La nostra presunzione - Carlo Maria Martini SJ


 
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"Il desiderio del bene, che è l’anima della moralità, non riuscendo ad aprirsi a una concezione del bene ultimo e definitivo che sappia rinnovare e correggere il desiderio stesso, rimane in balia dei moti istintivi, dello sperimentalismo superficiale e inquieto, della tendenza ad accontentarsi di ciò che soddisfa in modo immediato e disimpegnato." 

Il re Davide, dopo che si era costruito una reggia in Gerusalemme, provò il desiderio di costruire una casa anche per il Signore, un tempio nel quale collocare l’arca dell’alleanza, che si trovava ancora sotto una tenda.

Nel suo desiderio c’era un sincero senso religioso e molta gratitudine per la fortuna che Dio gli aveva concesso. Ma c’era pure l’orgoglio di farsi vedere grande e munifico anche verso il Signore. C’era la sottile compiacenza di poter contare Dio stesso tra gli abitanti della propria città. C’era la segreta speranza di avere Dio a propria disposizione, di poter mettere le mani su di lui, di assicurarsi la sua potente protezione.

Il profeta Natan, consultato in proposito, dapprima diede la sua approvazione, ma poi, colpito da un’improvvisa rivelazione notturna, ritornò dal re per dissuaderlo dal realizzare quel progetto: non sarebbe stato Davide a edificare una casa al Signore, ma il Signore gli avrebbe consolidato la casa e gli avrebbe assicurato una discendenza.

Anche noi tante volte ci avviciniamo all’eucaristia con gli stessi atteggiamenti con cui Davide si avvicinava al mistero della presenza del Signore. Abbiamo già i nostri progetti. Presumiamo già di sapere che cos’è l’eucaristia e di poterla tranquillamente mettere tra le cose in nostro possesso. Abbiamo già, insomma, costruito la nostra vita secondo un programma che vede al centro noi stessi. È questo l’oscuro mistero della «durezza del cuore» dell’uomo, della sua lentezza a credere, di cui ci parlano così spesso le Scritture.

Talvolta, questo accentramento su noi stessi è così radicale da renderci riluttanti o indifferenti al rapporto con Dio. Ecco perché molti trascurano l’eucaristia o la considerano un fenomeno sentimentale, che può adattarsi all’età infantile o concederci un’emozione vagamente religiosa in qualche momento di pausa nostalgica nell’età adulta.

In altri casi, viene accettato un generico rapporto con Dio. Ma si tratta di un Dio misurato sulle nostre idee. È l’uomo che decide come, dove e quando incontrarsi con Dio. L’eucaristia come modalità gratuita, con cui Dio si concede a noi nella comunità cristiana, viene trascurata a favore di altre espressioni incomplete o ambigue di religiosità.

In altri casi, infine, si accetta il Dio di Gesù, che si è manifestato nella Pasqua, e si crede che il mistero pasquale si rende presente nell’eucaristia celebrata nella comunità cristiana. Ma l’atteggiamento dell’uomo, che pone al centro se stesso, riaffiora in modi sottili e per vie traverse.

L’esperienza viva dell’eucaristia

Noi sappiamo che nell’eucaristia opera la Pasqua, è presente la «carne di Gesù per la vita del mondo» (Gv 6,51).

Cerchiamo pertanto di comprendere quale messaggio la Pasqua, attraverso l’eucaristia, invia alla nostra vita. Ma questa ricerca non è del tutto pura. Attraverso la nostra esperienza, i nostri contatti con gli altri, ci siamo fatti un’idea  della nostra vita. Non andiamo fino in fondo in questa indagine; ci arrestiamo al punto in cui la nostra vita ci sembra un bene che è, di fatto, nelle nostre mani e attende di essere plasmato praticamente solo da noi.

Di conseguenza, anziché chiederci quali radicali mutamenti la Pasqua esiga dalla nostra vita, cerchiamo di sapere quali vantaggi le può arrecare.

Questo nostro atteggiamento non è per lo più chiaro e consapevole. Si presenta in forme velate e assume vari orientamenti.

Alcuni, per esempio, considerano il mistero pasquale come una grande riserva di grazia, ma intesa in chiave sottilmente utilitaristica, come un complesso di beni da ottenere. Allora l’eucaristia verrà vista un po’ come un vaso sacro che ci trasmette la grazia della Pasqua.

Altri, invece, vedono nella Pasqua una somma di valori etici che suggellano gli ideali morali dell’uomo. Ammirano il coraggio di Gesù, la sua libertà, il suo perdono fraterno, la fedeltà a un progetto d’amore fino alla morte. Ritengono che il ricordo della vita di Gesù, ricca di esempi così altamente emblematici, debba raggiungere beneficamente anche l’uomo d’oggi, alle prese con ingigantite responsabilità morali. Allora l’eucaristia verrà vista come il ricordo attualizzato della Pasqua di Gesù, capace di produrre un benefico contagio morale.

Tutti questi sono valori, ma non sono ancora l’“eucaristia messa al centro”.

Se l’uomo – e ognuno di noi è costantemente tentato di farlo – si chiude in una concezione utilitaristica dell’eucaristia e la considera come definitiva, cade nell’errore di coloro che, dopo la moltiplicazione dei pani, cercavano Gesù per farlo re (Gv 6,15) e assicurarsi così una vita senza problemi.

A essi e a tutti Gesù grida: «In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni», traendo cioè dal miracolo lo stimolo per un’adesione incondizionata di fede a Gesù, «ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (Gv 6,26).

Quando la comunità si dibatte ancora in queste secche, non v’è da stupirsi che ne escano eucaristie che dicono poco, che influiscono poco sulla vita; che si cada da una parte in un ritualismo rigido e freddo, dall’altra in un attivismo verboso e distraente . Non si ha l’esperienza del roveto ardente.

Più in generale si potrebbe dire che quando l’eucaristia viene decentrata e poi sottilmente attratta verso altri “centri” soggettivamente stabiliti in base a esigenze non discusse e verificate, non è più in grado di liberare la pienezza della sua forza.

Occorre allora compiere un cammino di conversione, che ci aiuti a scoprire nel mistero eucaristico non un bene che è semplicemente a nostra disposizione, ma la presenza viva di Cristo, la forza del suo Spirito che ci attrae nel movimento di obbedienza e di disponibilità del Figlio all’amore misericordioso del Padre.

L’autosufficienza della cultura contemporanea

Nei fenomeni finora descritti è facile riconoscere anche la presenza di qualcosa che non riguarda solo la vita della Chiesa, ma tutta la cultura contemporanea. Rivivono nei comportamenti lacunosi della comunità cristiana verso l’eucaristia la mentalità e la sensibilità proprie della nostra epoca. Si tratta di quel complesso fenomeno culturale che può essere descritto con gli stessi elementi che esprimono l’azione di Gesù nell’eucaristia, ma presi in senso inverso: mentre Gesù nell’eucaristia attira tutti gli uomini a sé, l’uomo moderno, essendosi posto al centro della realtà, vuole essere lui ad attirare tutto a sé. È da sempre la tentazione più insidiosa: la presuntuosa autosufficienza che nella cultura contemporanea si è fatta ancora più corposa e temibile.

Questo significa che un’azione pastorale che voglia capire fino in fondo e rinnovare nelle radici i comportamenti della comunità cristiana verso l’eucaristia, deve fare i conti con questa mentalità generale, che si insinua anche negli atteggiamenti dei credenti, i quali sono pur sempre uomini del loro tempo. Ma questa mentalità generale, questa “cultura”, ha oggi anche un’altra faccia.

Infatti, pur nella permanenza degli orientamenti che mettono l’uomo al centro di tutto, diventano sempre più insistenti e diffuse anche le analisi delle conseguenze negative di questo atteggiamento.

L’uomo non regge alla fatica e alla responsabilità di essere il centro di tutto. Nascono allora dei comportamenti complessi e ambigui.

È tipica, ad esempio, dell’uomo d’oggi la frammentarietà. Egli ha compiuto e va compiendo importanti conquiste nel dominio della natura, nella cura della salute, nella promozione della dignità personale, nell’organizzazione della vita sociale, ecc. Ma si tratta di conquiste settoriali. Il senso globale rimane nell’ombra: si acuisce un preoccupante disorientamento circa la direzione complessiva da imprimere alle conquiste scientifiche, circa l’esito ultimo e i valori definitivi dell’esistenza umana.

Mancando questa visione unitaria, è facile cadere in una serie di contraddizioni. Basti un solo esempio, relativo alla dignità della vita umana.

È maturata una forte coscienza civile della libertà e della dignità della persona. Si fanno grandi battaglie e si impegnano mezzi, tempo, energie per salvare tante vite umane dalla guerra, dalla malattia, dalla fame, dagli ambienti malsani, ecc.

Stranamente, però, accanto a questi atteggiamenti costruttivi si registrano fenomeni di segno opposto: uccisione della vita nel suo sorgere o nel suo finire; corsa sfrenata agli armamenti; mentalità violenta; mancanza di rispetto del contesto fisico, psichico, sessuale, affettivo, familiare in cui la vita umana nasce e si sviluppa; paurosa diffusione della droga; ricorso agli interventi armati, anziché alle mediazioni diplomatiche, per risolvere i vari conflitti tra i popoli. Purtroppo, contraddizioni di questo genere diventano inevitabili, quando non si sa riconoscere il valore ultimo e assolutamente intangibile su cui si fonda la dignità dell’uomo.

Connesso con la mancanza di visione unitaria è lo sgretolamento della coscienza morale. Di fronte ai tanti casi di corruzione, al generale affievolimento del senso di responsabilità, alla crisi delle istituzioni democratiche, tante voci chiedono un rinvigorimento della coscienza morale. Questa diffusa domanda etica è una sfida che va raccolta, decifrata e fatta evolvere verso la coscienza del bisogno di un solido fondamento. Altrimenti un tale appello, che pure non va disatteso, è condannato a restare velleitario, se vengono meno gli strumenti per dare figura solida e costruttiva alla vita etica.

Il desiderio del bene, che è l’anima della moralità, non riuscendo ad aprirsi a una concezione del bene ultimo e definitivo che sappia rinnovare e correggere il desiderio stesso, rimane in balia dei moti istintivi, dello sperimentalismo superficiale e inquieto, della tendenza ad accontentarsi di ciò che soddisfa in modo immediato e disimpegnato. Insomma, il desiderio è senza nerbo interiore, senza struttura solida, senza figura unitaria.

Lo costatano con grande preoccupazione soprattutto coloro che vogliono dedicarsi seriamente all’educazione dei giovani: spesso parecchi giovani danno l’impressione di non sapere che cosa vogliono, passano da un’esperienza all’altra e vengono facilmente catturati da chi propone soddisfazioni più facili e risultati immediati.

L’uomo dovrebbe avere il coraggio di andare alla radice di queste ambiguità. Dovrebbe allora mettere in discussione il presupposto da cui sono scaturite queste conseguenze, cioè la volontà di attirare tutto a sé.

Questa breve analisi culturale suggerisce una concreta indicazione pastorale: c’è un rapporto tra l’azione con cui la Chiesa riscopre la centralità dell’eucaristia e l’opera culturale che essa svolge perché l’uomo d’oggi ritrovi il senso del mistero.

I due impegni devono intrecciarsi. In una relazione all’assemblea della Cei ho detto: «Anche al di fuori del mondo cristiano ufficiale risuonano voci pensose, che invitano l’uomo d’oggi a rimettersi davanti all’arduo, ma imprescindibile problema della trascendenza. Senza strumentalizzare frettolosamente queste voci, occorre consolidare un dialogo e un consenso tra tutti coloro che cercano onestamente la verità ultima dell’uomo al di là dei desideri immediati e delle realizzazioni pratiche, in cui l’uomo si esprime».

Anche nelle nostre comunità dobbiamo svolgere quest’opera culturale, che disintossica l’uomo d’oggi dalla suggestione contagiosa di essere il centro, orgoglioso o disperato di tutto.

Quest’opera trova la sua esecuzione più efficace e la sua illuminazione più piena nell’azione pastorale che aiuta a riscoprire e a rivivere la centralità dell’eucaristia .

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