L'ultima tentazione - p. Carlo Maria martini SJ


 
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«Giunsero intanto a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: “Sedetevi qui, mentre io prego”. Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Gesù disse loro: “L’anima mia è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”. Poi, andato un po’ innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora» (Mc 14,32-35).

Esempio di obbedienza della mente è Gesù nel Getsèmani. Non sappiamo se questo è stato l’unico momento così drammatico di prova per Gesù. Qualche altro accenno dei Vangeli induce a supporre che non sia stato il solo, perché san Giovanni parla di turbamenti forti, di situazioni pericolose ancora durante la sua vita pubblica.

Nel Getsèmani abbiamo una concretizzazione tipica di quell’essere tentato di Gesù, che la Lettera agli Ebrei riferisce all’insieme della sua esistenza terrena: «Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (Eb 4,15). In ogni cosa, quindi la paura, il disgusto, il tedio, la ripugnanza, la demotivazione, che vediamo affiorare nel Getsèmani. È la prova che abbiamo visto ricordata in Eb 12.  

Che cosa significano questi sentimenti di angoscia che hanno il culmine nella tristezza «fino alla morte»?

Non è facile entrare logicamente nel contesto, e ci può forse aiutare una preghiera affettiva che cerchi di rendersi presente alla coscienza di Gesù, di contemplarlo sentendo con lui paura e angoscia. 

Forse possiamo paragonare le sue paure con le nostre, soprattutto quelle che soffriamo a riguardo del Regno di Dio, di ciò che noi non sappiamo fare e che avvertiamo incombente, pesante; a riguardo dei timori che abbiamo per gli altri, per i pericoli spirituali gravissimi in cui si trovano; a riguardo di quanti riteniamo essere insuccessi o arretramenti della Chiesa di Dio; a riguardo di situazioni drammatiche di famiglie, di persone ammalate, di sofferenze per figli drogati; a riguardo delle tragedie che la malattia psichica provoca nelle famiglie rendendole un inferno. Tutto ciò è, in qualche modo, partecipazione all’angoscia e alla tristezza provate da Gesù. E noi conosciamo tutti i sentimenti di inutilità, disgusto, fuga, abbandono, che ci vengono da quelle angosce, perché sono esemplificati nel Libro di Giobbe. 

Ancora nella Lettera agli Ebrei la condizione che vive Gesù è così riassunta: «Nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte [...]; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,7-9). L’insistenza è sul tema dell’obbedienza: egli impara l’obbedienza della mente e diviene causa di salvezza per coloro che imparano a obbedire a lui. 

Come Gesù reagisce in questa lotta per l’obbedienza della mente, il cui esito, per molti, è di fuggire, di ritirarsi, di abbandonare tutto?  

Reagisce restando. Chiede ai discepoli di restare, di non fuggire, di non cambiare situazione, ma di affrontare la lotta. Poi, andato un poco innanzi, si getta a terra e prega perché, se è possibile, passi da lui quell’ora. È molto bello che Gesù affronti direttamente il male ma, a partire dalla propria debolezza, «che passasse da lui quell’ora» (Mc 14,35).  

La sua è una lotta col Padre, ed egli vuole ad ogni costo che sia vittoriosa la volontà del Padre. Infatti «diceva: “Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu”» (Mc 14,36). Egli sa di volere altro, di volere che si allontani da lui quel calice, ma la parola decisiva è «ciò che vuoi tu». 

È la parola ultima della fede, dell’obbedienza della mente, parola che interpreta Abramo, Giobbe, tutti i santi della via della fede nell’Antico Testamento. Possiamo restare in contemplazione affettiva di Gesù nel Getsèmani e chiedergli: Che cosa dici tu a me? Come vivo io queste realtà? 

Suggerisco tre riflessioni conclusive. 

1. Se c’è una lotta per l’obbedienza della mente, il modello è Gesù nell’orto, Gesù orante; lui è il modello ultimo che riassume tutto il combattimento di Giobbe nella sua violenza e nella sua vittoria, il luogo migliore per rileggere l’insieme del Libro di Giobbe e coglierne lo sbocco nel disegno divino. 

2. Chi prega per non entrare in tentazione ha già vinto per metà. Difatti Gesù supplica i suoi apostoli: «Pregate per non entrare in tentazione» e obbliga noi a ripetere questa incessante domanda nella preghiera domenicale: domanda di cui non sempre comprendiamo l’importanza e che spesso formuliamo a fior  di labbra. Con essa si chiede al Padre di cogliere il carattere di lotta e di prova di tante situazioni, di non entrarci a capofitto senza capire che sono una prova, ma di affrontarle nella preghiera. Quando ci si accorge che una certa realtà, un evento, sono una prova in cui Dio ci pone abbiamo già superato per metà la difficoltà; quando invece li si legge come destino cattivo, come malvagità della gente, della società, come ignoranza dei superiori o pigrizia di quanti ci sono affidati, è assai difficile uscirne se non con discorsi razionali o con provvedimenti di tipo programmatico, che però solo in parte risolvono il problema. Se colgo l’aspetto di prova emerge il grido: «Signore, non permettere che io cada in tentazione! Fammi comprendere che sto vivendo un momento importante della mia vita e che tu sei con me per provare la mia fede e il mio amore». 

3. La vera vittoria è, come insegnano Abramo, Giobbe e soprattutto Gesù, l’abbandono al mistero inesauribile, creativo, sorprendente di Dio che ha risorse al di là di quanto noi possiamo pensare e capire. Non dobbiamo mai credere di essere in un vicolo cieco, perché anche quando ne abbiamo l’impressione la Trinità è talmente capace di creatività da accoglierci; quindi il muro dell’esistenza, il vicolo cieco in cui ci si sente, viene scavalcato e superato da un abbandono che è l’atto supremo di libertà dell’uomo, l’atto in cui l’uomo perviene a essere maggiormente se stesso, cioè creatura fatta per il dialogo con Dio e che si salva nell’affidamento totale a lui come Padre pieno di amore e di misericordia.


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