L'Amore per il prossimo - Simone Weil



 
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"L’esistenza del male, quaggiù, lungi dall’essere una prova contro l’esistenza di Dio, è perciò la rivelazione di questa verità. La creazione è, da parte di Dio, un atto non di espansione di sé, bensì di limitazione, di rinuncia. "

Cristo  ha detto che un giorno ringrazierà i suoi benefattori con queste parole: «Ho avuto fame e mi avete sfamato».  

Chi può essere benefattore di Cristo, se non Cristo medesimo? Come può un uomo sfamare Cristo senza essere innalzato, almeno per un momento, a quello stato di cui parla san Paolo, nel quale non è più l’uomo che vive in se stesso ma è Cristo che vive in lui?

Nel testo del Vangelo si parla soltanto della presenza di Cristo nello sventurato. Eppure la dignità spirituale di colui che riceve non sembra affatto in causa. Bisogna allora ammettere che sia il benefattore stesso, nel quale vive Cristo, a far entrare Cristo nello sventurato affamato, assieme al pane che gli dona. L’altro può acconsentire o no a quella presenza, esattamente come colui che riceve la comunione. Se il dono è ben dato e ben ricevuto, il passaggio di un pezzo di pane da un uomo a un altro è come una vera comunione.

Cristo non chiama i benefattori né amorevoli né caritatevoli. Li chiama «i giusti». Il Vangelo non fa alcuna distinzione fra l’amore del prossimo e la giustizia. Anche i greci vedevano il rispetto per Zeus Supplice come il primo dovere di giustizia. Siamo noi che abbiamo inventato la distinzione fra giustizia e carità. È facile capirne il perché: la giustizia, come noi l’intendiamo, dispensa dal dare colui che possiede. Se ciò nonostante egli dà, ritiene di poter essere contento di sé e pensa di aver fatto un’opera buona. Quanto a chi riceve, si sente o dispensato da ogni gratitudine o costretto a ringraziare servilmente, secondo il proprio concetto di giustizia.

Soltanto l’assoluta identificazione della giustizia con l’amore rende possibile nello stesso tempo sia la compassione e la gratitudine, sia il rispetto, da parte propria e degli altri, della dignità della sventura in chi ne è colpito.

Bisogna tener conto che nessuna bontà può andare oltre la giustizia, a meno di diventare una colpa sotto una falsa apparenza di bontà. Occorre tuttavia ringraziare il giusto di essere giusto, come ringraziamo Dio per la sua gloria, perché la giustizia è cosa veramente bella. Ogni altra gratitudine è servile, persino animale.

La sola differenza fra colui che assiste a un atto di giustizia e colui che ne beneficia materialmente è che per il primo la bellezza della giustizia è soltanto uno spettacolo, mentre per il secondo essa stabilisce un contatto, diventa anzi quasi un nutrimento. Quindi il sentimento di semplice ammirazione del primo deve raggiungere nel secondo un grado molto più elevato per il calore della gratitudine.

Non provar gratitudine, quando si è trattati con giustizia in circostanze che avrebbero facilmente reso possibile l’ingiustizia, significa privarsi della virtù soprannaturale e sacramentale racchiusa in ogni puro atto di giustizia.

Non v’è nulla che riesca a rendere intelligibile il concetto di questa virtù quanto la dottrina della giustizia naturale esposta da Tucidide con impareggiabile lucidità intellettuale in poche, meravigliose righe.

Gli ateniesi, in guerra contro Sparta, volevano costringere ad allearsi con loro gli abitanti dell’isoletta di Melos, da tempi antichissimi alleati degli spartani, ma che fino a quel momento erano rimasti neutrali.

Inutilmente gli abitanti di Melos, di fronte all’ultimatum ateniese, chiesero giustizia, implorarono pietà per la loro antica città. Poiché non vollero cedere, gli ateniesi rasero al suolo la città, uccisero tutti gli uomini, vendettero come schiavi le donne e i bambini.

Le parole cui sopra si è accennato sono poste da Tucidide in bocca agli ateniesi. Dopo aver premesso che non cercheranno di provare la giustizia del loro ultimatum, essi proseguono: «Discutiamo, piuttosto, di ciò che è possibile... Lo sapete quanto noi; dato che l’animo umano è quello che è, si può prendere in esame ciò che è giusto solamente se c’è uguale necessità da entrambe le parti. Ma se si fronteggiano un forte e un debole, il primo impone ciò che è possibile e il secondo accetta».

Gli abitanti di Melos dissero che, in caso di battaglia, avrebbero avuto il favore degli dèi, perché la loro causa era giusta. Gli ateniesi risposero che non vedevano il motivo per supporlo: «Noi crediamo, per quanto riguarda gli dèi, e siamo certi per quanto riguarda gli uomini, che per legge di natura ognuno comanda sempre, dovunque ha il potere di farlo. Non siamo noi che abbiamo stabilito questa legge, né siamo noi i primi ad applicarla; l’abbiamo trovata già stabilita e la conserviamo come se dovesse durare per sempre; e perciò l’applichiamo. Sappiamo bene che anche voi, come tutti gli altri, agireste allo stesso modo, una volta giunti allo stesso grado di potenza».

Questa lucidità di intelligenza riguardo al concetto di ingiustizia è la luce che precede immediatamente quella della carità. È il chiarore che perdura qualche tempo, là dove la carità è esistita ma si è spenta. Più sotto vi sono le tenebre, dove il forte crede sinceramente che la sua causa sia più giusta di quella del debole. Era il caso dei romani e degli ebrei.

Possibilità e necessità, nelle frasi riportate, sono termini opposti a giustizia. Possibile è tutto ciò che il forte può imporre al debole. Può essere utile esaminare fin dove si spinge questa possibilità. Ammesso che essa ci sia nota, è certo che il forte realizzerà il proprio volere fino al limite estremo del possibile, una necessità meccanica. Altrimenti sarebbe come se egli volesse e non volesse nello stesso tempo. Sia il forte che il debole si trovano di fronte alla necessita.

Quando due esseri umani devono agire insieme, e nessuno dei due può imporsi all’altro, bisogna che si mettano d’accordo. Si prende allora per base la giustizia, perché solo la giustizia ha il potere di far coincidere le due volontà. Essa è l’immagine di quell’amore che unisce in Dio il Padre e il Figlio, e che è il pensiero comune di due intelletti separati. Ma quando si trovano di fronte un forte e un debole, non c’è alcun bisogno di unire le due volontà: esiste una volontà sola, quella del forte; il debole obbedisce. Le cose si svolgono in ugual modo quando un uomo maneggia la materia: non ci sono due volontà da far coincidere, poiché l’uomo vuole e la materia subisce. Il debole è simile a un oggetto. Non c’è alcuna differenza tra scagliare un sasso per allontanare un cane importuno e dire a uno schiavo: «Scaccia quel cane».

A partire da un certo grado di ineguaglianza nei rapporti di forza fra gli uomini, l’inferiore passa allo stato di materia e perde la propria personalità. Gli antichi dicevano: «Un uomo perde metà della propria anima il giorno in cui diventa schiavo».

La bilancia in equilibrio, immagine del rapporto di uguaglianza delle forze, è stata fin dai tempi più antichi, e soprattutto in Egitto, il simbolo della giustizia. Forse essa è stata un oggetto religioso prima di venir usata nel commercio. L’uso della bilancia nel commercio è l’immagine del mutuo accordo che costituisce l’essenza stessa della giustizia e deve essere la regola degli scambi. La definizione della giustizia come mutuo accordo, quale si trova nella legislazione di Sparta, era senza dubbio di origine egeo‑cretese. Se ci si trova in posizione di vantaggio in un rapporto inuguale di forze, la virtù soprannaturale di giustizia consiste nel comportarsi esattamente come se in quel rapporto vi fosse uguaglianza. Uguaglianza sotto ogni aspetto, compresi i minimi particolari di tono o di atteggiamento: infatti un particolare può bastare a ridurre nuovamente l’inferiore a quello stato di materia che in quella occasione è naturalmente il suo, così come il minimo urto congela l’acqua rimasta liquida al di sotto dello zero.

Per il più debole che viene trattato in quel modo, la stessa virtù soprannaturale consiste non nel credere che ci sia veramente un rapporto uguale di forze, ma nel riconoscere che quel trattamento è dovuto soltanto alla generosità dell’altro. È ciò che si chiama riconoscenza. Per il più debole che si vede invece trattato in modo diverso, la virtù soprannaturale di giustizia consiste nel capire che il trattamento che egli subisce, per quanto non secondo giustizia, è tuttavia conforme alla necessità e al meccanismo della natura umana. Deve quindi evitare sia la sottomissione sia la rivolta.

Se si tratta da uguali coloro che il rapporto di forze pone su un piano inferiore, si fa loro veramente dono della qualità di esseri umani di cui il destino li privava, e si riproduce nei loro confronti, per quanto umanamente possibile, la generosità originaria del creatore.

Questa è la virtù cristiana per eccellenza, espressa anche nel Libro dei Morti egiziano con parole sublimi quanto quelle del Vangelo: «Non ho fatto piangere nessuno. Non ho mai reso altera la mia voce. Non ho mai fatto paura ad alcuno. Non sono mai stato sordo a parole di giustizia e verità».

La riconoscenza dello sventurato, quando è pura, non è altro che partecipazione a quella stessa virtù, perché solo chi ne è capace può riconoscerla. Gli altri ne provano solamente gli effetti.

Una simile virtù si identifica con la fede, reale e operante, nel vero Dio. Gli ateniesi di Tucidide ritenevano che la divinità, come l’uomo allo stato di natura, comandi sino all’estremo limite del possibile.

Vero Dio è il Dio concepito come onnipotente, che però non comanda dovunque avrebbe il potere di farlo; infatti si trova soltanto nei cieli e, quaggiù, nel segreto.

Quegli ateniesi che massacrarono gli abitanti di Melos non avevano più la nozione di un simile Dio.

Ciò che dimostra il loro errore è anzitutto il fatto che, contrariamente alle loro affermazioni, e sia pure in casi estremamente rari, può accadere che un uomo rinunci a comandare pur avendone il potere, per pura generosità. Ciò che è possibile all’uomo, è possibile a Dio.

Gli esempi possono essere contestati, ma è certo che se in questo o in quell’esempio fosse possibile provare che si trattava di pura generosità, questa generosità sarebbe ammirata da tutti. Tutto ciò che l’uomo è capace di ammirare, è possibile a Dio.

Lo spettacolo di questo mondo è una prova ancora più sicura. Il bene puro non si trova da nessuna parte. O Dio non è onnipotente, o non è assolutamente buono, o non comanda dovunque ne avrebbe la possibilità.

L’esistenza del male, quaggiù, lungi dall’essere una prova contro l’esistenza di Dio, è perciò la rivelazione di questa verità.

La creazione è, da parte di Dio, un atto non di espansione di sé, bensì di limitazione, di rinuncia. Dio con tutte le creature è qualcosa di meno che Dio da solo. Dio ha accettato questa diminuzione. Si è privato di una parte dell’essere. Se ne è privato già in questo atto della sua divinità; ecco perché san Giovanni dice che l’Agnello è stato sgozzato fin dal momento della creazione del mondo. Dio ha permesso che esistessero altre cose, diverse da lui e di valore infinitamente minore. Con l’atto creatore ha negato se stesso, così come Cristo ci ha ordinato di rinnegare noi stessi. Dio si è negato in nostro favore, per offrirci la possibilità di rinnegarci per lui. Questa risposta, questa eco che è in nostro potere rifiutare, è la sola giustificazione possibile per la follia d’amore che è l’atto creatore.

Le religioni che hanno compreso questa rinuncia, questa distanza volontaria, questo ritrarsi volontariamente, l’apparente assenza di Dio e la sua presenza segreta quaggiù, sono la religione vera, la traduzione in lingue diverse della grande Rivelazione. Le religioni che rappresentano una divinità che esercita il suo dominio dovunque ciò le sia possibile, sono false. Anche se monoteiste, sono idolatre.

Chi, ridotto dalla sventura allo stato di cosa inerte e passiva, ridiventa almeno per qualche tempo un essere umano grazie alla generosità altrui, se sa accogliere e intuire la vera essenza di tale generosità riceve in quell’istante un’anima generata esclusivamente dalla carità. Egli è generato dall’alto, per mezzo dell’acqua e dello Spirito. (La parola del Vangelo anôthen significa «dall’alto» più spesso che «di nuovo»). Trattare con amore il prossimo colpito dalla sventura è come battezzarlo.

Chi compie un atto di generosità può agire in quel modo soltanto se con il pensiero si è immedesimato nell’altro. Anche lui, in quel momento, è fatto solo di acqua e di Spirito.

Generosità e compassione sono inseparabili, ed entrambe hanno il loro modello in Dio, cioè nella creazione e nella passione.

Cristo ci ha insegnato che l’amore soprannaturale per il prossimo è lo scambio di compassione e di gratitudine che si verifica, come un lampo, fra due esseri, l’uno dotato, l’altro privo degli attributi della personalità umana. L’uno è soltanto un poco di carne nuda, inerte e sanguinante sull’orlo di un fossato, senza nome, e di cui nessuno sa nulla. Quelli che gli passano accanto lo scorgono appena e pochi minuti dopo non ricordano nemmeno d’averlo visto. Uno solo si ferma e vi fa attenzione. Gli atti che seguono sono soltanto l’effetto automatico di quel momento di attenzione. Quell’attenzione è creatrice. Ma nel momento in cui si produce è un atto di rinuncia. Perlomeno, se è pura. L’uomo accetta di diminuirsi se si concentra per produrre un’energia che non allargherà il suo potere ma che consentirà a un altro essere, diverso da lui, di esistere indipendentemente. Anzi, volere l’esistenza dell’altro significa immedesimarsi in lui per simpatia e quindi condividere lo stato di materia inerte in cui si trova.

Questa operazione è contro natura, tanto per chi non ha conosciuto la sventura e ignora che cosa sia, quanto per chi l’ha conosciuta o presentita e ne ha orrore.

Non c’è affatto da stupirsi se un uomo che ha del pane ne dà un pezzo all’affamato. Ciò che stupisce è che egli sappia farlo con gesto diverso da quello con il quale si compera un oggetto. L’elemosina, quando non è soprannaturale, assomiglia a un’operazione di acquisto: con essa si compera lo sventurato.

La volontà dell’uomo, a qualunque oggetto si rivolga, al delitto come alla suprema virtù, alle piccole preoccupazioni come ai grandi propositi, consiste anzitutto nel voler avere una volontà libera. Volere questa facoltà di scegliere liberamente anche per chi ne è stato privato dalla sventura significa immedesimarsi nell’altro e accettare per se stessi la sventura, cioè la distruzione di sé. Significa negare se stessi; così facendo si diventa capaci, sull’esempio di Dio, di affermare un altro con un’affermazione creatrice. Ci si offre in riscatto dell’altro. È un atto redentore.

La simpatia del debole per il forte è naturale, perché il debole, immedesimandosi nell’altro, acquista una forza immaginaria. L’inverso, cioè la simpatia del forte per il debole, è contro natura.

Ecco perché la simpatia del debole per il forte è pura soltanto se ha come unico oggetto la simpatia del forte, nel caso in cui sia veramente generoso, verso di lui. Questa è la gratitudine soprannaturale, che consiste nel godere di essere l’oggetto di una compassione soprannaturale. Essa lascia assolutamente intatta la dignità. Il serbare la vera dignità nella sventura è anch’essa cosa soprannaturale. La pura gratitudine, come la pura compassione, sono essenzialmente un’accettazione della sventura. Lo sventurato e il suo benefattore, tra cui la diversa fortuna pone un’infinita distanza, sono uniti in questa accettazione. C’è amicizia tra loro, così come la intendevano i pitagorici: una miracolosa armonia e uguaglianza.

Allo stesso tempo, l’uno e l’altro riconoscono che è meglio non comandare dovunque si ha il potere di farlo. Se questo pensiero occupa tutta l’anima e regola l’immaginazione, che è la fonte delle nostre azioni, costituisce la vera fede. Esso infatti situa il bene fuori di questo mondo, dove è la fonte di ogni potere, e riconosce il bene come modello di quel punto segreto che sta al centro della persona umana e che è il principio della rinuncia.

Persino nell’arte e nella scienza ogni opera di secondo ordine, buona o mediocre, è un’estensione del proprio essere, mentre ogni opera di prim’ordine, la creazione, è una rinuncia a se stessi. Non è possibile scorgere questa verità, perché la gloria mescola e copre con il suo splendore, senza distinzione, le opere di prim’ordine e quelle migliori di secondo ordine, alle quali anzi viene spesso data la precedenza.

L’amore per il prossimo, essendo costituito di attenzione creatrice, è analogo al genio.

L’attenzione creatrice consiste nel fare realmente attenzione a ciò che non esiste. Nella carne anonima che giace inerte all’orlo della strada non c’è umanità. Eppure, il samaritano che si ferma e guarda, fa attenzione a quella umanità assente, e gli atti che seguono confermano che si tratta di un’attenzione reale.

La fede, dice san Paolo, è visione delle cose invisibili. E quel momento di attenzione è un atto di fede, così come un atto d’amore.

Allo stesso modo, un uomo totalmente alla mercé di un altro, non esiste. Lo schiavo non esiste né agli occhi del padrone né ai suoi propri occhi. Gli schiavi negri d’America, quando capitava loro di ferirsi un piede o una mano, dicevano: «Non fa nulla; è il piede del padrone, la mano del padrone». Chi è del tutto privo di quei beni sui quali si accentra la considerazione sociale, non esiste. Una canzone popolare spagnola esprime questa verità con parole meravigliose: «Per diventare invisibile non c’è mezzo più sicuro che farsi povero». L’amore vede ciò che è invisibile.

Dio ha pensato ciò che non era e pensandolo lo ha fatto essere. In ogni istante, noi esistiamo solo perché Dio acconsente a pensare la nostra esistenza, sebbene in realtà non esistiamo. Almeno, è così che umanamente, e quindi erroneamente, ci raffiguriamo la creazione; ma ciò che immaginiamo contiene una parte di verità. Dio solo ha questo potere, di pensare realmente ciò che non è. Solo Dio, presente in noi, può realmente pensare la qualità umana negli sventurati, guardarli con uno sguardo veramente diverso da quello con cui si guardano gli oggetti, ascoltare veramente la loro voce come si ascolta una parola. Essi si accorgono allora di avere una voce; altrimenti non potrebbero neppure rendersene conto.

Porgere veramente ascolto a uno sventurato è tanto difficile quanto per lui il capire di essere ascoltato per pura compassione.

L’amore per il prossimo è l’amore che scende da Dio verso l’uomo. È anteriore a quello che sale dall’uomo verso Dio. Dio è ansioso di scendere verso gli sventurati. Non appena un’anima, fosse anche l’ultima, la più miserabile, la più deforme, è disposta ad acconsentire, Dio si precipita in lei per poter guardare e ascoltare gli sventurati tramite suo. Solo col tempo l’anima si accorge di questa presenza. Ma, anche se non trovasse la parola per esprimerla, Dio è presente dovunque gli sventurati sono amati per se stessi.

Dio non è presente, anche se invocato, là dove gli sventurati, benché siano amati proprio perché tali, sono semplicemente un’occasione per fare il bene. Così, infatti, essi svolgono la loro funzione naturale, di materia, di cosa. Sono amati impersonalmente, mentre bisogna sentire per loro, per la loro condizione inerte, anonima, un amore personale.

Ecco perché espressioni come: amare il prossimo in Dio, per amore di Dio, sono ingannevoli ed equivoche. All’uomo, tutto il suo potere di attenzione è appena sufficiente per essere capace semplicemente di guardare quel mucchio di carne inerte e nuda al bordo della strada. Non è quello il momento di rivolgere il pensiero a Dio. Ci sono momenti in cui bisogna pensare a Dio dimenticando tutte le creature senza eccezione, come ce ne sono altri in cui guardando le creature non bisogna pensare esplicitamente al creatore. In quei momenti, la presenza di Dio in noi è condizionata da un segreto così profondo da diventare un segreto anche per noi. Ci sono momenti in cui il pensare a Dio ci separa da lui. Il pudore è la condizione dell’unione nuziale.

Nel vero amore non siamo noi ad amare gli sventurati in Dio, è Dio che li ama in noi. Quando siamo nella sventura, è Dio in noi che ama coloro che ci vogliono bene. La compassione e la gratitudine provengono da Dio, e quando esse vengono donate attraverso uno sguardo, Dio è presente nel punto in cui i due sguardi si incontrano. Lo sventurato e l’altro si amano partendo da Dio, attraverso Dio, ma non per amore di Dio; si amano per amore l’uno dell’altro. E poiché questo amore è qualcosa di impossibile, soltanto Dio può suscitarlo.

Colui che per amore di Dio dà del pane al povero affamato non sarà ringraziato da Cristo: la sua ricompensa gli è già stata data con questo solo pensiero. Cristo ringrazia coloro che non sapevano chi sfamavano.

Del resto, il dono non è che una delle due forme possibili dell’amore per gli sventurati. Il potere può sempre essere rivolto a fare il male o a fare il bene. In un rapporto di forze molto differenti, il più forte può essere giusto nei riguardi del più debole sia facendogli del bene con giustizia sia facendogli del male con giustizia. Nel primo caso si parla di elemosina, nel secondo di castigo.

Sotto il giusto castigo, come sotto la giusta elemosina, si cela la presenza reale di Dio; essi costituiscono quasi un sacramento. Anche questo è chiaramente espresso nel Vangelo con le parole: «Colui che è senza peccato scagli la prima, pietra». Cristo solo è senza peccato.

Cristo ha perdonato la donna adultera. La funzione del castigo non si addiceva a chi avrebbe concluso sulla croce la propria esistenza terrena. Ma egli non ha prescritto di abolire la giustizia penale. Ha permesso che si continuasse a scagliare pietre. Dovunque questo avvenga secondo giustizia, pertanto, è lui che scaglia la prima pietra. E come Cristo sta nel povero affamato cui un giusto offre da mangiare, così sta anche nello sventurato condannato che viene punito da un giusto. Egli non lo ha detto, ma lo ha chiaramente dimostrato morendo come un criminale comune. Egli è il modello divino del condannato. Così come i giovani operai della JOC [Jeunesse Ouvrière Catholique] si inebriano all’idea che Cristo è stato uno dei loro, i criminali avrebbero diritto di fare altrettanto. Ma bisognerebbe dirlo anche a loro, come lo si dice agli operai. In un certo senso Cristo è più vicino a loro che ai martiri.

La pietra che uccide e il pezzetto di pane che sfama hanno esattamente la stessa virtù, se Cristo è presente al punto di partenza e al punto di arrivo. Il dono della vita equivale al dono della morte.

Secondo la tradizione indù, il re Rama, che incarna la seconda persona della trinità, per impedire che lo scandalo si spargesse tra il suo popolo dovette con gran rammarico far morire un uomo di bassa casta che, contravvenendo alla legge, si dedicava a pratiche di ascetismo religioso. Andò lui stesso a cercarlo e lo uccise con un colpo di spada. Subito dopo gli apparve l’anima del morto che, cadendo ai suoi piedi, lo ringraziò della gloria che il contatto con la spada benedetta le aveva conferito. L’esecuzione, per quanto ingiusta in un certo senso, ma legale e compiuta per mano stessa di Dio, aveva avuto tutta la virtù di un sacramento.

Il carattere legale di un castigo non ha un vero significato se non gli conferisce qualcosa di religioso, se non lo rende simile a un sacramento; di conseguenza, tutte le funzioni penali, da quella del giudice a quella del carnefice e del carceriere, dovrebbero, in qualche modo, assimilarsi alla funzione sacerdotale.

Nel castigo la giustizia si esplica allo stesso modo che nell’elemosina. Essa consiste nel fare attenzione allo sventurato, considerandolo un essere umano e non una cosa, e nel desiderare che sia preservata in lui la facoltà di volere liberamente.

Gli uomini credono di disprezzare il delitto: in realtà disprezzano la debolezza della sventura. Un individuo in cui il delitto si aggiunga alla sventura permette loro di abbandonarsi al disprezzo della sventura col pretesto di disprezzare il delitto. Egli diventa in tal modo oggetto del massimo disprezzo. Il disprezzo è l’opposto dell’attenzione. Si deve eccettuare solo il caso di un delitto che per una qualsiasi ragione abbia prestigio (com’è il caso, spesso, dell’assassinio, poiché implica una momentanea potenza) o che sia avvertito, da chi giudica, come una colpa irrilevante. Il furto è il delitto più spoglio di prestigio e che provoca il massimo sdegno, perché l’attaccamento alla proprietà è il sentimento più diffuso e più forte. Ciò appare anche nel codice penale.

Nulla è più misero di un essere umano, rivestito di un’apparenza di colpevolezza vera o falsa, alla totale discrezione di alcuni uomini che con poche parole decideranno della sua sorte. Quegli uomini non gli prestano attenzione. D’altronde, dal momento in cui un uomo cade nelle mani della giustizia fino al momento in cui ne esce – e i cosiddetti recidivi, così come le prostitute, non ne escono quasi mai sino alla morte – non è mai oggetto d’attenzione. Tutto è combinato fin nei più piccoli particolari, fin nelle inflessioni di voce, per renderlo una cosa spregevole, un rifiuto agli occhi di tutti e anche ai suoi. La brutalità, la superficialità, i termini sprezzanti, i sarcasmi, il modo di rivolgergli la parola, di ascoltarlo o di non ascoltarlo, tutto è ugualmente efficace.

In tutto ciò non c’è una voluta cattiveria: è l’effetto automatico di un’attività professionale che ha come oggetto il delitto visto sotto forma di sventura, cioè sotto quella forma in cui si mostra a nudo l’orrore dell’abiezione. Un simile contatto, ininterrotto, contamina necessariamente, e il contagio prende la forma del disprezzo: il disprezzo che ricade su ogni accusato. L’apparato giudiziario è come uno strumento di trasmissione che fa ricadere su ogni accusato tutta l’abiezione contenuta negli ambienti dove convivono sventura e delitto. Il contatto stesso con l’apparato giudiziario ispira una specie di orrore, direttamente proporzionale all’innocenza, alla parte dell’anima rimasta intatta. Chi è del tutto marcio non ne riceve alcun danno e non ne soffre.

Non può accadere diversamente, se non c’è tra l’apparato giudiziario e il delitto qualcosa che purifichi le abiezioni: questo qualcosa non può essere che Dio. Solo l’infinita purezza non viene contaminata dal contatto col male. Ogni purezza limitata finisce col corrompersi, se il contatto è prolungato. Per quanto si riformi il codice, il castigo non può essere umano se non passa attraverso Cristo.

Non è tanto il grado di severità della pena che importa. Molto spesso un condannato, sebbene colpevole e sottoposto a una pena mite relativamente alla sua colpa, può essere ritenuto vittima di una crudele ingiustizia. L’importante è che la pena sia legittima, cioè che proceda direttamente dalla legge; che alla legge sia riconosciuto un carattere divino, non per il suo contenuto ma in quanto legge; che tutta l’organizzazione della giustizia penale si prefigga di ottenere per l’accusato, dai magistrati e dai loro accoliti, il rispetto dovuto da ogni uomo a chiunque si trovi alla sua mercé, e di ottenere dall’accusato l’accettazione della pena inflitta, quell’accettazione di cui Cristo innocente ha dato il perfetto esempio.

Al giorno d’oggi, una condanna a morte per una colpa lieve, inflitta in queste condizioni, sarebbe meno orribile di una condanna a sei mesi di prigione. Nulla è più atroce dello spettacolo, così frequente, di un accusato che, a causa della sua condizione, non ha altra risorsa al mondo all’infuori della parola, ma che per la sua origine sociale, per la sua mancanza di cultura, è incapace di servirsene efficacemente, e che, prostrato dal senso di colpa, dalla sventura e dalla paura, balbetta davanti ai giudici, i quali non lo ascoltano e lo interrompono ostentando un linguaggio ricercato.

Finché nella vita sociale ci sarà la sventura, finché l’elemosina legale o privata e il castigo saranno inevitabili, la separazione fra istituzioni civili e vita religiosa sarà un delitto. L’idea laica, in sé, è del tutto falsa. Può essere in qualche modo giustificabile solo come reazione contro una religione totalitaria. Sotto questo aspetto bisogna riconoscerle una certa legittimità.

La religione, per poter essere – come deve – presente dappertutto, non solo non deve essere totalitaria ma deve mantenersi rigorosamente sul piano dell’amore soprannaturale, l’unico che le si addice. Se lo facesse, penetrerebbe dappertutto. La Bibbia dice: «La sapienza penetra dappertutto in forza della sua perfetta purezza».

A causa dell’assenza di Cristo, la mendicità in senso lato e l’atto penale sono forse le due cose più atroci di questa terra, due cose quasi infernali. Hanno il colore stesso dell’inferno. Vi si può aggiungere anche la prostituzione, che sta al matrimonio come l’elemosina e il castigo senza carità stanno all’elemosina e al castigo giusti.

All’uomo è stato dato il potere di fare del bene e del male non solo al corpo ma anche all’anima del suo prossimo: a tutta l’anima di coloro in cui Dio non è presente e, negli altri, a tutta quella parte dell’anima che non è abitata da Dio. Quando un uomo, guidato da Dio o dalla potenza del male, o semplicemente dal meccanismo animale, dona o punisce, ciò che lo guida passa dalla sua anima nell’altro tramite il pane o il ferro della spada. Il pane e il ferro sono materia vergine, non contengono in sé né il bene né il male, ma possono essere gli strumenti per trasmettere l’uno o l’altro, indifferentemente.

Colui che dalla sventura è costretto ad accettare il pane o a subire il colpo, espone la sua anima nuda e indifesa sia al bene che al male.

C’è un solo mezzo per ricevere sempre solo del bene, ed è di sapere, non astrattamente ma con tutta l’anima, che gli uomini non animati dalla pura carità sono ingranaggi nel meccanismo del mondo, alla stessa stregua della materia inerte. Una volta che se ne è consapevoli, tutto proviene direttamente da Dio, sia attraverso l’amore di un uomo, sia attraverso la materia inerte, quella concreta come quella «psichica»; sia attraverso lo Spirito, sia attraverso l’acqua. Tutto ciò che accresce in noi l’energia vitale è come il pane per il quale Cristo ringrazia i giusti; tutti i colpi, le ferite, le mutilazioni sono come una pietra scagliata contro di noi dalla mano stessa di Cristo. Pane e pietra vengono da Cristo, e penetrando nel nostro essere fanno entrare Cristo in noi. Pane e pietra sono amore. Dobbiamo mangiare il pane ed esporci alla pietra in maniera che essa si configga nella nostra carne il più profondamente possibile. Se abbiamo una corazza capace di proteggere la nostra anima contro le pietre scagliate da Cristo, dobbiamo toglierla e gettarla via.


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