Il sogno di Maria nella "Buona novella" di De Andrè

Franko Burolo

 

 

 
Testi, conferenze, interviste  di :

  Alberto Maggi

- Clicca Qui

Carlo Maria Martini

- Clicca Qui

- Clicca Qui

Josè Maria Castillo

- Clicca Qui

Vito Mancuso 

- Clicca Qui

Enzo Bianchi

- Clicca Qui

Altri Autori e Testi completi in diversi formati

- Clicca Qui

Appunti di Rosario Franza

- Clicca Qui

Home Page

- Clicca Qui


L'album è diviso in due parti tematiche. La prima parte (lato A) tratta la vita di Maria e Giuseppe prima della nascita di Gesù, la seconda (lato B) tratta gli eventi intorno alla sua passione e morte. […] senza essere esplicitamente nominato, Gesù resta comunque il protagonista assoluto, è il tema centrale dell’album nel suo complesso.  

Va, inoltre, sottolineato che, in questo modo, De Andrè ha dato voce, come egli è del resto solito fare, a personaggi marginali nei vangeli canonici e persino, ad esempio, alle madri dei due “ladroni” crocifissi insieme a Gesù.  

L'inclusione degli emarginati è molto importante per capire la vita, l'attività e la persona di Gesù di Nazareth, cioè la rivelazione evangelica. E proprio attraverso tali personaggi che La buona novella ci racconta l'impatto sociale di Gesù in Palestina circa duemila anni fa, indicandoci così i problemi della società non solo antica, ma anche moderna .

[...]La buona novella […] era un'allegoria che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del Sessantotto e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate, ma da un punto di vista etico - sociale, direi, molto simili, che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell'autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. […]  

L'album si apre con un Laudate Dominum, cantato in coro, in stile quasi gregoriano, molto cupo e tetro. […] e viene ripetuto tre volte. Serve da introduzione non solo all'album, ma anche alla canzone che segue, L'infanzia di Maria, di cui parleremo in seguito. 

Tutto il bene e il male cantato nell'album è in relazione con Dio; sia Gesù di Nazareth che le autorità che lo crocifiggono sono ispirati da Dio, ma ognuno dalla propria percezione del divino.

Quindi, a una prima occhiata, anche il brano può avere una duplice interpretazione: da un lato il tono cupo e pesante della musica mentre si canta “laudate Dominum” può indicare la durezza della lotta per il Regno di Dio, inteso come “vita in abbondanza, come frutto della giustizia, della fraternità e della pace per tutti gli uomini e le donne”; d'altro lato, può indicare l'oppressione del potere oscurantista associato talvolta al culto di Dio.  

Ma non per caso si è voluto cantare in questo contesto proprio un Laudate Dominum, e non un Te Deum laudamus. La parola latina dominus, infatti, significa principalmente signore, padrone o sovrano, non necessariamente Dio. E una parola che indica autorità e potere. Il concetto di Dio può essere percepito in vari modi, anche contrastanti.  

Il concetto di padrone o sovrano, invece, è molto chiaro, non ci sono equivoci. L'album ci mostra una serie di vittime e ingiustizie del potere, del dominio dell'uomo sull'uomo, che vengono perennemente riprodotte dalla mentalità che tende a lodare l'autorità e il potere.  

Laudate Dominum” all'inizio di questo album, significa, a mio parere: “Lodate il potere! Lodate l'autorità! Lodate la tirannia!” Viene ripetuto più volte per dare un senso di monotonia infinita: il potere è essenzialmente sempre lo stesso e, guardando la storia umana, sembra riprodursi incessantemente.  

Laudate Dominum, funge inoltre, come abbiamo già detto, da introduzione a L'infanzia di Maria.

Secondo il protovangelo di Giacomo, Maria fu concepita grazie ad un intervento divino dopo un lungo periodo di sterilita dei suoi genitori, Gioacchino e Anna. Per questo motivo Maria verrà portata al Tempio, invece di vivere un'infanzia normale. Anna e Gioacchino dovevano adempiere al voto professato. Così dopo il Laudate Dominum, L'infanzia di Maria può subito cominciare in medias res:[...]

“forse fu per bisogno

o peggio, per buon esempio,

presero i tuoi tre anni

e li portarono al tempio.

Presero i tuoi tre anni

e li portarono al tempio.”

Ed ecco la nostra prima vittima del potere, quello religioso in questa occasione. Una bambina, che “per buon esempio” e per una scelta religiosa dei propri genitori viene rinchiusa fra le mura di un tempio, per passare l'infanzia “fra cibo e Signore”, essendo “allevata nel seno del potere per servire il potere.” Poi, cresciuta alla pubertà, viene espulsa dai sacerdoti, “perche non contamini il Tempio del signore”:

“E quando i sacerdoti

ti rifiutarono alloggio,

avevi dodici anni

e nessuna colpa addosso:

ma per i sacerdoti

fu colpa il tuo maggio,

la tua verginità

che si tingeva di rosso.

La tua verginità

che si tingeva di rosso.”

 La “verginità / che si tingeva di rosso” viene ripetuta e fa rima con “nessuna colpa addosso” accentuando la sua completa innocenza. Maria è una ragazzina che sta crescendo per diventare una donna. La “verginità” è collegata con “nessuna colpa addosso”, mentre “che si tingeva di rosso” si riferisce alla prima mestruazione, la soglia biologica tra la bambina e l'adolescente. E quindi l'unica “colpa” che Maria aveva era quella di esistere, di essere un comune essere umano e, per giunta, una femmina in un mondo esclusivamente maschile, quello del Tempio. Si legge, poi, nel testo che, per sbarazzarsene, i sacerdoti hanno deciso di farla sposare, senza il suo consenso, con un vedovo a caso, tirando a sorte: 

“E si vuol dar marito

a chi non lo voleva,

si batte la campagna.

si fruga la via,

– Popolo senza moglie,

uomini d'ogni leva,

del corpo di una vergine

si fa lotteria. –

Del corpo di una vergine

si fa lotteria.”

“Del corpo di una vergine / si fa lotteria”, viene ripetuto come per esprimere scandalo e sdegno verso una tale procedura. Seguono cinque strofe, cantate in coro, che presentano i commenti dei vedovi radunati ad osservare Maria, esposta come a una fiera, sperando di “vincere il premio.” In queste strofe si osserva la presenza di un'intensa anafora dell'imperativo del verbo guardare:  

“guardala,” “guardala,” “guarda,”

“guarda,” “guardala,” “guardale.”

Ciò che si invita a guardare sono le varie parti del corpo di Maria. Si vuole, così, raffigurare il profondo disagio di chi viene esposto come oggetto, come il jack-pot di una tombola, vittima di una serie di insistenti sguardi scopofilici priva della possibilità di nascondersi. Una completa perdita di privacy, un'usurpazione della personalità. Il “vincitore”, Giuseppe, viene a sua volta rappresentato come una vittima. Era forse l'unico a non sperare di vedersi assegnata “la vergine del Signore.”  In contrasto con l'invadente coro dei vedovi libidinosi, Giuseppe si vede assegnata : 

“da un destino sgarbato,

una figlia in più

senza alcuna ragione,

una bimba su cui

non aveva intenzione.” 

Egli viene descritto come: 

“un reduce del passato,

falegname per forza

padre per professione.”

Si tratta, dunque, di un uomo cosciente della propria età (“reduce del passato”), della propria posizione sociale (“falegname per forza”, cioè lavoratore manuale salariato), il quale aveva già dei figli (“una figlia di più”) e che, tutto sommato, non se la sentiva di doversi prendere cura di un'altra bambina . Tuttavia, il “padre per professione” si sentì costretto ad accettare Maria, “secondo l'ordine ricevuto.” Triste e “stanco d'essere stanco” se ne andò con Maria per mano, pensando all'angustia imposta sia a lui che a Maria: 

“E mentre te ne vai,

stanco d'essere stanco,

la bambina per mano,

la tristezza di fianco,

pensi a quei sacerdoti

che la diedero in sposa

a dita troppo secche

per chiudersi su una rosa,

a un cuore troppo vecchio

che ormai si riposa .” 

L'ultima “strofa” è in realtà un breve passo in prosa, che funge da epilogo alla poesia, cioè all'infanzia stessa di Maria:

“Secondo l'ordine ricevuto, Giuseppe portò la bambina nella propria casa e subito se ne partì per dei lavori che lo attendevano fuori dalla Giudea. Rimase lontano quattro anni.”[…]

Le due canzoni che seguono, Il ritorno di Giuseppe e Il sogno di Maria, formano insieme un'unità episodica. Giuseppe torna dai suoi lavori fuori dalla Giudea. Durante la descrizione del viaggio viene ancora una volta messa in rilievo la provenienza sociale di Giuseppe, e quindi anche di Gesù: 

“Ai tuoi occhi il deserto,

una distesa di segatura,

minuscoli frammenti

della fatica della natura.

Gli uomini della sabbia

hanno profili da assassini,

rinchiusi nei silenzi

d'una prigione senza confini.”

Il deserto viene associato al lavoro duro che lo ha portato lontano da casa. La metafora della segatura per descrivere la sabbia del deserto ricorda il mestiere di Giuseppe. Migrante in cerca di pane […]

Il deserto come prigione senza confini può essere letto come una metafora della società ingiusta in cui è cresciuto Gesù. […].E ricorda biblicamente anche l'esodo d'Israele, e quindi la catarsi necessaria per arrivare alla terra promessa, cioè alla liberazione. Esso richiama, inoltre, i quaranta giorni che Gesù ha passato nel deserto, tentato dal diavolo, prima di intraprendere il suo operato messianico (Mt 4:1-11; Mc 1:12-13; Lc 4:1-13). L’imprigionamento universale indicato dal sintagma “prigione senza confini” è chiaramente l'opposto del messaggio di liberazione universale propagato da Gesù. Ed è, allo stesso tempo, l'opposto di quello che quasi duemila anni dopo sarà propagato dagli anarchici. Più il senso di oppressione e imprigionamento si fa intenso, più si sente la necessita della liberazione. Ed è in questo contesto che De Andrè ha voluto introdurre la notizia del concepimento di Gesù, che qui, a mio parere, simboleggia il concepimento e la “nascita della rivolta.”Tornato a casa, Giuseppe trova Maria incinta, a implorare comprensione ed affetto:[…]

“e le sue dita come lacrime,

dal tuo ciglio alla gola..

suggerivano al viso,

una volta ignorato,

la tenerezza d'un sorriso,

un affetto quasi implorato.”

Giuseppe, stupito, cerca una spiegazione, ma Maria non ha altro da dire che raccontare il sogno dopo il quale era rimasta incinta: 

“E a te che cercavi il motivo

d'un inganno inespresso dal volto,

lei propose l'inquieto ricordo,

fra i resti d'un sogno raccolto.”

Qui finisce Il ritorno di Giuseppe e comincia, senza soluzione di continuità, Il sogno di Maria. Non c'e nessuna interruzione nemmeno a livello della trama. La maggior parte della poesia è, infatti, la risposta di Maria, il suo racconto del sogno che le aveva annunciato la gravidanza. Nel sogno Maria era in compagnia dell'angelo:  

“l'angelo scese come ogni sera

ad insegnarmi una nuova preghiera.”  

E,siccome si tratta di un sogno, ci viene proposta una serie di immagini surreali:  

“le mie braccia divennero ali,

corsi a vedere il colore del vento,

volammo davvero sopra le case

scendemmo là, dove il giorno si perde

 a cercarsi da solo, nascosto fra il verde”.

A questo punto l'angelo annuncia il concepimento: 

“e lui parlo come quando si prega,

ed alla fine d'ogni preghiera,

contava una vertebra della mia schiena.”

Il sogno, a questo punto, comincia pian piano a svanire. Ormai “ridata al presente”, in Maria risuona il ricordo indelebile delle parole dell'angelo: “Lo chiameranno figlio di Dio.” Le uniche parole che le rimangono chiare nella mente, e “impresse nel ventre”: [...]

“Sbiadì l'immagine, stinse il colore,

ma l'eco lontana di brevi parole

ripeteva d'un angelo la strana preghiera

dove forse era sogno, ma sogno non era,

– lo chiameranno figlio di Dio –;

parole confuse nella mia mente,

svanite in un sogno ma impresse nel ventre.” 

Il fatto che il sogno comincia con l'angelo che scende per insegnare a Maria “una nuova preghiera” e finisce con l'emozione di fine preghiera (“ed alla fine d'ogni preghiera, / contava una vertebra della mia schiena”) può essere letto come a voler indicare che l'ultima preghiera di Maria è quella di dar vita ad una speranza, una possibilità di liberazione. Suo figlio, Gesù, ne è, di conseguenza, il simbolo, l'incarnazione. Maria quindi, proprio in virtù del fatto che le è sempre stato negato il diritto all'autonomia personale, diventa la genitrice della rivolta e della speranza nella liberazione.

Le ultime due strofe riprendono la forma di quelle ne Il ritorno di Giuseppe. Anche la melodia ritorna. Infatti, viene ripresa la scena in cui Il ritorno di Giuseppe finisce. Finendo di raccontare il sogno, Maria comincia a piangere: 

“e la parola ormai sfinita

si sciolse in pianto .”

Ha paura. Allora come oggi, è difficile portare avanti una gravidanza “illegittima” in un contesto patriarcale. Ed è per questo che, come abbiamo visto nelle ultime strofe de Il ritorno di Giuseppe, Maria, appena visto Giuseppe, gli corre fra le braccia implorando comprensione e affetto. Dopo avergli raccontato ciò che le è successo, piangendo sta in “attesa / d'uno sguardo indulgente.” 

La comprensione e l'accettazione di Giuseppe è raffigurata da un semplice gesto umano e affettuoso: 

“E tu, piano, posasti le dita

all'orlo della sua fronte:

i vecchi quando accarezzano

hanno il timore di far troppo forte.”

La prima parte dell’album si chiude con un inno alle madri, l'Ave Maria. Non è molto chiaro se nella poesia Maria sia ancora incinta oppure abbia già partorito, ma poco conta, qui si vuole inneggiare alla madre in quanto tale. Maria diventa, in altre parole, il simbolo di tutte le madri. Ciò diventa evidente soprattutto nell'ultima strofa, dove si passa esplicitamente dal saluto a Maria al saluto a tutte le donne [...]

<



   
[ la Solidarietà ][ il Sociale ][ la Fede][ Forum ][ Contatti ][ Il blog Solidando ]