La violenza della religione ! - p. Alberto Maggi OSM
 


 
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"La violenza della Chiesa non si è rivolta solo agli “infedeli”, musulmani ed ebrei, ma agli stessi cristiani, sia a quelli considerati eretici, che sono stati bruciati, squartati, bolliti, arrostiti, sia alle streghe, torturate e condannate al rogo, ma anche a quanti non si sottomettevano completamente al suo potere. Il tutto in nome del Cristo."

 

La spiritualità nasce dall’intimo degli uomini, è la forza interiore che lo spinge verso l’infinito, l’assoluto. È il desiderio, innato in ogni creatura, di pienezza di vita. La spiritualità nasce dall’uomo che, creato a immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26), nel corso della sua esistenza sviluppa, attraverso atti concreti, questa somiglianza al fine di giungere a essere “immagine e gloria di Dio” (1 Cor 11,7). Nello specifico cristiano la spiritualità conduce alla fede.

 

La religione invece è un artefatto culturale. Nata come strumento per sviluppare la spiritualità dell’uomo in realtà la religione l’opprime e la soffoca, perché per sua natura ogni religione è violenta.

 

La differenza tra religione e spiritualità (o fede) è che mentre la prima nasce dagli uomini ed è diretta verso la divinità, la seconda nasce da Dio ed è rivolta agli uomini (“Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi”, 1 Gv 4,10; Rm 5,8). Mentre nella religione conta ciò che l’uomo fa per Dio, la spiritualità nasce da quel che Dio fa per gli uomini.

Nella religione è sacro il Libro.

Nella spiritualità è sacro l’uomo (Mc 2,27).

Nella religione è importante il sacrificio, nella spiritualità l’amore (“Misericordia io voglio e non sacrifici”, Mt 9,13; 12,7; Os 6,6). 2

 

Le crociate e le guerre sante non nascono dalla spiritualità, ma dalla religione. Per questo è illusorio pensare che le religioni possano portare la pace nell’umanità. Le religioni sono per loro natura violente.

 

Ogni religione ha la pretesa di essere l’unica assoluta rivelazione della divinità, a riprova della quale rivendica il possesso di un testo sacro, rivelato, comunicato o scritto direttamente da Dio.

 

Questa sacra scrittura, ritenuta espressione definitiva della volontà di Dio, dà il diritto alla religione di dividere le persone tra fedeli e infedeli, tra puri e impuri, di promettere un premio o di minacciare un castigo, innescando forme crescenti di violenza morale, psicologica e, quando le leggi civili lo consentono, anche fisica.

 

Naturalmente ogni religione è convinta di essere portatrice di pace e che il Male, o il Satana, sia qualcosa che appartiene alle altre religioni, filosofie o sistemi di potere. La certezza di essere il Bene consente di ostacolare, combattere e sconfiggere, con qualunque mezzo, tutto quel che si ritiene gli sia contrario .

 

Ogni religione ritiene di avere l’esclusiva della fratellanza e della pace, ma la storia insegna che proprio in nome della religione gli uomini si sono scannati gli uni contro gli altri, uccidendo e massacrando per la difesa del loro Dio.

 

Non va dimenticato che il cristianesimo è stato la religione più omicida che sia mai apparsa nella storia. È triste e angosciante doverlo ammettere, ma nessuna religione ha tanti morti sulla coscienza come il cristianesimo.

 

Fin dai suoi inizi la violenza è stata la costante della Chiesa: hanno ucciso più persone i papi per imporre la religione cristiana che gli imperatori romani per contrastarla. Se sono incontestabili le radici cristiane dell’Europa, è anche incontestabile che queste radici sono state abbondantemente annaffiate col sangue di milioni di vittime.

 

La violenza della Chiesa non si è rivolta solo agli “infedeli”, musulmani ed ebrei, ma agli stessi cristiani, sia a quelli considerati eretici, che sono stati bruciati, squartati, bolliti, arrostiti, sia alle streghe, torturate e condannate al rogo, ma anche a quanti non si sottomettevano completamente al suo potere. Il tutto in nome del Cristo.

 

E in nome di Cristo sono stati perpetrati genocidi e stragi: intere popolazioni ed etnie sono state cancellate dalla faccia della terra (basti pensare agli Aztechi e ai Maya, solo per citare i più conosciuti) e altre sono state sottomesse cancellando la loro cultura, la loro storia e le loro tradizioni.

 

Bartolomeo de Las Casa, nella sua Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie, scrive pagine raccapriccianti. Lui era cappellano degli occupanti, ma cambiò atteggiamento di fronte alla conquista e all’evangelizzazione delle Indie quando fu testimone a Cuba del crudele supplizio al quale fu sottoposto Ha tuei, capo delle resistenza degli indios: giudicato eretico e ribelle fu condannato a essere bruciato vivo.

 

Il cattolicissimo condottiero spagnolo Hernan Cortés, massacrò e cancellò dalla faccia della terra intere popolazioni in Messico. Cortés può essere ritenuto l’inventore della “guerra preventiva”: l’invasione di un paese con lo scopo di impadronirsi delle sue ricchezze, ma con la giustificazione di volervi portare valori postivi (cristianesimo, democrazia, etc.).

Hernan Cortés invitava i suoi soldati a sterminare ferocemente tutti, uomini, donne, vecchi e bambini “per spargere e inculcare il terrore della loro ferocia in ogni angolo di quelle terre; onde incutere durevole timore tra quei greggi di agnelli mansueti, in ogni contrada ove entrano sono usi commettere per prima cosa un crudele e memorando massacro”.

Terminato il massacro, le mani delle vittime venivano infilzate in lunghi bastoni “cosicché gli altri indiani potessero vedere quanto era stato fatto in quel villaggio”. “E egualmente gli spiedi coi bambini a rosolare a fuoco lento fra le urla delle madri, per terrorizzare i villaggi, e i bambini gettati in aria a decine per i giuochi dei conquistadores, in gara tra loro a chi li infilzava nella spada con più destrezza prima che rotolassero a terra” (cf G. Zi-zola, in Rocca, 20/2004, p. 52).

 

Naturalmente le motivazioni, per la guerra, sono sempre oscene e menzognere, ma rivestite di nobili intenti. Lo sterminio delle popolazioni dell’America latina “era l’estirpazione dell’idolatria e la conversione degli indigeni alla fede cristiana” (D. Ulloa, Los predicadores divididos. Los dominicos en Nueva España).

 

Non è stato Maometto, ma un papa, Urbano II, a lanciare la prima guerra santa, e al grido di “Dio lo vuole” (Deus lo vult), non fu difficile trovare tutti i supporti teologici per giustificarla. È pertanto evidente che l’adesione ai principi di testi ritenuti sacri non è sufficiente per esorcizzare la violenza nei confronti degli uomini. Per questo non basta che un testo sia considerato sacro, occorre anche che l’uomo venga considerato sacro.

 

Se il bene dell’uomo non viene messo al primo posto come valore sacro, non solo i testi dell’Antico Testamento, ma persino i Vangeli possono essere usati per fare il male anziché per compiere il bene.

 

San Tommaso arriverà ad affermare, commentando il testo di Paolo “La lettera uccide, ma lo Spirito dà la vita” (2 Cor 3,6), che “Per lettera si deve intendere ogni legge esterna all'uomo, precetti della morale evangelica compresi, che possono uccidere se non esistesse nell'intimo la grazia sanante della fede” (I 2a q.106 art.2).

 

La Parola di Dio si svela solo a quanti mettono il bene dell’altro al primo posto nella loro esistenza. E’ questa la verità che permette l’ascolto della voce del Signore (“Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”, Gv 18,37). Quando ciò non accade, si rischia di disonorare l’uomo per onorare Dio, come fa il sacerdote, protagonista della Parabola del Samaritano (Lc 10,30-37), il quale, trovandosi di fronte a un ferito, non ha alcun dubbio su quel che deve fare. Il rispetto della Legge divina è per lui più importante della sofferenza del moribondo. Per rispettare la Legge, che proibiva a un sacerdote di toccare un ferito (Nm 19,16), sacrifica l’uomo.

 

Lo stesso vangelo, quando non è più a servizio del bene e della felicità degli uomini, ma viene usato come strumento di potere per sottometterli, si fa portatore di morte anziché di vita.

 

Il potere esercitato in nome di Dio è il più perverso, perché ha convinto gli uomini della necessità di sottomettersi ai suoi rappresentanti quale unica via di salvezza. Questo rende le persone non solo schiave, ma complici di questa schiavitù accettata e assunta a valore.


Nota del curatore :

Il testo tratto dall' introduzione degli appunti, non rivisti dall'autore, che hanno per titolo " E se Dio rifiuta la religione ?" - Cefalù 2004
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