La vera ricerca di Dio - p. Carlo Maria martini

 
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Riflettiamo su quell’archetipo dello spirito umano espresso, ad esempio, da Freud con la menzione dell’animus e dell’anima. Ossia con la menzione di quella duplicità che vive in unità nell’essere umano.

L’animus è lo spirito razionale, volitivo, logico, costruttivo, calcolatore, mentre l’anima è la dedizione, l’affetto, la scoperta interiore dell’altro. Tutto questo viene anche espresso in un certo senso con il principio maschile e femminile, tenendo però conto che èl’insieme dei due principi a comporre l’archetipo della persona.

La figura di Maria Maddalena, come ci viene presentata, è l’archetipo dell’anima, di quella realtà che nell’uomo e nei corpi sociali è data dall’intuizione, dalla dedizione gratuita, dalla tenerezza, dalla capacità di comprendere a fondo le persone.

La liturgia si limita a contemplare, nella santa, soprattutto questo aspetto che costituisce la parte più recondita e più difficilmente definibile dello spirito umano. Aspetto che se viene trascurato produce personalità imperative, volitive e tuttavia rigide, quasi inumane.

Sarebbe interessante commentare le due letture (Ct 3,1- 4a; Gv 20,1.11-18) cercando di cogliere il rapporto tra animus e anima nella completezza della psiche umana e vedere come il rapporto religioso li comprenda entrambi: quindi, la razionalità della fede, la teologia come scienza, la percezione dei valori delle cose visibili e delle realizzazioni visibili, e insieme la mistica, l’adorazione, l’estasi, la lode, la gioia profonda e indicibile, affettuosa della fede, la contemplazione del Crocifisso. Noi siamo sempre un po’ carenti nell’uno o nell’altro aspetto e dobbiamo riflettere su di essi per giungere a quella unità in cui tutte le coordinate della persona si fondono.

Mi limito a qualche sottolineatura del brano tratto dal Cantico dei cantici.

«L’ho cercato, ma non l’ho trovato»

«Così dice la sposa: “Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore; l’ho cercato, ma non l’ho trovato.

Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amato del mio cuore. L’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda: avete visto l’amato del mio cuore? Da poco le avevo oltrepassate, quando trovai l’amato del mio cuore”» (Ct 3,1-4).

Mi colpisce anzitutto la duplice ripetizione: «L’ho cercato ma non l’ho trovato». Che cosa concluderebbe l’animus, cioè quella parte di noi che è calcolatrice ed efficientista?

Se non l’hai trovato, vuol dire che non è per te, che forse è troppo alto, che non sei fatto per lui, che sei sulla strada sbagliata.

Invece l’anima, più profonda, intuisce. Ricordo il titolo di un libro scritto da un ateo, che riporta le parole del Cantico, in latino:

«Quaesivi et non inveni» . E l’autore racconta la sua ricerca di Dio affermando di non essere riuscito razionalmente a trovarlo.

Si è evidentemente fermato all’animus, lo ha cercato attraverso i ragionamenti esteriori e, a un certo punto, si è stancato. La personalità completa è quella che dice: «L’ho cercato e, dal momento che non l’ho trovato, lo cerco ancora di più, lo cerco con maggiore amore».

Non l’ho trovato vicino a me, e allora: «Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amato del mio cuore» (Ct 3,2). Qui leggiamo l’estasi interiore, la presenza già nascosta di Dio che opera.

Questo è importante per capire a fondo noi stessi. In noi c’è un dinamismo della ricerca di Dio, che opera anche quando non lo troviamo, e opera di più. Se diamo voce a tale dinamismo, che è già la grazia dello Spirito santo, il dito dello Spirito santo che scrive la lettera di Dio in noi, noi entriamo nella totalità della nostra persona, che è ricerca razionale e logica, ma poi ricerca affettiva, amorosa. Ed entriamo anche a conoscere meglio il mistero di Dio che è amore. Amore non significa soltanto efficienza, produzione di beni in serie; amore è libertà di Dio, capacità di amare ciascuno in modo diverso, gusto di nascondersi per farsi trovare. Quando arriviamo a comprendere qualcosa di questo mistero di Dio che è Trinità di amore, gioco di amore perenne in sé, che è dono, non ci stupiamo più scoprendo che Dio talora si nasconde a noi per acuire nel nostro cuore il desiderio di cercarlo e per darci la gioia di ritrovarlo.

Dio è vitalità infinita, inventività continua nell’amore, libertà assoluta [...].

Aprirci al “di più”

Entrare nel dinamismo dell’amore trinitario significa “andare oltre”. Perché se non vado oltre me stesso e oltre l’orizzonte della vita quotidiana, ho toccato ben poco del mistero di Dio. Questo mistero è come una cascata di montagna, che uno capisce solo buttandosi dentro, per così dire, lasciandosi portare giù come l’acqua che precipita, senza timore, perché la sua natura è di precipitare. Il mistero di Dio è un dinamismo che possiamo cogliere solo aprendoci al “di più”.

Tutte le volte che nella nostra vita ci accordiamo alla tonalità del «più oltre», ci sentiamo contenti, sperimentiamo che Dio ci è vicino e anche se non lo troviamo continuiamo a cercarlo con una intensità che può diventare eroica. Al contrario, quando ci limitiamo o vogliamo precisare, chiudere i conti, stabilire dei confini – questo è lecito, quest’altro non lo è –, siamo già nel mercantilismo gretto e Dio allora scompare davvero perché non è così.

Se dunque pensiamo di aver conosciuto la verità di Dio, ma non siamo entrati nel fuoco e nel gioco dell’amore, siamo in realtà un po’ lontani.

Il dono che il Signore vuol farci e che da sempre ci ha fatto con il suo Spirito è di capire che l’uomo si realizza andando oltre se stesso, che si realizza donandosi.

Dio non esiste se non nella relazione di donazione del Padre al Figlio, e non è pensabile al di fuori dello Spirito che è effervescenza continua di amore. Egli è fuoco che brucia senza consumare, è al di là del mistero stesso del fuoco, pur essendo fuoco.

E la preghiera di adorazione davanti al Crocifisso ci aiuta in questo cammino di conoscenza del divino mistero. Non c’è studio di teologia che equivalga a questa crescita nella conoscenza di Dio, anche se poi l’animus che è in noi richiede razionalità, riorganizzazione coerente dei dati.

Senza l’aspetto dell’anima – che Maria Maddalena rievoca e il brano del Cantico dei cantici descrive – non c’è gioia del Vangelo e non viene presa nessuna decisione autentica.

Infatti, ogni realizzazione veramente esistenziale richiede l’uscita da sé, il lasciarsi afferrare dalla dinamica dell’amore di Dio che è Dio stesso; ogni realizzazione esistenziale richiede la ricerca perseverante di ciò che abbiamo intravisto.

Non dobbiamo quindi aver paura di cercare «l’amato del mio cuore», anche se non lo troviamo. La ricerca ci fa uscire da noi e prima o poi incontreremo quel barlume, quella frangia della tunica di Cristo che ci basta per guarirci, per nutrirci, per darci coraggio, entusiasmo, per vincere le nostre grettezze.

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