La preghiera - p. Carlo Maria Martini SJ



 
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"Nasce spontaneo l’interrogativo: come mai Dio ha bisogno della nostra preghiera? Non sa forse, prima di noi, ciò di cui abbiamo bisogno? In realtà, siamo noi che, pregando con insistenza, ci purifichiamo e, passando per l’umiltà di riconoscere che non sappiamo pregare, diventiamo figli."

«Egli disse loro: “Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo Regno; dacci oggi il nostro pane quotidiano, e perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo a ogni nostro debitore e non ci indurre in tentazione”» (Lc 11,2-4).

Questa istruzione sulla preghiera è uno dei punti nodali di tutto il Vangelo. Non a caso, nel testo parallelo di Matteo, il “Padre nostro” è al centro del discorso della montagna.

Possiamo dire anzi che il “Padre nostro” riassume tutto il cristianesimo, tutto ciò che noi siamo, che noi viviamo, tutto ciò di cui abbiamo bisogno, tutto ciò che ci qualifica come figli di Dio in cammino verso il Regno. È una preghiera che non finiremo mai di meditare e, quando non sappiamo pregare, basta riprendere adagio adagio, parola per parola, il “Padre nostro”.

Cerchiamo dunque di cogliere la struttura fondamentale di questa preghiera, che comporta tre momenti: il primo è come la base di una sorgente; il secondo è come uno zampillo che sale verso l’alto; il terzo è lo zampillo che discende innaffiando tutto ciò che c’è intorno.

La sorgente è espressa nella parola «Padre», ed è, per chi prega, lo spirito di figliolanza. Dal momento che vivere da figli significa vivere il battesimo, nella preghiera noi viviamo al massimo il nostro battesimo.

Lo spirito filiale è la radice di ogni preghiera, è l’atteggiamento più importante, perché la vita eterna consiste nell’esplicitazione dell’essere figli di Dio. Notate che nel “Padre nostro” potremmo ripetere la parola «Padre» a ogni invocazione: Padre, venga il tuo Regno; Padre, sia fatta la tua volontà; Padre, perdona i nostri peccati; Padre, liberaci dalla tentazione.

Il secondo momento è costituito appunto dalle invocazioni che salgono verso l’alto, come uno zampillo, che si rivolgono a Dio col pronome in seconda persona: «Venga il tuo Regno, sia santificato il tuo nome». Nella forza dello Spirito santo l’anima redenta, battezzata, si innalza verso il Padre.

Il terzo momento è la ricaduta sulla terra di questa sorgività spirituale, di questo gettito potente dello Spirito santo che ci spinge in alto. La ricaduta sulla terra, cioè su di noi che siamo affamati, che abbiamo bisogno di perdono, che dobbiamo perdonarci a vicenda, che siamo tentati perché deboli e fragili.

Così la preghiera ci coinvolge nella verità del nostro essere: Signore, non permettere che io cada nella tentazione. Tu vedi come sono tentato, stanco, annoiato, pigro; liberami da tutto ciò che mi impedisce di avere fiducia in te, di contemplarti e amarti come Padre.

Questa struttura della preghiera corrisponde alle due definizioni classiche di preghiera come elevatio mentis in Deum oppure come petitio decentium a Deo.

Il primo e il secondo momento del “Padre nostro” sono elevatio mentis in Deum; il terzo è petitio decentium, espressione delle nostre necessità corporali e spirituali, della fatica della vita del discepolo.

La preghiera continua

«Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti; e se quegli dall’interno gli risponde: Non m’importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli; vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza» (Lc 11,5-8).

Gesù ci fa compiere un passo avanti. Non ci dice solo di pregare come figli, chiedendo umilmente ciò di cui abbiamo bisogno, ma ci chiede di insistere. E credo sia l’insegnamento di cui abbiamo più urgenza. Tutti i particolari di questa breve parabola mostrano la situazione reale dei credenti che faticano a vivere la preghiera continua.

– Notiamo, per esempio, la parola «mezzanotte», il tempo cioè in cui si è stanchi e si ha voglia di dormire. Proprio in quel momento viene un amico da un lungo viaggio e la tentazione è di non accoglierlo, di non aprire la porta, perché di fatto disturba. Tuttavia, si vorrebbe rispondere ai doveri dell’ospitalità e, non avendo nulla da dargli da mangiare, ci si fa coraggio e si va a bussare da un altro amico.

Gesù dice a noi: anche se siete affaticati, insistete nel chiedere. La situazione descritta è quella del pastore, di colui che spesso deve dare ad altri il nutrimento spirituale, e che però è stanco, non se la sente, non ha il nutrimento spirituale che gli viene domandato. Ma l’insistenza degli altri è grande e allora il pastore si decide a chiedere al Signore, a pregare. Ovviamente, chi si reca da un amico a mezzanotte lo fa con fatica, non con animo tranquillo; in ogni caso vi si reca.

Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento – ci insegna Gesù – andate comunque, insistete comunque.

– L’amico allora va e bussa; stranamente la risposta non è buona, e deve continuare a bussare. È disagevole insistere, così come è disagevole continuare a chiedere al Signore. Quando la nostra preghiera è apparentemente inascoltata, ci immaginiamo che Dio sia un po’ sordo e viviamo l’imbarazzo dell’uomo che sta fuori nella speranza che l’altro si muova, che gli apra la porta. Più passa il tempo, più perdiamo la fiducia in Dio.

Ma Gesù ci ripete: continua a chiedere, perché già il chiedere è una grazia, già il chiedere ti fa figlio, già il chiedere è l’esaudimento; se non trascuri questa preghiera anche materiale, povera, ripetitiva, diverrai misteriosamente figlio e riceverai pure il pane per nutrire gli altri, anche se sei stanco, arido, povero.

Non si tratta, in questo brano, di una preghiera facile, tranquilla, gioiosa, che nutre, ma di una preghiera sofferta. Tuttavia, è attraverso di essa che Dio ci dona il vero pane, cioè la consapevolezza della nostra condizione filiale, il dono di vivere abbandonati al Padre, con la certezza che egli non ci lascerà mai soli.

Nasce spontaneo l’interrogativo: come mai Dio ha bisogno della nostra insistenza? Non sa forse, prima di noi, ciò di cui abbiamo bisogno?

In realtà, siamo noi che, pregando con insistenza, ci purifichiamo e, passando per l’umiltà di riconoscere che non sappiamo pregare, diventiamo figli.

Il Signore ha molto a cuore questo insegnamento sulla preghiera continua, da cui viene pure la perseveranza nel ministero, nella fatica quotidiana del servizio. L’insistere nella preghiera sostiene e trasforma l’intera giornata, l’intera vita.

La fiducia nella preghiera

«Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto» (Lc 11,9-10).

E ancora:

«Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo a coloro che glielo chiedono!» (Lc 11,11-13).

Dunque, fiducia totale nella preghiera, certezza di ottenere lo Spirito santo. Questo è il dono per eccellenza. Noi, come avverte san Paolo, non sappiamo bene che cosa chiedere, non conosciamo bene che cosa sia il dono dello Spirito santo, ma lo otteniamo. Ed è, in realtà, lo spirito filiale, è la presenza della forza di Dio in noi, è la stessa capacità di perseverare nella fede arida e nella preghiera nuda, non consolata. Lo Spirito è una forza che non viene da un semplice momento di felice composizione della nostra mente, del nostro corpo; è una forza dall’alto, che ci permette di perseverare, di crescere e di purificarci nella figliolanza divina.

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