Uomo: presenza del Dio assente - p. Carlo Maria Martini SJ




 
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Ci possiamo accostare alla parola di Dio, riflettendo, da un lato, sul fatto che essa è parola e quindi ha a che fare con quell’evento umano, che noi chiamiamo linguaggio; dall’altro lato, che è parola di Dio e quindi ha un’irriducibile originalità nei confronti della parola umana.

È illuminante l’episodio del centurione romano, che chiede a Gesù la guarigione del servo caduto in una malattia mortale (Mt 8,5-13). Gesù si offre di andare in casa sua, ma l’ufficiale espone un’argomentazione ricca di una fede così intensa che strappa il consenso ammirato di Gesù. Il centurione prende lo spunto dall’efficacia della parola umana: quando egli ordina qualcosa a un subalterno, la sua parola di comando produce qualcosa attorno a sé, fa sì che il subalterno vada o venga secondo l’ordine ricevuto.

A maggior ragione la parola di Gesù, nella quale la fede del centurione riconosce presente la potenza stessa di Dio, saprà operare, anche a distanza, la guarigione miracolosa del servo. Viene qui adombrato il mistero della parola umana con la sua ricchezza e la sua povertà. Nella parola il nostro essere profondo si manifesta; la nostra libertà sprigiona le sue capacità operative; la nostra umanità va in cerca dell’umanità degli altri, cerca un contatto con loro, genera consensi, costruisce comunità umane, interviene sulle cose del mondo. Vita, speranza, gioia, impegno, operosità, amore, luce di verità sono misteriosamente depositati nel fragile involucro della parola.

Ma la parola umana è anche povera. Quante volte balbetta impotente dinanzi a misteri che non riesce a penetrare. Quante volte non sa comunicare il senso che essa racchiude. Quante volte non raggiunge gli esiti desiderati. Quante volte, anziché rivelare amore di vita, luce di verità, comunione interpersonale, produce odio, menzogna e discordia.

Nella povertà della parola si rivela la povertà del nostro essere. Noi non siamo totalmente identici con la vita, la gioia, l’amore, la luce della verità.

Questi beni sono presenti in noi, ma sono anche lontani da noi. Noi li andiamo cercando come beni assenti, spinti da quelle parziali forme di presenza che essi hanno in noi.

Quando noi non riconosciamo questa presenza-assenza della vita, della verità dell’amore e pretendiamo di essere noi stessi, in un modo totale ed esaustivo, la vita, la verità, l’amore, inganniamo noi stessi e le nostre parole producono la morte, la menzogna e la discordia.

Dovremmo, a questo punto, dare un nome più preciso alla vita, alla verità e all’amore.

Non possiamo percorrere qui gli ardui sentieri che si addentrano nel mistero della realtà. Basterà dire che, mediante un’intuizione, che è depositata da sempre nel cuore dell’esperienza umana e che può e deve assumere anche l’andamento di una rigorosa argomentazione riflessiva, l’intelligenza umana arriva a comprendere che la pienezza della vita, della verità e dell’amore stanno in una realtà che, pur rendendosi presente nell’uomo, è al di là dell’uomo ed è chiamata Dio.

L’uomo allora si scopre come presenza del Dio assente , come segno di lui, come espressione in cui egli si manifesta, pur essendo l’inesprimibile. L’uomo in questo senso è parola di Dio e nel parlare umano viene alla luce questa radicale caratteristica dell’uomo.

Allora la parola e l’essere dell’uomo sono creativi, ma solo in quanto obbediscono, in un atteggiamento di attesa, disponibilità, fedeltà, a quello che Dio dice in loro.

Che cosa Dio possa dire all’uomo, con quanta intensità, con quale forza comunicativa non può essere anticipato, determinato, deciso dall’uomo. L’unica anticipazione, l’unica decisione che compete all’uomo è quella del silenzio pieno di attesa, rispetto, obbedienza.

Quali imprevedibili forme di comunicazione Dio ha deciso di attuare nel suo amore infinito?

L’imprevedibile è accaduto in Gesù di Nazareth.

Gesù, parola vivente del Padre

Una persona che coltiva onestamente questi atteggiamenti di rispetto, obbedienza e attesa, quando si imbatte nella vicenda di Gesù di Nazareth e la sente proclamare fino in fondo, viene afferrata da un senso di sorpresa, che poi diventa segreta inquietudine ed esplode infine in una folgorazione: quest’uomo è parola di Dio non come tutti gli altri, ma in un modo unico e irripetibile.

«La Parola era presso Dio, la Parola era Dio... la Parola si fece carne e prese ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,1.14).

I gesti di Gesù, i suoi discorsi, i suoi comportamenti verso gli altri uomini, i suoi miracoli, il suo modo di affidarsi al mistero del Padre, la sua libertà, coraggiosa, i suoi confronti con i personaggi dell’Antico Testamento, le esigenze che propone ai discepoli, il suo sguardo lungimirante lanciato sul futuro conducono ad affermare che la presenza di Dio si attua in lui in un modo eccezionale.

Dio non solo è presente in lui, ma è una cosa sola con lui. In lui Dio non solo ha comunicato con l’uomo, ma si è comunicato: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso» (Dei Verbum, 2). Quello che l’uomo non può né anticipare, né esigere si è misteriosamente compiuto in Gesù per magnanima decisione divina. Quest’uomo di Nazareth, che è inserito nella vicenda storica dell’umanità e parla parole umane è, nella misteriosa profondità del suo essere, una cosa sola con Dio.

Egli, dunque, è la parola piena e definitiva. Egli è l’uomo perfettamente realizzato. Ogni  altra persona umana, ogni altra parola umana sono veramente umane in riferimento a luie a partire da lui. La vicenda storica di Gesù, come parola di Dio, come segno umano di Dio, così vicino a Dio da essere realmente identico a Dio, trova il suo suggello nella Pasqua, dove l’unità reale di Gesù con il Padre è supremamente manifestata. Gesù si affida al Padre in un’obbedienza così radicale, da abbracciare anche la morte di croce; e il Padre a tal punto congiunge con sé Gesù da comunicargli la vita gloriosa della risurrezione; e lo Spirito santo, che è l’amoroso suggello dell’unità del Padre con il Figlio, guida tutta la vita di Gesù fino alla morte, agisce come principio potente di risurrezione e dal Cristo risorto, in cui dimora in pienezza, viene effuso sulla Chiesa e in tutti i credenti.

La vita di Gesù dunque, dall’incarnazione fino all’effusione pasquale dello Spirito, è parola di Dio in modo definitivo. In essa Dio dice chi egli è propriamente: è comunione di vita, è amore, è Trinità.

E dice anche chi egli vuol essere per l’uomo: vuole essere il Padre che ama, l’alleato che accoglie e salva, l’amico che condivide fino alla morte la condizione ell’uomo, per rendere l’uomo partecipe della sua condizione divina.


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