Le due varianti dell'ultima cena - Ortensio da Spinetoli




 
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"Il pane che i commensali ricevono è il corpo di Gesù "spezzato" per gli altri, il vino è il suo sangue "versato" per le moltitudini...se non si supera la sfera dell'emotività e dell'intimismo, e non si scende a operazioni concrete verso i vicini e verso i lontani, non si commemora la cena del Signore, ma ci si trastulla in cerimonie pressoché inutili."

Le parole di consegna che Gesù ha dato ai suoi sono quelle dell'ultima cena, riferite da tutti gli evangelisti . Il banchetto che doveva inaugurare l'era messianica, si presentava invece come una cena d'addio . [...] Ma mentre essi mangiavano Gesù compie due varianti al cerimoniale consueto (cfr. Gv 13,4) .

La cena richiedeva una purità che Gesù altre volte aveva messo in dubbio (cfr. Mt 15,11), ma in questa circostanza diventa motivo per una lezione più profonda . [...]

Senza che nessun cerimoniale lo contemplasse Gesù si accinge a lavare non le mani ma i piedi degli apostoli (Gv 13, 3-5) . A un ebreo non era consentito abbassarsi ad azioni del genere. Era quanto Pietro voleva ricordare a Gesù col suo rifiuto, ma neanche questa volta l'apostolo aveva capito il suo maestro . Egli credeva di compiere un atto di deferenza nei suoi riguardi, di fatto stava impedendo la lezione più importante che Gesù intendeva lasciare ai suoi .

Pietro non voleva un messia servo, perché una tale prestazione ripugnava alla sua natura e alla sua educazione . La minaccia di Gesù di escluderlo dal suo seguito è categorica perché si tratta di un rifiuto che smentisce l'essenza stessa della vocazione cristiana .

Gesù si era spogliato di sé per dedicarsi agli altri, per riempirsi delle loro pene e delle loro sofferenze, si era collocato sul loro piano per condividere la loro sorte . La stessa cosa pretendeva ora dai suoi seguaci . Se non si sentivano di abbassarsi fino a tanto dovevano cambiare strada . [...]

Gesù conclude l'"episodio" con un ammonimento che diventerà la legge dell'essere cristiano: <<Vi ho dato l'esempio affinché come ho fatto io facciate anche voi>> (Gv 13,15)

Se i discepoli si distinguono per la loro fedeltà verso il maestro, quello che egli ha detto e fatto è la loro norma; il servizio dei fratelli che Dio ha chiesto a Gesù, ora Gesù lo chiede a loro .

Non occorre un particolare potere, una speciale deputazione per assolvere un tale compito (quello del servo), ma solo una grande disponibilità d'animo, un grande coraggio che si ritrova in coloro che coscientemente o meno hanno accolto lo Spirito di Cristo . [...]

La cena pasquale aveva avuto un'altra variante che gli autori ricordano unanimemente . "Dopo che ebbero mangiato" Gesù prende un pane, lo divide e ne dà un pezzo a ciascuno dei presenti . Allo stesso modo riempie un calice di vino e lo fa passare tra gli astanti . Le parole che premette alla distribuzione del pane e del vino sono: <<Questo è il mio corpo spezzato per voi>>, <<Questo è il calice del mio sangue versato per voi>>. E aggiunge: <<Fate questo in memoria di me>> (Lc 22,19; 1Cor 11,24) .

La tradizione teologica e liturgica ha attenuato il senso di questo comando, restringendolo al rito, più che riportarlo al significato che esso racchiude . In tale ipotesi Gesù raccomanda ai suoi di ripetere fin nei particolari e con la più grande esattezza e precisione possibile i gesti che ha compiuto quella sera .[...]

La cena è certamente un memoriale, ma non di se stessa, cioè del rito che Gesù ha compiuto nel corso dell'ultima Pasqua, bensì di quanto egli ha realizzato nel corso della sua vita per il bene delle moltitudini . [...] La cena è un convito di cibi, ma insieme e soprattutto di animi, di menti, di volontà. Era il banco di prova della disponibilità e della carità che i partecipanti avevano . [...]

La partecipazione alla cena del Signore è pertanto una presa di coscienza di quello che Gesù ha fatto per tutti e una presa di posizione per quanto il credente si impegna a fare da parte sua sul suo esempio.  Il <<fate questo in mia memoria>>  può avere quindi un significato superficiale (commemorazione rituale o liturgica della morte del Signore) o uno più profondo, riattualizzazione della sua morte, oltre che nei segni, nella propria vita, cercando di spenderla per lo stesso motivo e con lo stesso coraggio con cui e per cui Gesù ha vissuto la sua .

La celebrazione eucaristica è sacrilega quando non ripete le intenzioni di Cristo, quando non coinvolge i presenti nella sua morte, non li spinge a impegnare le proprie energie per la costruzione del regno di Dio, che si identifica con la felicità di ogni uomo, per il quale Gesù ha lottato ed è morto .

La Cena del Signore non è un momento di facile esultanza, ma l'incontro più provocatorio e più sconvolgente a cui il credente prende parte, poiché non solo deve dar prova di aver imparato a comunicare con chiunque viene a sedersi al suo fianco, ma soprattutto deve sentirsi pronto a compiere sacrifici estremi per attuare una pacifica, giusta, fraterna convivenza fra gli uomini . [...]

Il pane che i commensali ricevono è il corpo di Gesù "spezzato" per gli altri, il vino è il suo sangue "versato" per le moltitudini. Può essere importante ripresentare al Padre quest'atto di generosità inaudita . Compiacersi e felicitarsi con chi ha avuto il coraggio di compierlo può rivelare un sentimento giusto e sincero, ma se non supera la sfera dell'emotività e dell'intimismo, e non scende a operazioni concrete verso i vicini e verso i lontani, non si commemora la cena del Signore, ma ci si trastulla in cerimonie pressoché inutili .   


Tratto liberamente da :
"Chiesa delle origini Chiesa del futuro" -  Edizioni Borla - 1986 

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