L'anima spirituale: Obbiettivo di una vita ! - Carlo Molari


 
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"Sviluppare la vita spirituale significa sviluppare quelle qualità nuove di vita che fioriscono quando si scopre che in gioco nella vita c’è una  forza più grande di noi e che nessuna creatura risponde alla tensione profonda che l’uomo porta con sé. Quando si giunge a questa scoperta, che è già un traguardo di maturità, cambia completamente la prospettiva con cui si affronta la vita e si attraversano le diverse situazioni."

A che cosa ci riferiamo quando parliamo di spiritualità? 

Nell’uso comune a volte la riduciamo ad una pratica religiosa o all’osservanza di un insieme di leggi e quindi a comportamenti morali. Spiritualità è qualcosa di più profondo.

Quando parliamo di spiritualità ci riferiamo ad una qualità di vita, ad una modalità di vedere la realtà e di vivere le esperienze, di impostare quindi il proprio cammino. La qualità della vita che chiamiamo spiritualità non è caratteristica di per sé delle religioni. Esistono anche spiritualità atee. Cerchiamo quindi di precisare.

 1. Il nuovo orizzonte culturale

Affrontiamo il problema in una prospettiva dinamica ed evolutiva a differenza di quanto avveniva nei secoli scorsi nei quali dominava la prospettiva statica.

Il Vaticano II ha riconosciuto che “l’umanità sta passando da una concezione piuttosto statica della realtà ad una più dinamica ed evolutiva” ed ha previsto che tale cambiamento avrebbe suscitato “una congerie di problemi che avrebbero richiesto nuove analisi e nuove sintesi” (GS. 5).

Si tratta di un grande cambiamento. Nella visione statica della realtà si pensava che la natura delle cose fosse già determinata e fissata fin dall’inizio in modo perfetto. Quanto all’uomo poi si pensava che l’anima fosse creata immediatamente da Dio per ogni persona e fosse spirituale e per natura immortale. In alcuni ambienti sotto l’influsso di Platone si pensava addirittura che fosse già preesistente.

Il problema era capire come si stabiliva il rapporto tra anima e corpo. La spiritualità era quindi la vita dell’anima, già “infusa” o “creata” fin dall’inizio. Tutte le formulazioni dottrinali della nostra fede sono sorte in questo orizzonte. Il lavoro che la Chiesa sta facendo in questi decenni nasce proprio dall’esigenza di riformulare le dottrine di fede in modo corrispondente ai nuovi modelli culturali dato che la prospettiva evolutiva è un dato essenziale della nostra cultura.

Non mi riferisco direttamente alle teorie evoluzioniste di Darwin, ma alla visione complessiva della realtà.

Nei mesi scorsi è uscito un libro dal titolo “Nati per credere”, di tre professori universitari secondo i quali anche la fede in Dio è risultato dell’evoluzione della specie. Nati per credere  è scritto a sei mani da uno psicologo esperto dei processi cognitivi (Vittorio Girotto Università IUAV di Venezia), da un filosofo della scienza esperto di evoluzionismo (Telmo Pievani, Università Milano Bicocca) e da un etologo esperto di cognizione animale e neuroscienze comparate (Giorgio Vallortigara, Università di Trento).

Essi sono convinti che “la teoria darwiniana dell’evoluzione rappresenta uno dei maggiori successi scientifici di ogni tempo”, ma debbono costatare che “il nostro cervello sembra «specificamente progettato per fraintendere il darwinismo»” ( La citazione tra virgolette è del noto biologo inglese neodarwinista Richard Dawkins, che essi citeranno più volte).

Secondo la prospettiva darwiniana c’è un progetto nella natura, ma non c’è un progettista, perché il progetto si costruisce casualmente, attraverso tentativi spesso infruttuosi.

Dobbiamo accettare questo orizzonte culturale. L’azione di Dio non può essere accolta compiutamente in un istante dalla creatura in processo, ma solo a frammenti nella successione del tempo. Per questo il male e l’imperfezione accompagna il cammino umano finché “Dio non sarà tutto in tutti” (1 Cor. 15,28).

Nei processi della creazione e della storia ci sono anche situazioni insensate. La sfida che oggi come credenti dobbiamo accogliere è quella di saper affrontare la sfida della casualità e del nonsenso.

La spiritualità in questi casi, come vedremo, significa introdurre il senso che non c’è.

2. Vita spirituale

Sviluppare la vita spirituale significa sviluppare quelle qualità nuove di vita che fioriscono quando si scopre che in gioco nella vita c’è una  forza più grande di noi e che nessuna creatura risponde alla tensione profonda che l’uomo porta con sé. Quando si giunge a questa scoperta, che è già un traguardo di maturità, cambia completamente la prospettiva con cui si affronta la vita e si attraversano le diverse situazioni.

Comincia a svilupparsi un atteggiamento di fiducia nella “forza arcana”, come l’ha chiamata il Concilio (cfr. Vat. II Nostra Aetate, n. 2) che tutte le religioni in vario modo riconoscono.

Nel cammino della nostra esistenza scopriamo che abbandonandoci con fiducia a questa forza arcana, cominciamo a vivere le esperienze in modo nuovo. A quel punto si sviluppa la dimensione spirituale della persona. Parlando quindi di vita spirituale non ci riferiamo tanto a pratiche religiose, ad alcune modalità di preghiera, o all’osservanza di leggi morali, quanto ad una qualità nuova dell’esistenza, ad un modo particolare di vedere la realtà, di vivere le relazioni. E’ possibile pertanto praticare la religione anche con una certa continuità, ma non sviluppare una vera e propria attitudine spirituale.

Agli scribi e ai farisei Gesù rimprovera proprio di osservare leggi morali con fedeltà, ma di non vivere un autentico rapporto con Dio. Emblematica a questo proposito è la parabola del capitolo 18 del terzo Vangelo. Cfr. Lc. 18: “la differenza tra i due che salgono al tempio a pregare è molto netta. Il fariseo in piedi prega Dio dicendo: ti rendo grazie, Padre, perché non sono come gli altri. Elenca le opere che egli compie. Gesù dice: tornò a casa non giustificato, non in corretto rapporto con Dio. Il pubblicano invece, piegato a terra invoca misericordia: “abbi pietà di me peccatore”. Ha un atteggiamento di accoglienza, di ascolto, di interiorizzazione, consapevole che c’è una forza più grande in gioco nella storia degli uomini e nella vita personale. Gesù dice che “tornò a casa giustificato”.

Il passaggio dalla vita psichica all’uomo spirituale (cfr. Paolo 1Cor. 2, 14-16) avviene proprio quando non si è più centrati su di sé, ma ci si affida ad una forza più grande e si assume un particolare atteggiamento di accoglienza fiduciosa.

Quando avviene questo passaggio non scompare la vita psichica, ma comincia a fiorire una dimensione nuova, si è “condotti dallo Spirito” come dice Paolo (Rom. 8,14): “Coloro che sono condotti dallo Spirito, costoro sono figli di Dio”.

Questo passaggio avviene attraverso una conversione, attraverso un  cambiamento profondo di vita. Non avviene all’inizio, richiede un lungo cammino, a meno che non ci siano condizioni particolari (Si pensi ad es. alle particolari condizioni famigliari in cui è cresciuta S. Teresa di Gesù Bambino). Questo atteggiamento può essere anche ateo, anche laico, perché non sempre questa forza arcana viene concepita in modo personale ed è chiamata Dio.

 3. Come si qualifica la spiritualità cristiana.

La spiritualità cristiana è teologale: riconosce che la forza arcana della vita si esprime come amore e ha quindi carattere personale. Inoltre è cristologica, si sviluppa cioè in riferimento alla modalità con cui Gesù ha vissuto il rapporto con il Padre: “tenendo fisso lo sguardo su di lui”.

La lettera agli ebrei utilizza due volte questa espressione: “Fissate bene lo sguardo in Gesù, l’apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo” (Eb. 3,2); “tenete fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede” (Eb 12, 2). Vivere il rapporto con Dio tenendo fisso lo sguardo su Gesù caratterizza in modo particolare l’esistenza cristiana immergendola nel tempo.

Ne consegue che la spiritualità cristiana ha una triplice modulazione corrispondente alle tre dimensioni del tempo: passato, presente e futuro. Non siamo in grado di accogliere tutta la grandezza della parola in un solo istante. Noi siamo frammento che si succede. Possiamo accogliere il dono di Dio solo nel tempo. È la legge dell’incarnazione. Siamo chiamati a vivere l’atteggiamento di affidamento fiducioso in rapporto al tempo, non cercando di uscire dalla storia.

Questo spiega perché il rapporto con Dio vissuto in riferimento a Gesù si è tradotto in tre modulazioni: fede, speranza, carità. Già S. Paolo nel primo documento scritto pervenutoci dell’esperienza cristiana nelle prime righe ricorda questa triade: Scrive ai tessalonicesi nel 50 : “memori del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità, e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo” (1 Tess. 1,3). Poco tempo dopo scrivendo ai Corinzi Paolo afferma che queste sono “le tre cose che rimangono” (1Cor. 13,13).  Secondo le tre dimensioni del tempo la dimensione teologale si esprime come fede, speranza, carità.

La fede è l’accoglienza della parola di Dio come ci viene testimoniata dalle generazioni precedenti e volge perciò lo sguardo al passato. Con la speranza ci rivolgiamo al futuro per attendere il compimento e rendere possibile il divenire della  salvezza. Tutto questo è vissuto nel piccolo istante del presente nel quale l’eterno si affaccia al nostro camino offrendoci il dono di vita da offrire ai fratelli, che è appunto la carità.

Questo processo si realizza non in un luogo sacro, bensì in ogni momento. Si tratta di imparare attraverso la preghiera a rimanere in sintonia con l’azione di Dio, altrimenti rischiamo di cadere nell’idolatria, cioè di considerare quale fonte o ragione della nostra esistenza le ricchezze, la tecnica, il cibo, il potere ecc.

Nella preghiera invece diciamo che la ragione della nostra vita è l’incontro con Dio, per non perdere  l’atteggiamento di questa forza che ci fa crescere come figli di Dio.

Il cammino teologale, infatti, ha come traguardo la nostra identità di figli di Dio. Siamo già figli, ma in modo ancora incompiuto e provvisorio: “ciò che saremo non è stato ancora rivelato” (1 Gv 3, 3). Possiamo anche fallire nel cammino del compimento e non pervenire all’identità filiale.

La possibilità del fallimento è uno degli insegnamenti innegabili del NT, che si è sviluppato come la dottrina dell’inferno, secondo la visione del mondo che allora avevano. Ma il nucleo essenziale afferma la possibilità di fallire nel nostro processo di crescita spirituale, di vivere solo in superficie e di non sviluppare le strutture dell’eternità.

Noi non siamo ancora viventi in modo definitivo: siamo un tentativo provvisorio che Dio fa di renderci sue immagini permanenti. In questa fase dobbiamo sviluppare la dimensione spirituale, le strutture della vita eterna, altrimenti non siamo in grado di attraversare la morte e di pervenire alla forma ultima di esistenza umana.

4. Spiritualità adulta.

In questa prospettiva comprendiamo qual'è il criterio fondamentale per giudicare una spiritualità adulta, che ha superato i limiti delle fasi precedenti della vita. La persona raggiunge la sua maturità quando è in grado di confrontarsi con la morte, quando cioè ha maturato quelle capacità che gli consentono di vivere tutte le situazioni in modo da saper morire.

Ci chiediamo quindi quali sono i criteri con cui valutare se possiamo vivere la morte in modo umano, da figli di Dio. Quali sono i criteri che consentono di attraversare le molte situazioni dell’esistenza che sono anticipazioni della morte. Ci sono situazioni disordinate, caotiche nella storia, ingiuste. C’è il peccato. Dobbiamo imparare a vivere tutte  le situazioni in modo positivo e salvifico. Non perché siano sempre positive o corrispondano ad un progetto divino. Perché ci sono molte situazioni insensate. Ma l’amore di Dio ci offre la possibilità di attraversare quelle situazioni sviluppando la nostra dimensione spirituale, in modo da rendere sensate anche le situazioni insensate, e salvifiche anche le situazioni ingiuste.

Se uno è odiato è una situazione ingiusta. Ma se l’odio è un fatto dobbiamo chiederci come viverlo in modo da crescere. Come vivere la croce, che come tale è contraria al volere di Dio, ma che pure esiste. Gesù afferma esplicitamente di essere venuto (Mc. 1, o di essere stato mandato Lc. 4, 42) “per predicare il regno di Dio”. Ma gli uomini hanno rifiutato l’annuncio del regno e Gesù si è trovato ad annunciare il Regno di Dio in una situazione ingiusta, contraria, violenta, insensata.

Anche a noi è chiesto di essere capaci di dare senso alle situazioni insensate, di attraversare la violenza e l’odio annunciando l’amore.

4.1 I criteri della maturità desunti dalla morte.

Se la morte è il traguardo della nostra avventura terrena, essa ci offre anche i criteri per l’orientamento del cammino. Ne possiamo esaminare cinque.

il criterio dell’identità. Di fronte alla morte non sarà importante che cosa abbiamo realizzato nel mondo, quali opere abbiamo compiuto, bensì chi siamo diventati attraverso tutto quello che abbiamo vissuto.

La morte ci chiederà: chi sei? chi sei diventato? Che nome stai abitando? Questo è il criterio fondamentale. Oggi perciò non serve chiedersi: cosa sto realizzando? Che risonanza ha quello che faccio? Dobbiamo piuttosto chiederci: chi sto diventando vivendo questa esperienza? questo fallimento, questa calunnia, o questo successo?

il criterio del distacco. La morte ci chiederà di abbandonare tutto, di aver imparato a distaccarci dalle cose, dalle persone, dalle situazioni, perché dovremo abbandonare tutto. Più ci alleniamo al distacco e più acquistiamo l’identità filiale, cioè accogliamo il dono di Dio che ci rende figli.

l’interiorizzazione nei rapporti. La morte ci chiederà di partire in solitudine, ma pieni di presenze. Ci chiede perciò di vivere i rapporti in modo tale da portarci gli altri dentro, senza condurli con noi per mano.

Il bambino piccolo nei primi tempi non è capace di interiorizzare i suoi genitori, quando diventa capace è in grado di allontanarsi da loro, di andare a scuola perché porta dentro l’immagine dei suoi. 

Nelle difficoltà può pensare: “poi lo dico a mia mamma, poi viene mio papà” e trova la forza di andare avanti. A mano a mano che cresce la persona ha bisogno sempre più di interiorizzare presenze.

Esse costituiscono la nostra risorsa, perché noi diventiamo attraverso i rapporti. La morte ci chiederà di partire senza condurci nessuno per mano, ma portando in noi tutti coloro che abbiamo amato o ci hanno amato.

l’oblatività, cioè la capacità di donare vita. Tutti cominciamo l’esistenza con atteggiamenti possessivi, succhiando vita dagli altri. Da adulti non possiamo più essere persone che succhiano la vita, ma persone che la consegnano. La morte ci chiederà di consegnare tutto, persino il nostro corpo che ci è servito per diventare noi stessi. Tutto dobbiamo restituire, tutto dobbiamo diffondere intorno a noi. Lo potremo fare solo se siamo diventati totalmente oblativi.

l’abbandono fiducioso. La morte ci chiederà di essere così capaci di fidarci della vita da saperla perdere per ritrovarla.

E’ l’atto supremo di fiducia. Tutte le situazioni che viviamo ci allenano a fidarci così dell’azione di Dio, da saper crescere anche nelle situazioni negative, perché come dice Paolo in Rom. 8,37 segg. “nessuno può separarci dall’amore di Dio”.

Noi possiamo vivere tutte le situazioni in modo da crescere come figli. Nessuno ci può separare dall’amore. In tutto questo noi siamo più che vincitori … Nessuno potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù. In tale modo possiamo vivere tutte le situazioni dell’esistenza, favorevoli e sfavorevoli, accogliendo il dono di Dio e testimoniando l’amore del Padre.

In questo senso non ci sono spazi sacri cioè riservati a Dio: tutta l’esistenza diventa una “offerta del proprio corpo” “un sacrificio gradito a Dio” “un culto spirituale” (Rom 12, 1).

I momenti di preghiera sono palestra, allenamento per imparare a vivere tutte le situazioni come occasione di incontro con Dio, come ambito di vita teologale. Dobbiamo ricordare che il dono di Dio ci previene sempre attraverso creature. È molto facile, soprattutto all’inizio del cammino identificare la creatura come il dono da accogliere, mentre il dono è un altro. Ci perviene attraverso la creatura ma la trascende.

Analogamente spesso ci illudiamo di essere noi ad offrire vita ai fratelli. Noi invece siamo un vuoto sempre riempito, siamo un nulla che viene attraverso dall’energia creatrice. Non siamo noi ad offrire, a donare, ad amare, ma è il bene che in noi diventa amore. E’ la verità che in noi diventa parola, nei limiti dei nostri modelli.

Così comprendiamo perché Gesù rimprovera il notabile che lo chiama buono. Nessuno è buono. Dio solo è buono. E’ l’espressione chiara della profondità spirituale di Gesù: la consapevolezza del nulla, continuamente riempita dal tutto che è Dio.

Io non faccio nulla da me stesso. Se noi vivessimo in questo modo, noi potremmo vivere la spiritualità cristiana ed essere testimoni efficaci dell’amore di Dio che si è rivelato in Gesù.


Tratto da:

Quaderno di “Strade Aperte” – 10/07/2009

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