al tempo in cui i re sogliono andare in guerra, lui invece pensava a fare l’amore. Betsabea si fa mettere incinta e il povero Uria viene ammazzato, con la complicità della moglie e del marito. Adultera e complice di un assassinio, per questo Matteo non la nomina.

 

“7) Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abia,” dopo il regno di Salomone ci fu lo scisma, la divisione del regno; dieci tribù andarono al nord, due sole tribù rimasero al sud e con il figlio di Salomone, Roboamo, inizia la parabola discendente della storia di Israele. Al versetto 8, per raggiungere il numero di 14 generazioni, Matteo ne elimina alcune “8) Asaf generò Giosafat, Giosafat generò Ioram, Ioram generò Ozia”. Dal punto di vista storico tra Ioram ed Ozia ci sono almeno tre re, Acazia, Ioas e Amazia. Sono nomi che non ci dicono niente, ma ad un lettore dell’epoca, abituato alla cultura, erano cose che risaltavano. Noi non ci accorgiamo del salto, ma se sentissimo una storia in cui … generò Garibaldi e Garibaldi generò Berlusconi! A noi quei nomi non dicono niente, ma l’evangelista li mette appositamente.

 

"9) Ozia generò Ioatam, Ioatam generò Acaz, Acaz generò Ezechia, 10 Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, 11 Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli" – ma Ieconia è il figlio del figlio di Giosia, è il nipote e non ebbe alcun fratello, ma questo non interessa all’evangelista, deve arrivare a completare il numero 14. Se per formare il numero 14, deve trasformare la storia lo fa liberamente, perché sa che i suoi lettori non stanno a verificare il dato storico, ma vogliono vedere il significato. – fino al tempo della deportazione in Babilonia”. La deportazione in Babilonia avvenne nell’anno 605.  

 

“12) Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatiel, Salatiel generò Zorobabele, 13) Zorobabele generò Abiud, Abiud generò Eliacim, Eliacim generò Azor, 14) Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliud, 15) Eliud generò Eleazar, Eleazar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe,” il nonno di Gesù. Nel vangelo di Luca, ripeto, il nonno di Gesù si chiama Eli. “16) Giacobbe generò Giuseppe, il marito di Maria, dalla quale fu generato Gesù, detto il Cristo”. Il ritmo pesante, monotono che ci ha accompagnato fino ad ora, si interrompe.

 

Il versetto 15 dice Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe e dovrebbe essere, Giuseppe generò Gesù, ma la linea qui si interrompe brutalmente. Anziché Giuseppe generò Gesù, la lista che è iniziata con Abramo generò Isacco, si chiude con Giacobbe che genera Giuseppe. La linea che è cominciata con Abramo il capostipite del popolo e che era proseguita con Davide, il grande re e prosegue con Giacobbe, padre di Giuseppe termina con lui, Giuseppe. Attraverso questa interruzione l’evangelista vuole escludere radicalmente Giuseppe dalla nascita di Gesù. Sia detto chiaramente, i testi che ora vengono non vogliono essere un trattato di ginecologia o di biologia, ma sono un trattato teologico. L’evangelista vuol trasmetterci una verità di fede, di teologia e non una lezione di ginecologia.

 

Allora, Giacobbe generò Giuseppe il marito di Maria, - È interessante vedere che il termine greco è proprio marito. A volte, a certi traduttori sembra troppo marito e mettono sposo, che è un po’ più casto, ma il termine sposo in greco è un altro. – dalla quale fu generato Gesù, detto il Cristo. Altre volte abbiamo visto che nel mondo ebraico non esiste il termine genitori. Esistono un uomo e una donna con compiti e funzioni radicalmente differenti: il padre è colui che genera, la madre è colei che partorisce. A quell’epoca la donna era considerata una specie di incubatrice, dove il maschio deponeva il suo sperma, il suo seme e la donna si limitava a partorirlo e non ci metteva niente di suo. Qui invece l’evangelista dice: da Maria fu generato Gesù, Cristo.

 

La tradizione che parte da Abramo e passa per Davide si ferma a Giuseppe e non viene trasmessa a Gesù. L’uomo, nel generare il figlio gli dava non solo la vita, ma la tradizione, la spiritualità, la cultura, praticamente lo teneva in vita. L’evangelista vuol dire che tutta la storia da Abramo, Giacobbe, Giuseppe si interrompe. La cultura di Gesù, la tradizione di Gesù, la spiritualità di Gesù non vengono dalla sua storia, ma da qualcun altro.

 

Gesù che è stato presentato figlio di Abramo, non è figlio di Abramo. Gesù che è stato presentato soprattutto come figlio di Davide, non è neanche figlio di Davide.

 

Quando arriveremo al capitolo 22 ci sarà la polemica, l’anticipiamo, tra Gesù e i sommi sacerdoti. Gesù dice: Di chi è il figlio il Messia? Gli risposero: di Davide. Gesù risponde: ma se è figlio di Davide, come mai Davide lo chiama Signore? Quindi non può essere suo figlio.

 

Adesso apriamo la lezione di matematica. 17) “In tal modo, la somma di tutte le generazioni, da Abramo a Davide è di quattordici; da Davide fino alla deportazione in Babilonia è di quattordici; dalla deportazione in Babilonia a Gesù è di quattordici”. Uno si chiede: Matteo sarà stato bravo come teologo, come evangelista, ma sapeva contare si o no? Perché se si guarda il numero di 14 generazioni, lo si trova solo in una parte, nelle altre è 13 o 12 generazioni, vuol dire che non interessa: non guardate i singoli nomi, non è quello che vi voglio trasmettere!  Quello che io vi voglio dare è il numero 14, perché questo numero?

 

Nel mondo ebraico i numeri avevano una grande importanza simbolica (…)

E 14 è 7+7 e il numero 7 nel mondo ebraico è la perfezione, ecco 14 o un multiplo di 7, ma non solo, ci sono 14 generazioni per 3 cicli e fa 42 e all’evangelista interessa il numero 42 che è 7x6. Mentre il numero 7 indica la perfezione, il numero 6 significa l’imperfezione. (…)

 

All’evangelista interessa raggiungere il numero 14, la pienezza delle generazioni, però lascia aperta l’ultima 7x6, perché non per 7? Perché la perfezione della creazione inizia con Gesù, in quel momento nasce Gesù. Ecco perché l’evangelista ha messo 7x6, l’incompletezza; solo con la prossima generazione incomincerà la settima volta cioè la completezza. In ebraico i numeri vengono scritti con le lettere e le lettere hanno un valore numerico. Il numero 14 non solo ha questo significato, ma corrisponde al nome di Davide.

 

Nella lingua ebraica le vocali non esistono, non vengono scritte, ci sono soltanto le consonanti. La lettera D vale 4, la lettera V vale 6, la lettera D vale 4, il totale è 14, il numero che riproduce Davide. Il mese lunare in ebraico è composto da 28 giorni e l’evangelista - questo lo troviamo in un commento ebraico dell’epoca, al quale senz’altro Matteo si è ispirato – vuole indicare che con Abramo, capostipite del popolo è iniziata la fase crescente del ciclo lunare. Questo ha raggiunto la sua pienezza in Davide (Davide è in luna piena); con Davide è iniziato il declino che ha portato alla deportazione (l’eclissi), dopo ricomincia la fase crescente, che vede Gesù al livello di Davide. Questo è un testo in ebraico che spiega il significato del numero 14 e dei suoi multipli.

 

Andiamo avanti con qualcosa di meno astruso. 18) “Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria essendo sposata a Giuseppe prima che andassero insieme si trovò in grembo (incinta) di Spirito santo.” Diciamo subito che quello che interessa l’evangelista è presentare Gesù quale effetto della nuova creazione di Dio; come all’inizio della creazione c’era lo Spirito di Dio, scrive il libro del Genesi, che aleggiava sulla creazione, così Gesù è opera dello Spirito di Dio. Per comprendere il brano e quello che segue, purtroppo abbiamo una difficoltà nelle nostre lingue perché non abbiamo un termine che possa rendere il significato della parola ebraica che indica le fasi del matrimonio.

 

In Israele il matrimonio avviene in due tappe, possiamo chiamare la prima tappa sposalizio e la seconda tappa le nozze. Lo sposalizio: quando la ragazza ha dodici anni più un giorno e il ragazzo diciotto ventidue anni, i genitori dello sposo portano il ragazzo a conoscere per la prima volta, la ragazza che gli hanno scelto per moglie. Non esisteva il matrimonio d’amore e di libera scelta (era molto raro), ma erano le famiglie che stabilivano i patti matrimoniali. In questa fase si contrattava sulla dote, sia quello che doveva portare la donna, sia quello che doveva pagare l’uomo e al termine della contrattazione che durava circa due o tre giorni, l’uomo prendeva lo scialle, che gli ebrei usano per la preghiera, lo metteva sopra la testa della donna e diceva: tu sei mia moglie. La donna diceva: tu sei mio marito. Poi ognuno tornava a casa sua. La prima fase è lo sposalizio ed è la fase contrattuale.

 

Ognuno va a casa propria, perché la donna serve unicamente per partorire figli, non c’è senso d’amore, di sentimento, di unione. Il termine ebraico nella Bibbia per indicare la donna è molto brutale, la donna viene chiamata utero; nei testi rabbinici viene chiamata recipiente. Quando devono chiedere: hai fatto l’amore con tua moglie, l’espressione ebraica è: hai usato il recipiente? La donna serve unicamente per fare figli. Poiché ha dodici anni non è ancora in grado, si attende un anno. Poi con le nozze comincerà a fare figli come i conigli.

 

Un anno dopo ci sono le nozze. Nelle nozze è importante l’unione tra lo sposo e la sposa – stamani a qualcuno potrà sembrare l’incontro un po’ scabroso, ma la Bibbia è così – e la sposa accompagnata dalle amiche esce dalla sua casa, va nella casa dello sposo dove inizia il festeggiamento. Lo sposo prende la sposa, la porta nel baldacchino lì preparato e per la prima volta si unisce con lei; l’importante è dimostrare la verginità della ragazza per cui giacciono su un particolare fazzoletto abbastanza grande di lino, che poi con le prove del sangue viene mostrato agli invitati che dicono: la ragazza è vergine.

 

Il Talmud rimprovera le madri che mettono in tasca delle figlie, la prima notte di nozze, il cuore di un pollo; è una cosa che non va fatta. In questo intervallo fra lo sposalizio e le nozze, Maria si trova ad essere incinta, letteralmente avere qualcosa in grembo, non da Giuseppe, ma dallo Spirito santo ed è la prima volta che troviamo questo termine.

 

Il termine Spirito, in ebraico significa fiato ed indica la forza dell’individuo, in questo caso di Dio: santo significa che l’azione di questa forza è di separare da tutto quello che è negativo. L’evangelista vuol dire: quello che nasce in Maria, che prende vita, è azione della forza creatrice di Dio, non è un trattato di ginecologia, non è un trattato di biologia, non è questo che vuol darci l’evangelista. L’evangelista vuol presentare Gesù come il modello della creazione, come Dio l’aveva pensata. Come nella creazione ha agito lo

Spirito santo, così sarà lo Spirito che farà nascere in Maria quello che lei avrà in grembo. Questo causa dei problemi a Giuseppe.

 

Prende ora l’aspetto drammatico e per comprenderlo dobbiamo leggere una pagina dell’Antico Testamento, che regola il matrimonio. Abbiamo visto che ci sono due fasi: lo sposalizio e le nozze, nel caso in cui in questo intervallo venisse trovata la sposa adultera, c’era la lapidazione. Naturalmente la Bibbia è parola di Dio, ma è una parola scritta dai maschi per cui in questi matrimoni senza amore, era abbastanza frequente l’adulterio, anche se abbastanza difficile.

 

Il concetto di adulterio, nell’Antico Testamento che è stato scritto dai maschi è questo: per la donna è adulterio qualunque relazione con un uomo; per l’uomo è adulterio soltanto la relazione con una donna ebrea e già sposata, - per questo le sposavano abbastanza presto – ma se uno andava con una pagana, o con una ebrea non sposata (ma non era facile perché le sposavano presto!), non era adulterio. (…)

 

Torniamo a noi, al versetto  19) “Giuseppe suo marito, era un giusto, ma non voleva esporla al pubblico disprezzo, e decise di ripudiarla di nascosto.” Giuseppe viene indicato come giusto, dobbiamo sempre calare i termini nella cultura dell’epoca e il termine giusto nella Bibbia è il fedele osservante delle leggi. Giuseppe è caratterizzato come il fedele osservante non solo delle leggi, ma di tutte le prescrizioni; lo trovate nel libro di Luca a proposito di Elisabetta e Zaccaria. Luca dice: “Erano giusti davanti da Dio, perché osservavano tutte le leggi e le prescrizioni”. Giuseppe è un fedelissimo osservante della legge e la legge parla chiaro: se tua moglie è adultera (lei è rimasta incinta, ma non di Giuseppe) va condannata e lapidata.

 

In questo dramma si apre, per la prima volta nel vangelo e poi ne sarà il tema conduttore, uno spiraglio. Il dramma di Giuseppe è osservare la legge e condannare a morte, e secondo il Talmud, deve essere il primo a gettare la pietra contro la propria moglie. In un testo apocrifo contemporaneo ai vangeli, nel protovangelo di Giacomo, c’è la descrizione del dramma di Giuseppe. “Giuseppe pensava: “Se nasconderò il suo errore, mi troverò a combattere con la legge del Signore.” Giuseppe non sa cosa fare, perché è un giusto e la legge gli impone la condanna, la denuncia e la lapidazione di questa donna adultera. Giuseppe non vuole e il fronte compatto della legge, per la prima volta in questo vangelo si incrina di fronte ad un sentimento di amore o di misericordia. Giuseppe suo marito, era un giusto, ma non voleva esporla al pubblico disprezzo, cioè all’infamia, alla vergogna e poi alla morte, e decise di ripudiarla di nascosto.

 

Ci torneremo più avanti, quando Gesù prenderà posizione sull’istituto del ripudio; il libro del Deuteronomio al capitolo 24,1 affermava così: “Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perché ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio, glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa”. Questa è la legge di Dio. Quando un uomo trova un qualcosa che non va nella moglie, e adesso vedremo che cos’è, non c’è bisogno di andare ai tribunali o dagli avvocati, si prende un foglio e si scrive: tu da oggi non sei più mia moglie: glielo si mette in mano e la si manda via.

 

Ecco perché nel momento del matrimonio, veniva data alle donne una forte dote, che l’uomo perdeva in caso di ripudio e pur di tenersi la dote, si teneva pure la moglie. La legislazione non è chiara, perché dice: se avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso. Cosa significa? All’epoca di Gesù c’erano due famosi rabbini, Shammaj e Hillel. Uno era rigoroso, l’altro di manica larga.

 

Secondo Shammaj questo qualcosa di vergognoso che permetteva il ripudio era soltanto l’adulterio, ma Shammaj non veniva seguito; invece veniva seguito Hillel. Hillel dice che qualcosa di vergognoso è qualunque atteggiamento che fa si che la moglie non sia più bella agli occhi del marito. Il Talmud scrive: come motivo, basta che lascia bruciare il pranzo. Siccome la legge dice perché non trovi grazia ai suoi occhi, il Talmud dice: anche se ne ha trovato un’altra più bella. Il ripudio era abbastanza facile.

 

Perché Matteo ci presenta questo dramma? Perché fin dall’inizio le dicerie su Gesù e sulla sua famiglia, sia nell’ambiente giudeo, sia in ambiente pagano, erano enormi. Sentiamo cosa scrive Celso, un filosofo del III secolo, di Gesù: “Di essere nato da una vergine te lo sei inventato tu, tu sei nato in un villaggio della Giudea da una donna del posto, una povera filatrice a giornata. Questa fu scacciata dal marito, di professione carpentiere, per comprovato adulterio. Ripudiata dal marito e ridotta ad un ignominioso vagabondaggio, clandestinamente ti partorì da un soldato di nome Pantera.”

 

Questa è una tra le tante dicerie. La calunnia più grossa su Gesù, si trova nel Talmud, in un testo dell’anno 70, dove Gesù viene descritto con queste parole: un bastardo di un’adultera. Le dicerie su Gesù, su questa gravidanza non attribuita a Giuseppe erano enormi.

 

Qui si presenta il dramma di Giuseppe: cosa faccio? Se osservo la legge, devo

condannarla a morte. Giuseppe non se la sente, però non se la sente di prenderla come moglie, perché pensa che sia adultera e decide di ripudiarla di nascosto. Ma era folle pensarlo in un piccolo paese come Nazaret.

 

20) “Però mentre stava pensando a queste cose, ecco, gli apparve un angelo del Signore”, l’espressione angelo del Signore nel vangelo, non significa mai un angelo come noi pensiamo, ma è sempre Dio quando entra in contatto con l’umanità. Matteo scrive per una comunità di ebrei e sta attento a non urtare la loro suscettibilità, evita di mettere in azione Dio e usa dei sotterfugi, per cui il termine angelo del Signore non è un angelo, ma è Dio stesso quando entra in contatto con l’umanità. In questo vangelo l’angelo del Signore compare tre volte: al momento dell’annuncio della nascita di Gesù, quando si tratterà di difenderlo dalle trame assassine di Erode e infine per confermare la resurrezione.

 

Quindi l’angelo del Signore è l’angelo della vita. “e gli si manifestò in sogno e gli disse: Giuseppe, figlio di Davide”, vedete che l’attribuzione figlio di Davide che è stata messa a Gesù, significa come per Giuseppe discendente, ma non assomigliante. “Non esitare a prendere Maria, tua moglie, perché quello che è generato in lei viene da Spirito santo;” ripeto fino alla noia che non è un trattato di ginecologia e non chiediamoci: come può essere? perché non è questo che l’evangelista vuol descrivere. Vuole dirci che in Gesù si manifesta la creazione come Dio l’aveva pensata, poi le modalità sono quelle che lui ci descrive.

 

21) “essa partorirà un figlio e tu gli porrai nome Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. C’è un’altra interruzione della tradizione, perché il figlio che nasce non si chiamerà come il padre o il nonno (…) qui c’è la madre e interrompe.

 

Con la rottura della tradizione che da Abramo è arrivata a Giuseppe, l’evangelista vuole dire ancora una volta che la tradizione non continua assolutamente in Gesù.(…)

 

Qui l’evangelista dice: gli metterai nome Gesù, perché salverà il popolo dai suoi peccati. Se si chiamava Pippo lo salvava ugualmente, noi non vediamo in italiano alcuna relazione tra Gesù e salvare il popolo dai peccati. In ebraico il nome Gesù che è lo stesso di Giosuè, si dice Jehoshû‘a, è simile al verbo salvare, - che al posto della e ha una o - si dice johshû‘a e il gioco di parole in ebraico rende: si chiamerà Jehoshû‘a, perché johshû‘a. In italiano potremmo tradurre perché sia significativo: si chiamerà Salvatore perché salverà.

 

Salverà il popolo dai peccati, e per la prima volta nel vangelo troviamo il termine peccato. In greco ci sono ben dieci maniere per indicare il peccato e ognuna con una sfumatura diversa. Il termine che qui appare significa sempre direzione sbagliata di vita, riguarda sempre il passato o di un popolo o di un individuo, questo termine non verrà mai messo nei vangeli dopo l’incontro con Gesù.

 

Il termine che significa peccato, viene sempre prima dell’incontro con Gesù e significa una direzione sbagliata di vita; dopo l’incontro con Gesù si hanno altri termini: colpa, sbaglio, mancanza. L’azione di Gesù è di salvare il popolo dai peccati, da una direzione sbagliata di vita. Il popolo aveva preso una direzione sbagliata che Gesù è venuto a raddrizzare, come sentiremo dal profeta Isaia: raddrizzate i sentieri del Messia.

 

Matteo è l’unico evangelista che nella cena del Signore, nelle parole del calice, aggiunge in perdono dei peccati, ed è l’ultima volta che nel vangelo compare il termine peccato. L’evangelista vuol dire che Gesù salverà il popolo dai peccati, donando se stesso.

 

22) “Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: 23) “Ecco, la vergine sarà incinta e partorirà un figlio al quale sarà posto nome Emanuele, che significa Dio con noi."

 

L’altra volta Riccardo diceva che l’evangelista divide la sua opera in cinque parti perché deve ricordare i cinque libri dell’Antico Testamento, ritenuti scritti da Mosè. Il numero cinque è importante nel mondo ebraico perché è un numero facilissimo, le cinque dita della mano e ritorna spesso. Questa è la prima delle cinque citazioni dell’Antico Testamento che caratterizzano i primi due capitoli dell’infanzia di Gesù. È una profezia tratta dal libro di Isaia con la quale al re Acaz, circa 700 anni prima di Cristo, annuncia la nascita di un bambino, Ezechia, che consoliderà la dinastia e salverà il popolo dai nemici. La citazione, in questo versetto è strumentale, all’evangelista interessa il nome. Questo bambino si chiamerà Emanuele - ‘imanu’el -, che significa Dio con noi. In ebraico imanu’ con noi, el Dio.

 

La citazione del profeta Isaia serve all’evangelista per indicare il filo conduttore di tutto il vangelo, ci ritorneremo più volte, perché con questa espressione il Dio con noi, si conclude il vangelo; sono le ultime parole di Gesù: io sono con voi tutti i giorni.

 

Nel vangelo di Matteo Gesù non è asceso al cielo, non é pensionato da qualche parte a riposarsi alla destra di Dio. A metà del vangelo troveremo l’affermazione di Gesù: dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono con loro.  Matteo dice: Dio non è nel tempio di Gerusalemme, Dio non è immaginato nell’alto dei cieli, Dio è con noi; è con questo bambino che ascerà tra poco. Chi vuol conoscere Dio deve conoscere questo bambino e da qui si apre il vangelo.

 

Questa arrampicata sui numeri, sui significati dei nomi, cose abbastanza complicate e difficili sono state fatte perché Matteo voleva condurci a questo: Gesù è il Dio con noi. Un Dio che vedremo diverso dal Dio immaginato, è un Dio al servizio degli uomini.

 

Secondo la religione l’uomo era stato creato per amare e servire Dio; Gesù non è d’accordo, è Dio che si mette al servizio nostro. Se Dio si mette a servizio nostro, sono finiti i sacrifici; sì, Gesù dice: Dio non vuole i sacrifici, vuole misericordia nei confronti degli altri. È un autentico terremoto, parola che è meglio non pronunciare da queste parti, ma è un autentico terremoto nella storia. Per la prima volta viene presentato un Dio con gli uomini, un Dio che non ha bisogno di essere supplicato, avvicinato, ma un Dio che è lui che prende l’iniziativa per mettersi al servizio degli uomini e consentire ad  ognuno di diventare figlio di Dio. Questa è l’azione di Gesù.

 

24) “Destatosi dal sogno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé sua moglie;” benedetto Matteo, non potevi mettere qui il punto? Ora ha messo un versetto che ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro. Se qualcuno vuole approfondire ci sono tre libri, uno è di Brown La nascita del Messia, questo è di Laurentin I vangeli dell’infanzia del Cristo e questo è di Ortensio da Spinetoli, Il vangelo del Natale, che riguardano esclusivamente questo capitolo e quello di Luca. Allora Matteo continua 25) “con la quale non ebbe rapporti sessuali, finché partorì un figlio che chiamò Gesù.” Dopo? Letteralmente dice che non conobbe; il verbo conoscere nella lingua ebraica indica avere rapporto matrimoniale. L’evangelista esclude qualunque rapporto tra Giuseppe e Maria, con la quale non ebbe rapporti (sessuali, conobbe) finché partorì un figlio che chiamò Gesù: fino che Gesù non è stato partorito, Matteo esclude categoricamente qualunque tipo di rapporto tra marito e moglie. (…)

 

Ripeto ancora una volta, l’evangelista non vuole trasmetterci un trattato di ginecologia, ma un trattato di teologia. Cito una fonte insospettabile come Ratzinger, che dice: La dottrina della divinità di Gesù non sarebbe intaccata, qualora fosse stato il frutto di un normale matrimonio umano. Noi dobbiamo fermarci, perché entriamo nel campo delle ipotesi e con la nostra mentalità vogliamo sapere quando e dove; Matteo non vuole trasmetterci questo, ma in Gesù si realizza la creazione dell’uomo.

 

Anche Riccardo la volta scorsa ha detto: l’importante nei vangeli è quello che l’evangelista vuole trasmettere e lo dobbiamo distinguere dal come.

Partorì un figlio che chiamò Gesù: chi lo chiamò Gesù? Deliberatamente l’evangelista omette il soggetto. Giuseppe, come il testo può fare ritenere, in quanto è il padre, oppure Maria?

 

Questo verbo può essere attribuito a Maria, come detto sopra, dalla quale Gesù fu generato. Fino all’ultimo l’evangelista gioca su queste ambiguità, Gesù rompe completamente la tradizione e al povero Giuseppe, secondo l’evangelista, non venne data neanche la soddisfazione di mettere il nome al figlio. Una volta nato, lo vedremo, inizia il ricevimento da parte del mondo, il benvenuto da parte del potere con l’agitazione di Gerusalemme e la strage ordinata da Erode.


Trascrizioni delle conferenze di fra Alberto Maggi e fra Ricardo Pérez Márquez , tenute a Montefano tra il 1997 e il 2004, non riviste dagli stessi.  Altre conferenze e informazioni si trovano nel sito del centro : www.studibiblici.it

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