Gli occhi aperti sul vero volto di Dio - p. Alberto Maggi OSM



 
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"In una maniera forse brutale, ma esemplificativa, potremmo dire che la buona notizia, il vangelo, consiste nel fatto che Dio non è come le religioni lo hanno presentato e imposto. E per la fedeltà a questo Dio completamente nuovo nel panorama religioso dell’epoca, Gesù non ha esitato ad affrontare ostilità, incomprensioni, persecuzione e morte. "

Il messaggio di Gesù, che gli evangelisti hanno formulato con il termine vangelo, “buona notizia”, ha lo stesso significato per gli uomini di oggi come lo aveva avuto per i contemporanei di Gesù. 

In una maniera forse brutale, ma esemplificativa, potremmo dire che la buona notizia, il vangelo, consiste nel fatto che Dio non è come le religioni lo hanno presentato e imposto. E per la fedeltà a questo Dio completamente nuovo nel panorama religioso dell’epoca, Gesù non ha esitato ad affrontare ostilità, incomprensioni, persecuzione e morte. 

Quale è il Dio che le religioni presentano, e perché lo presentano in questa maniera? Dio in mano alla casta sacerdotale diventa solo uno strumento per il proprio potere e il proprio prestigio. Per dominare gli uomini non si può presentare un Dio Amore, ma un severo legislatore che punisce severamente ogni trasgressione alla sua volontà.  

Perché il messaggio di Gesù ha trovato tanta resistenza e ostilità da parte della casta sacerdotale e dall’élite spirituale al potere? Come mai i capi religiosi pur riconoscendo che “quest’uomo compie molti segni” (Gv 11,47), decidono di eliminarlo? 

L’insegnamento e la vita di Gesù si possono formulare e riassumere in una sola parola: amore. Un amore che procede da Dio e che era inedito nel panorama religioso dell’epoca. Un amore che non si concede come un premio, ma come un regalo, un amore che non è attratto dai meriti degli uomini, ma dalle loro necessità. Un amore dal quale nessun uomo, qualunque sia la sua condizione, la sua religione, la sua situazione morale, sessuale, può sentirsi escluso, perché, per Dio, “non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo” (At 10,28).  

Da quel che emerge dai vangeli, è che il rifiuto dell’amore viene proprio dai detentori del potere, le massime cariche religiose. Non si comanda con l’amore, ma con la paura.

Per comandare c’è bisogno di leggi, non d’amore. Per sottomettere gli uomini

c’è bisogno di minacce e castighi, e non di perdono e misericordia . L’amore è utile per servire, ma per sottomettere ci vuole il terrore. Ma la legge, le minacce e i castighi non sono però sufficienti per sottomettere il popolo. Una legge fatta dagli uomini è infatti inevitabilmente una legge limitata e imperfetta, così come gli esseri umani sono limitati e imperfetti, per cui c’è bisogno di far risalire questa legge direttamente alla divinità: chi trasgredirà la legge non disobbedirà a degli uomini, ma a Dio. E il castigo non sarà una punizione umana, che per quanto severa è pur sempre limitata, ma divina, tremenda ed eterna. 

È per questo che nasce l’immagine di un Dio che : 

- Chiede obbedienza alla sua Legge

- Castiga o ricompensa meritevoli e trasgressori

- Esclude i peccatori

- chiede offerte e sacrifici

- di essere servito 

Una divinità che diminuisce l’uomo, considerato un servo nei confronti del suo Signore. Un’immagine errata di Dio può rovinare completamente la vita del credente come insegna Gesù nella parabola dei talenti (Mt 25,14-30). I tratti conosciuti del protagonista della parabola sono quelli di un signore munifico e straordinariamente generoso, che non solo regala i talenti consegnati e quelli guadagnati ai suoi servi ma addirittura li fa parte di tutto il suo capitale. Eppure l’ultimo servo, colui che ha ricevuto un talento, ha un'immagine diversa e distorta del suo padrone, lo ritiene una persona avida e crudele che miete e raccoglie dove non ha né seminato né raccolto. 

La reazione del terzo servo di seppellire per terra il talento è dovuta a quella

falsa immagine che ha del suo padrone, che non corrisponde però alla grande generosità descritta nella narrazione. L'insegnamento della parabola è che una falsa immagine di Dio può bloccare il processo di crescita della persona, che per paura di commettere errori (peccati) non rischia, e quindi non fruttifica i doni ricevuti. 

Un Dio diverso 

Dalla vita e dall’insegnamento di Gesù, il Figlio di Dio, e “Dio con noi”(Mt1,23), emerge invece il volto di un Dio che è : 

1.    A SERVIZIO DEGLI UOMINI;

2.    NON ESCLUDE NESSUNO;

3.    COMUNICA AMORE;

4.    COMUNICA PERDONO ;

5.    COMUNICA SALVEZZA, POTENZIANDO L’UOMO E FONDENDOSI CON LUI . 

Questa è la Buona Notizia, come emerge dai vangeli.

Il vangelo più antico, quello di Marco inizia con questa espressione: Principio/Inizio della buona notizia di Gesù, Messia, Figlio di Dio (Mc 1,1) ,collegando la sua opera al racconto della creazione, che inizia con le parole :“In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gen 1,1).

Marco presenta Gesù come il compimento della creazione del Signore per dare inizio a un’umanità nuova.

Nel sec I il termine “vangelo” era usato nel greco profano per significare la ricompensa data al messaggero per un buon annuncio; al plurale indicava, invece, le offerte di ringraziamento agli dèi per una buona notizia; e quindi, la buona notizia stessa (cf. 2 Sam 4,10; 18,22.25). Nel NT si usa in senso assoluto: “il vangelo” è la buona notizia per eccellenza, riguardante la salvezza portata da Gesù (solo nel sec. II il vocabolo “vangelo” verrà usato per indicare in senso letterario i quattro vangeli). 

Marco parla de «la buona notizia», come di qualcosa che i suoi lettori già conoscono, e che riguarda Gesù, presentato come «Messia» e «Figlio di Dio». Con l’espressione buona notizia di Gesù, l’evangelista presenta sia l’esistenza di Gesù quale buona notizia per tutta l’umanità, sia il suo messaggio. La vita e l’insegnamento di Gesù sono inscindibili. Gesù viene presentato come «Messia» e «Figlio di Dio», due titoli che avranno bisogno dello sviluppo di tutta l’opera per essere compresi dai lettori.  

Messia è un termine ebraico che significa “Unto” e si applicava al futuro re / liberatore che Dio doveva mandare per salvare il popolo. La sua venuta doveva comportare un cambiamento radicale nella storia d’Israele, poiché il Messia doveva inaugurare con le armi del potere il Regno d’Israele.

Marco adopera l’espressione senza articolo determinativo, quindi non lo associa a quel leader violento che tutti si aspettavano. Gesù non è il Messia atteso dalla tradizione, ma un Messia, tutto da scoprire. 

Figlio di Dio si diceva del re, dopo aver ricevuto l’investitura / l’unzione da

Dio (cf. Sal 82,6), ed era il titolo che avrebbe ricevuto il Messia. Nella cultura semitica «figlio» denota la somiglianza con il padre, modello e norma di comportamento.  

Per Gesù il modello non è Davide bensì Dio stesso (una delle chiavi di lettura del vangelo sarà l’opposizione tra «figlio di Dio» e «figlio di Davide»).  

Dopo l’introduzione all’opera, nella quale Marco, con la figura del Battista, ha narrato la preparazione dell’evento della salvezza, inizia l’attività di Gesù.

Tale passaggio è impostato sul tema della “consegna”, che cadrà poi sulla persona di Gesù. 

Dopo che fu arrestato Giovanni venne Gesù nella Galilea proclamando il vangelo di Dio. (Mc 1,14)

L’attività di Giovanni si conclude in maniera violenta, nonostante l’entusiasmo suscitato tra la folle (“tutto il paese della Giudea e tutti quelli di Gerusalemme accorrevano a lui…”, v. 5) ci sono settori contrari alla sua predicazione, per cui lo fanno tacere gettandolo in prigione. 

Marco non si ferma al fatto in sé dell’arresto, ma subito introduce un motivo di speranza: se il potere fa tacere la voce di un profeta, lo Spirito suscita una voce ancora più forte, quella di Gesù. Si porterà ugualmente avanti la proposta di un cambiamento personale (conversione / rottura con l’ingiustizia), ma indicando una finalità diversa: non più la questione del peccato, ma la buona notizia del Regno. 

Marco si rivolge ai suoi lettori parlando de “la buona notizia” che Gesù proclama, per cui si tratta di qualcosa di già conosciuto e anche atteso. La sua fonte è Dio stesso. Per la prima volta nel suo scritto l’evangelista usa l’espressione “Dio”, che ha portata universale, in quanto indica il Creatore dell’intera umanità. La buona notizia, pertanto deve essere causa di gioia per tutti i popoli e non solo per quello giudaico.  

Dio è associato fin dalle prime battute del vangelo a qualcosa di buono e di attraente. Il messaggio di Gesù non si ispira alle ideologie o dottrine esistenti, nemmeno trae la sua origine da esse, ma procede da Dio stesso. 

Diceva: il tempo opportuno è compiuto, è vicino il regno di Dio,convertitevi e credete al vangelo (Mc 1,15) 

Marco espone il tema di fondo della predicazione di Gesù, quale sintesi che si proclama ripetutamente (“diceva”). Gesù annuncia che è arrivato (nel senso di “si è compiuta la scadenza”) il tempo opportuno o giusto, ossia il tempo in cui le promesse si adempiono. Si avvicina un tempo nuovo, quello in cui Dio darà inizio alla sua signoria. È stato l’impegno assunto da Gesù con il suo battesimo a determinare tale cambiamento; con Gesù ha inizio un’umanità nuova e pertanto diventa possibile la signoria / il regno di Dio nel mondo.  

Si compie quella grande attesa del popolo d’Israele (cf. Ez 7,12; Dn 12,4; Sof 1,12) che avrebbe cambiato il corso della storia, inaugurando un’era nuova di giustizia, di pace e di prosperità, così come i profeti avevano annunciato.  

L'invito di Gesù alla conversione è imperativo. Nella lingua greca esistono due termini che indicano la conversione: epistréphô (lett. voltarsi) che indica il ritorno a Dio (“convertitevi (epistrephete) a lui con tutto il cuore e con tutta l'anima... e lui si volgerà a voi”, Tb 13,6; Ml 3,7; 2 Cr 6,24.26).  

Detto termine viene usato nell'At e mai dagli evangelisti o nel resto del NT (solo in Lc 22,32).

Gli evangelisti usano il termine metanoia (lett. cambiare mente/ atteggiamento) che indica un cambiamento di mentalità (e quindi di comportamento) nei confronti degli altri.  

La traduzione latina aveva paenitentiam agite, dove la paenitentia indicava il pentimento,il ravvedimento (vedi il sacramento della penitenza). Ma l'errata interpretazione del termine inteso come un invito alla mortificazione (assente nei vangeli) o alla sofferenza accettata o volontariamente cercata, causò gravi deviazioni nella spiritualità.  

Le prime programmatiche parole pronunciate dal Cristo non sono un invito alla conservazione, ma al cambiamento (Mt 4,17; Mc 1,15).

Gesù non viene a mantenere la situazione così com’è, ma a trasformarla. Il cambiamento deve essere il motore della vita del credente: “Dio fa sapere agli uomini che tutti, e dappertutto, si convertano” (At 17,30). 

Contrariamente all'attesa del mondo giudaico, secondo la quale il regno si sarebbe manifestato in maniera spettacolare per un intervento divino (Lc 19,11), per Gesù la venuta del regno non è dovuta a una straordinaria manifestazione di potenza da parte di Dio, ma condizionata dall'attiva partecipazione di ogni uomo e resa possibile dalla sua conversione.  

Questa richiesta di un cambiamento interiore, che verrà riproposta da Gesù

come suo primo annuncio (4,17) e più volte richiesta nel corso del vangelo (11,20;12,41; 13,15; 18,3), precede e condiziona la venuta del regno e chiede un radicale mutamento della scala dei valori che regolano il comportamento della persona dando la preminenza assoluta al bene dell'uomo.  

La conversione alla quale Gesù invita riguarda l’abbandono dei falsi valori che reggono la società per accogliere quelli positivi del Regno. 

La società è retta da tre verbi “maledetti”, avere/salire/comandare, che generano negli uomini la rivalità, l’odio e la violenza. 

Gesù propone di sostituire questi falsi valori che distruggono gli uomini con quelli che li aiutano a crescere e sono : 

Condividere al posto dell’accumulo dei beni, perché, come Gesù insegna, si possiede solo quel che si dona. Quel che si trattiene non si possiede, ma ci possiede; 

Scendere, ovvero non considerare alcuna persona inferiore o indegna del proprio amore e aiuto ; 

Servire quale gioiosa espressione concreta di questo amore. 

Quando questi comportamenti vengono accolti dagli uomini, il Regno di Dio non è più vicino ma, da speranza, diventa realtà. E la buona notizia da annuncio si trasforma in costante esperienza della comunità dei credenti i quali scoprono nel cambiamento della loro vita una felicità immediata e crescente.   

Mentre le religioni collocano la felicità nell’al di là (si nasce per soffrire … la felicità non è di questo mondo …), la buona notizia di Gesù è che è possibile essere pienamente felici in questa esistenza terrena, perché, come lui ha insegnato, “Si è più beati  nel dare che nel ricevere” (At 20,35).  

Dio è amore che si dona e si fa servizio. 

La buona notizia è che la felicità non consiste in quel che si ha, ma in quel che si dona. Non in quello che gli altri fanno nei nostri confronti, ma ciò che noi possiamo fare a loro riguardo. 

Ed è proprio questo invito alla piena felicità quello che risuona nel vangelo di Matteo con l’annuncio delle beatitudini (Mt 5,3-10). 

Beati i poveri per lo spirito, perché di questi è il regno dei cieli. (Mt 5,3)  

Nella lingua greca, l'aggettivo “beato”, usato inizialmente per sottolineare la felice condizione degli dèi, passò poi a designare lo stato degli uomini che nell'al di là, sarebbe stato simile a quello delle loro divinità.

Nella Bibbia il termine beato viene messo in relazione con tutto quel che si riteneva rendesse l'uomo felice: lunga vita, ricchezza, figli, ecc.  

Gesù non proclama beati quelli che la società ha reso poveri, ma i poveri per lo spirito, termine che indica una forza interiore dell'uomo che lo spinge a entrare volontariamente nella condizione di povertà. 

La costruzione greca dei poveri di spirito, può indicare una deficienza dell’individuo (poveri di spirito), un atteggiamento spirituale (poveri nello spirito) o una scelta esistenziale (poveri per lo spirito).  

Esclusa l’ipotesi che Gesù proclami beati i deficienti, rimane quella della povertà nello spirito, ovvero del distacco dalle proprie ricchezze pur mantenendole. La povertà di spirito diventa spirito di povertà. Ma dal contesto del discorso della montagna e del vangelo di Matteo, si vedrà che non si può essere poveri nello spirito senza essere materialmente poveri (Mt 19,21).  

Gesù non si rivolge a un singolo ma a una pluralità di individui (i poveri/di essi). La beatitudine non è un invito a un'ascetica povertà individuale, ma comunitaria per trasformare radicalmente la società e permettere così l'avvento del Regno. Gesù invita i suoi discepoli a farsi volontariamente tutti poveri perché nessuno più sia povero, come lui che “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8,9).  

Quella di Gesù non è una richiesta di spogliarsi di quel che si ha, ma di rivestire chi non ha nulla, al fine di realizzare la volontà di quel Dio che aveva chiesto che nel suo popolo nessuno fosse bisognoso (“Non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi”. Dt 15,4) e che sarà l’obiettivo della prima comunità cristiana dove “Nessuno infatti tra loro era bisognoso” (At 4,34) . 

Mentre l'invito viene rivolto a tutti gli uomini (“Beati i poveri”), il pronome è selettivo (“questi”). L'uso del presente (“di essi è il regno dei cieli”) manifesta una realtà che è già in atto e non rimanda a una promessa futura. 

A coloro che fanno la scelta libera e volontaria della povertà viene assicurato il “regno dei cieli”, da non confondere con un regno nei cieli. Matteo è l’unico evangelista a usare l’espressione “regno dei cieli”, al posto di regno di Dio, secondo la tendenza tipica degli scribi, di usare dei sostituti per evitare di pronunciare o scrivere il nome divino. In luogo del nome di Dio si adoperata l’espressione “il cielo” (1 Mac 3,60).  

Il “regno dei cieli” non proietta la promessa di Gesù in un futuro lontano (l’al di là), ma una realtà, già presente, di avere Dio come re, ovvero un Padre che si prende cura dei suoi. Questo regno diventa realtà nel momento in cui entrano nella condizione di poveri, e unicamente su costoro il Padre può esercitare la sua regalità: a chi si fa responsabile del benessere del proprio fratello, Gesù garantisce che il Padre stesso si farà carico della loro felicità (Mt 6,33; 25,34-40).

Con questa beatitudine Gesù non solo non idealizza la povertà, ma chiede ai suoi discepoli una scelta coraggiosa che consenta di eliminare le cause che la provocano.  

La decisione volontaria di entrare nella condizione di poveri, viene presentata dall'evangelista come la beatitudine principale e condizione per l'esistenza di tutte le altre. Le sette beatitudini che seguono non sono che la presentazione delle situazioni (Mt 5,4-6) e delle conseguenze (Mt 5,7-10) positive che la scelta per la povertà comporta nella società e nella comunità. 

Alla prima beatitudine è strettamente legata l’ultima, entrambe hanno il verbo al presente (è): Beati i perseguitati per la [lett. a causa di ] giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.( Mt 5,10)

La persecuzione è la conseguenza inevitabile della scelta compiuta dai poveribeati: mentre i potenti, per mantenere la propria agiatezza, sono capaci di togliere la vita all'uomo, i seguaci di Gesù, per assicurare il benessere dell'uomo, non esitano a mettere a rischio la propria esistenza: “vi mando come pecore in mezzo ai lupi...” (Mt 10,16).  

Collegando l'ultima beatitudine alla prima, l'evangelista invita i poveri per lo spirito a mantenersi fedeli alla scelta fatta, nonostante la persecuzione che l'opzione per la povertà può comportare. Al gruppo dei poveri-perseguitati, Matteo assicura che, nonostante le apparenze, i persecutori non vinceranno mai, perché tra costoro e i perseguitati, Dio si pone dalla parte di questi ultimi (10,28). A costoro Dio non promette una consolante ricompensa futura, ma fa sperimentare la sua protezione nel presente (“beati”). 

L’associazione della persecuzione all’annuncio delle beatitudini, fa comprendere che questa buona notizia di Gesù non sarà accolta facilmente, anzi sarà fonte di contrasti e opposizioni anche violente.   

L’annuncio di un’offerta d’amore universale da parte di Dio per tutta l’umanità, un amore incondizionato, troverà resistenza da parte delle persone religiose, come si trova nell’episodio della prima predicazione di Gesù in una sinagoga a Nazaret .  L’amore universale del Padre di cui Gesù è testimone e annunciatore provoca resistenze e risentimenti in quanti pretendono avere un rapporto privilegiato con il Signore in base alla religione, la razza o il comportamento morale, quanti amano etichettare e identificare le persone in credenti e no, in meritevoli e no, come viene illustrato nel vangelo di Luca quando per la prima volta Gesù presenta l'ambito d'azione dell'amore del Padre.   (Lc 4,14-30) (…)  

Nella sinagoga di Nazaret si anticipa quel che accadrà a Gerusalemme, la città posta sul monte dove uccideranno Gesù, fuori della città (cf Eb 13,12). L'evangelista collega tra loro il primo e l'ultimo luogo dove tenteranno di uccidere Gesù. I luoghi sacri sono quelli più pericolosi per Gesù. Per tre volte tenta di insegnare nelle Sinagoghe: la prima lo interrompono malamente (Mc 1,21), la seconda e la terza decidono e tentano di assassinarlo (Mc 3,1; Lc 4,16-30). 

La zona di massimo pericolo per Gesù rimane comunque il Tempio. La Casa di Dio è il posto più pericoloso per il Figlio: delle 12 volte che appare in Giovanni il verbo uccidere (apoktéinô), 6 volte si incontra nel Tempio: 7,19.20.25; 8,22.37.40. E delle 8 volte che Giovanni usa il verbo arrestare, (piazô), 4 sono nel tempio: 7,30.32.33; 8,20.  

Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò. (Lc 4, 30) 

Tutta questa narrazione è all'insegna della passione di Gesù con il tentativo di assassinare Gesù, ma già l'evangelista anticipa la resurrezione di Gesù che qui sfugge alla morte. Infine, nella risurrezione di Gesù si vedranno gli effetti della sua azione messianica descritta nella sinagoga mediante l'immagine di aprire gli occhi ai ciechi. 

Ai discepoli di Emmaus “si aprirono gli occhi e lo riconobbero” (Lc 24,31).

Tratto da : Associazioni Cristiane Lavoratori Internazionali - Lugano, 20 gennaio 2011

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