L'assassinio di Romero ! - Gustavo Gutierrez


 
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"Oscar Arnulfo Romero arrischiava la sua vita ogni domenica; e di ciò egli era pienamente cosciente. Quando gli dissero che doveva proteggersi, rispondeva che non voleva avere la protezione che il suo popolo non aveva ."

Monsignor Romero fu arcivescovo di San Salvador per tre anni. Un mese dopo aver assunto questa carica, nel marzo 1977, veniva assassinato padre Rutilio Grande, sacerdote gesuita e grande amico di monsignor Romero. Gli spararono alla schiena, a lui e a due campesinos mentre andava a celebrare la Messa.

Durante la celebrazione del funerale di padre Rutilio, monsignor Romero fece vedere il significato della sua morte, espressione di una vita dedicata ai fratelli, nell'amore insegnato da Cristo, affermando: «Attendiamo la voce di una giustizia imparziale, perché nella motivazione dell'amore non può restare assente la giustizia, non può darsi vera pace e vero amore sopra basi di ingiustizia, di violenza, di intrigo».

Monsignor Romero ripeterà molte volte questa stessa idea: la pace, la vera pace si può costruire solo sopra la giustizia sociale.

Quattro altri sacerdoti saranno assassinati a El Salvador dopo la morte di padre Rutilio. Innumerevoli sono gli assassinii effettuati dalle forze repressive di El Salvador, tra campesinos, operai, gente dei villaggi; il Soccorso giuridico dell'Arcivescovado pubblicava periodicamente dei bollettini, dando cifre e denunciando la continua violazione dei diritti umani.

A Roma dove ricevette parole di appoggio dal papa, Giovanni Paolo II, che gli disse: «Conosco la grave situazione del suo Paese e so che il suo apostolato è molto difficile».

Monsignor Romero affermava con grande lucidità il 30 gennaio: « il maggior pericolo dinanzi a tanta violenza è che noi restiamo insensibili, cerco di pensare davanti a Dio che un solo morto rappresenta una grave offesa e che ogni volta che muore un uomo o una donna è come uccidere nuovamente Gesù Cristo».

Monsignor Romero aveva chiara coscienza che doveva riconoscere le stimmate sofferenti del Cristo nei volti dei poveri del suo popolo. La sua opzione per loro è l'angolo concreto e storico che ci permette di comprendere il suo impegno e il suo messaggio, il suo appello alla pace basata sulla giustizia, la sua lettura del Vangelo.

Monsignor Romero predicava ogni domenica, e le sue ampie omelie (da una a due ore di durata) erano ascoltate con attenzione in tutto il Paese, e anche molto oltre. Ogni omelia aveva tre parti: un commento ai testi della Messa del giorno, un riflessione cristiana che collocava questi testi nel solco di un tema determinato, e infine applicazioni pastorali, lettura di lettere, analisi della situazione vissuta dal popolo, denuncia delle violazioni dei diritti dei più poveri.

Il 17 febbraio di quest'anno inviò una lettera al presidente Carter denunciando la situazione esistente a El Salvador e l'appoggio degli Stati Uniti, esigendo che il governo nordamericano, chiamato a fare questi interventi, si astenesse dall'intervenire.

Monsignor Romero ricevette molte volte minacce di morte.  L'assassinio dei sacerdoti salvadoregni era già un avviso. Il 24 febbraio, un mese prima della sua propria morte, e dopo aver difeso con parzialità evangelica i diritti dei poveri, diceva: «Spero che questo appello della Chiesa non indurisca ancora di più il cuore degli oligarchi, ma che al contrario li muova a conversione. Condividano ciò che sono e ciò che hanno. Non mettano a tacere, mediante la violenza, noi che facciamo presente questa esigenza, non continuino ad uccidere coloro che stanno cercando di conseguire una distribuzione più giusta del potere e della ricchezza del nostro Paese».

A questa chiara denuncia, che non nascondeva coloro ai quali si indirizzava, aggiungeva con serenità e forza: «Parlo in prima persona, perché questa settimana ho ricevuto un avviso che sono nella lista di coloro che saranno eliminati la settimana prossima. Però sono tranquillamente convinto che la voce della giustizia non la si potrà uccidere mai».

La voce della giustizia no, perché essa continua a risuonare a El Salvador. Però lui personalmente sì, dopo quattro settimane dall'aver pronunciato queste parole. Si può dire per questo che monsignor Romero arrischiava la sua vita ogni domenica; e di ciò egli era pienamente cosciente. Quando gli dissero che doveva proteggersi, rispondeva che non voleva avere la protezione che il suo popolo non aveva.

Già nel sermone del primo novembre aveva affermato con tutta chiarezza e piena umiltà: «Chiedo le vostre preghiere per essere fedele alla promessa di non abbandonare il mio popolo, ma di correre con lui tutti i rischi che il mio ministero esige».

Di questo si trattava in effetti per monsignor Romero, di compiere il suo servizio come vescovo. L'esercizio del suo ministero assunto con coraggio e santità, provocò la pallottola assassina – una sola – nel momento in cui iniziava l'offertorio della sua ultima e incompiuta eucaristia, lunedì 24 marzo. Morì per dar testimonianza del Dio vivo nella solidarietà con la vita e con gli sforzi di organizzazione e di liberazione dei poveri e degli oppressi.

Monsignor Romero non ignorava che c'erano alcuni che non comprendevano le esigenze del Dio della Bibbia. Il 9 marzo diceva: «Questa rivelazione del Dio vivo, cari fratelli, ha molta attualità oggi, mentre stiamo cercando di presentare una religione che molti criticano come se si allontanasse dalla loro spiritualità».

Il vescovo martire, uomo di preghiera, non la intendeva così. Considerava invece che la fede nel Dio di Gesù implica l'impegno con il povero e con tutto ciò che esigono i suoi diritti più elementari. È per questo che nel suo rifiuto umano e cristiano della violenza tutto non era messo sullo stesso piano per lui. In numerose occasioni egli affermò che la ragione principale di ciò che avveniva a El Salvador stava nella secolare situazione di miseria e disperazione delle grandi maggioranze, risultato di un sistema oppressivo fatto a beneficio di pochi. Si tratta della violenza e ingiustizia istituzionalizzate delle quali parlano Medellin e Puebla. A partire da lì non è possibile accettarlo tutto e monsignor Romero non lo fece, però importa tenerlo in considerazione per comprendere l'esigenza e l'incarnazione dell'amore e della pace che egli predicava.

A questa situazione di violenza si aggiunse una repressione crudele. Pienamente cosciente di dove viene la violenza, il 23 marzo monsignor Romero lanciò un grido angustiato ed esigente: «In nome di Dio e di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono al cielo ogni giorno, chiedo a voi, vi supplico, vi ordino: cessate la repressione».

Il giorno seguente, di sera, il suo sangue suggellò l'alleanza che aveva fatto con il suo Dio, col suo popolo e con la sua Chiesa.

Domenica 30 marzo avevano luogo i funerali del vescovo martire. Il popolo povero di El Salvador, vincendo difficoltà e fatiche, venne da tutto il Paese per assistere alla sepoltura di «monsignore». Molte persone vennero da fuori, fra loro più di venti vescovi di differenti luoghi del mondo. Il cardinale Corripio del Messico era presente in rappresentanza del Papa, l'inviato del CELAM (Consiglio episcopale latinoamericano) ebbe un contrattempo e non poté essere presente alla celebrazione.

La tensione del momento fece sì che solo un vescovo di El Salvador fosse presente. Fatto senza dubbio doloroso, che però fa vedere la difficile e conflittuale situazione che si vive laggiù.

A pochi minuti dall'inizio dell'omelia del cardinale Corripio esplose una bomba e si produssero degli spari. Fu il panico per le 150.000-200.000 persone presenti, famiglie intere, numerosi bambini. La somma dei morti di questa incredibile provocazione fu da trenta a quaranta persone, molte di esse per asfissia. La sera di quella domenica i vescovi presenti e altre persone si riunirono per mettere in comune ciò che avevano visto e tutto ciò che si sapeva della vicenda durante i funerali. Il risultato di questa analisi dettagliata fu scritto e firmato dai partecipanti. Si rifiutò così la versione dei fatti data dal governo salvadoregno e si indicò il Palazzo Nazionale come il luogo da cui si era lanciata la bomba e si era sparato sopra la moltitudine.

Monsignor Romero non poté allora essere sepolto se non nelle circostanze in cui vive quotidianamente il popolo salvadoregno: in mezzo alle pallottole, alla paura che si cerca di infondergli, però anche alla riaffermazione della volontà di liberazione e di crescita della speranza.

Monsignor Romero è un martire della opzione fatta dalla Chiesa a Medellin e a Puebla. A partire dalla sua morte il significato di questa opzione apparirà più chiaro.

Un martire che dà testimonianza del Dio vivo in mezzo alla morte che seminano gli oppressori. Martire del nostro tempo, cristiano scomodo e forte, di vita chiara, umile e serena. La sua morte non è disgraziatamente un fatto isolato e ci permetterà di comprendere molti altri testimoni sparsi in questo continente di dolore e di oppressione, però anche di liberazione e di speranza, che è l'America Latina.

Sul sangue dei martiri si costruisce la Chiesa come comunità che annuncia nella Risurrezione la vittoria definitiva. della vita sulla morte. Sul sangue dei martiri si sta costruendo nel nostro subcontinente una Chiesa in mezzo a un popolo che lotta per la sua liberazione.   

Monsignor Romero descriveva così il suo lavoro, in una omelia: «Il mio lavoro è consistito nel mantenere la speranza del mio popolo, se c'è un poco di speranza il mio dovere è di alimentarla». La sua vita e il suo martirio nutrono e sollevano la speranza del popolo povero, sfruttato e cristiano dell'America Latina e danno vita nuova e impongono nuove esigenze alla Chiesa presente laggiù.

Tratto da “Il Giorno” del 26 aprile 1980

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