La storia di Renato - Luigi Ciotti



 
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"Quando ripenso agli anni in cui «mi facevo» mi sembra di entrare dentro ad una stanza buia, la mia testa diventa come una matassa aggrovigliata: pensieri, situazioni, persone, scelte, decisioni, occasioni … tutto era confuso, non riuscivo a trovare un senso a quel che facevo, a dare un ordine alle mie emozioni."

Mi chiamo Renato, ho venticinque anni, sono il secondo di tre figli. Vivo con i miei genitori in uno di quei quartieri popolari dove le case sono appiccicate l’una all’altra. Come tanti ragazzi della mia età ho frequentato la scuola, l’oratorio parrocchiale e i gruppi sportivi.

Per quattro anni, da diciannove a ventitré, mi «sono fatto» con l’eroina e da quasi un anno e mezzo «non mi faccio più».

Quando ripenso agli anni in cui «mi facevo» mi sembra di entrare dentro ad una stanza buia, la mia testa diventa come una matassa aggrovigliata: pensieri, situazioni, persone, scelte, decisioni, occasioni … tutto era confuso, non riuscivo a trovare un senso a quel che facevo, a dare un ordine alle mie emozioni.

Ma come ho incontrato l’eroina?

Come è accaduto a tanti. Eravamo un gruppo di amici, stavamo bene insieme, eravamo molto uniti; era bello parlare, confidarci, raccontarci delle storie che ci erano capitate. Così abbiamo cominciato anche a fumare. Ci faceva sentire importanti, più uniti. Eravamo un vero gruppo, libero di fare quello che voleva, senza più inibizioni, senza più paure. Quando abbiamo iniziato a «bucarci» questa sensazione di unione si è fatta più forte, sentivamo di far parte di un gruppo, e il gruppo era la cosa più importante. Sono sempre stato timido, ho avuto sempre paura di non essere accettato dagli altri.

Quando «mi facevo con l’eroina» riuscivo a parlare di più con la gente. Soprattutto con le ragazze tutto era più facile. L’eroina ti illude, ti fa dimenticare gli insuccessi, le delusioni, le sconfitte della vita, della scuola, del lavoro, delle amicizie, anche dello sport. Ti senti più forte, ti senti «un duro». L’eroina ti dà come una corazza che ti difende dagli altri, diventi cinico, anche strafottente.

Certo qualche rischio lo intravedi, ne hai sentito parlare, ma i vantaggi ti sembrano molti di più. Poi, un giorno, qualcosa si rompe. Ti rendi conto che scegliere l’eroina vuol dire scegliere la solitudine; significa cercare una sicurezza che non dà sicurezza.

Però non mi sembrava di avere altre vie d’uscita: gli altri non erano capaci di aiutarmi, non mi davano fiducia. Forse è per questo che ho provato a «bucarmi»: la solitudine in cui ero, il sentirmi diverso dagli altri, non riuscire a comunicare con gli amici, con i parenti, con chi ti vuole bene, con chi ti è più vicino. Stare per giorni interi con il nodo alla gola, è una sensazione terribile, ti viene voglia di urlare e non ce la fai e allora c’è «il buco» a salvarti, a tenerti compagnia.

Ti senti liberare, ti sembra che tutto sia rinato dentro di te. Ma dopo poche ore è peggio di prima. Sì, certo, «il buco» sembra aprirti una porta, una via di uscita; gli spazi diventano maggiori, hai più possibilità di comunicare con gli altri, ma tutto questo si rivela passeggero, falso. Quando finisce «l’effetto droga» ti chiudi in te stesso.

La mia famiglia? Mio padre, impiegato in banca e mia madre, maestra elementare. I miei fratelli, per dirla con le parole dei miei genitori, «non hanno mai dato le preoccupazioni che ho creato io». A volte ho anche pensato che ero predestinato ad essere «la pecora nera ». Ma al di là di questo la mia famiglia non era male, era una famiglia «aperta», «esemplare». Forse qualche amico me l’ha anche invidiata. Ma da quando ho iniziato a frequentare la scuola superiore stentavamo a capirci, non riuscivamo più a comunicare.

Da parte mia oggi mi rimprovero di non avere mai aiutato i miei genitori a capire quali sono stati e sono i miei problemi. L’errore più grosso che ho fatto è stato quello di lasciarmi tagliare fuori da certi problemi della mia famiglia e di non aiutare i miei genitori ad entrare un po’ di più nei miei. Non li ho mai coinvolti abbastanza …

Così mi sono sentito completamente solo. Ero diventato un «pendolare » della casa, vivevo come in una pensione. Non partecipavo affatto alla vita in comune.

D’altra parte i miei genitori mi lasciavano molto libero, troppo libero, mentre avrei avuto bisogno di essere guidato in certe scelte, avrei voluto sentirmi dire qualche no.

Mio padre mi diceva sempre, già dall’età di dodici anni: «Sei libero di fare quello che vuoi; se sbagli sarai tu a pagare! Te ne accorgerai da solo degli sbagli che farai». Io avevo la presunzione di farcela sempre da solo e non mi accorgevo di sbagliare. A poco a poco mi sono chiuso sempre di più in me stesso.

La famiglia è molto importante: i miei genitori, lo debbo riconoscere, mi hanno aiutato, ma non sempre e forse non come ne avrei avuto bisogno. Soprattutto non si accorgevano quando toccavo il fondo ed ero disperato. Dicono di volerti bene, ma tu non riesci a vedere, a capire il loro bene. E più tenti di spiegartelo, più aumentano le incomprensioni.

Due anni fa però ho ritrovato, quasi per caso, il mio vecchio allenatore di calcio. È stato lui a darmi la prima spinta a cambiare. Non ho dovuto spiegargli niente, conosceva il «mio problema». Mi ha parlato da uomo a uomo, senza troppa pietà, anche con una certa durezza, ma con affetto e partecipazione: «Ricordatelo Renato, si esce dalla droga solo quando la si supera nella testa. La dipendenza fisica dall’eroina non è grave, si risolve in pochi giorni; ciò che frega è la dipendenza nella testa. Uno ne viene fuori solo se lo decide dentro di sé, se trova ragioni per farlo. Deve crescere dentro, lo capisci questo?

Guarda che è difficile, ma non è impossibile.

Bisogna avere al fianco una specie di “allenatore”, che ti aiuta soprattutto nei primi passi. Io purtroppo so allenare solo i ragazzini a tirare calci al pallone, ma se avessi bisogno cercami, non ti lascerò solo e ti aiuterò a trovare qualcuno in grado di darti una mano. Ciao e, se vuoi, fatti sentire». Così mi ha parlato, me lo ricordo come se fosse oggi.

Avevo bisogno di quelle parole. Erano mesi che volevo smettere, che facevo mille propositi, ma poi … niente, sempre come prima, tutto uguale. Ero quasi convinto ormai che non sarei mai riuscito a farcela, che mai nessuno avrebbe potuto aiutarmi. Ero come spento, bruciato dentro, da tanti propositi e da tanta impotenza. Enzo, l’allenatore, era riuscito a sbloccarmi, forse a far nascere nuovamente la speranza di un qualcosa di diverso, di migliore.

Ho pensato molto a quell’incontro, ma non tanto alle sue parole, quanto al modo di dirmele. Quando mi aveva parlato ho sentito tanto rispetto: per lui non ero un delinquente, un malato o un fallito. Ero semplicemente un ragazzo che si era trovato addosso un problema più grosso di lui e non riusciva a uscirne. Non ha fatto prediche e nemmeno mi ha giudicato: si è mostrato disposto ad aiutarmi, in qualunque momento. Era la prima volta che qualcuno mi trattava da uomo a uomo, senza umiliarmi e senza mentirmi. L’ho cercato.

Mi ha messo in contatto con il Centro che aveva aiutato suo figlio. Sono cominciati gli incontri con i Servizi Pubblici, i colloqui con gli operatori, ho fatto tanta fatica, ma se ora riesco a scrivere queste poche righe, come mi hanno chiesto, è perché sento che sono abbastanza fuori dal problema.

Non è stato facile; alcune volte sono stato tentato di lasciare tutto. Se non avessi avuto qualcuno accanto, l’avrei fatto. Con qualcuno vicino, però, mi tornava la voglia di riprovare, di andare avanti. Non saprei più cosa scrivere, sono cambiate troppe cose, forse tutto. Sono cambiato io, il mio modo di pensare, di essere, di ragionare, ma sono cambiati anche i miei rapporti in famiglia. Ora ci capiamo di più e ho meno voglia di scappare da tutti i problemi. Sono anche contento che non ho più bisogno della droga per stare con le ragazze.

Sono felice perché senza quello schifo di roba sono riuscito ad incontrare una ragazza capace di starmi vicino. Ci siamo messi insieme quattro mesi fa. Lei di me sa quasi tutto, ha accettato e non mi giudica. Mi sembra di essere rinato.

So che questa storia sarà letta dai ragazzi delle scuole medie, allora vorrei concludere, ricordando una frase che mi avevano fatto scrivere in terza media, ma che ho capito solo dopo: «Per amare se stessi bisogna sentirsi amati dagli altri». È proprio vero. Per riuscire a vivere e a superare tante difficoltà dobbiamo lasciarci amare come siamo ed amare gli altri come sono. Se non c’è questo amore, non c’è  voglia di vivere, non ci sono motivazioni valide; c’è solo una grande stanchezza. Ci sentiamo un peso per noi, una delusione per gli altri, una disgrazia per chi ci vuole bene. Non c’è vita … Ma io credo che per tutti ci sia una via d’uscita e che tutti nascondiamo cose meravigliose.

 

Tratto da "Chi ha paura delle mele marce?" - Ed. Gruppo Abele, SEI, Torino - Luigi Ciotti, nato a Pieve di Cadore (Belluno) nel 1945, è sacerdote. Da 26 anni è animatore a Torino del Gruppo Abele, con il quale ha cercato di contribuire alla lotta contro le varie forme di emarginazione e di disagio giovanile. Quella che segue è la testimonianza di un ragazzo che ha vissuto la terribile esperienza della droga."

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