Sappiamo riconoscere Gesù ? - p. Carlo Maria Martini SJ

 
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"Signore Gesù, hai messo dentro di noi tanti desideri, e li hai messi perché ci hai fatto per te. L’uomo è fatto per te e “il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” .

Ti ringraziamo, Signore, perché ci hai fatto così grandi nei nostri desideri, ci hai fatto senza limiti. Soprattutto ti ringraziamo perché ti manifesti a noi, perché possiamo conoscere che tu sei l’oggetto ultimo dei nostri desideri, colui che cerchiamo in tutte le cose attraverso tutte le cose. Il tuo Regno è la pienezza della realtà desiderabile, quella che ci fa chiedere ogni giorno: Venga il tuo Regno. Ti ringraziamo anche, o Gesù, perché talvolta ci fai poveri, perché attraverso la pesca infruttuosa diventiamo i poveri del Regno, coloro che sentono che Dio colma la nostra fame e sete di giustizia, asciuga le nostre lacrime, riempie il nostro cuore.

Fa’, o Signore Gesù, che noi ti riconosciamo sulla via dei nostri desideri, che sappiamo aprire il cuore alla verità del tuo manifestarti a noi. Te lo chiediamo insieme con Maria, che ti ha riconosciuto fin dal tuo primo manifestarsi a lei, insieme con i santi dei nostri tempi, che hanno ascoltato la voce; con i martiri dei nostri tempi, con il beato Kolbe, con tutti coloro che hanno ascoltato la tua voce che parlava dentro e diceva: Fa’ qualcosa per il tuo fratello.

Apri il nostro cuore perché anche noi viviamo questa esperienza nella semplicità. Tu che vivi e regni con il Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen."

Imparare a riconoscere Gesù

Vorrei proporvi una riflessione su Giovanni 21,4-6: versetti che ci raccontano come Gesù si manifestò. Tutto il racconto è sotto il segno della manifestazione di Gesù. Infatti al v. 1 si dice: «Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così».

Questi versetti ci dicono qual è stato quel “così” del manifestarsi di Gesù: «Quando già era l’alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro:“Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Gli risposero: “No”. Allora disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. La gettarono e non potevano più tirarla su per la grande quantità di pesci».

Ecco il primo modo con cui Gesù si manifesta e la domanda che corrisponde a questa parola di Dio è: so riconoscere Gesù? Ho la pazienza di riconoscere Gesù?

Vedremo infatti che questo riconoscimento è un cammino di pazienza, non è una folgore. Ci interrogheremo quindi sulla nostra capacità di riconoscere Gesù mediante la pazienza. Poniamo tre domande al testo per cercare di gustarlo e assaporarlo.

1. Che cosa dice il testo su Gesù? Dice come Gesù si presenta e quando. Si presenta all’alba, cioè in una luce velata, in quel momento del mattino in cui si vede sì e no. L’angoscia della notte è passata ma il sole non è ancora sfolgorante. A questa indicazione meteorologica-fisica si aggiunge l’altra: che i discepoli non si erano accorti. Gesù si presenta ma è un po’ enigmatico, da lontano. Non si sa chi è, si vede qualcuno, una figura confusa, forse qualche presentimento, così come talora abbiamo. Questo modo velato di presentarsi di Gesù non è un’eccezione nei racconti dopo la risurrezione. La stessa cosa è raccontata dei discepoli di Emmaus: «I loro occhi erano incapaci di riconoscerlo» (Lc 24,16). E anche la Maddalena piangeva ma non riconosceva chi aveva davanti.

Vuol dire che riconoscere Gesù quando si presenta a noi come Risorto non è così facile come riconoscerlo quando era uomo e bastava toccarlo. Qui c’è un cammino più lungo, un itinerario da percorrere. Per questo parlavo di pazienza necessaria per riconoscere Gesù.

Non è una cosa che dipende puramente dagli occhi, perché non è un’evidenza fisica: è un’evidenza morale e interiore, che richiede il cammino dell’uomo.

Questo è anche il grande problema della conoscenza di Dio. Se tanti dicono che Dio non c’è e cadono nell’ateismo; se tutti noi siamo tentati, in fondo, di cadere nell’ateismo è proprio perché la conoscenza di Dio non è come la conoscenza di un fiore o di un libro.

La conoscenza di Dio è un cammino, in cui l’uomo ascende verso la sua autenticità e ascendendo verso di essa, riconosce questa presenza. È un cammino che comporta una dinamica, uno svolgimento ordinato dei desideri e questa cosa va capita, anche nel campo educativo. Non basta dire le cose, proclamarle; ma bisogna aiutare il ragazzo, il giovane a fare quel cammino che mette realmente in grado di riconoscere Gesù al proprio livello, nella propria vita, secondo la propria cultura.

La presenza di Gesù è velata, enigmatica, reale, ma tale da stimolare la ricerca, che è fondamentale per l’uomo, così come lo è il cammino del desiderio purificato perché possiamo diventare noi stessi.

Qualche volta noi ci crogioliamo un po’, ci lamentiamo col Signore, che non si manifesta in maniera più chiara, che permette tante beghe nella Chiesa, che non ci dice come fare.

Adagio adagio, però, si capisce che il Signore vuole che noi cerchiamo, che cresciamo in questa ricerca. Noi diventiamo veri ricercatori di Dio cercando la sua volontà, cercandola in questa Chiesa, in questo mondo, in questa società, in queste situazioni difficili, crescendo nel dialogo, nella pazienza, nella sopportazione, nell’ascolto.

Così cresciamo.

Se no saremmo degli automi; se ogni mattina ci risvegliassimo col programma già fatto da Dio, allora non ci sarebbe più problema. Invece siamo degli operatori attivi e cresciamo responsabilmente nel Regno di Dio, ricercando umilmente la sua volontà e purificandoci in questa ricerca.

Ciò vale anche per la ricerca di Dio in se stesso, che è crescita interiore purificante, faticosa, e se molti arrivano a non credere in Dio, non è perché abbiano più o meno argomenti di noi, ma perché si sono stancati di cercarlo, cioè hanno finito di fare il vero mestiere di uomo che è mettersi di fronte alla verità.

Vedete quindi quante cose vuol dire questo Gesù presente sulla riva, che lascia gli apostoli inquieti: «Ma perché non lo dice chi è?». Gesù fa fare loro certe cose, dopo le quali soltanto capiscono che è lui.

Che cosa dice Gesù? Esaminiamo bene le sue parole: «Figlioli! Non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». Pochissime parole, ma molto significative.

Quel “Figlioli!” con cui comincia non si trova altre volte nel Vangelo. Giovanni lo usa altrove, ma nel senso di “bambini”. Per esempio, quando l’ufficiale va da Gesù e dice: «Vieni prima che il mio bambino muoia» (Gv 4,49). È la stessa parola! Oppure quando si dice che la madre che dà alla luce il bambino è nella gioia (Gv 16,21). Questa parola “figlioli” è una parola affettuosa, paterna, che comincia a far breccia nei loro cuori un po’ amareggiati.

La domanda: «Non avete nulla da mangiare?» è un capolavoro di finezza. Gesù non li rimprovera. Avrebbe potuto umiliarli, prenderli in giro, oppure sgridarli perché si erano sbagliati sulla vocazione. Invece non fa niente di tutto questo e pone la domanda come un bisogno: «Avrei bisogno di qualche cosa per me». Gesù, con estrema delicatezza, fa emergere la nullità del loro lavoro, mettendosi però un po’ dalla loro parte.

È così che Gesù fa con i nostri desideri, non con quelli che sono già di per sé condannabili, evidentemente negativi, ma con tutta quella massa di desideri, in parte buoni e in parte ambigui, che ci muovono, che riguardano la vita, il lavoro, la sistemazione, lo studio, il successo, le relazioni, le amicizie, il trovarsi bene nella comunità, nel gruppo, il fare un certo cammino nella vita.

Gesù non ci prende a pugni nello stomaco, ma ci prende per la mano: «Forse potresti aiutare anche me, con questa tua massa di desideri, potremo lavorare insieme». Gesù ci dà coraggio, stimola, provoca la tensione verso il bene.

«Gettate e troverete». È una parola sicura: fa capire che se accettiamo che entri anche lui nella nostra ottica e ce la trasformi, ci andrà bene anche umanamente.

Gesù vuole che facciamo una pesca fruttuosa, ma vuole che la facciamo lasciando che lui entri nella nostra ottica e la rettifichi.

Domandiamoci un po’ cosa avrebbe fatto invece il diavolo se fosse apparso nella stessa mattina, nella penombra sulla spiaggia? Cosa avrebbe detto? Certamente li avrebbe rimproverati e derisi, perché l’azione del nemico di Dio è di spegnere i desideri, di accusarci, di smorzare tutto ciò che di buono c’è in noi. E ciò avviene quando lasciamo che questa voce negativa operi in noi. Abbiamo dentro di noi quello che la Bibbia chiama l’“accusatore” (Satana è il termine ebraico che traduciamo accusatore). E dobbiamo saperlo riconoscere, perché è accanito contro di noi. Sempre ci fa vedere i nostri lati negativi, i nostri sbagli e le nostre incapacità.

La parola di incoraggiamento di Gesù è invece piena di significato perché ripete il tono di altre parole del Vangelo: voi ricordate il «bussate e vi sarà aperto», «cercate e troverete», «chiedete e otterrete», «a chi bussa è aperto», «chi cerca trova».

È la pazienza, la perseveranza che Gesù raccomanda: di non dare fiato né in noi, né nelle nostre comunità, né nel gruppo alle voci di disfattismo e di pessimismo, che sono voci del nemico.

I dilemmi della fede

2. Che cosa potevano fare gli apostoli di fronte a questa parola di Gesù? Mettiamoci sulla barca, mettiamoci nei loro panni e cerchiamo di vedere come noi avremmo risposto e reagito dopo una notte insonne, con la rabbia, con l’amarezza dentro, e magari anche con l’idea che il Signore ci ha un po’ abbandonato, che dopo tante parole ci ha piantati in asso.

Io ipotizzo tre risposte.

a) La prima: rifiuto e derisione: cosa ne sai tu, chi sei e che cosa vuoi insegnare a noi che siamo pescatori, cosa ne sai di questo lago? È l’atteggiamento dell’uomo che dice: «Cosa ne sa Dio della mia vita? Lo so io: se sbaglio, sbaglio io. Lui non c’entra nei miei progetti». Questo, in fondo, è il rifiuto pratico di Dio, che è tanto facile almeno implicitamente. «Non esiste nessuno, né Dio né uomo a cui dare fiducia». È la scelta nichilista, o meglio scettica, e oggi tanti uomini di fatto vivono tristemente questa situazione.

b) La seconda: disfattismo pratico, cioè l’indifferenza: «Beh, lasciamolo parlare, è uno in più che ci dà consigli»; «non c’è niente da fare per me, per la mia comunità; non c’è niente da fare per la parrocchia, per il gruppo, per la Chiesa; non c’è niente da fare per il mondo oggi; ciascuno si aggiusti; si salvi chi può; ciascuno prenda il meglio che può avere».

L’atteggiamento di disfattismo, il rifiuto di crescere, il rifiuto di riconoscere che Dio lo si conosce confidando e amando, e non chiudendosi nella freddezza.

c) La terza: dare fiducia ai segni, ai presentimenti. In questo modo si riconosce Gesù. Gli apostoli capiscono che quella parola ha un suono, un’affettività, ha delle memorie che richiamano loro delle cose profonde che forse non saprebbero spiegare. Vale la pena di ascoltarlo perché, dopo tutto, può avere ragione, può essere una voce dall’alto.

Il riconoscimento pratico di Gesù nella vita è dare fiducia ai segni e quindi impegnarsi e coinvolgersi, buttare giù quella rete, più larga di prima, con più fiducia e attenzione di prima.

Questo è il cammino. Gesù non poteva essere riconosciuto dai discepoli tristi,amareggiati, sfiduciati; doveva gradualmente ricostruire un po’ di entusiasmo, un po’ di energia, perché l’uomo conosce Dio pienamente quando comincia a essere se stesso, cioè a lasciar aprire in sé le fontane dell’entusiasmo, della speranza, della disponibilità, dell’amore; quando comincia a dare fiducia lui stesso a un altro.

Gesù chiede la stessa fiducia che aveva chiesto a Pietro sulla barca, durante la prima predicazione: «Getta la rete» e Pietro aveva detto: «Sul tuo nome la getterò». È la pazienza di dare fiducia.

Dare fiducia ai “segni”

3. Che cosa dice il testo a me? La risposta che suggerisco, molto semplice, è un’ulteriore domanda: so fidarmi, so dare fiducia ai segni? I segni sono, per esempio, la preghiera, l’eucaristia, la carità, il sacrificio.

Bisogna dare fiducia alla preghiera. Se io voglio ottenere tutto e subito e mi stanco, non ho dato fiducia: sarebbe come gli apostoli che a metà della notte se ne vanno a casa.

La preghiera richiede un investimento fiducioso di pazienza perché attraverso di essa l’uomo giunga alla situazione autentica nella quale Dio gli si manifesta.

C’è una pagina di un libro sulla preghiera che mi ha molto colpito. Parla di questo saper pazientare nell’attesa, di aver la pazienza di riconoscere Gesù.

«La cosa più difficile – scrive – per coloro che si sono imbarcati nell’avventura della fede, è avere pazienza con Dio. La condotta del Signore con quelli che gli si dedicano è molto spesso disorientante, non c’è logica nelle sue reazioni, perciò non c’è proporzione tra i nostri sforzi per scoprire il suo volto velato e i risultati di tali sforzi, e molti perdono la pazienza e sconfortati abbandonano tutto. Nel dinamismo dell’economia di Dio esiste solo una direzione: quella del dare. Nessuno può esigere da Lui alcunché; nessuno può interrogarlo, affrontandolo con domande».

È il dramma di Giobbe, che lo affronta dicendo: «Voglio che tu mi dia, esigo», e alla fine si accorge che Dio è dono e si concede non attraverso l’esigenza, ma la confidenza e la fiducia.

Dio risponde dopo aver provato la pazienza dell’uomo. Chiediamoci come è la nostra preghiera: se è perseverante oppure saltuaria, capricciosa o lunatica.

Un altro segno è l’eucaristia, connessa col sacramento della riconciliazione, della penitenza. Sono segni in cui Gesù ci si mostra: però bisogna usarne con perseveranza e intelligenza, altrimenti diventano solo delle cose.

Anche l’eucaristia può diventare un’abitudine, non un atto d’amore da parte di Dio a cui noi con amore ci accostiamo.

Sono segni la carità, il sacrificio, tutto ciò che ci costa, soprattutto quando ci costa davvero.

Ho letto un decalogo di un gruppo di giovani volontari che si stanno costituendo in un gruppo permanente di servizio, soprattutto dei più poveri; c’è questa regola che mi è parsa molto bella: “Saper nascondere molte pene sotto un sorriso”. Questa è una cosa molto grande, perché spesso noi siamo lunatici, facciamo sacrifici quando ci vanno, e quando non ci vanno diventiamo intrattabili e li facciamo pesare. Questa non è la pazienza della ricerca di Gesù che è ancora sulla spiaggia, un po’ lontano, si vede e non si vede e richiede che Pietro si butti nell’acqua, che sacrifichi qualcosa di sé.

Dunque, la domanda è: «So perseverare nell’attesa, con qualche sacrificio?». Spesso è in famiglia, in casa e nel gruppo che si fanno i migliori sacrifici di questo tipo perché è lì dove c’è da nascondere con un sorriso le pene, le cose che non vanno, i malumori, le idiosincrasie.

A volte viviamo vicino e non ci capiamo, diventiamo così ispidi gli uni verso gli altri da continuare a pungerci. Se poi uno si mette a ragionare su questo, peggiora la situazione; se invece prova a fare un gesto coraggioso e semplice come fare un sorriso, dire una parola buona e amichevole, come giocare col cuore, giocare le carte di cuori e non quelle di picche, allora forse ha fatto un passo reale per la conoscenza di Gesù nella sua vita.

E ancora: che cosa avviene quando non diamo fiducia a questi segni e non perseveriamo nella preghiera, non viviamo la riconciliazione e l’eucaristia, non ci sacrifichiamo nella carità, non esaltiamo le richieste di impegno nelle piccole cose quotidiane?

Avviene che non cresciamo nella coscienza di noi stessi e i nostri desideri si sfilacciano, si ottundono e anche Dio ad un certo momento si “volatilizza”. C’è una pagina ancora di quel libro che mi sembra significativa:«Se per lungo tempo si trascura di pregare (e con la preghiera mettiamo gli altri modi di dare fiducia a Dio, appunto: carità, riconciliazione, sacrificio, passare oltre se stessi), Dio finisce per morire, non in se stesso, perché è per essenza il Vivente, l’Eterno, l’Immortale, ma nel cuore dell’uomo. Dio muore come una pianta rinsecchita che si è trascurato di bagnare».

È come dire che Dio non è più la realtà prossima, concreta e trascinante, e se si dice ancora che ha validità, però nella vita si vive come se Dio non esistesse, non è più in noi quella forza pasquale che ci strappa dai recessi del nostro egoismo per lanciarci in un perpetuo esodo verso un mondo di libertà, umiltà, amore e impegno.

Soprattutto il segno inequivocabile dell’agonia di Dio in noi è che il Signore non desta più allegria nel cuore. C’è ancora, si agisce esteriormente per lui, ma come fonte di letizia non è più presente.

Restiamo come sarebbero rimasti gli apostoli, quella notte, se non avessero risposto alla domanda e se fossero rimasti nel secondo atteggiamento, cioè nell’indifferenza.

Anche Gesù si sarebbe allontanato, tutto sarebbe scomparso.

Ecco, dunque, che cosa avviene in me quando non do fiducia ai segni e non persevero: non cresco nella vera e autentica umanità, non cresco nella vera conoscenza della forza della Pasqua, che vive ed è presente in me.

Signore, fa’ che io ti riconosca nella mia vita, fa’ che io riconosca le tue domande, che vengono dalla spiaggia, da lontano, fa’ che io non abbia paura di qualche impegno.

Preghiamo intensamente perché questo si compia in noi e possiamo anche noi esclamare con gioia: «È il Signore!».

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