L'unità della Fede nei due testamenti - Enzo Bianchi


 
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Il racconto della trasfigurazione di Gesù è situato in ciascuno dei tre vangeli sinottici in una posizione centrale (cf. Mc 9,2-10; Mt 17,1-9; Lc 9,28-36), in un punto in cui si registra un tornante decisivo tra il ministero di Gesù in Galilea e la sua salita a Gerusalemme. Per essere ancora più precisi, tale racconto è collocato in una sequenza assolutamente identica nei sinottici: confessione di Pietro (cf. Mc 8,27-30 e par.), primo annuncio della passione e delle condizioni per seguire Gesù (cf. Mc 8,31-38 e par.), trasfigurazione, secondo annuncio della passione (cf. Mc 9,30-32 e par.).

Nel quarto vangelo l’evento della trasfigurazione è assente, ma tutto il vangelo è rivelazione della gloria di Gesù, dalla manifestazione della gloria avvenuta a Cana (cf. Gv 2,1-12) alla glorificazione sulla croce (cf. Gv 12,23-28; 17,1; ecc.), sicché l’evangelista può attestare fin dal prologo: «E noi abbiamo visto la sua gloria» (Gv 1,14). Non va neppure dimenticato che questo evento è ricordato in modo dettagliato anche dagli scritti apostolici (cosa che avviene, oltre al nostro caso, solo per l’ultima cena), precisamente nella Seconda lettera di Pietro, che invita a discernere nella trasfigurazione un’anticipazione della parusia, della venuta nella gloria del Signore Gesù Cristo (cf. 2Pt 1,16-19).

Nell’intenzione dei sinottici e di Pietro l’evento della trasfigurazione deve essere letto e contemplato come un evento storico, cioè accaduto nella storia, nella vita di Gesù, davanti a testimoni per i quali ha avuto un significato determinante e attraverso i quali è stato raccontato: non si tratta dunque di un mito e neppure di un midrash cristiano! Certamente gli esegeti trovano difficoltà a determinarne il genere letterario: visione apocalittica? teofania divina? intronizzazione messianica? rilettura della trasfigurazione di Mosè (cf. Es 34,29-35)?

Il racconto in verità non si lascia restringere entro i confini di un genere letterario, ma resta un’interpretazione di un evento realmente accaduto nella vita di Gesù, compreso ed espresso dai singoli evangelisti in modo diverso. E la loro intenzione è quella di dare una testimonianza su Gesù, che aiuti il lettore nel suo itinerario di fede pasquale: per loro la trasfigurazione è rivelazione, è un alzare il velo su Gesù in modo che il discepolo conosca l’identità più autentica del Signore.

Io vorrei ora semplicemente contemplare questo racconto evangelico, questo roveto ardente in cui Dio rivela il suo volto; vorrei cercare, secondo l’insegnamento di Origene, di contemplare e leggere le vesti di Cristo che sono le parole del vangelo, invocando lo Spirito santo perché faccia risplendere queste vesti, le faccia diventare bianche come la luce (cf. Commento a MatteoXII,38 [su Mt 17,2]).

1. La trasfigurazione, rivelazione del Regno

L’evento della trasfigurazione è un evento profetizzato da Gesù, il quale dopo il primo annuncio della sua passione-morte-resurrezione dice ai discepoli: «In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non gusteranno la morte prima di vedere il Regno di Dio venire con potenza» (Mc 9,1; cf. Mt 16,28; Lc 9,27). Dunque alcuni dei discepoli saranno destinatari di una visione prima di morire, nella loro stessa vita, e vedranno il Regno di Dio veniente (Mc e Lc), vedranno il Figlio dell’uomo veniente (Mt). Come il vecchio Simeone aveva ricevuto dallo Spirito santo la promessa «di non vedere la morte senza prima avere visto il Cristo del Signore» (Lc 2,26), così alcuni ricevono una promessa da Gesù stesso: sarà loro manifestato il Regno di Dio, che Matteo identifica con il Figlio dell’uomo, dunque con Gesù stesso. Gesù è il Regno di Dio in persona, è l’autobasileía, come ha ben compreso Origene (cf. Commento a Matteo XIV,7,10.17 [su Mt18,23]). Gesù, che ha annunciato la venuta del Regno di Dio, ora lo rivela; o meglio, Gesù è rivelato dal Padre come Regno di Dio veniente con potenza, e dunque l’evento della trasfigurazione appare come un’anticipazione.

Sei giorni (Mc e Mt) o otto giorni (Lc) dopo queste parole, «Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, e li porta su un alta montagna, in un luogo in disparte, loro soli» (Mc 9,2). Egli opera una scelta, compie un’elezione, e dei dodici prende con sé solo tre, tra i primi chiamati alla sequela (cf. Mc 1,16-20). Sono i tre discepoli più vicini a Gesù, già scelti come testimoni della resurrezione della figlia di Giairo (cf. Mc 5,37-43), quelli che saranno poi anche i testimoni della sua de-figurazione nell’orto del Getsemani, alla vigilia della passione (cf. Mc 14,32-42). Sono scelti non per particolari virtù o meriti ma, nell’imperscrutabile volontà di Dio, perché possano rendere testimonianza, diventare testimoni di Gesù, anzi i testimoni per eccellenza: Pietro sarà «testimone (mártys) delle sofferenze di Cristo e partecipe (koinonós) della gloria che sarà manifestata» (1Pt 5,1); Giacomo e Giovanni berranno la coppa e subiranno l’immersione, secondo la promessa di Gesù (cf. Mc 10,38-39). Saranno testimoni e dunque martiri!

Sono questi che, «presi con sé» da Gesù, salgono con lui l’alta montagna, la montagna della rivelazione di Dio che a partire dal II secolo (cf. Vangelo degli Ebrei, citato da Origene in Omelie su Geremia XV,4,21) è identificata col monte Tabor, peraltro già menzionato in Sal 89,13. Sì, c’è in questa salita sul monte l’eco di tutti i racconti di teofania, di rivelazione di Dio dell’Antico Testamento: la montagna del Sinai e dell’Oreb, che sono un’unica montagna (cf. Es 3,1) salita e discesa da Mosè (cf. Es 19-34) e da Elia (cf. 1Re 19,1-18); «la montagna della dimora del Signore elevata al di sopra dei monti» (Is 2,2; Mi 4,1)…

Dunque questa salita, che Marco e Matteo sottolineano essere diretta verso «un luogo in disparte» (cf. Mc 9,2; Mt 17,1) e Luca specifica avere come fine la preghiera (cf. Lc 9,28), appare in vista di un evento importante, in cui i discepoli beneficeranno di una rivelazione fatta da Dio, rivelazione che riguarda il loro maestro, confessato poco prima da Pietro come Messia-Cristo (cf. Mc 8,29 e par.). Ed ecco che, mentre Gesù era in preghiera, «fu trasfigurato» (passivo divino metemorphóthe: Mc 9,2; Mt 17,2), subì un mutamento di forma nei vestiti e nel corpo. Luca, temendo che i lettori del vangelo comprendano questo evento come un mito, una metamorfosi alla stregua dei riti pagani greci, preferisce usare un’espressione più neutra: «l’aspetto del suo volto divenne altro» (héteros: Lc 9,29). Qui riscontriamo come l’evento sia in realtà inesprimibile e come il linguaggio degli evangelisti sia inadeguato: Matteo parla di «vestiti bianchi come la luce», Marco li descrive «splendenti, bianchissimi, quali non li potrebbe rendere nessun lavandaio sulla terra», Luca li definisce «sfolgoranti». I tre racconti tentano dunque di descrivere la luce di questi vestiti, certamente non dimenticando che la luce è il mantello di cui si riveste Dio (cf. Sal 104,2); in profondità, però, la sorgente di questa luce è Gesù stesso: ecco perché il corpo di Gesù fu trasfigurato (Mc e Mt), il suo volto brillò come il sole (Mt) e l’aspetto del suo volto divenne altro (Lc).

Invece del corpo e del volto umano, quotidiano di Gesù come lo conoscevano i discepoli, il mutamento fornisce la visione di un volto altro, luminoso, un volto trasfigurato da un’azione che poteva solo essere divina. Se Paolo nell’inno della Lettera ai Filippesi confessava:

Colui che era nella forma di Dio (en morphê theoû)

non ritenne un possesso geloso

la sua uguaglianza con Dio.

Ma egli svuotò se stesso,

prendendo forma di schiavo (morphè doúlou),

diventando simile agli uomini,

riconosciuto nella forma come uomo (Fil 2,6-7),

ora nella trasfigurazione colui che aveva la forma di schiavo riprende la sua forma di Dio e risplende di luce divina. Già Origene aveva osservato come la trasfigurazione richiami il testo appena citato. Egli scrive:

Tu tenti di sapere se i discepoli, quando Gesù si trasfigurò davanti a quelli che aveva fatto salire sull’alta montagna, videro Gesù sotto la forma di Dio, quella che era la sua prima, avendo egli preso quaggiù la forma di schiavo? Ebbene, ascolta queste parole, se tu sei capace, in un senso spirituale, e nota che non è detto solo «fu trasfigurato», bensì «fu trasfigurato davanti a loro», come dicono Matteo e Marco. Tu dunque concluderai che è possibile che Gesù davanti ad alcuni sia trasfigurato e davanti ad altri non lo sia (Commento a Matteo XII,37,1-21 [su Mt 17,2]).

Qualcosa della gloria, della luce di Dio risplende in Gesù, per quanto era possibile vedere ai discepoli: Gesù appare nella forma di uno dei «giusti splendenti come il sole nel Regno del Padre loro» (cf. Mt 13,43), come lui stesso aveva rivelato, appare come uno dei santi sapienti «splendenti nel firmamento come stelle per sempre» della visione di Daniele (Dn 12,3). Ciò che accade è dunque una vera Cristofania, anzi una teofania come quelle raccontate nell’Antico Testamento, di cui beneficiarono Mosè (cf. Es 3,1-15; 34,5-28), Elia (cf. 1Re 19,1-18) e gli altri profeti, soprattutto Isaia (cf. Is 6) ed Ezechiele (Ez 1).

2. Mosè ed Elia, la Legge e i profeti

Quando si è operata la trasfigurazione di Gesù, in qualche modo «si sono aperti cieli» (cf. Mc 1,10 e par.) e sono apparsi Mosè ed Elia che si intrattenevano con Gesù (cf. Mc 9,4 e par.).

Mosè il legislatore, dunque la Legge, è nominato più volte nei vangeli sinottici proprio in relazione alla Legge (cf. Mc 1,44; 7,10; ecc.), ma solo qui appare direttamente. Sull’alta montagna del Sinai-Oreb Mosè aveva ricevuto in dono diverse teofanie, e proprio per la sua intimità con Dio aveva ricevuto in dono anche la luminosità del volto, che i figli di Israele non potevano sostenere (cf. Es 34,29-35). Egli era pure il profeta atteso alla fine dei giorni, quando – secondo il Poema delle quattro notti nel Targum a Es 12,42 – sarebbe salito dal deserto, mentre il Re Messia sarebbe sceso dall’alto. Mosè era dunque atteso per i tempi messianici, quando sarebbe sorto il profeta simile a lui, cui doveva andare l’ascolto del popolo santo di Israele: «Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me: ascoltatelo!» (Dt 18,15). Ma Mosè era anche colui che aveva pregato Dio: «Fammi vedere la tua gloria!» (Es 33,18), sentendosi da lui rispondere: «Non è possibile vedere la mia gloria e restare in vita … Tu vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere» (Es 33,20.23).

Nell’evento della trasfigurazione Mosè è presente, vivente nel mondo di Dio, e vede finalmente la gloria di Dio, Gesù Cristo, che in quell’ora appare come «la gloria del Dio invisibile» (cf. Eb 1,3), «il Signore della gloria» (1Cor 2,8), colui sul volto del quale «brilla lo splendore della gloria di Dio» (cf. 2Cor 4,6).

Accanto a Mosè appare Elia, il prototipo dei profeti, anche lui salito sulla montagna di Dio per una rivelazione nella «voce di un silenzio sottile» (1Re 19,12), anche lui atteso alla fine dei tempi «prima che venga il giorno grande e terribile del Signore» (Ml 3,23) e che «si levi per quelli che temono il Nome di Dio il “Sole di giustizia” nei cui raggi sta la salvezza» (cf. Ml 3,20; cf. anche Sir 48,10-11). Elia rappresenta e sintetizza in sé tutta la profezia dell’Antico Testamento, quella che si era chiusa con Giovanni il Battista, anch’egli visto e identificato come «nuovo Elia» (cf. Mt 11,14; 17,10), precursore di Gesù nella vita, nella predicazione del Regno veniente, nella testimonianza e nella morte violenta.

Mosè ed Elia, la Legge e i profeti che sintetizzano tutte le Scritture di Israele, il Primo Testamento, sono accanto a Gesù come testimoni e interpreti. Anzi, in quel loro «intrattenersi», in quel loro «parlare insieme» (sunlaleîn: cf. Mc 9,4 e par.) a Gesù mostrano un’autentica interpretazione spirituale in atto: Gesù è l’ermeneuta della Legge e dei profeti che sempre, «cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiega in tutte le Scritture ciò che si riferisce a lui» (cf. Lc 24,27); e Mosè ed Elia, definiti da Luca «due uomini», sono coloro che, presenti accanto alla tomba vuota, interpreteranno le parole dette da Gesù nella sua vita e lo proclameranno Crocifisso-Risorto (cf. Lc 24,4-7). Proprio in quest’ottica, nel racconto della trasfigurazione Luca specifica che Mosè ed Elia «parlavano con Gesù del suo esodo (élegon tèn éxodon autoû), che stava per compiere a Gerusalemme» (Lc 9,31). Dunque la Legge e i profeti testificano la necessitas passionis di Gesù, lo indicano come il Servo del Signore che deve passare attraverso la kénosis e l’innalzamento, e così mostrano la continuità della fede tra Antica e Nuova Alleanza.

Le attese messianiche di Israele sono veramente compiute, e Gesù il Messia appare come l’esegesi vivente e il compimento autentico delle Scritture. Con questa convinzione Origene può commentare:

Se si comprende e si contempla il Figlio di Dio trasfigurato al punto che il suo viso sia sole e i suoi vestiti bianchi come la luce, si vedranno, contemplando Gesù in questa forma, Mosè la Legge ed Elia, che non è un profeta solo ma li rappresenta tutti, mentre conversano con Gesù … E se qualcuno ha visto la gloria di Mosè, poiché ha compreso che la Legge spirituale è tutt’una con la parola di Gesù, e ha compreso che nei profeti «la sapienza è nascosta nel mistero» (1Cor 2,7), allora egli ha visto Mosè ed Elia nella gloria, proprio vedendoli con Gesù (Commento a Matteo XII,38,29-37.43-49 [su Mt 17,2-3]).

Come dimenticare il mosaico di S. Apollinare in Classe a Ravenna, dove da una parte e dall’altra della croce gloriosa stanno Mosè ed Elia, mentre sotto la croce stanno tre pecore, che raffigurano i tre testimoni della trasfigurazione?

In questo mosaico Gesù è rappresentato dalla croce, il soggetto della conversazione tra Mosè ed Elia: si tratta davvero di un’interpretazione figurativa straordinaria e altamente teologica!

E proprio perché questa visione diventi pienamente realtà, «Pietro, prendendo la parola, dice a Gesù: “Maestro, è buona cosa per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”» (Mc 9,5 e par.). Egli crede forse che sia giunta la fine dei tempi? Pensa alle tende della festa di Sukkot, festa carica di senso escatologico? Pensa di erigere per Gesù, Mosè ed Elia la tenda dell’incontro fatta da Mosè per incontrare Dio (cf. Es 33,7-11)? In ogni caso Pietro, Giacomo e Giovanni «non sanno rispondere» a quell’evento, come nell’ora del Getsemani – si noti che ricorre la stessa espressione in Mc 8,6 (ou édei tí apokrithê) e 14,40 (ouk édeisan tí apokrithôsin)! –, e sono presi da spavento per la rivelazione di cui sono destinatari, lo stesso spavento provato dalle donne nell’alba di Pasqua (cf. Mc 16,5.8).

3. La nube dello Spirito e la voce del Padre

Mentre Pietro sta parlando, ecco arrivare «una nube che coprì tutti nella sua ombra, e dalla nube venne una voce: «Questi è il mio Figlio, l’amato, ascoltatelo!» (Mc 9,7).

Sullo sfondo del racconto vi è sempre il racconto della teofania rivolta sul Sinai a Mosè: sull’alta montagna c’era una nube che la copriva (cf. Es 19,16; 20,21; 24,15; ecc.), una nube simbolo della Presenza di Dio, segno del Dio che è sceso, si è avvicinato agli uomini, e tuttavia resta nascosto, Santo, separato dal mondo. Questa nube che sul monte indicava la Dimora di Dio (cf. il verbo shakan, da cui Shekinah) passò sul tabernacolo costruito da Mosè nel deserto (cf. Es 40,34-35) e, nell’ora della dedicazione del Tempio, riempì il Santo (cf. 1Re 8,10-12). Questa nube è dunque la Presenza di Dio, letta dalla tradizione rabbinica come Presenza attraverso lo Spirito santo, è la gloria stessa di Dio. L’introito della messa latina giustamente dice: «Lo Spirito santo apparve nella nube luminosa e la voce del Padre risuonò»…

Nell’evento della trasfigurazione la Shekinah viene a testimoniare che Dio è presente e adombra, proietta la sua ombra sui personaggi di quell’evento. Siamo di fronte a un ossimoro: è «una nube luminosa», specifica Matteo, eppure fa ombra (cf. Mt 17,5); la precisazione di Matteo sarà cara alla tradizione cristiana proprio in quanto definizione della conoscenza e della visione di Dio … Questa è dunque la risposta alle parole di Pietro: non tre tende fatte da mano d’uomo, ma una nube, la Shekinah di Dio. Ecco la realtà ultima e definitiva: non più una tenda, non più un Tempio, non più un Santo dei santi, ma la Shekinah, la Dimora-Presenza di Dio è in Gesù Cristo, lui che è Dimora, Tempio e Presenza! Dirà Gesù secondo il quarto vangelo alla samaritana: «Donna, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito (cioè nello Spirito santo) e nella Verità (che è Gesù Cristo)» (Gv 4,23)…

E dalla nube della Presenza di Dio ecco venire la voce del Padre, la parola di Dio stesso. Gesù aveva già ascoltato questa parola dal Padre nel battesimo, nell’immersione ricevuta da Giovanni il Battista; allora i cieli si erano aperti e la voce aveva dichiarato a Gesù solo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato (“l’eletto”, secondo Lc 3,22), in te mi sono compiaciuto» (Mc 1,11; Mt 3,17). Di fatto la voce del Padre allora aveva ripetuto le parole dette sul Servo del Signore: «Ecco il mio Servo che io sostengo, in cui si compiace la mia anima» (Is 42,1), attestando che il Figlio di Dio è il Servo del Signore. Ora questo viene annunciato ai tre discepoli, tra i quali vi è Pietro che poco prima si era rivolto a Gesù chiamandolo «Rabbi, Maestro» (Mc 9,5). Colui che i discepoli avevano seguito, coinvolti nella sua vita, colui che avevano ascoltato e visto agire come Maestro, Profeta, Messia, è rivelato dal Padre come «Figlio amato» e «Servo del Signore». Sì, attraverso la rivelazione del Padre Gesù appare insieme come il Messia intronizzato del Salmo 2 («Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato»: Sal 2,7) e come il Servo che Dio stesso presenta a Israele tramite il profeta Isaia (cf. Is 42,1-9).

Vi è qui l’incrociarsi delle diverse attese messianiche di Israele: quella di un Messia regale, quella di un Messia profetico, quella di un Messia escatologico. Per questo ormai può risuonare l’invito: «Ascoltatelo!», che è l’eco della parola di Dio riguardo al profeta escatologico (cf. Dt 18,15) ed è anche l’eco dello Shema‘: «Ascolta, Israele…» (Dt 6,4). Ormai l’ascolto di Dio stesso è ascolto di Gesù, del Figlio, della Parola vivente di Dio! Mosè ed Elia, la Legge e i profeti, cedono il posto a Gesù dopo avergli reso testimonianza, perché ormai è lui l’esegesi del Padre (exeghésato: Gv 1,18); è lui, Gesù, che può dire in verità chi è Dio ed evangelizzarlo, renderlo cioè buona notizia per tutti gli uomini; il comando di Dio Padre: «Ascoltatelo!» significa che Gesù è il Lógos, la Parola definitiva …

Ma la visione svanisce, e Gesù è di nuovo contemplato «solo» nella quotidianità umile della natura umana (cf. Mc 9,8 e par.). Poi, «mentre scendono dall’alta montagna, Gesù ordina ai tre discepoli di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti» (Mc 9,9). La rivelazione è stata straordinaria, ma deve restare sotto silenzio, perché non sia svelato il segreto messianico prima dell’ora della resurrezione. Ma i discepoli, sempre preda del loro intontimento, della loro mancanza di fede, si chiedono cosa possa significare rialzarsi dai morti» (cf. Mc 9,10)…

Conclusione. La portata cristologica dell’evento della trasfigurazione

Dopo questa lettura puntuale dei racconti sinottici della trasfigurazione, vorrei concludere evidenziandone semplicemente il messaggio. Innanzitutto contemplare la trasfigurazione significa comprendere con una maggior profondità l’evento del battesimo di Gesù. La parola di Dio rivela l’identità di Gesù: egli è il Figlio di Dio che deve fare esodo, cioè patire -morire risorgere.

Nello stesso tempo l’evento della trasfigurazione annuncia ciò che accadrà a Gerusalemme, quando nell’ora della croce il centurione confesserà: «Veramente quest’uomo è il Figlio di Dio!» (Mc 15,39; Mt 27,54). Sì, l’evento della trasfigurazione è memoriale del battesimo e oracolo della croce, e la posizione centrale assegnatogli dagli evangelisti vuole proprio indicare questa sua qualità di memoriale e di profezia, di compimento di ciò che è stato detto nel battesimo e di anticipazione di ciò che avverrà nella resurrezione e nella parusia.

Ma la trasfigurazione è anche mistero di luce, che illumina tutto il corpo (Israele e la Chiesa; Mosè, Elia e i discepoli) insieme al Capo. Infatti il Primo Patto testimonia e Gesù interpreta il Primo Patto; i discepoli, a loro volta, accolgono Gesù, accolgono la testimonianza delle Scritture e accolgono il comando del Padre in vista dell’ascolto del Figlio. Non c’è immagine biblica più efficace per narrare l’unità della fede nei due Testamenti, la centralità di Gesù il Messia, la pienezza della rivelazione in lui, l’essere un solo corpo da parte dei credenti che nell’Antico Testamento attendevano il Messia e nel Nuovo lo confessano e lo annunciano.

E infine la trasfigurazione è mistero di trasformazione: il nostro corpo e questa creazione sono chiamati alla trasfigurazione, a diventare «altro»; il nostro corpo di miseria diventerà un corpo di gloria (cf. Fil 3,21), e «la creazione che geme e soffre nelle doglie del parto» (cf. Rm 8,22) conoscerà il mutamento in «cielo nuovo e terra nuova» (Ap 21,1). Ciò che è avvenuto sul monte Tabor in Gesù Cristo avverrà per tutti i credenti e per il cosmo intero alla fine della storia …

Nell’attesa di quel giorno a noi non resta che contemplare, per quanto ne siamo capaci, «il volto di Cristo su cui risplende la gloria di Dio» (cf. 2Cor 4,6): così, «riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasfigurati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, attraverso l’azione dello Spirito santo» (cf. 2Cor 3,18). Così nella tua luce vediamo la luce, Signore (cf. Sal 36,10)!

Tratto da : Giornate di Fonte Avellana  a cura di Girolamo Valenza (2007)

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