Le povertà del Pianeta : Il grido di dolore di Luigi Ciotti !
 


 
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"Conoscere è responsabilità . Abbiamo bisogno di conoscere per assumerci la nostra parte di consapevolezza, tutto questo per saldare la terra con il cielo. Ma sono convinto che ad indicarci l’orizzonte, sono i poveri, gli ultimi, quelli che fanno più fatica."

Abbiamo una marea di responsabilità verso la terra, verso il quaggiù; ho avuto un caro amico che mi ha accompagnato che avevo conosciuto ed era Vescovo da tre mesi e poi non ci siamo più abbandonati fino alla sua morte: don Tonino Bello.

Ho fatte un po’ mie le parole di don Tonino Bello, grande Vescovo innamorato di Dio e delle persone, con questo servizio continuo, questa tensione continua, quanto lui disse non l’ho mai dimenticato: ”delle parole dette vi chiederà conto la storia, ma del silenzio con cui ho mancato di difendere i deboli dovrò rendere conto a Dio.”

Lo spirito con cui sono venuto questa sera per vivere con voi il “noi” è che non è venuto Luigi Ciotti qui. Io rappresento un “noi” fatto di tante storie, di tanti volti, di tante persone con cui da 50 anni nel gruppo Abele e da 20 anni con “Libera” io condivido questo percorso. Non ci deve essere la presunzione che certi passaggi della vita sono opera di navigatori solitari … c’è bisogno veramente di costruire fortemente il “noi”.

Sono convinto che il cambiamento comincia dentro ciascuno di noi, il mondo non cambierà mai se non cambiamo prima noi, su questo voglio condividere il mio pensiero con voi: il cambiamento ha bisogno di ciascuno di noi, noi dobbiamo essere il cambiamento.  

Io vi porto un “noi”, io sono qui perché condivido nel gruppo “Abele”, in “Libera” e così anche in altri percorsi, le fatiche, le speranze, la coscienza dei miei limiti e se trovate nella vostra vita qualcuno che ha capito tutto, che sa tutto, salutatemelo personalmente,e cambiate strada in fretta!

Cambiate strada, perché siamo veramente piccoli, ma proprio piccoli, piccoli, io credo che non dobbiamo mai dimenticarci che i dubbi sono più sani delle certezze e che dobbiamo anche farci raggiungere da domande, interrogativi, dubbi per riflettere, per riflettere insieme.

Voi capite che oggi più che mai sulla faccia di questo pianeta siamo chiamati a riempire il presente di qualcosa di più grande che ci spinga oltre; dobbiamo andare oltre e voi mi insegnate che abbiamo solo questa vita quaggiù e la nostra vita è unica, è l’unica opportunità, l’unico spazio, l’unico tempo che abbiamo per raccogliere, donare, amare.

Non avremo altro e perché sprecarlo, perché buttarlo via questo tempo?

Voi mi siete maestri in questo e credo quindi che se c’è una riforma da fare nel nostro Paese oggi più che mai è innanzitutto un autoriforma, è la riforma delle nostre coscienza, è il risveglio delle nostre coscienze.

Di fronte a questo pianeta, occorre saldare la terra con il cielo, per dire, ancora una volta, che quel cambiamento che noi desideriamo e che sogniamo deve cominciare da dentro di ciascuno di noi, nessuno escluso.

Per fare questo dobbiamo unire due parole, non con la congiunzione ma con il verbo: conoscenza è responsabilità.

Sì! Conoscenza è responsabilità, perché conoscere è responsabilità, responsabilità è conoscere. Dobbiamo conoscere per diventare delle persone più responsabili, e conoscenza e responsabilità sono inseparabili; abbiamo bisogno di conoscere per assumerci la nostra parte di consapevolezza, tutto questo per saldare la terra con il cielo.

Ma sono convinto, ve lo dico come sono capace, che ad indicarci l’orizzonte, per me veramente, ma mi auguro anche per voi, sono i poveri, gli ultimi, quelli che fanno più fatica.

Quando parlo di poveri non penso solo alla povertà economica e materiale, ma penso a quella esistenziale, all’anoressia esistenziale, a quanti, magari, sono super garantiti a livello economico e culturale, ma sono in un cammino di ricerca dentro.

Sono loro, i poveri, ad indicarci l’orizzonte, sono loro che ci indicano la strada, che custodiscono il nostro futuro, sono loro la speranza, la speranza ha il loro volto. Parto da queste premesse che mi stanno a cuore, che stanno nella mia anima, nella consapevolezza sincera di essere un uomo piccolo piccolo, rispetto alla complessità dei problemi che ci circondano, ma è il “noi” che vince, dove ognuno mette la sua parte.

La speranza ha bisogno di ciascuno di noi, e noi dobbiamo essere il segno di questa speranza.

Vorrei parlare anche dell’anima della terra per saldarla alla nostra anima, perché, come voi sapete, la terra ha un’anima e allora il punto non è tanto dare un’anima a questo pianeta certo la nostra, ma essere capaci di riconoscerla e di rispettarla partendo anche dalla terra, dalla terra generatrice, madre.

Mi aveva colpito, come avrà colpito qualcuno di voi, anni fa nel 2009 la proposta del presidente boliviano Morales, che parlò davanti all’Assemblea dell’ONU; lui parlò della Carta della terra che fu redatta l’anno dopo. Una Carta universale dei diritti della terra sviluppando l’idea di terra come organismo vivente, dotato di anima e di diritti.

Qui sorge la prima denuncia e non posso dimenticare quando S. Giovanni Paolo II, (andato nella mia terra natia, le Dolomiti) a Pieve di Cadore (Belluno) trascorse più volte le vacanze nella valle Visdende, non a caso chiamato il “paradiso”, e parlò dell’ecologia umana che è indivisibile dall’ecologia ambientale.

Per parlare dell’anima, parliamo della terra, del pianeta che ha anche un’anima per dirci che l’ecologia è stata negli ultimi decenni soprattutto sottomessa all’economia e dobbiamo chiederci perché abbiamo sfregiato il pianeta, perché è stato veramente deprivato, dobbiamo capire le ragioni culturali e politiche che ne hanno messo a rischio la sopravvivenza.

Perché mettere a rischio la sopravvivenza del pianeta significa metter a rischio la vita delle persone e quindi anche la nostra.

Voi mi insegnate che proprio negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un paradossale rovesciamento nel rapporto fra l’ecologia e l’economia. Sì perché l’ecologia, che è l’intero, viene sottomessa all’economia che invece è una parte, infatti dovrebbe essere il contrario; l’ecologia è il fondamento dell’economia, è la visione dell’insieme che orienta i processi economici al bene comune nel rispetto della dignità delle persone, dei ritmi della natura e delle leggi della vita.

E’ l’ecologia l’intero non l’economia che, negli ultimi decenni, ha capovolto tutto ed ha ragione Papa Francesco che un giorno ha sottolineato “un’ economia che uccide”, che uccide: parole forti!

Sottolineo la ragione di quelle parole forti. Se l’economia sopravanza, perdendo il suo riferimento, diventa come abbiamo visto una forza distruttrice facendo sorgere gli squilibri ecologici e le disuguaglianze sociali.

Sì perché gli squilibri ecologici provocati da un’economia non orientata al bene comune creano danni enormi ed irreparabili.

Vorrei sottolineare questi squilibri ecologici che riguardano la nostra vita, riguardano la nostra anima, le nostre scelte, i nostri impegni, sulla crosta di questo pianeta.

E’ sufficiente denunciare che negli ultimi 50 anni è stato distrutto o degradato il 60 % degli ecosistemi terrestri, e non lo dice Luigi Ciotti che è piccolo, piccolo.

L’ho detto prima, occorre conoscere per diventare persone più responsabili, abbiamo il dovere di studiare, di documentarci, di evitare un grave e grande peccato, il peccato del sapere cioè della mancanza di profondità.

C’è troppo sapere di seconda mano e “per sentito dire”!

Noi non dobbiamo, non possiamo permetterci di stare in superficie, consapevoli di seconda mano, vi prego dobbiamo documentarci !

Negli ultimi 50 anni abbiamo distrutto e degradato il 60% degli ecosistemi!

Mi ha molto interessato anche la storia delle sementi. Io ho firmato, per la comune amicizia che ci lega, assieme ad Ermanno Olmi (regista) e Franco Petrini (Slow Food), un manifesto per dire che questo EXPO 2015 non può non avere un’anima dentro, per evitare che diventi solamente un’ esposizione, un mercato, una serie di convegni.

Con questo non si vuole semplificare, ma con questo spirito mi ha interessato comprendere l’inquietante dato che le sementi del pianeta, che sono la base della nostra agricoltura e quindi del nostro cibo, sono oggi per l’80%, in mano a 5 multinazionali che governano tutto.

Vi prego di prenderla come riflessione e per me diventa anche preghiera, perché dietro a questi numeri ci stanno le fatiche, le speranze, la vita delle persone; non sono numeri astratti.

E’inquietante poi che 500 milioni di aziende contadine famigliari sono in sofferenza, perché questo sistema le sta fagocitando impoverendole. Sono noti i dati della povertà in questo nostro Paese, li conoscete bene tutti e noi dobbiamo incoraggiare la politica, perché accorci in fretta queste distanze, vi prego dobbiamo accorciarle in fretta!

10 milioni di povertà relativa, 6 milioni di povertà assoluta, 1,5 milioni di bambini che vivono la povertà assoluta, milioni di persone che hanno perso il lavoro e lo cercano, che vivono forme di precariato del lavoro con molte forme di sfruttamento.

Ma l’Italia ha un’altra povertà, una povertà che mi inquieta, di una sana inquietudine, noi abbiamo circa 6 milioni di analfabeti con forme di analfabetismo di ritorno.

L’Europa ci sta richiamando perché siamo agli ultimi posti per la dispersione scolastica, anche se, mi sembra corretto evidenziare che negli ultimi anni dal 25% siamo scesi al 17% perché si era investito sui “maestri di strada”, su quei progetti per ridare una seconda opportunità a tanti ragazzi e ragazze soprattutto in territori difficili.

Ora non ci sono più stanziamenti, quei progetti sono terminati e allora uno si ferma e si chiede: possibile che anche nel nostro Paese, in nome dell’austerità, a pagare sono sempre le fasce più fragili e deboli?

C’è evidentemente da fare una riflessione anche in casa nostra, ma a livello planetario il divario fra ricchezza e miseria ha raggiunto i più alti livelli della storia mondiale e i dati che ci vengono consegnati parlano chiarissimo!

Riflettiamoli, facciamoli nostri, nella nostra anima: conoscere per poi sentire il “morso del più”, per metterci in gioco, io so che moltissimi di voi sono già fortemente impegnati ma vi prego il “morso del più” deve appartenerci, appartenere a tutti, anche a chi già sta facendo: ce lo chiedono questi numeri, perché dietro questi numeri ci stanno i volti, le storie, le sofferenze delle persone.

Questo divario impressionante sul nostro pianeta fra ricchezza e miseria, ha raggiunto i più alti livelli della storia mondiale, perché oggi ce lo dicono gli organismi ufficiali: l’1% più ricco del pianeta possiede il 41% dell’intera ricchezza mondiale: non è possibile!

A dimostrazione che la crisi economica non è uguale per tutti, per il 2014 il rapporto ultimo, dobbiamo scrivercelo nella nostra anima, ci dice che le 300 persone più facoltose della terra hanno aumentato, lo scorso anno, la loro ricchezza di 524 mld di dollari: non è possibile che non ci siano i soldi per lottare contro la povertà, contro la fame, le disuguaglianze!

Attenzione c’è il rischio che noi diciamo tutte queste cose e che tutto termini qui … no! Vi prego, vi prego no!

Questi numeri ci debbono graffiare dentro, come ci debbono graffiare le guerre per la terra e per l’acqua! Ha avuto ragione Papa Francesco quando è andato a Redipuglia a parlare della pace, nel ricordo di tutte quelle vittime della guerra.

A Redipuglia, era novembre, Papa Francesco ha preso tutti in contropiede quando ha parlato di “ terza guerra mondiale” e qualcuno è rimasto interdetto dicendo: ”Ma che cosa dice!!?” e lui serio, documentato ha continuato avendo la responsabilità della Parola, delle parole …

L’ho detto all’inizio, occorre essere seri e documentati ed il Papa aveva ragione, perché sono 50 i conflitti in atto in questo momento che coinvolgono, in forme diverse, ben 100 Nazioni.

A me ha fatto piacere che Papa Francesco abbia poi distribuito 300 lampade della pace a Redipuglia e mi ha fatto piacere perché quell’olio dentro le lampade era l’olio di “Libera”, è l’olio proveniente dai beni confiscati alle organizzazioni mafiose.

Anche da noi c’è la guerra in atto …. sono 400 anni che parliamo di camorra in Italia, sono 150 anni che in Italia parliamo di “Cosa nostra”, 120 anni che parliamo della ‘ndrangheta.

Non voglio dimenticare le cose belle, positive, il sacrificio. Domani l’Italia ricorda Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, ricorda tre ragazzi pugliesi andati a morire per la stessa ragione per cui ha perso la vita il giudice. Con Giovanni Falcone, ero due mesi prima della sua morte a Gorizia a tenere un corso di formazione per la Polizia di Stato sul tema delle droghe e delle dipendenze, io e lui.

Lui il magistrato distaccato al Ministero, il sistema legislativo, io l’educazione, la prevenzione, il sostegno; me lo ricordo, me lo porto nella mia anima con la stima, la riconoscenza per tutti coloro che ieri, come oggi, si stanno impegnando.

I ragazzi, i “ragazzi della scorta” come qualcuno dice, ma il primo diritto di ogni persona è quello di essere chiamato per nome: Rocco Di Ciglio, Antonio Montinaro, Vito Schifani, sono morti per la stessa ragione per cui ha perso la vita il magistrato, ma voi nelle celebrazioni sentite dire “i ragazzi della scorta”.

Quando, nel primo anniversario della strage di Capaci, mi sono trovato a Palermo, vicino a me c'era una signora disperata, piangeva, tutta vestita di nero, il suo foulard nero, un pianto ininterrotto ed io imbarazzato, non la conoscevo.. in quella cerimonia tutti giustamente a ricordare il giudice Falcone e questa donna che continuava a piangere.

Ad un certo punto questa donna, con gli occhi pieni di lacrime, mi prende la mano e mi dice: “Ma come mai non dicono mai il nome di mio figlio?” Voleva sentire il nome di suo figlio, non “i ragazzi della scorta”.

E’ lì che è nata in “Libera” la giornata della memoria, dell’impegno per ricordarli tutti il 21 marzo, primo giorno di primavera; quell’interminabile elenco, perché il primo diritto di ogni persona è di essere chiamato per nome!

C’è bisogno di pace, occorre liberare in Italia quelle terre per restituirle alla collettività, le mafie non ci rendono liberi, la corruzione non ci rende liberi e allora non dimentichiamo le guerre per la terra e per l’acqua!

Ci sono i casi in cui lo squilibrio ecologico e l’ingiustizia sociale si incrociano in una miscela esplosiva, l’agenzia dell’ONU per la lotta alla desertificazione, ci ha detto quest’anno che il 40 % dei conflitti interni agli stati, negli ultimi anni, è stato collegato al possesso della terra, alle risorse naturali. Si fa la guerra per l’acqua, per l’oro blu, per i diamanti, per quello che c’è sotto la terra e voi capite che noi dobbiamo mettere testa perché la terra è vita, maestra, generatrice.

Parlare della terra significa parlare della vita delle persone e allora io uso un passaggio: il nuovo imperialismo è di una economia di rapina, perché ci sono casi in cui si è recentemente prodotta, di fatto, una nuova forma di colonialismo e di schiavismo, vi lascio due esempi che devono esserci vicini.

Il Niger: in questa nazione per anni si è detto che la povertà dell’Africa occidentale è strutturale, dovuta all’aridità della terra, alla mancanza d’acqua, all’impossibilità di coltivare il miglio, questo ci hanno detto per anni, tutto vero, ma il Niger possiede anche immensi giacimenti di uranio che, opportunamente sfruttati, garantirebbero il benessere del Paese, peccato che tutte le miniere sono in mano a multinazionali francesi e cinesi.

La fame del Niger ha dunque ragioni politiche! Vi prego, non dimentichiamo anche questo!

Un altro esempio il Madagascar che è terra fertilissima, ma espropriata nella totalità da multinazionali straniere. Gli abitanti sono costretti a lavorare con paghe irrisorie nelle coltivazioni che un tempo gli appartenevano. Come chiamarla questa se non economia di rapina?

Sono solo degli esempi, scomodi già solo dirli perché uno pensa che non sia possibile che nel 2015 tutto questo accada, invece è possibile.

Qui ritorna la meraviglia del coraggio di Papa Francesco, mi ha fatto piacere leggere proprio sul Corriere della Sera il 20 maggio, proprio il mio caro amico Carlo Petrini che nell’intervista sull’EXPO lamenta l’eccesso di prudenza, di tatticismi nel trattare il tema “Nutrire il pianeta”.

In questa intervista Petrini, lui che è un laico, dice: “Per la natura, e vuole dire per la dignità e la libertà delle persone, mentre noi facciamo i politicamente corretti alla fine ci pensa il Papa. Da quanto so l’enciclica che sta preparando sui temi dell’ambiente è dirompente, di fronte al suo coraggio noi spariremo, faremo la figura di coloro che non sanno vedere al di là del proprio naso.”

Io non lo so, so solo che tutto quello che Francesco ci ha consegnato fino ad ora, grazie all’anima, ci pone domande, interrogativi, ma indica sempre strade di speranza e soprattutto la strada per metterci profondamente in gioco.

Proprio in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente, Papa Francesco ha fatto, come molti di voi ricorderanno, un discorso bello, soprattutto incisivo, partendo dal I° capitolo della Genesi.

Per parlare dell’ambiente, della natura, dell’agricoltura, di quella dimensione della vita, da dove dovremmo partire sempre tutti, il Papa focalizza quando il Signore prese l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden perché lo coltivasse e lo custodisse. Sì, noi siamo chiamati a coltivare e a custodire questo giardino e per questo giardino. Il Papa lo sottolinea con forza, dice: “Un cristiano che non custodisce il creato e che non lo fa crescere, è un cristiano a cui non importa il lavoro di Dio.”

Forse amici ci vogliono delle buone leggi per tutelare l’ambiente e la natura e sono contento che solo pochi giorni fa, dopo 20 anni, il nostro Parlamento ha licenziato una legge sugli eco-reati introducendo cinque nuovi reati con pene adeguate, inserite nel codice penale per tutelare l’ambiente, per tutelare quelle strage dell’eternit, per la terra dei fuochi … certo ci vogliono anche quei paletti che sono le leggi, ma non bastano!

Non bastano le leggi scritte sulla carta, se poi non le scriviamo dentro la nostra vita, non le mettiamo dentro la nostra anima!

Ci vuole, e voi me lo insegnate, oggi più che mai, rispetto per questo e per altri problemi che ci circondano.. una grande rivoluzione culturale perché le leggi più incisive e le politiche più illuminate possono poco, senza una generale presa di coscienza, senza l’impegno di ciascuno di noi.  Vi prego, va ribaltato il rapporto fra economia ed ecologia, perché il fondamento è l’ecologia e non l’economia, così con la stessa forza va rovesciato il rapporto fra l’avere e l’essere.

L’essere non può sottomettersi all’avere; la qualità alla vita, la vita come fatto materiale, come fatto sociale, spirituale, culturale; vi prego dobbiamo fare in modo che tutto ciò non venga rovesciato, perché, come tocchiamo con mano, oggi,quello che conta è l’apparire per essere immagine, forza, potere,denaro!

No! Vi prego! Recuperiamo il primato dell’essere sull’avere, la nostra grande rivoluzione culturale è questa, e deve essere la nostra strada.

C’è una parola che mi sta profondamente a cuore, è una parola che ha utilizzato Papa Francesco quando ha parlato della “globalizzazione dell’indifferenza”; la faccio un po’ mia, perché è da anni che diciamo anche noi che se c’è una malattia mortale oggi nella società è la rassegnazione, è la delega e pensare che le cose non cambieranno mai.

No! Occorre avere la consapevolezza che è possibile, che una delle malattie mortali è proprio l’indifferenza, è la malattia più grave del nostro tempo, e perché è una malattia?

Il Papa l’ha chiamata “impassibilità” di fronte alla vita degli altri e questa impassibilità, diciamolo pure, è un effetto della malattia più grave del nostro tempo, dalla quale discendono le crisi economiche, le guerre, le catastrofi umane e che cos’è tutto questo? Tutto è racchiuso in una sola parola: l’egoismo!

L’egoismo di chi vive solo per sé, di chi ha rapporti solo strumentali alla propria affermazione, al proprio potere. E’ l’egoismo, l’individualismo esasperato che crea questa malattia, che ha esasperato il nostro tempo, il vivere solo per se stessi, per la propria sicurezza, per il proprio benessere.

Papa Francesco ci dice che la vita non ammette indifferenza, perché la vita è passione, è relazione, incontro con l’altro. Dio non è un’isola, il grande errore è credere che la vita sia in funzione dell’ io, mentre l’io è in funzione della vita. Io auguro a voi di essere capaci di riempire la vita di vita, sembra un paradosso, noi siamo esseri responsabili!

L’umanità senza responsabilità, è un’umanità che non ha più nulla di umano, pensiamo alla migrazione. Quelle morti nel deserto e in mare sono l’effetto di un generale naufragio delle coscienze che viene prima di quel naufragio, è il naufragio delle nostre coscienze, è il naufragio di quella volontà diffusa di non vedere, di voltarci dall’altra parte, di guardare a queste tragedie con fatalismo, con rassegnazione o persino con cinismo.

C’è chi, in questa campagna elettorale, usa dei linguaggi umilianti di ostilità, come dimostra il linguaggio razzista sempre più diffuso. Sono stato recentemente ancora una volta a Lampedusa: i pescatori, la guardia costiera, i sommozzatori … li ho visti piangere, questi ultimi, quando mi hanno raccontato che sono andati a raccogliere quei 366 morti in fondo al mare, davanti all’Isola dei Conigli di quel 4 ottobre di quasi due anni fa, quando mi raccontavano di essere andati a 40, 50 metri di profondità per pochi minuti, in quanto occorreva risalire in superficie e facevano fatica in fondo ai barconi a dividere le madri dai loro bambini che li avevano stretti per morire insieme e non lasciarli soli.

E’ questo il naufragio delle nostre coscienze che viene prima degli altri naufragi e avete sentito quando di quei 366 morti tutto il mondo ne ha parlato e poi? Poi il silenzio.

Così è stato per gli ultimi 900 morti: se ne sta parlando e tra poco? Tornerà il silenzio.

Tocca a tutti noi sentire questa umanità, sentirci responsabili … vi prego!

E’sconcertante che alcuni, anche ai massimi livelli, nel prospettare interventi, abbiano usato parole a metà tra il lessico economico e quello militare; non sono le cifre, i problemi, il primo diritto, sono le persone con la loro dignità, con la loro libertà e con il diritto di essere veramente chiamate per nome.

Tocca a noi il coraggio della verità, mi sembra che nella nostra Costituzione manchi una parola che certamente i padri costituenti davano per scontata, ma così non è, quella parola che manca è: verità!

In Italia non c’è una strage dove si conosca l’intera verità, una!

Il 75% dei famigliari di vittime della mafia non conoscono ancora la verità, non è possibile!

Anche per voi, nei vostri territori, c’è bisogno di verità, la verità chiama in causa, prima della nostra intelligenza, la nostra coscienza, dobbiamo essere delle persone lucide, capire le cose positive che ci sono dentro le nostre realtà, dobbiamo saper distinguere per non generalizzare, per valorizzare, sostenere, incoraggiare il bene che c’è!

La capacità di riconoscere il bene è un dovere educativo, è una responsabilità educativa per seminare speranza. La responsabilità facciamola nostra più che mai. Sapete che responsabile è colui che risponde. Responsabilità è guardare dentro le nostre responsabilità, sì anche dentro le nostre responsabilità, per essere più prossimo alle persone, per cercare di essere anche noi motore di questo cambiamento.

Noi dobbiamo sentirci cittadini, le nostre città hanno bisogno di tutti noi.. la città è un organismo vivente; cittadinanza significa corresponsabilità e voi mi insegnate che ogni persona è chiamata a contribuire per il bene comune.

Rispetto a quelle cose che abbiamo condiviso in questa piccola mia riflessione emerge, con tutte le altre riflessioni che fate e che farete, che c’è bisogno di una società nella quale ci educhiamo a riconoscerci uguali come cittadini e diversi come persone.

Che vergogna che non si riesca, in un Paese dove si masticano parole di civiltà, a dare la cittadinanza a quei bambini che sono nati qui, che arrivano da paesi e famiglie lontani, ma che cosa è che ce lo impedisce? Che anima abbiamo qui dentro?

Qualcuno lo spieghi!

L’egoismo, gli interessi, la ricerca di consensi, i giochi di potere, non è possibile! Qui c’è la storia delle persone … ma quanti cittadini sono ad intermittenza in funzione dei momenti!

Auguro a me, a voi, di essere cittadini responsabili e non ad intermittenza.

La cittadinanza, tocca a noi, nessuno escluso, è lo stimolare il desiderio delle persone attraverso i rapporti educativi, la crescita culturale, la partecipazione alla vita sociale e voi mi insegnate che l’unità di misura dei rapporti umani è la relazione, è il dare parole, è il darci parola.

Voi mi insegnate che il problema più grave non è solo chi fa il male, ma quanti guardano e lasciano fare; quello è il problema più grave!

Troverete una marea di persone che quando succedono le tragedie si commuovono e certamente la commozione è un sentimento umano legittimo. Quante volte ho pianto, quante volte avete anche voi pianto di fronte alle tante vicende della vita che graffiano nell’anima, ma diciamocelo fra persone amiche che non basta commuoversi, occorre muoversi, muoversi, muoversi!

La strada dell’impegno per graffiare, per portare un’anima sulla crosta di questo nostro pianeta è la strada dell’impegno che riassumo in tre parole: continuità, condivisione e corresponsabilità.

Continuità – ci vuole continuità, non può essere una fiammata emotiva di qualche momento;

condivisione – che più volte abbiamo richiamato qui questa sera;

corresponsabilità – come collaborazione con le istituzioni sui progetti che mettono al centro la libertà e la dignità delle persone, progetti per il bene comune.

Vi faccio un augurio che faccio anche a me sul tempo. Il tempo va vissuto non consumato, non sprecato, vi prego noi non dobbiamo, nella nostra vita, fare una corsa contro il tempo, dobbiamo farci amico il tempo, ma non sprechiamolo questo tempo, impegniamolo per le nostre cose belle, per i nostri amori, per i nostri affetti, per la nostra famiglia, per i nostri impegni in parrocchia, ognuno nel suo ruolo e nella sua responsabilità.

Penso alla meraviglia della scuola, che aiuta a crescere, a crescere dentro, per avere un’anima che sappia guardare dentro ma anche fuori, per avere più strumenti. Certo oggi la strada è in salita, ma occorre continuità, condivisione, corresponsabilità, da soli non andiamo da nessuna parte, è il “noi” che occorre attuare.

Da credenti, per chi dice e vive questa dimensione, occorre fare società con il Padre eterno, una società per azioni. Questa è la società che un credente deve attuare senza escludere mai nessuno.

La diversità è il sale della vita, facciamo in modo che la diversità non diventi mai l’avversità. Siamo chiamati da credenti ad entrare nella nostra storia odierna, siamo chiamati alla responsabilità cristiana, ma questa responsabilità occorre saldarla alla responsabilità civile e a non dimenticarci che il Vangelo raccomanda più volte la parresia che è quel parlare chiaro contrario all’ipocrisia.

Occorre parlare chiaro!

Troppe realtà prudenti e tiepide di fronte a questi volti, a queste storie; abbiamo visto la terra, ma abbiamo visto anche le persone, come ci sia questo bisogno, un cibo per tutti, terra generatrice, terra che è vita.

Un cibo per tutti …. ma c’è fame non solo di cibo, c’è fame di cultura, di libertà, di dignità, di fame di democrazia sulla faccia di questa terra!

Allora la vera profezia del nostro tempo è abitare questo tempo, abitare questo tempo presente e questo tempo presente deve essere abitato insieme, dobbiamo occuparci insieme del bene comune.

Un grande testimone è un giudice ucciso giovanissimo, Rosario Livatino. Di questo giudice quando nel 2011 si è aperta la prima fase del processo di beatificazione coordinata da mons. Montenegro neo Cardinale Arcivescovo di Agrigento, sono andato anche io.

Rosario Livatino era un magistrato, frequentava la sua parrocchia, era un giudice umile, rispettoso. Dopo la sua morte si è scoperto che si “mangiava” tutto lo stipendio per dare una mano alle famiglie, se povere, di coloro che lui aveva condannato e mandato in carcere perché avevano commesso gravi reati.

Quando scopriva la fatica di quella moglie mamma di bambini, lui dava una mano in silenzio e quando i genitori mi hanno fatto vedere il suo diario me lo hanno aperto su una pagina, da quel momento quella frase che lessi l’ho fatta mia e l’ho rilanciata.

Il giudice Livatino, ucciso da “Cosa nostra” faceva bene il suo impegno con molta attenzione e nel rispetto di percorsi di giustizia, ebbene io lessi questa sua frase che non ho più dimenticato: “Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma credibili.” Che meraviglia!

Amici carissimi siamo chiamati tutti a scelte coraggiose! Non usciamo da questo consesso se dentro di noi non sentiamo che dobbiamo imparare il coraggio, di avere più coraggio oggi, di metterci in gioco. Ascoltiamo veramente la nostra anima e che cosa ci impone!

C’è un di più che si può fare, in un orizzonte di normalità, di quotidianità e non di eccezionalità, perché non siamo qui per dire cose eccezionali. Abbiamo e siamo chiamati a fare anche noi delle scelte più coraggiose, allora ci vuole speranza, ce ne vuole tanta, e la speranza comincia curando tra noi fiducia, curando tra noi alleanze, curando tra noi stupore, creando tra noi accoglienza reciproca.

Ci sono tante realtà che sono più preoccupate della propria sigla, del proprio nome, perché a volte siamo autoreferenziali; rompiamo i cerchi dei nostri gruppi, dobbiamo trovare più accoglienza reciproca già tra noi e costruire progetti che diano libertà di vita alla gente.

Dobbiamo essere veramente segni di speranza!

Solo unendo le forze degli onesti la richiesta di cambiamento diventa forza di cambiamento, uniamo le nostre forze, non possiamo essere sempre in attesa.

Ho visto, a volte, tanta tiepidezza e tanta, troppa prudenza, ma non si può rispetto a quello che ci sta circondando; la vita ci chiede oggi di osare, di avere più coraggio e il coraggio si impara non dalle grandi imprese, ma dalle piccole cose, è questo un esercizio da seguire e mettere in pratica quotidianamente.

L’ho detto prima, facciamo società con Dio, Lui mette il pacchetto di maggioranza, io so che nella mia vita, con tutti i miei limiti ed errori, quello che sto facendo, che condivido già con il “noi” del gruppo “Abele” e degli amici meravigliosi di “Libera” che saluto con affetto, io so che è una piccola cosa, ma intanto prima non c’era.

Non c’era una legge per confiscare i beni che sono stati messi a disposizione per l’uso sociale; non c’erano le cooperative aperte in base a quella legge sui beni confiscati ai grandi boss; voi capite che anche se siamo piccoli unendo le forze si può, portando la nostra anima, lavorando insieme.

Non c’era la giornata che dà la dignità ai famigliari delle vittime innocenti e lo scorso anno sono andato da Papa Francesco portandogli un regalo.

Ero a Torino, passo dal mio amico che ha un piccolo bar in Via Pietro Micca, dove entrano al massimo 5/6 persone per volta, ma fa un caffè meraviglioso; gli dico che devo andare dal Papa e devo portargli un regalo e lui mi propone di portargli un pacco di caffè.

Vado da Papa Francesco e gli lascio questo regalo; quattro giorni dopo passo dal mio amico che mi dice che il Papa gli aveva scritto: “Il caro don Luigi mi ha portato in dono un pacco del vostro caffè, io me lo sono fatto, è molto buono. Grazie! Papa Francesco.”

Non ve l’ho raccontato per un autocelebrazione, ma per dire l’importanza dei segni. I segni sono importanti, abbiamo certamente la responsabilità delle parole, da lì sono partito, ma anche i segni che possono essere a volte uno sguardo, una mano, gesti che cominciano tra di noi nella normalità e nella quotidianità, perché se si comincia da lì, la nostra anima è capace di andare oltre.

A Papa Francesco ho chiesto se se la sente di venire a trovare una rappresentanza, un migliaio di famigliari delle vittime della mafia, che rappresentano però circa 15/20 mila famigliari e lui mi ha risposto: “Io vengo!”

Occorre sempre osare, il Papa mi dice che non conosce molto il problema della mafia e mi chiede l’invio di appunti. Se mia madre fosse viva non ci crederebbe che ho mandato le schede al Papa per spiegargli il problema della mafia, che poi lui lo ha tradotto e lo ha colto come riesce a cogliere lui …. Ma perché ho detto questo?

Ho detto questo perché abbiamo bisogno di segni, di accoglierci …. e poi al Papa ho detto “Guarda che non tutti sono cattolici, alcuni sono ebrei, altri buddisti, valdesi, ortodossi, gente in ricerca.” e lui ha risposto: “Che bello! Io vengo.”

E lui è venuto per abbracciare questo mondo compiendo un colpo di scena, quanto sono importanti i segni!

Il Papa si rivolge ai famigliari e dice: “Il desiderio che sento è di condividere con voi una speranza ed è questa: che il senso di responsabilità piano piano vinca sulla corruzione in ogni parte del mondo e questo deve partire da dentro, dalle coscienze e da lì risanare i comportamenti, le relazioni, le scelte, il tessuto sociale così che la giustizia guadagni spazio si allarghi, si radichi e prenda il posto dell’iniquità.”

Il Papa va avanti nel suo discorso e lo conclude, poi parla con i famigliari e ad un certo punto capovolge tutto il discorso, come dovremmo essere capaci di fare anche noi, perché nel pacchetto “societario” con Dio, in cui Lui ha la maggioranza, noi facciamo la nostra parte, è Lui che fa la somma e, anche se la nostra sarà una piccolissima parte, è sempre Lui che ci mette il resto.

Ad un certo punto il Papa guarda i famigliari e dice loro queste parole: “ Sento che non posso finire senza una parola ai grandi assenti, ai protagonisti assenti: agli uomini e alle donne mafiose. Per favore cambiate vita, convertitevi, fermatevi, smettete di fare il male, noi preghiamo per voi.”

Poi Francesco compie un altro gesto con un altro invito: “Convertitevi, lo chiedo in ginocchio, è per il vostro bene! Convertitevi! Ancora c’è tempo per non finire all’inferno.. E’ quello che vi aspetta se continuate su questa strada, voi avete avuto un papà e una mamma, pensate a loro, piangete un po’ e convertitevi!”

Che parole meravigliose! Da una parte i famigliari, dall’altra parte il Papa capovolge tutto il discorso, facendo diventare i suoi gesti, vere e proprie lezioni.

Ve lo spiego con una mia testimonianza: mi sono trovato con una di quelle signore che erano lì e che mi dice: “Luigi stammi vicino!”, eravamo nel cortile, e continua: “Vedi quel ragazzo che sta venendo verso di noi? E’ quello che ha ucciso il mio unico figlio! Ha l’età di mio figlio!

Quando io e mio marito abbiamo visto dove abita, le condizioni della sua famiglia, abbiamo deciso …… ha l’età di mio figlio, ha ucciso mio figlio, certo la giustizia dei minori deve fare il suo corso, ma con mio marito ci siamo chiesti: quando uscirà di qui dove andrà? Chi lo accoglierà?

Abbiamo deciso: noi lo accoglieremo! Lo verremo a trovare e lo aspetteremo.”

Dobbiamo scegliere la via suggerita dalla coscienza, vi prego guardiamoci dentro nella nostra anima, solo allora sentiremo la bellezza e la passione del vivere.  Grazie!

LE GIORNATE DELL’ANIMA III edizione  - Ancona – 22 Maggio 2015 –Università Politecnica delle Marche - Testo tratto dalla registrazione, non rivisto dall’autore. A cura di Riccardo Vianelli

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