Il silenzio di Dio nella camera da letto degli sposi !  -  Lidia Maggi


 
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"Nell’incontro di due alterità il divino si manifesta. La relazione erotica diventa grammatica di questo mistero. Contatto e distanza, alterità e vicinanza: la relazione è il respiro del corpo. E la sessualità è quella ricerca dell’altro che ci apre al contatto, al piacere, al futuro."

 

La rivoluzione corporea

 

Il più grande mutamento epocale degli ultimi decenni è legato al corpo e alla sua percezione. Da prigione dell’anima è divenuto l’assoluto protagonista della nostra cultura.

 

Questo cambiamento ha necessariamente modificato anche il nostro rapporto con la sessualità che, liberata dai tanti tabù, ha reclamato il proprio spazio privato e pubblico fino all’esasperazione, alla sovraesposizione dei corpi.

 

Una rivoluzione culturale che passa necessariamente attraverso squilibri ed esagerazioni.

 

Tuttavia, un punto di non ritorno è stato acquisito: noi siamo corpo. È attraverso il nostro corpo, con i suoi confini, che possiamo raggiungere l’altro e vivere la vita.

 

Lo scenario biblico

Per parlare della nostra sessualità andiamo prima di tutto alla Bibbia. Anche questa è un corpo con tante membra: diverse parti e tutte necessarie per una lettura unitaria. Un corpo spesso dilaniato, diviso da facili dualismi: Antico Testamento contro Nuovo, il Dio di Gesù contro quello di Mosè. Come le nostre vite, anche la Scrittura è stata vittima di pesanti dicotomie che l’hanno ferita.

 

La Bibbia ci racconta che siamo stati creati da Dio come corpi. E questi non sono un peso, un carcere per l’anima. Essi sono «molto buoni». Differenziati per genere, sono chiamati a vivere la relazione affettiva non come conseguenza del peccato, piuttosto come immagine del divino.

 

Nell’incontro di due alterità il divino si manifesta. La relazione erotica diventa grammatica di questo mistero. Essa è luogo di stupore, ma anche della fragilità, dell’odio e della distruzione. Contatto e distanza, alterità e vicinanza: la relazione è il respiro del corpo. E la sessualità è quella ricerca dell’altro che ci apre al contatto, al piacere, al futuro.

 

Le grandi domande di senso della fede nascono proprio dall’osservare l’energia erotica della nostra vita: che cosa ci libera dalla solitudine e ci spinge verso l’altro? Cosa ci fa sentire finalmente nella terra promessa, luogo di delizie, giardino di Eden? Che cosa ci chiama alla felicità e ci strappa dalla monotonia dei giorni, dalla vita subita senza fecondità, chiusa al domani? Cosa ci rammenta che siamo nati dall’incontro tra terra e cielo?

 

Nel principio c’era il sesso...

 

È l’energia sessuale, l’attrazione erotica che dispiega il senso della nostra umanità. La sessualità, che alcuni credenti pensano come frutto della caduta, abita, in realtà, nel giardino dell’Eden fin dai primordi.

 

Nasce da subito con la prima coppia. Senza la sessualità non c’è relazione, né reciprocità, né vita, ci dice la Genesi. Nelle prime pagine del grande libro di Dio, c’è un racconto che vuole essere un memoriale, un monito all’umanità tutta: è solo nell’incontro con un tu che ci è data la possibilità di comunicare.

 

Prima, nella solitudine, si è afoni. Il linguaggio è solo potenziale. La sessualità non è descritta come ginnastica erotica; piuttosto come palestra relazionale, capace di sollevarci verso l’altro dandoci un linguaggio che non solo «nomina il mondo», ma condivide sentimenti ed emozioni. L’amore è ricerca e richiede una scelta. Un concetto che può sembrare moderno, occidentale e che tuttavia è presente fin dal primo innamoramento.

 

Dio stesso, dapprima, non riesce a trovare una creatura che corrisponda ad Adam. La parata zoologica, che precede l’incontro tra l’uomo e la donna, vuole probabilmente conservare la memoria della cautela necessaria per trovare il partner giusto.

 

È solo dopo aver formato dal lato di Adam la donna che l’uomo è in grado di riconoscerla, di sentirla vicina e di sceglierla come compagna per la vita.

 

L’energia sessuale è selettiva: il desiderio si volge verso colui o colei che noi scegliamo, non è interscambiabile. L’incontro con chi desideriamo ci apre allo stupore. Tuttavia, il luogo dello stupore diventa anche quello dello scandalo: nella relazione erotica si sperimentano la crisi, la caduta, le parole che feriscono e ingannano. La sessualità, sigillo divino per la coppia, degenera in linguaggio di sopraffazione e morte. La nudità, simbolo della fiducia e della vulnerabilità accolta, diventa luogo di vergogna. 

Non disturbare

 

Nonostante la forza erotica che muove l’incontro tra la coppia primordiale, come primo dato sorprendente, scopriamo che nella Scrittura il sesso non viene esplicitamente tematizzato. La sessualità, pur risultando costitutiva della persona, non occupa un posto particolare nella Scrittura. Perché? Influisce, forse, uno sguardo legato al contesto culturale in cui si muove la riflessione d’Israele?

 

Nel tentativo di differenziare la propria identità dai culti cananei, dove la divinità è fortemente sessuata e l’incontro col divino si svolge nella sfera della sessualità, Israele acquisisce uno sguardo meno mitico sul sesso. Esso non viene sacralizzato, né divinizzato. E neppure demonizzato o negato: è riconosciuto come elemento creato da Dio. Cosa buona. È esperienza creaturale che rimanda al rapporto col divino, ma solo come metafora poetica di quell’eterna ricerca che spinge Dio verso la creatura umana e, malgrado gli abissi e i tradimenti, la creatura umana verso l’Altro.

 

Esiste, tuttavia, un’altra ragione: la reticenza con cui la Bibbia evita di tematizzare una riflessione dettagliata sulla sessualità intende tutelare degli spazi di libertà, troppo spesso negati. Non si entra nella camera da letto degli sposi! Persino Dio si ritrae, dopo aver creato la sessualità umana (Genesi 2,21-24). Per questo, quando l’uomo e la donna parlano la lingua di Eros, Egli è silente. Rispetta la loro intimità. Il silenzio è uno dei luoghi di libertà da rivisitare in una riflessione sulla sessualità. Sappiamo che è stato messo in discussione dalla modernità che lo ha letto come repressione di un argomento tabù.

 

Contro questa tesi basterebbe citare l’imponente ricostruzione storica di Michel Foucault. Nella sua storia della sessualità, in particolare il primo volume significativamente intitolato La volontà di sapere, Foucault denuncia la semplificazione della lettura emancipazionista che vede nella repressione l’intervento del potere per controllare la libertà sessuale degli individui: in realtà la strategia del potere è passata attraverso una vera e propria scientia sexualis.

 

Nelle chiese, nei confessionali come negli studi medici il controllo passava attraverso l’invito continuo a parlarne. Oggi scopriamo che, attraverso l’esposizione mediatica dell’atto sessuale, siamo tutti a rischio di fare l’amore omologandoci su quanto vediamo. La sovraesposizione dell’atto sessuale nella pornografia, accessibile ovunque, rischia di inibire un immaginario, imprigionando la nostra creatività.

 

La mancata tematizzazione della sessualità all’interno del libro sacro sottrae la coppia al controllo e all’omologazione, richiamando a quella singolarità che ogni esperienza amorosa dovrebbe sperimentare anche nell’atto sessuale.

 

Un canto d’amore

 

La reticenza biblica sembra venir meno in uno dei libri più belli delle Scritture: il Cantico dei Cantici. Neppure lì, tuttavia, il sesso viene tematizzato: non si riflette sull’eros nel Cantico, ma si dà voce alla sessualità. Si ascolta la voce di giovani amanti che si cercano, si accarezzano, fanno l’amore. Non si parla dell’amore; si lascia che sia l’esperienza amorosa a narrare se stessa evitando ogni possibile definizione. Non perché il sesso sia argomento tabù; piuttosto perché necessita di un linguaggio poetico per essere narrato. Il Cantico ci dona la lingua per parlare d’amore: non dice, non definisce, allude soltanto.

 

Nessuno potrà dire cosa bisogna o non bisogna fare: è la forza e la debolezza della poesia che non dà indicazioni d’uso, ma apre lo sguardo a vasti orizzonti. Incontriamo, dunque, nella Scrittura una sessualità senza definizioni – rapporti non protetti! – una narrazione discreta dell’esperienza amorosa.

 

Il Cantico dei Cantici, poema erotico per eccellenza, ci mostra una sessualità riconciliata, dove il desiderio che spinge la donna verso l’uomo non si  trasforma in dominio e sopraffazione, dove la relazione è vissuta nella piena reciprocità («il mio amico è mio ed io sono sua»). Il desiderio della donna si volge verso l’uomo, ma lui non la domina come nel patriarcato, conseguenza della deformazione di sguardo messa in atto dal serpente («il tuo desiderio si volge verso di lui ma lui ti domina»).

 

Il Cantico riscrive la prima pagina della Genesi, il mito primordiale,  suggerendo un altro finale possibile.

 

L’amore tra stupore e crisi

 

La scena iniziale, con Adamo ed Eva, introduce lo stupore e la crisi, entrambi ingredienti fondamentali della relazione di coppia.

 

Le famiglie di cui si parla successivamente sono protagoniste di storie meno mitiche e più quotidiane, nelle quali gli stessi ingredienti originari di stupore e crisi sono impastati in

contesti storici ed epoche particolari. E talvolta la cultura e l’ambiente segnano talmente in profondità l’esperienza di coppia che il progetto delle origini sembra sfigurato.

 

Pensiamo alle prime famiglie, le cui vicende sono raccontate nelle saghe dei patriarchi e delle loro numerosissime famiglie. Qui la relazione è tutt’altro che paritetica, come sembrava emergere nel progetto di creazione. In questo quadro il linguaggio dell’intimità si mischia di continuo con quello del dominio, senza essere troppo problematizzato.

 

Le vicende dei patriarchi sembrano rientrare a pieno titolo nella cultura-ambiente dell’Antico Vicino Oriente, dove la coppia risponde sostanzialmente a due esigenze: bisogno di

protezione e di procreazione.

 

Da una parte queste prime famiglie ci appaiono patriarcali. Dall’altra sembra infiltrarsi, nonostante tutto, quella passione che scardina i rapporti gerarchici e fa accelerare il cuore anche dei granitici protagonisti della storia d’Israele.

 

La narrazione intreccia fili di stupore e crisi. Ma quando questi ultimi prevalgono sui primi e la trama del racconto assume tinte fosche, come ristabilire il desiderio?

 

La Bibbia non dà risposte. Né tace le difficoltà. Ci testimonia di una vocazione all’amore e contemporaneamente ci mette in guardia, narrandoci vicende familiari dove l’affetto e il potere si contaminano.

 

Può sembrare poco, dal momento che non ci è dato di trarre da queste vicende un manuale sulla sessualità. Tuttavia, è proprio attraverso la condivisione delle fatiche d’amore di quanti prima di noi hanno amato che impariamo a riconoscere la forza e la fragilità dell’eros per abitarlo con più attenzione e consapevolezza.

 

Nota del curatore:

Il testo è tratto dalla rivista “Confronti” n. 9/2013

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