La "pratica" di Gesù di Nazaret - p. Alberto Maggi OSM





 
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Dopo l'esposizione teorica Gesù dimostra nella pratica quanto annunciato nel Discorso della Montagna. Gesù, il "Dio con noi" (Mt 1,23) dimostrerà la falsità di una Legge che si pretendeva procedente da Dio.

 

Il discorso della Montagna termina con lo sconcerto delle fole che dicono che Gesù insegna come uno che ha autorità e non come i loro scribi (Mt 7,29). L'insegnamento di Gesù gode di autorità divina e non quello dei teologi ufficiali.

 

Per prima cosa dimostra cos'è l'amore del "Padre che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni" (Mt 5,45).

 

8,1 Quando Gesù fu sceso dal monte, molta folla lo seguiva. 2 Ed ecco venire un lebbroso e prostrarsi a lui dicendo: «Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi ».

 

Effetto del discorso della montagna di un amore universale di Dio esteso a tutti a prescindere dal comportamento degli uomini. Non chiede la guarigione ma la purificazione.

La lebbra non è una malattia ma un castigo divino: Nm 12,10ss.  Il lebbroso è un escluso: Nm 5,2; Lv 5,3. Proibizione di entrare a Gerusalemme sotto pena di 40 frustate (Kel. tos. 1,8). Senza possibilità di accesso a Dio. Circolo vizioso: il lebbroso solo una volta puro può avvicinarsi a Dio, ma è solo Dio che lo può purificare ... senza speranza.

 

3 E Gesù stese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii sanato». E subito la sua lebbra scomparve.

 

Per la prima volta Gesù dimostra qual è la volontà di Dio che ha già annunciato nel Padre nostro. La sua volontà è l'eliminazione di ogni barriera che impedisce la comunione con l'uomo e la trasmissione del suo amore: "Lo voglio, sii purificato" . La religione insegnava che occorreva essere puri per avvicinarsi a Dio. Gesù dimostra che è l'accoglienza dell'amore di Dio che rende puri. E per farlo trasgredisce la legge toccandolo (non era necessario). Secondo la religione Gesù dovrebbe ora diventare impuro... invece è il lebbroso ad essere sanato.

 

4 Poi Gesù gli disse: «Guardati dal dirlo a qualcuno, ma va' a mostrarti al sacerdote e presenta l'offerta prescritta da Mosè, e ciò serva come testimonianza per loro».

 

Per essere riammessi nella società occorreva ricevere dai sacerdoti un certificato dichiarativo dell'avvenuta guarigione (Lv 14,1-32). La testimonianza o prova che Gesù invia ai sacerdoti è che Dio agisce al contrario di quello che essi insegnano. Invito alla conversione. Se il lebbroso rappresenta l'emarginato da Dio all'interno della società ebraica, i pagani sono l'equivalente all'esterno:

 

5 Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: 6 «Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente». 7 Gesù gli rispose: «Io verrò e lo curerò».

 

L'individuo che ora si avvicina a Gesù è doppiamente impuro: pagano e un nemico al servizio degli odiati dominatori romani. Gesù ha insegnato l'amore ai nemici (Mt 5,44) ora lo pratica. La salvezza di Dio è universale, non conosce alcun confine o frontiera creata dai popoli. La presenza fisica di Gesù non sarebbe necessaria (vedi l'episodio in Giovanni basta l'accettazione della parola di Gesù per produrre effetto, Gv 4,43-54). Ma come per il lebbroso che ha toccato per dimostrare la falsità della Legge, così ora si dichiara disponibile a entrare nell'impura casa di un pagano.

 

Per comprendere il gesto di Gesù occorre considerare la resistenza di Pietro di recarsi nella casa del centurione Cornelio a Cesare (At 10). Il servo è paralizzato, male ritenuto incurabile. Rappresenta l'uomo senza speranza.

 

8 Ma il centurione riprese: «Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. 9 Perché anch'io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Fa' questo, ed egli lo fa». 10 All'udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: «In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande.

 

Mentre continuamente in Israele gli ebrei, specialmente i religiosissimi farisei e scribi chiederanno a Gesù un "segno dal cielo"(Mt 12,38; 16,1) che garantisca la sua missione divina l'accoglienza da parte dei pagani è finora positiva. I primi pagani apparsi in Matteo sono stati i magi (Mt 2). Quelli che sono considerati i più lontani dalla religione sono i primi ad accorgersi della presenza di Dio.

 

11 Ora vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, 12 mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti».

 

La tradizione religiosa presentava la sottomissione dei pagani a Israele dominatrice di tutte le nazioni (Is 60). Gesù non chiede ai pagani di sottomettersi ma li invita alla mensa della vita.

 

13 E Gesù disse al centurione: «Va', e sia fatto secondo la tua fede» [come hai creduto]. In quell'istante il servo guarì.

 

La guarigione del servo non è opera di Gesù ma della fede del centurione.

 

14 Entrato Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva a letto con la febbre. 15 Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si mise a servirlo .

 

Dopo l'emarginato dalla religione (lebbroso), dal nazionalismo giudaico (pagano), l'azione di Gesù si rivolge a una categoria subumana di persone: la donna. Causa prima di tutti i mali dell'umanità secondo la Bibbia. La suocera di Pietro è donna, impura per la sua condizione di femmina, e ora per la sua infermità. Toccarla significa essere contagiati dall'impurità. Dopo aver toccato il lebbroso, essersi offerto di entrare in casa di un pagano, la terza trasgressione di Gesù consiste nel toccare una donna inferma.

 

La suocera di Pietro, guarita, si mette a servirlo, questo termine tecnico che indica la sequela di Gesù, è apparso in 4,11, quale azione degli "angeli gli si accostarono e lo servivano". La donna che non può neanche toccare la Bibbia è chiamata a compiere la stessa azione degli "angeli".

 

16 Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, 17 perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie.

 

La parola di Gesù è la forza che libera le persone. Le guarigioni sono immagini della salvezza integrale portata da Gesù.

 

18 Vedendo Gesù una gran folla intorno a sé, ordinò di passare all'altra riva. 19 Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai». 20 Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo».

 

All'uomo della gerarchia religiosa, abituato ad essere riverito Gesù risponde portando come esempio gli animali più insignificanti (volpe) e inutili (uccelli). Seguire Gesù significa non solo accettare di essere considerato insignificante e inutile dalla società, ma anche non avere alcuna sicurezza.

 

21 E un altro dei discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andar prima a seppellire mio padre». 22 Ma Gesù gli rispose: «Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti».

 

Nel 1 Re (19,20) Eliseo prima di seguire il profeta Elia chiede il permesso di salutare il padre e gli viene accordato. Qui Gesù rifiuta addirittura di permettere l'estremo gesto d'amore di un figlio verso il padre?  Ciò che Gesù rifiuta è la tradizione religiosa, infatti nel contesto  culturale ebraico il padre trasmette con la vita anche la cultura e la tradizione religiosa al figlio. Per seguire Gesù occorre troncare con il passato religioso rappresentato dalla figura paterna: "Vino nuovo in otri nuovi" (Mt 9,17). In Marco il "padre" viene lasciato e  ritrovato nella comunità (Mc 10,29-30). I "morti" che seppelliscono i "loro" morti sono quanti vivono nella tradizione del passato. Per Gesù la tradizione religiosa, in quanto impedisce la vita, è un mondo di morti che genera altri morti. Seppellire il padre significa una venerazione per il passato religioso, scorgervi un valore .

 

23 Essendo poi salito su una barca, i suoi discepoli lo seguirono.

 

Al v. 18 Gesù aveva ordinato ai suoi discepoli di passare "all'altra riva" espressione che nei vangeli indica il territorio in terra pagana. Il messaggio di Gesù ha dimensioni universali, e una volta eliminate le barriere del puro/impuro che distingueva Israele dalle altre nazioni cade l'impedimento per portare la proposta di vita ai pagani. L'evangelista Luca fa seguire al suo vangelo una parte chiamata "Atti degli apostoli", titolo alquanto infelice e limitato con il quale si vuole indicare la nascita e la crescita della chiesa. Da questi "Atti" si vede l'enorme resistenza che i discepoli hanno posto all'universalismo di Gesù, del valore che davano a Gerusalemme, città santa e sede dell'istituzione religiosa giudaica. C'è voluta la distruzione di Gerusalemme per farne uscire i discepoli e andare ai pagani. Gli altri evangelisti questi "Atti" li hanno all'interno del loro vangelo, questo brano vuol mostrare la resistenza all'universalismo di Gesù.

 

24 Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva.

 

Gli evangelisti nella composizione della loro opera collocano apposite "chiavi di lettura", termini strani, bizzarri, incongruenti, che servono a richiamare l'attenzione del "lettore". Qui il termine strano è "grande terremoto", gli stessi termini che Matteo userà per la risurrezione di Gesù: "Ed ecco vi fu un gran terremoto..." (Mt 28,2). Il terremoto è un fenomeno terrestre (sul mare si chiama "maremoto"). L'evangelista con questo accorgimento vuole indicare la resistenza che il mondo pagano porrà alla predicazione dei discepoli in quanto è cosciente che se il messaggio di Gesù viene accolto crolla tutto il sistema che si regge su una classe dominante e una oppressa (schiavitù). Questa opposizione qui annunciata verrà messa in scena nell'episodio seguente.

L'uso del termine qui e alla risurrezione è intenzionale: mentre qui si scatenano forze di morte che vogliono soffocare la vita, in 28,2 è la vita che sconfigge la morte. E il centurione, pagano e nemico, "sentito il terremoto" riconoscerà in Gesù il "Figlio di Dio" (Mt 27,54).

Il "sonno" di Gesù significa il tempo dopo la sua morte che dai discepoli viene visto come un'assenza che può mettere in pericolo la comunità (la barca).

Gesù dorme proprio come Giona durante la tempesta (Gn 1,5). Infatti Matteo nella co-struzione dell'episodio si richiama alle vicende di un personaggio conosciuto dai suoi lettori, Giona. Costui inviato da Dio a predicare alla città pagana di Ninive si rifiuta e prende la direzione opposta, allora "Il Signore scatenò sul mare un forte vento e ne venne in mare una tempesta tale che la nave stava per sfasciarsi" (Gn 1,4).

Ma mentre Giona non vuole andare dai pagani e il Signore gli scatena la tempesta, qui sono i pagani a scatenare la tempesta perché non vogliono Gesù e il suo messaggio.

 

25 Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». 26 Ed egli disse loro: «Perché avete paura, uomini di poca fede?» Quindi levatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia.

 

Gesù al termine del vangelo di Matteo assicura: "Ecco io sono con voi tutti i giorni sino alla fine dei tempi" (Mt 28,20). I discepoli di fronte l'ostilità del paganesimo dubitano della sua presenza-assistenza, da qui il rimprovero di "poca fede". Poi "sgrida" i venti. L'evangelista indica l'azione di Gesù adoperando lo stesso verbo che si usa per esorcizzare i demoni .

 

27 I presenti furono presi da stupore e dicevano: «Chi è mai costui al quale i venti e il mare obbediscono?».

 

In contrapposizione al "Figlio dell'uomo" che possiede la pienezza dello spirito, quelli che ne sono carenti vengono da Matteo indicati come "uomini". I discepoli, nonostante la sequela di Gesù non ne hanno compreso ancora la piena realtà. C'è uno solo al quale "venti e mare obbediscono" ed è Dio (Es 10,19; Nm 11,31; Sal 65,8). Ma per essi è difficile comprendere che nell'uomo Gesù si manifesti la pienezza della condizione divina. Il verbo "obbedire" appare in Matteo una sola volta (5 nei vangeli).

 

28 Giunto all'altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli vennero incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva più passare per quella strada.

 

L'evangelista pone un'altra incongruenza narrativa: solo Gesù approda in terra pagana, i discepoli in tutta la narrazione saranno assenti. La descrizione che segue farà comprendere il perché. Le prime persone che Gesù incontra in terra pagana sono "due indemoniati". Per la mentalità ebraica sono individui tre volte impuri: sono pagani, indemoniati e vivono nel luogo impuro per eccellenza, il cimitero. Costoro "sanno" dell'arrivo di Gesù (la tempesta) e gli vanno incontro. In terra pagana il primo contatto di Gesù è con una categoria di persone emarginata dalla società (cimitero) e violenta. Storicamente sappiamo che coloro che nel mondo pagano erano emarginati e violenti erano gli schiavi che cercavano nella violenza di uscire dalla loro condizione (vedi rivolta di Spartacus) .

 

29 Cominciarono a gridare: «Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?».

 

Mentre negli episodi dei Magi (Mt 2) e del centurione viene presentato un paganesimo che ricerca Gesù e ne spera la salvezza, c'è un altro paganesimo che lo rifiuta perché è "indemoniato" e sa che con l'arrivo di Gesù è iniziata la loro fine.

 

30 A qualche distanza da loro c'era una numerosa mandria di porci a pascolare; 31 e i dèmoni presero a scongiurarlo dicendo: «Se ci scacci, mandaci in quella mandria».

 

C'è differenza tra demònio e dèmone, questo ultimo termine usato dall'evangelista è un vocabolo pagano e presente solo qui in tutto il NT. La presenza di una mandria di porci è eloquente nel contesto culturale. In Israele ne è proibito l'allevamento in quanto considerati animali impuri. Matteo sottolinea ancora una volta che l'episodio si svolge in terra pagana. All'epoca di Gesù la X Legione Fretensisi che occupava la Giudea aveva come insegna un cinghiale, e il maiale era diventato simbolo della dominazione romana, che devastava la vigna del Signore "La devasta il cinghiale del bosco" (Sal 80,14). Una mandria è segno di ricchezza. I romani dominatori si arricchiscono opprimendo il popolo.

 

32 Egli disse loro: «Andate!». Ed essi, usciti dai corpi degli uomini, entrarono in quelli dei porci: ed ecco tutta la mandria si precipitò dal dirupo nel mare e perì nei flutti. 33 I mandriani allora fuggirono ed entrati in città raccontarono ogni cosa e il fatto de-gli indemoniati. 34 Tutta la città allora uscì incontro a Gesù e, vistolo, lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio.

 

I dèmoni, spirito di violenza, chiedono di tornare da dove procedono, i maiali, animali impuri: la violenza degli oppressi è causata da quella degli oppressori. Quando gli oppressi rinunciano alla violenza questa torna dagli oppressori. Ma per costoro è la fine della ricchezza basata sullo sfruttamento, e la rovina economica. Tutta la città ora va incontro a Gesù come avevano fatto i due indemoniati (v.28), con ostilità, chiedendo di allontanarsi. Gli abitanti sono posseduti dallo stesso dèmone degli indemoniati. Quel che Matteo aveva espresso prima con la scena della tempesta ora si verifica nei fatti. L'espressione usata da Matteo "tutta la città", richiama il panico che prende a "tutta Gerusalemme" all'annuncio della nascita del Messia (2,3): la presenza di Gesù mette in allarme chi basa la propria fortuna sull'oppressione dell'uomo. Ora l'evangelista affronta la tematica del perdono dei peccati, espressione dell'amore di Dio verso gli uomini.

 

1 Salito su una barca, Gesù passò all'altra riva e giunse nella sua città. 2 Ed ecco, gli portarono un paralitico steso su un letto. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figliolo, ti sono cancellati i tuoi peccati».

 

Matteo identifica i portatori e il paralitico unendo la loro fede e il perdono del paralitico.

Per comprendere la portata di questo episodio, importante perché è l'unica volta nei vangeli in cui Gesù perdona i peccati (in Luca il perdono è concesso anche alla prostituta, Lc 7,48), occorre calarla nel contesto culturale. Nei profeti si trova la denuncia di Dio contro i sacerdoti che "si nutrono del peccato del mio popolo e sono avidi delle sue colpe" (Os 4,8). Il clero vive con le offerte alimentari che il popolo offre a Dio per ottenere il perdono dei peccati, e per mantenere un flusso continuo di doni i sacerdoti alimentano continuamente nell'uomo il senso della sua indegnità di fronte a Dio, della sua irrimediabile condizione di peccatore, ponendosi quali unici indispensabili mediatori tra Dio che può concedere il perdono e l'uomo che viene perdonato. Qualora malauguratamente la gente non peccasse più o trovasse un sistema diverso da quello che la religione impone per ottenere il perdono dei peccati, per i sacerdoti sarebbe la fame. Come i pastori d’Israele, definiti dal profeta Isaia “cani voraci incapaci di saziarsi” (Is 56,11), l'avidità dei sacerdoti era proverbiale, e avendo spacciato per leggi divine le proprie bramosie, non avevano alcuna remora di esibire la propria ingordigia:

"Quando uno si presentava a offrire il sacrificio, veniva il servo del sacerdote mentre la carne cuoceva, con in mano un forchettone a tre denti, e lo introduceva nella pentola o nella marmitta o nel tegame o nella caldaia e tutto ciò che il forchettone tirava su il sa-cerdote lo teneva per sé. Prima che fosse bruciato il grasso, veniva ancora il servo del sacerdote e diceva a chi offriva il sacrificio: "Dammi la carne da arrostire per il sacerdote, perché non vuole avere da te carne cotta, ma cruda". Se quegli rispondeva: "Si bruci prima il grasso, poi prenderai quanto vorrai!", replicava: "No, me la devi dare ora, altrimenti la prenderò con la forza" (1 Sam 2,13-16).

Beneficiari dei peccati degli uomini non erano solo i sacerdoti ma lo stesso tempio di Gerusalemme. Considerato la più grande banca del medio oriente, il tempio doveva la sua ricchezza alle offerte che tutto il popolo doveva portare per ottenere il perdono delle colpe o per ricevere particolari grazie. Ogni ebreo aveva l'obbligo di andare a Gerusalemme in occasione delle tre grandi feste agricolo-religiose (Pasqua, Pentecoste, Capanne, Es 23,14-17). La salita a Gerusalemme non era solo devozionale. Il perentorio monito attribuito a Dio dalla Bibbia (ma a uso e consumo dei sacerdoti) è esplicito: "Nessuno venga davanti a me a mani vuote" (Es 34,20; Sir 35,4), e per evitare malintesi i sacerdoti stabilivano come e quanto queste mani dovessero essere piene. Il libro del Levitico riporta un preciso tariffario dove ad ogni colpa corrisponde cosa offrire per ottenere il perdono. Per la colpa di un capo Dio richiede "un capro maschio senza difetto" (Lv 4,23), ma quando "chi ha peccato è stato qualcuno del popolo, violando per inavvertenza un divieto del Signore, porti come offerta una capra femmina senza difetto" (Lv 4,27-28). In alternativa Dio si accontenta pure di una pecora (Lv 4,32).

Per altre colpe è prevista pure l'offerta di un ariete (Lv 5, 14ss). Se l'offerente è povero, Dio placa il suo sdegno per "due tortore o due colombi" (Lv 5,7) e se proprio non ha mezzi sarà sufficiente un poco di farina, ma che sia “fior di farina” (Lv 5,11).

Al momento del sacrificio dell'animale, era stabilito per decreto divino che le parti migliori (petto e coscia) andassero ai sacerdoti (Lv 7,28-35) e, sempre per volere di Dio, ai sacerdoti spettavano pure "il meglio dell'olio, del mosto e del grano" (Nm 18,12). Ogni giorno nel tempio venivano offerti migliaia di animali per espiare le innumerevoli trasgressioni alla Legge che rendevano l'uomo "impuro".

Al tempo di Gesù i mercati di bestiame per i sacrifici erano gestiti dalla famiglia del sommo sacerdote Anna. Vera vittima sacrificale, il pellegrino si trovava a dover comprare dal sommo sacerdote un animale che poi gli doveva pure offrire... e se voleva mangiare doveva comprare la carne nelle macellerie di Gerusalemme, tutte appaltate da Anna, sommo sacerdote e macellaio di Dio.

L'azione di Gesù è tesa ad eliminare alla radice questo sacro commercio. Ricollegandosi alla più genuina tradizione profetica della denuncia di un culto non richiesto da Dio (ma che purtroppo è quel che agli uomini "piace di fare" Am 4,4-5), Gesù denuncerà il tempio quale "spelonca di ladri", dove si offre a Dio quel che veniva rapinato all’uomo (Mt 21,13).

Già il profeta Osea aveva detto chiaramente che chi si illude di cercare il Signore con "pe-core e vacche non lo troverà mai" (Os 5,6) e a Michea, che si chiedeva con che cosa po-tesse presentarsi degnamente al Signore (se con "vitelli di un anno" o "migliaia di mon-toni e torrenti di olio"), Dio aveva risposto:

"Ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio" (Mi 6,6-8; cf 1 Sam 15,22).

 

Il rapporto con Dio non si stabilisce attraverso il culto ma con la vita: "Misericordia io voglio e non sacrificio" (Mt 9,13; Os 6,6).

 

La "fede", cioè l'adesione a Gesù, cancella i peccati dell'uomo. A prima vista può sembrare che l'azione di Gesù deluda le aspettative dell'infermo che forse contava di essere guarito. Ma non era questa la speranza del paralitico che, nella cultura del tempo, veniva considerato alla stregua di un cadavere che respirava e ritenuto incurabile. In tutta la Bibbia non esiste un solo caso di guarigione di persone completamente paralizzate e nel Talmud, dove si prega per tutto e per tutti, non si trova una sola preghiera per chiedere la guarigione di un paralitico.

 

3 Allora alcuni scribi cominciarono a pensare: «Questo qua bestemmia».

 

La frase detta da Gesù scatena la stizzita reazione dei teologi ufficiali presenti, che trovano incompatibile la facile assoluzione concessa da Gesù con la dottrina tradizionale da loro insegnata ed emettono immediatamente la loro autorevole sentenza. Alludendo a Gesù in maniera fortemente dispregiativa, commentano scandalizzati: "Questo qua bestemmia" perché, come insegna il loro catechismo, "solo Dio può perdonare i peccati" (Mc 2,7).

L'evangelista sottolinea la totale incompatibilità tra Dio e l'istituzione religiosa che pretende rappresentarlo: la prima volta che appartenenti alla gerarchia religiosa ascoltano Gesù, non solo non riconoscono in lui la parola di Dio, ma lo denunciano come bestemmiatore. L'azione di Gesù di restituire vita è per i difensori dell'ortodossia un crimine degno di morte (Lv 24,16), e di fatto Gesù verrà condannato come bestemmiatore alla pena capitale dal sommo sacerdote, massima autorità religiosa, e da tutto il sinedrio: "Ha bestemmiato! E' reo di morte" (Mt 26,65-66). Il gesto di Gesù è pericoloso per il sistema. Ha perdonato i peccati di quel tale senza nemmeno nominare Dio e senza che il paralitico gli avesse chiesto perdono, confessato i suoi peccati, recitato il "mea culpa" e, soprattutto, senza che abbia lasciato l'offerta.

Se si prende sul serio l'insegnamento di Gesù che per ottenere il perdono dei peccati basta perdonare le colpe altrui (Mc 11,25), perché "dove c'è il perdono non c'è più bisogno di offerta per il peccato" (Eb 10,18) . Se il popolo non va più al santuario per ottenere l'assoluzione, è la bancarotta del tempio e la disoccupazione per i sacerdoti. L'istituzione si allarma:

 

"Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare tutti crederanno in lui" (Gv 11,47). 4 Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché mai pensate cose malvagie nel vostro cuore?

 

La conclusione del discorso della montagna era stata che la folla aveva riconosciuto in Gesù l'autorità divina per predicare e non nei loro scribi (7,29). L'insegnamento di Gesù demolisce quello dei teologi ufficiali. Questo è il primo scontro tra Gesù e le autorità religiose. Mentre nei portatori del paralitico Gesù "vede" la fede, nei teologi vede la "malvagità dei loro pensieri".

 

5 Che cosa dunque è più facile, dire: Ti sono cancellatii i peccati, o dire: Alzati e cammina? 6 Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere in terra di cancellare i peccati: alzati, disse allora al paralitico, prendi il tuo letto e va' a casa tua». 7 Ed egli si alzò e andò a casa sua.

 

Gesù non li affronta sul piano teologico, ma in quello della vita: "Che cosa pensate sia più facile: dire al paralitico "ti sono cancellati i peccati" o dire "alzati e cammina?". Che una persona sia stata realmente perdonata da Dio non è un fatto visibile e nessuno lo può garantire, ma il risanamento di un infermo considerato incurabile è verificabile da tutti. E senza attendere alcuna risposta Gesù passa all'azione e guarisce il paralitico che "si alzò e se ne andò a casa sua". Gesù non si è limitato a perdonare all'uomo il suo pas-sato da peccatore ma gli ha trasmesso forza vitale per una vita nuova .

 

8 A quella vista, la folla fu presa da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.

 

L'azione del singolo Gesù viene commentata come una capacità degli uomini al plurale. La folla presente all'episodio, compreso che questa capacità non è una facoltà esclusiva di Gesù ma estendibile a tutti gli uomini, "rende gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini". Il castello teologico degli scribi cade a terra insieme l'immagine del Dio da essi predicato.

Se solo Dio può nel contempo "perdonare le colpe e curare le infermità" (Sal 103,3), Dio è con Gesù. Non è lui che "bestemmia", ma le autorità religiose calunniano Dio presentandolo desideroso dei sacrifici dell'uomo. Teologi e sacerdoti che avevano il compito di insegnare "fanno morire il popolo per man-canza di conoscenza" (Os 4,6). Per tutelare i propri interessi e il proprio prestigio costoro hanno trasmesso al popolo un'idea falsa di Dio e delle sue esigenze, spingendolo di fatto ad adorare un idolo falso creato a proprio uso ed abuso; il popolo è condotto all'assurda situazione che più crede di venerare Dio e più in realtà se ne allontana: "ha moltiplicato gli altari, ma gli altari sono diventati per lui un'occasione di peccato" (Os 8,11).

 

APPUNTI– settembre 1996  -  tratto da : http://www.studibiblici.it/appunti.html

 

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