Progetto per una nuova umanità - Leonardo Boff


 
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Nel 2008 c’erano 860 milioni di affamati e poveri nel mondo; con la crisi sociale e finanziaria sono arrivati a 1 miliardo e 200 milioni. Se incrociamo le due linee, quella della mancanza di acqua potabile e quella del riscaldamento della Terra che cresce ogni anno, ne deriva un disastro epocale ... 300 milioni di persone non accetteranno il verdetto di morte ... essi invaderanno altri paesi e cercheranno di sopravvivere.” (Graziano da Silva)

Desidero riflettere con voi sul futuro dell’umanità, sul modo in cui il Cristianesimo può essere forza di invenzione che progetta un’utopia nuova e buona per tutta l’umanità, affinché la Terra possa essere la Terra della buona speranza per tutti. Questo è parte del Vangelo di Gesù.  

Ricordo una frase di Einstein molto ispiratrice che dice: “Il pensiero che ha creato la crisi attuale non può essere lo stesso che fa superare la crisi attuale; bisogna pensare ad altro”. La sfida della nostra generazione è di avere questa fantasia creatrice, di pensare a un modo diverso di abitare il mondo, di produrre, di consumare e di stare insieme perché la forma che è durata già 400 anni ha prodotto cose importanti per l’umanità dall’antibiotico fino alla spedizione sulla Luna e ritorno (tutte conquiste, eventi di somma importanza per l’umanità) ma allo stesso tempo ha creato una macchina di morte che può distruggere la vita, minacciare la vitalità e l’integrità della Madre Terra.

 

E’ un discorso molto importante che ci conduce a una responsabilità oggettiva.  Voglio leggervi la prima frase della Carta della Terra(…) :

 

“Siamo davanti a un momento critico della storia della Terra, un’epoca in cui l’umanità deve scegliere il suo futuro. La scelta è questa: o si forma una partnership globale per curare la Terra oppure rischiamo la nostra distruzione e quella della diversità della vita”.

Sembra un testo apocalittico. Due o tre membri del gruppo ristretto di lavoro dicevano che le parole erano troppo forti per l’opinione pubblica, allora abbiamo spedito il documento a tre grandi centri di ricerca: l’MIT di Harvard, l’Accademia Reale delle Scienze di Londra e l’Istituto Max Plant di Monaco.

 

Tutti e tre hanno risposto quasi con le stesse parole: “Alla luce dei dati che abbiamo nei nostri computer, non solo potete ma dovete dire questo”. Credo che mai nella storia dell’umanità ci siamo confrontati con una minaccia così grande per la specie umana, per il futuro del progetto umano planetario. E’ necessario non solo fare riforme (perché, come diceva Einstein, le riforme non cambiano il pensiero) ma avere un altro atteggiamento, altri principi, altri valori che possano plasmare un altro tipo di civilizzazione: una civilizzazione planetaria, la nuova fase dell’umanità, la fase in cui vivere insieme nella stessa ‘casa comune’. Abbiamo lo stesso destino, la stessa origine e una comune responsabilità per il futuro.

 

Innanzitutto, è doveroso rivedere i concetti chiave che, come una bussola, possono indicare un nuovo nord. La crisi attuale scaturisce per buona parte da premesse false. Citare alcuni concetti che dobbiamo ripensare e trasformare in valori nuovi, principi che possono preservare il sistema Vita e il sistema Terra.

 

Il primo concetto da rivedere è quello di sviluppo. Lo sviluppo è identificato con la crescita materiale e si esprime attraverso il PIL (Prodotto Interno Lordo); la sua dinamica è di essere il più grande possibile, il che implica sfruttamento spietato della natura e generazione di grandi disuguaglianze nazionali e mondiali.

 

Occorre abbandonare quest’idea quantitativa dello sviluppo e assumerne una qualitativa come attuazione delle possibilità di tutti gli esseri umani. In America Latina è andato sviluppandosi nelle culture andine un concetto molto importante, forse non ancora prevalente ma che porta dentro sé la promessa di come organizzare il futuro dell’umanità globalizzata e unificata.

 

E’ il concetto del bien vivir, vivere bene. Nella nostra visione di qualità della vita c’è la consapevolezza che alcuni paesi o città possano avere una qualità di vita migliore a scapito di tantissimi che avranno una pessima o peggiore qualità di vita.

 

Il concetto fondamentale del bien vivir, nella concezione andina che va dalla Patagonia fino al Messico, significa invece inclusione di tutti e grande equilibrio, primo fra tutti l’equilibrio nella famiglia, tra uomo e donna, con i bambini, equilibrio nella comunità, equilibrio con la natura, equilibrio con le montagne, con le acque, con le energie cosmiche, equilibrio interiore con la propria profondità. Bien vivir vuol dire convivere bene, vivere bene anche con Dio in un rapporto di rispetto col Sacro.

 

La Costituzione della Bolivia e dell’Equatore ha assunto questo concetto; la Costituzione della Bolivia, ad esempio, che è molto bella, comincia così: “Con la forza della Pacha Mama, la Madre Terra, con la forza dei nostri antenati, con la forza dei nostri popoli, decidiamo che il primo compito della Stato è creare le condizioni per tutti, non solo per gli uomini, per tutti gli esseri viventi, di creare le condizioni del bien vivir. Più che allo sviluppo bisogna pensare a questo equilibrio, a una ridistribuzione di quello che è già stato accumulato, perché esiste una disuguaglianza terribile fra pochi ricchi e tantissimi poveri.

 

Il secondo concetto, molto manipolato, è quello della ‘sostenibilità’, che nel sistema vigente è purtroppo irraggiungibile; al suo posto dovremmo introdurre la tematica già approvata dall’ONU dei diritti della Terra e della Natura. Se noi rispettiamo questi diritti avremo garantita la sostenibilità come frutto dell’adattamento alla logica della vita. Ne nasce un capitolo nuovo della coscienza: non solo diritti umani, personali, sociali, ma anche diritti della Natura, della Madre Terra, che sono entità con un valore intrinseco che deve essere rispettato.

 

Non si può pensare a una democrazia, a una convivenza umana senza le foreste, senza gli animali, senza le acque, senza le montagne, senza i paesaggi; sono loro i contadini, i cittadini che devono essere considerati assieme a noi come la ‘grande comunità di vita’.

 

Il terzo concetto è quello del ‘medio ambiente’, che non esiste, perché esiste l’ambiente intero nel quale tutti gli esseri convivono e si mettono in relazione (tutto è relazione nella natura, in ogni momento, in ogni occasione; non c’è nulla fuori di questa relazione). Invece di ‘medio ambiente’ sarebbe forse meglio usare l’espressione ‘comunità di vita’ che si trova nella Carta della Terra.

 

Perché ‘comunità di vita’? Perché tutti gli esseri viventi possiedono lo stesso codice genetico di base: venti aminoacidi e quattro fosfati. Dalla materia originaria passando per i grandi boschi, i dinosauri, i cavalli fino ad arrivare a noi, tutti gli esseri viventi hanno lo stesso codice genetico di base. Questo vuol dire che tutti siamo sorelle e fratelli, siamo cugini, apparteniamo alla stessa famiglia di esseri viventi. Quello che San Francesco sentiva  misticamente, la fratellanza universale, noi lo conosciamo da un’indicazione scientifica: siamo costruiti con gli stessi piccoli elementi che costituiscono tutti gli esseri viventi che formano la natura. Questo modo di vedere ci dovrebbe portare ad avere rispetto di ogni essere, dato che hanno valore in se stessi, al di là dell’uso che ne fanno gli esseri umani.

 

Il quarto concetto è quello di Terra. Bisogna superare la visione povera della modernità che vede la Terra soltanto come una realtà estesa senza intelligenza e senza destino. La scienza contemporanea ha dimostrato che tutto ciò è già incluso nei manuali di ecologia, che la Terra non solo alloggia la vita ma è viva, è un super organismo vivo che i moderni scienziati chiamano Gaia, la Magna Mater degli antichi o la Pacha Mama degli indigeni.  E’ un super organismo vivo che articola in sé l’aspetto fisico, quello chimico, le energie terrene e cosmiche per produrre e riprodurre sempre la vita.

 

Il 22 aprile 2010 l’ONU ha approvato la denominazione di Madre Terra e quello è diventato Il giorno della Madre Terra. Questo modo nuovo di intendere ci porta a ridefinire la relazione con la Madre Terra: non più di sfruttamento ma di uso razionale, di rispetto verso la nostra madre. Una mamma non si compra né si vende; la mamma si ama, si venera, si rispetta. Così dobbiamo fare con la Madre Terra.

 

Il quinto concetto è quello di essere umano che nella modernità è stato pensato come slegato, fuori e sopra della natura, come il maestro, il signore diceva Descartes : “Maitre e possesseur de la nature”. Oggi l’essere umano è inserito nella natura, nell’universo come quella porzione di Terra che sente, che pensa, che ama e che venera. Questa prospettiva ci porta ad assumere la

responsabilità per il destino della Madre Terra e dei suoi figli e figlie  sentendoci curatori e guardiani di questo piccolo e bel pianeta.

 

E’ la visione degli astronauti; la testimonianza che essi ci hanno portato a partire dalla Luna o dalle loro navette spaziali; dicevano che dalle navette spaziali non c’è differenza tra Umanità e Terra, non c’è da un lato l’Umanità e dall’altro la Terra, sono una cosa sola. L’essere umano è una porzione della Terra che nel suo sviluppo, nella sua complessità è arrivata a sentire, a pensare, ad amare. Questo è stato l’emergere dell’essere umano.

 

Noi siamo terra: la parola uomo deriva da humus, terra fertile, terra buona; Adamo viene da adámâ che pure significa terra fertile, terra buona; Adamo è il figlio e la figlia della Terra. Noi siamo terra, ma abbiamo dimenticato questa dimensione, ma questi concetti possono divenire base di un’altra comprensione della realtà.

 

Nei lavori per la preparazione della Carta della Terra ero l’unico pensatore cristiano, gli altri erano tutti scienziati di professione, così mi è stato chiesto di curare la parte etica, spirituale e alla fine mi hanno detto “Boff, tu che sei un francescano, fai una grande conclusione della Carta”. Imitando un po’  Lula che comincia sempre i suoi discorsi “Come mai nella storia del Paese …”, ho scritto “Come mai nella storia dell’umanità siamo chiamati a un nuovo principio, a un nuovo cominciamento, che comporta, che esige un’altra mente e un altro cuore”.

 

Un'altra mente vuol dire vedere la realtà in forma differente, non solo vederla e analizzarla con la ragione scientifica, tecnica, calcolatrice ma con un altro cuore, sentire la realtà. Se noi non sentiamo la realtà, il dolore della Terra crocifissa, dell’umanità sofferente, di tanti che sono al margine di tutto, se noi non sentiamo questo nel cuore non ci muoveremo per cambiare le cose.

 

Oggi c’è una terribile carenza di sensibilità, una mancanza di cuore. Papa Francesco lo ripete sempre; nel discorso che ha fatto ai vescovi latino-americani, il più duro di tutto il suo viaggio in quei paesi, ha detto “Voi vescovi dovete fare la rivoluzione della tenerezza e avere un atteggiamento di madri che amano i figli, li baciano, li abbracciano … questo è l’atteggiamento di un pastore”. Questo esige un’altra mente, un altro cuore, un sentimento di interdipendenza di tutti con tutti: l’economia con la politica, con l’arte, con la religione … tutti sono collegati e formano un grande sistema.

 

Non solo interdipendenza ma anche senso di responsabilità illimitata per tutto quello che esiste e vive. Senza questa visione non si può garantire la sostenibilità locale, nazionale e mondiale. La sostenibilità è l’energia, la forma di organizzare le cose così che possano essere continuamente riprodotte e non distrutte, che possano evolvere e darci tutto quello di cui abbiamo bisogno per la nostra vita.

 

Questi sono i concetti, questa è la visione che dobbiamo prendere in mano e approfondire. Facciamo un passo avanti: il modo in cui la realtà si regge oggi non può  mantenere il mondo.

 

Dobbiamo cambiare. Il grande storico inglese Eric Hobsbawm, che ha scritto il famoso libro Il secolo breve, un riassunto di tutta la storia dell’umanità nell’ultimo secolo, nell’ultima frase è molto forte e provocatorio: “I valori e i principi che hanno informato l’occidente e che sono stati globalizzati in tutta l’umanità non hanno più forza di plasmare un futuro discernibile. O cambiamo o moriamo”.

 

Allora, bisogna cambiare, ma sono pochi quelli che hanno coscienza di dover cambiare. La grande minaccia che incombe sull’umanità è esattamente il caos ecologico. Il più grande biologo vivente, Edward Wilson che ha coniato la parola ‘biodiversità’, in uno dei suoi libri dice che il futuro della vita è una chiamata alla coscienza dell’umanità e che l’essere umano si è mostrato il Satana della Terra: dove arriva distrugge.

 

Abbiamo inaugurato la fase più violenta della storia della Terra in cui l’umanità fa una guerra totale, attacca la Terra nel suolo, nel mare, nei laghi, su tutti i fronti. Ma non abbiamo nessuna chance di vincere questa guerra perché la Terra non ha bisogno di noi, noi sì abbiamo bisogno della Terra.

 

Un altro scienziato, il Premio Nobel per la chimica del 1995, l’olandese Paul Crutzen era rimasto terrorizzato dalle parole di Wilson che riportava in termini biologici i numeri dell’estinzione in massa degli esseri viventi e ne dava i dati: ogni anno fra 70 e 100 mila esseri viventi scompaiono definitivamente dalla storia della Terra. Una vera devastazione perché forse in una di quelle forme viventi c’era la soluzione per qualche malattia, l’Alzheimer o il Parkinson, perché ogni essere vivente è portatore di una grande quantità di informazioni, è come un libro. Non abbiamo ancora aperto il libro e già lo buttiamo.

 

Paul Crutzen, terrorizzato da questi dati, ha creato un’espressione che circola nel discorso ecologico: “Noi abbiamo creato una nuova era geologica,  l’Antropocene. Prima erano le Meteore Raggianti che cadevano sulla Terra e provocavano grande distruzione adesso la meteora raggiante si chiama essere umano, che distrugge, che ha creato un meccanismo, una forma di suicidio collettivo. Paul Crutzen terminava il suo scritto facendo appello ai decision makers, ai politici perché cerchino soluzioni importanti sul futuro dell’umanità.

 

Ricordo la grande riunione sul riscaldamento globale a Cancun di due o tre anni fa: erano presenti tutti i capi di stato; l’anno scorso a Rio de Janeiro al Rio Plus  c’era la stessa situazione. La comunità scientifica nord americana ha inviato un breve documento ai capi di stato per dire loro che dovevano prendere decisioni importanti sul destino dell’umanità e dovevano farlo su una base seria, scientificamente fondata.

 

Affermavano che il problema del riscaldamento della terra non è la CO2, il grande problema adesso è il metano che è 23 volte più pericoloso della CO2. Con il disgelo del permafrost, il suolo che parte dal Canada e va fino alla Siberia e alle calotte polari, si liberano ogni anno milioni di tonnellate di metano. Se noi non prendiamo ora decisioni serie per limitare le stragi che procurerà lo sprigionamento del metano negli anni 2040-50 la Terra conoscerà un salto di 4-5 gradi di riscaldamento; con questo calore nessuna forma di vita che conosciamo potrà  sopravvivere.

 

Siccome gli esseri umani hanno la tecnologia, possono creare isole e porti per salvare alcuni milioni di persone ma la gran parte dell’umanità perirà.

 

Ascoltando questi dati si diventa pessimisti: “Signore, pietà, qual è il futuro dell’umanità!”. L’ultima volta che ho incontrato Saramago, il grande scrittore portoghese Premio Nobel per la letteratura, era al Forum Sociale Mondiale di Puerto Alegre; aveva espresso una visione molto pessimista sul futuro della Terra e, a chi lo criticava per questo pessimismo, aveva risposto: “Io non sono pessimista, è la realtà che è pessima!”. Chi prende sul serio queste parole si muove per cambiare la realtà, perché la realtà non sia così pessima.

 

Con tanti gruppi, incluso quello della Carta della Terra, da anni cerchiamo un collegamento di valori e principi che possano essere assunti da tutti,  assimilati e trasformati immediatamente in pratica, che si basino sulla natura umana di ognuno; che permettano un’etica e una spiritualità comune. Tutte le etiche e i grandi valori fino ad oggi erano di tipo regionale, legati quindi alle

singole culture, e non c’era convergenza. Siamo giunti a un punto in cui è necessario costruire convergenza: per la prima volta l’umanità s’incontra in un luogo, la Terra stessa, la casa comune, in cui convivere e avere principi minimi da assumere per avere una pace possibile, per garantire un futuro per tutti, non solo per noi esseri umani ma anche per gli alberi, la ‘comunità di vita’, perché sono stati creati per la Terra e hanno bisogno della biodiversità, della biosfera, dell’alimentazione fondamentale. Bisogna assumere una visione più aperta e includente.

 

Ci sono quattro principi fondamentali che vanno approfonditi e quattro virtù che a essi corrispondono. Il primo principio fondamentale, basato sulla stessa natura umana, è il “prendersi cura”, avere cura della Terra e della vita. Oggi sappiamo che la dimensione della cura è forse la dimensione fondamentale dell’essere umano.

 

Il grande filosofo Martin Heidegger nei due capitoli centrali del suo libro Essere e tempo cerca di rispondere a questa domanda: “Chi è l’essere umano?” e risponde: “Senza l’essere umano non c’è libertà, non c’è intelligenza né spiritualità, né cura” perché tutti siamo figlie e figli del senso di cura che le nostre madri hanno avuto per noi. Se siamo lasciati senza questa cura non possiamo sopravvivere: la cura sana le ferite passate e impedisce le ferite future; la cura è l’ambiente che permette all’essere umano di convivere con la natura e con gli altri curandosi l’un l’altro così da sentirsi tutti coinvolti a formare la stessa umanità. Mai come oggi bisogna avere cura della Terra, degli ecosistemi, delle acque, delle foreste e specialmente delle persone perché gran parte dell’umanità vive esclusa, vive ‘fuori’.

 

L’anno scorso il Presidente della FAO, il nostro amico brasiliano José  Graziano da Silva, ha fatto un appello ai capi di stato: “Nel 2008 c’erano 860 milioni di affamati e poveri nel mondo; con la crisi sociale e finanziaria sono arrivati a 1 miliardo e 200 milioni. Se incrociamo le due linee, quella della mancanza di acqua potabile e quella del riscaldamento della Terra che cresce ogni anno, ne deriva un disastro epocale nel raccolto, una fame che può colpire 300 milioni di persone, e costoro non accetteranno il verdetto di morte che pende su di loro, essi invaderanno altri paesi e cercheranno di sopravvivere”… come le persone che arrivano a Lampedusa.

 

José Graziano da Silva faceva un appello ai capi di stato a prepararsi politicamente per una situazione che può essere vicina: avere, quindi, cura dell’essere umano nei suoi bisogni e nelle sue necessità.

 

Secondo principio importante e immediatamente comprensibile è il ‘rispetto’. Noi dobbiamo rispettare gli esseri, non solamente gli esseri umani ma tutti gli esseri; dobbiamo lasciarli vivere comprendendo che hanno valore intrinseco in se stessi, non sono lì per un uso, per razionale che sia, dell’essere umano. Ricordiamoci che l’essere umano è l’ultimo nella storia dell’evoluzione della Terra a emergere: quando la Terra aveva già creato 99,98 % di tutti gli esseri è comparso l’essere umano. Ciò significa che la Terra non ha avuto bisogno di noi per formare l’immensa biodiversità e la grandezza di tutti gli ecosistemi; noi siamo arrivati per ultimi ma con una vocazione specifica a essere i curatori, i responsabili del futuro della natura.

 

Lo dice molto bene Genesi : siamo stati messi nel Paradiso terrestre per curare la Terra e badare a tutti gli esseri, ma questo significa rispettare ognuno perché tutti quelli che esistono hanno diritto di vivere, meritano di esistere insieme a noi. Il grande umanista Albert Schweitzer ha lasciato la sua cattedra e l’esecuzione dei concerti di Bach in Germania e in Europa per andare in Africa nel Lambaren a curare i lebbrosi, a curare gli ultimi perché del Vangelo aveva capito l’amore per gli altri. “Se non abbiamo amore per gli altri perdiamo Dio”, diceva.

 

In Africa con gli ultimi trovava anche tempo per scrivere; scrisse tre volumi sull’etica del rispetto come etica più necessaria per l’umanità: “Se noi viviamo il rispetto non abbiamo bisogno di predicare i diritti umani. Rispettiamo le persone, ogni essere, ogni formica, ogni insetto perché essi hanno diritto di vivere, perché portano un messaggio del Creatore che possiamo capire, tradurre, ascoltare per formare una grande sinfonia!”, diceva.

 

Il rispetto è fondamentale oggi: dove non c’è rispetto non c’è limite, c’è violenza generalizzata nella società, nella famiglia, nella scuola. Come mai gli studenti attaccano i professori? Questo era impensabile ai miei tempi. L’eclisse della figura del padre, che nel processo di individuazione della personalità è quello che impone i limiti e insegna a rispettare gli altri, ha portato a questa conseguenza: violenza generalizzata nella società.

 

Quindi prendersi cura, rispetto, responsabilità universale; questo ha visto il grande filosofo ebreo tedesco Hans Jonas nel famoso libro Prassi del principio di responsabilità. Diceva che non possiamo fare le guerre come in passato, perché le guerre sono così distruttrici da distruggere anche l’umanità. Una volta, durante la pausa per il caffè nella stesura della Carta della Terra, ho chiesto a Gorbacev che coordinava il gruppo: “E’ vero che tu potevi alzare il telefono rosso e far scattare una guerra mondiale?” e lui ha risposto: “C’erano due generali pazzi che ogni tanto mi dicevano all’orecchio ‘Andiamo verso l’ultimo scontro con l’occidente, andiamo alla guerra!

 

Con le armi che noi russi abbiamo, chimiche, biologiche, nucleari possiamo distruggere tutta l’umanità in 25 modi differenti, senza che nessuno resti a raccontare la storia”. Questa è la realtà. Anche qui vicino ci sono le bombe atomiche: gli Stati Uniti mantengono ogni giorno, 24 ore su 24, 300 aerei con armi nucleari che possono essere lanciate in un minuto e mezzo. E’ lì la forza di un impero che vive di paura e nell’estrema irrazionalità.

 

La responsabilità universale è rendersi conto delle conseguenze delle azioni umane. Oggi, ad esempio, non possiamo avere undici figli nella nostra  famiglia perché sarebbe un’irresponsabilità enorme, sarebbe difficile crescere undici figli nella struttura mondiale, nazionale di qualsiasi paese … e pensare che mio zio ha avuto 22 figli e li ha allevati tutti!

 

La responsabilità è la nuova realtà di fronte a una società pericolosa di cui dobbiamo controllare le forme e i mezzi di intervento, come ad esempio gli organismi transgenici, la nanotecnologia, tutte le forme più avanzate di intervento sulla natura. Non sappiamo le conseguenze che questi interventi avranno sulla Terra; non sappiamo se la Terra, Gaia, sopporterà questi interventi, se ‘il suo stomaco’ potrà digerire tutto ciò.

 

James Lovelock, che ha elaborato l’ipotesi di Gaia divenuta oggi teoria, ha scritto: “la Terra sente l’essere umano come una cellula cancerogena che va eliminata; la Terra non si accontenta di piccoli regali, vuole cambiamenti fondamentali”. La responsabilità universale è rendersi conto che il futuro è nelle nostre mani; noi siamo responsabili di questo futuro.

 

Il quarto principio fondamentale, tutti lo possono capire, è la ‘solidarietà incondizionata’. Se c’è una cosa che manca oggi al mondo è la solidarietà: la nostra società è crudele, senza misericordia; il mercato si regge solo per concorrenza e competizione mai per solidarietà.

 

Invece, sappiamo dalla bio-antropologia che è stata la solidarietà dei nostri antenati, i primati originari da cui proveniamo, che quando andavano a caccia o a raccogliere frutta raccoglievano tutto insieme, non mangiavano come fanno gli animali, ripartivano il cibo cominciando dai più vecchi e i bambini, tutto insieme, mangiavano in forma solidale. Quello che era vero ieri è ancora più vero oggi: è stata la solidarietà a permettere di fare il salto dalla ‘animalità’ all’umanità. E questa solidarietà deve essere incondizionata, a partire dagli ultimi, da quelli che sono invisibili.

 

Quando Gesù diceva: “Amate il prossimo”, non pensava al prossimo che è lì vicino, Gesù pensava a quelli che sono invisibili, che sono lo zero, che non contano niente, che non consumano quasi niente, che non producono quasi niente: amare costoro, dire che sono persone umane, figlie e figli di Dio. Per questo ‘il marchio registrato’ della Teologia della Liberazione è denunciare questo scandalo, questa eresia economico finanziaria, l’opzione per i poveri, contro la loro povertà, a favore della loro vita e della giustizia sociale; dare centralità a questi ultimi, a questi poveri, avere solidarietà con loro. E’ impossibile qualunque gesto di liberazione se dietro non c’è solidarietà e amore.

 

Solo quelli che amano e fanno questa opzione possono effettivamente portare avanti un progetto di liberazione. Prendersi cura, rispetto, responsabilità universale, solidarietà incondizionata sono aspetti che tutti possono comprendere e realizzare. Non posso cambiare il mondo però posso cambiare quel pezzo di mondo che sono io stesso e devo cominciare adesso! Dalla fisica quantistica sappiamo che le energie che ognuno ha non rimangono esclusive di lui stesso ma entrano nella rete delle energie positive di tutto il mondo.

 

Ho seguito per un semestre le lezioni del professor Heisenberg, uno dei fondatori della fisica quantistica. Egli ripeteva sempre che tutto è relazione: le energie che ognuno ha non rimangono esclusive di lui stesso, si uniscono alle altre energie positive e creano una rete enorme che si accumula fino a fare un salto di qualità. Ognuno, quindi, deve fare la sua parte, anche se piccola, e questo aggiunge forza alla grande onda di amore e di solidarietà.

 

Sto arrivando alla conclusione: passo alle quattro virtù. La prima è ’l’ospitalità’. E’ stato proprio un filosofo, Immanuel Kant, nel suo ultimo libro Per la pace perpetua che ha avuto una visione globale. Diceva che la prima virtù di una velt republik, di una repubblica mondiale, di un’umanità radunata in se stessa è l’ospitalità, l’ospitalità come diritto di ognuno ma anche come dovere di dare ospitalità. La Terra è di tutti e tutti possono muoversi senza passaporto ovunque come figlie e figli della Terra. Fino a Marx era così, l’Europa era tutta aperta; poi con la sua rivoluzione è stato imposto il passaporto che prima non esisteva.

 

L’ospitalità oggi è una virtù di estrema esigenza perché milioni di persone si muovono nel mondo. Questo centro di accoglienza ne è esempio, ospita persone che vengono da occidente, da oriente, dal grande sud con la sua povertà. Papa Francesco parla spesso anche della povertà esistenziale, che non va confusa con la povertà materiale ma è la solitudine, l’emarginazione, il non essere riconosciuti come persone, l’essere sfruttati. L’ospitalità è questo: accogliere le persone perché sono tutti figli e figlie di questa Terra.

 

La seconda virtù importantissima è la ‘convivenza’. Chi ha ben studiato questo aspetto è Paolo Freire nella sua pedagogia. Egli diceva che si comprendono le cose e si imparano convivendo, in un interscambio continuo con le persone, con la natura, con le esperienze. Questa è oggi una grande sfida per l’umanità: dove le culture s’incontrano con le tradizioni e i valori c’è convivenza pacifica di tutti con tutti. Non è facile, perché le tradizioni sono millenarie e talora anche negative perché i popoli si sono fossilizzati in esse per generazioni. Come convivere? Bisogna convivere nella ‘casa comune’ perché non ne abbiamo altra; bisogna che ognuno rinunci un poco per arrivare a un consenso minimo, a una convergenza minima, per avere tutti un luogo dove stare nella ‘casa comune’. Convivenza pacifica è rispettare le differenze; non lasciare che la diversità diventi una disuguaglianza. Questo è il nostro problema oggi: vedere i differenti come disuguali e così metterli da parte. No, si può essere umani in mille forme diverse: la forma giapponese, brasiliana, la forma delle culture andine, dei Maya, la forma italiana … mille forme di essere umani, di mostrare la ricchezza interna della natura umana.

 

Allora, vediamo che cosa è questa convergenza delle mille espressioni possibili della natura umana e che ricchezza porta e anche quali limitazioni. Ospitalità, convivenza e anche ‘tolleranza’, perché ci sono aspetti difficili da tollerare nelle altre culture. Bisogna, però, riservare il diritto a tutti di vivere la propria tradizione, i propri valori, la propria esistenza. Tuttavia, non tolleranza passiva: “Uno non posso eliminarlo e allora lo accetto”, ma tolleranza positiva che vede le differenze come possibilità di ricchezza, di scambio; così la convivenza diventa più umana … questa è tolleranza.

 

Tutte le religioni oggi, inclusi gruppi cattolici, sono malate, soffrono della patologia del fondamentalismo, pensano di avere solo loro la verità, di essere solo loro civilizzate, di avere la cultura migliore. Davanti a espressioni tanto fondamentaliste sia nella religione sia nella politica, tollerare in forma positiva vuol dire accettare la diversità, il diritto alla diversità: gli altri hanno il diritto di esprimerla, di viverla e noi l’umiltà di accettare la diversità, di arricchirci di questa differenza e vederlo come mistero dell’essere umano.

 

Concludo con la quarta virtù, il grande valore che è la ‘commensalità’, mangiare tutti insieme alla stessa tavola; è il vecchio mito, il sogno dell’umanità: la famiglia si ritrova intorno alla tavola per celebrare la generosità della Madre Terra nei suoi cibi e nei suoi frutti. Purtroppo, sono tantissimi quelli che non mangiano.

 

La geopolitica della fame, l’ultimo libro di Jean Ziegler, incaricato dall’ONU sui temi del diritto all’alimentazione, riporta questi dati: ogni anno muoiono di fame 16 milioni di bambini sotto i tre anni e 63 milioni di adulti. Dall’altro lato, vediamo un’abbondanza tremenda di produzione perché la Terra, l’acqua, tutto quello che non può essere considerato merce sono stati commercializzati; ma la vita è sacra e quello che è legato alla vita non può diventare merce. Il cibo c’è ma le persone non hanno modo di comprarlo per mangiare e se ne stanno ‘fra i cani ad aspettare le briciole che cadono dalla mensa’.

 

La ‘commensalità’ è il sogno dell’umanità: poter mangiare almeno due volte al giorno è stato il grande ideale del presidente Lula. Il Brasile aveva 40-50 milioni di miserabili che non mangiavano; in otto anni Lula è riuscito a  ‘includere un’Argentina intera’, 50 milioni di persone che adesso possono mangiare tre volte al giorno. Questa è la più grande rivoluzione della nostra storia, che in otto anni ha ridotto del 17% la disuguaglianza.

 

Ora la presidentessa Dilma ha scoperto che ci sono ancora 10 milioni di miserabili. Ero presente quando lei ne parlava: “Come mamma e moglie ho sentito nelle mie viscere lo scandalo”, aveva dichiarato e poi deciso di creare immediatamente il progetto Brasil carinhoso, il Brasile con tenerezza. In due anni ha integrato due milioni di miserabili, diventati poveri operosi, cioè che

lavorano e possono guadagnarsi da vivere. Penso che questa ‘commensalità’ sia un valore fondamentale della società mondiale globalizzata: vivere tutti insieme, in contatto con la natura, rispettando i limiti della Terra ma anche approfittando della generosità della Madre Terra.

 

Concludo. Dopo quello che ho detto, qualcuno potrà pensare che sono come Saramago troppo pessimista. Io sono teologo e la teologia ci insegna che l’ultima parola ce l’ha la vita non la morte, che questo scenario drammatico ha in sé un dolore che non è quello di un moribondo nell’agonia, bensì quello del parto, di una nuova nascita: è dolore ma è pieno di speranza. Siamo al centro di una grande crisi di civilizzazione e non di una tragedia annunciata, una crisi che ci purifica, che ci permette di vivere meglio con meno, che può includere tutti perché tutti possano vivere con sobrietà condivisa e preservando la Terra; non è uno scenario di tragedia ma di crisi e la crisi ha sempre purificato l’umanità; ha permesso di fare grandi salti in avanti nel futuro. Questa è la situazione che  viviamo adesso.

 

Voglio terminare ripetendo le parole del Libro della Saggezza al capitolo 11 dell’Antico Testamento dove l’autore sacro dice in forma di preghiera: “Signore tu che ami tutte le creature, quello che hai creato, tu che non hai odio per nessuno, perché sei il sovrano amante della vita”. Parla di un Dio vivo, un Dio appassionato alla vita che non può permettere che la vita scompaia dal mondo, una vita che appartiene anche al Figlio di Dio incarnato: la creazione è il tempio della Santissima Trinità e la nostra vita è già inserita nella vita risorta di Gesù Cristo.

 

Allora abbiamo speranza che l’ultima parola non è della morte, né della distruzione e della tragedia, ma della vita gioiosa insieme nell’unica casa comune che abbiamo, la Madre Terra, il Pianeta Terra.

 

Tratto da:

21° EVENTO CULTURALE DEL CENTRO BALDUCCI - 11 settembre 2013

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