Gesù parabola di Dio - Lidia Maggi



 
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Quando sul monte circondato dalla gente, accanto ai suoi discepoli, il narratore divino iniziò a parlare, si fece silenzio intorno a lui. Una strana liturgia era iniziata. La sua voce non rimaneva rinchiusa tra le mura di un tempio mentre dalle labbra sgorgavano le parole dei salmi. Tutto però era dislocato, spiazzante, e non soltanto perché la predicazione avveniva all’aperto, tra gente comune, piuttosto perché non era soltanto Dio quello che veniva lodato, ma con lui ogni creatura lì ad ascoltare, a nutrirsi di quelle parole che evocavano cambiamento, guarigione, che creavano un nuovo mondo mettendo sottosopra l’ordine sociale.

Le beatitudini

Pensate di non contare nulla? Di non avere la forza per cambiare la realtà e combattere le ingiustizie? Pensate di essere i più miserabili della terra perché non avete potere e subite la vita? Vi sbagliate.

Voi per Dio siete importanti. Siete beati quando vi ostinate a resistere alle logiche competitive, quando sopportate senza rassegnazione, quando cercate di riconciliare chi è in conflitto o fate pace con i vostri nemici, siete beati anche nella vostra povertà che v’insegna ad affidarvi a Dio.

Voi che non avete smanie di potere e avete il cuore limpido siete chiamati alla felicità. I vostri occhi vedranno Dio, le vostre lacrime saranno consolate e sarete chiamati figli di Dio, eredi del Regno.

Voi siete preziosi per Dio

Vi fanno credere che non contate nulla, ma non ascoltateli: vostro è il Regno e voi siete i figli di Dio. Per lui valete. La logica del mondo considera importanti solo le persone che producono, che hanno beni, che hanno potere, ma per Dio ognuno di voi, nella sua piccolezza, nella sua fragilità, con la sua sete e fame di giustizia è essenziale.

Voi siete sale della terra e luce del mondo. Non sottovalutate dunque la vostra forza nella debolezza, la capacità di cambiare il mondo e non delegate ad altri questa responsabilità.

È questa, a grandi linee, la prima predicazione pubblica di Gesù rivolta ai piccoli della società, ai suoi discepoli, ma anche alla gente attorno a lui. Parole potenti, capaci di far risorgere chi si sentiva schiacciato dall’impotenza, parole di fiducia e di speranza in grado di ridare la voglia di lottare e resistere a quanti si sentivano piegati dal potere di turno.

Nella versione di Luca la prima predicazione di Gesù è collocata nella sinagoga di Nazareth, ma l’intento è lo stesso.

Nel suo manifesto programmatico egli rilegge il profeta Isaia identificandosi con le antiche parole: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha mandato ad annunziare la liberazione ai prigionieri, e ai ciechi il ricupero della vista; a rimettere in libertà gli oppressi …» (Lc 4,17-19). Ai poveri, ai prigionieri, ai ciechi e agli oppressi viene restituita dignità. Sono loro al centro della chiamata di Dio. A chi è perduto e scoraggiato viene ridato il coraggio di lottare.

Non è un caso che, verso la fine del suo Vangelo, Luca ponga l’incontro di Gesù con i due discepoli di Emmaus. Senza la presenza del Signore i due sono scoraggiati e afflitti, ma quando Gesù si avvicina loro, discute, spiega loro le Antiche Scritture, rileggendole sulla sua stessa vita, muta qualcosa nei due discepoli. Il lento processo di guarigione si mette in moto fino al momento del riconoscimento allo spezzare del pane.

Per entrare nella logica narrativa di Gesù bisogna partire proprio da questo dato: i suoi insegnamenti nelle loro molteplici forme (parabole, detti parabolici, discorsi, domande, segni, gesti …) hanno come preoccupazione centrale quella di riavvicinare la persona a Dio restituendogli la dignità negata, spingendola al cambiamento.

Il linguaggio che Gesù preferisce è quello delle parabole. Un genere letterario antico per la tradizione biblica capace di mettere in tensione la letteratura sapienziale con quella profetica. Tradizione e cambiamento, riconoscimento e spaesamento è questa la struttura del linguaggio parabolico. Gli ingredienti sono presi dalla vita di ogni giorno, vita laica fatta di lavoro … la terra, la natura, la casa, la famiglia … elementi vicini alla gente. Gesù sapeva essere semplice senza diventare mai banale.

L'altro ingrediente importante della comunicazione di Gesù è legato alla sua persona.

Effetto parabola

Le parabole di Gesù sono fortemente legate a colui che le ha raccontate. Gesù non è stato solo un abile narra­tore capace di ammaliare con le sue storie. La sua capacità di parlare del Regno di Dio (“simile a...”) non è limitata a offrire semplici paragoni. Il suo parlare in parabole è molto più che un’illustrazione tesa a far capire a gente semplice quanto lui annunciava lungo le strade della Galilea e della Giudea. Le parabole di Gesù sono fatte con gli ingredienti raffinati della sapienza pedagogica. Potremmo parlare di un vero “effetto parabola”: tu ascolti e sei catapultato fuori dal tuo mondo abituale per entrare nel nuovo mondo narrativo. Un mondo simile, a tratti conosciuto: è il tuo stesso quotidiano (la terra, il seme, il lievito nella pa­sta, il padrone, il lavoro), una realtà semplice da decodificare, piena d’im­magini familiari. Tu sai che cosa fare, sai come muoverti: la verità non è poi troppo lontana da te, basta modificare le vecchie logiche e guardare alle stesse cose con uno sguardo nuovo. Ed ecco, il Regno è un po’ più vicino.

Dunque, le parabole ci sollecitano a pensare che possiamo cambiare la realtà, decidendo che cosa fare. I cambiamenti, quelli veri, tuttavia, richiedono tempo, ecco perché le stesse parabole ci invi­tano a non essere troppo frettolosi, a non limitarci a individuare la morale della storia, la soluzione. Le parabole sono spazi aperti: occorre ogni volta di nuovo mettersi in ascolto maturando la decisione di “traslocare” nel mondo del Regno dischiuso dall’abile narrazione di Gesù.

Il  conflitto come opportunità pedagogica

La preoccupazione di sollecitare un cambiamento la riscontriamo in Gesù persino nelle situazioni di conflitto quan­do viene accusato, o provocato dagli avversari. In queste situazioni Gesù non risponde per difendersi, piuttosto per aiutare l’altro a guardare da un’altra prospettiva. Non gioca cioè in difesa, non è preoccupato della propria perso­na, e non si lascia ingabbiare in logiche apologetiche, ma usa il conflitto come possibilità didattica per portare l’altro a intuire qualcosa di nuovo su Dio e sulla propria vita. Prendiamo ad esempio alcune delle parabole più note ai lettori e alle lettrici per comprendere nello specifico come si muove la sapienza narrativa di Gesù.

Le tre parabole della misericordia

Tutti i pubblicani e i «peccatori» si avvicinavano a lui per ascoltarlo.  Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».  Ed egli disse loro questa parabola:  «Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova? “… (Lc 15,1-4).

Gesù racconta tre storie per spiegare agli avversari la logica di Dio, tre storie vicine alla sensibilità degli interlocu­tori, ma anche racconti spiazzanti in cui è messo in atto “l’effetto parabola”, così tipico della predicazione di Gesù.

L’abitudine all’ascolto di queste antiche storie rischia di farci perdere la capacità  di ascoltare la provocazione insita in ognuna di queste.

La prima offre l’immagine di un buon pastore, cara alla tradizione di Israele, alla predicazione profetica e a quella sapienziale (salmo 23). Immagine che rassicura, ma solo apparentemente. …“Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova?...”.

Domanda paradossale. Dal punto di vista linguistico prevede una risposta positiva, ma è davvero logico lasciare il tutto incustodito (nel deserto) per andare incontro a quell’unica parte perduta? Certo: ognuno di noi fa questo …

È evidente che l’effetto ironico produce uno spiazzamento in chi ascolta perché nessuno si sogna di lasciare incustodito il tutto per il frammento. Chi è mai questo Dio che si comporta in modo così irrazionale? Chi è mai costui che dà tanta dignità a ciò che per me conta poco rispetto al tutto? Perché quel piccolo che si è perduto è così importante per lui da disporlo a rischiare il tutto per ritrovarlo?

Le domande si moltiplicano. Le risposte diventano difficili, ma la parabola, come un granello di sabbia in un’ostrica, inizia a pungere il nostro cuore, costringendoci a interagire con essa. Il racconto sovverte le rigide immagini di Dio costruite nelle nostre teste. Da questo disagio nascono in noi le perle.

Dio, una casalinga accorta

La seconda parabola è ancora più provocatoria al punto da essere meno nota tra le tre. È la cenerentola delle parabole e non solo perché la protagonista è una donna. Dio in questa parabola è paragonato a una casalinga che, avendo perduto una moneta tra le dieci che possedeva, spazza tutta la casa fino a quando non l’ha trovata. Dopo di che, chiamate le amiche, festeggia il ritrovamento con loro.

Se la perdita nella prima parabola è all’esterno, nella seconda avviene all’interno. Questo gli interlocutori non lo avevano certo previsto quando accusavano Gesù di frequentare peccatori e pubblicani, ma nemmeno noi ascoltatori moderni arriviamo a pensare che ci si possa perdere anche in casa.

Pensiamo piuttosto che ci si perde con Dio fuori dalla chiesa, dalla fede. Il Dio-casalinga ci ricorda invece che tanti si perdono all’interno, tra le panche della chiesa e rischiano di non essere mai ricercati.

Questa perdita è invisibile, non fa rumore, non fa scandalo e tuttavia anche per coloro che si perdono dentro i recinti del sacro è venuto Gesù. Dio ha cura di ogni perdita. Va a cercare anche chi non riesce più a ritrovarsi nella chiesa, anche se non ha mai avuto il coraggio di lasciarla.

Parabola dei due figli

La terza parabola, quella del padre misericordioso, fa da sintesi alle due precedenti. Questa volta la collocazione è la casa. Due figli si perdono, uno all’esterno andandosene e sperperando ogni ricchezza, l’altro all’interno perdendo il suo sguardo di stupore verso la vita e nei confronti del padre.

Gesù porta così i suoi interlocutori a intuire che si può perdere il contatto con Dio quando si è peccatori incalliti, ma anche quando si è giusti incalliti e che, paradossalmente,  per Dio è più facile ritrovare i primi che i secondi poiché i primi sanno di essersi persi mentre i secondi lo ignorano.

Gesù parabola vivente

Gesù non si è limitato a raccontare parabole: l’intera sua esistenza è parabola del Regno. Alcune parabole, in particolare, ci orientano in questa direzione. Come quella dei vignaioli malvagi che uccidono il figlio del proprietario della vigna per divenirne padroni (cf. Mc 12,1-11); o quella delle mine dove il nobile signore “parte per un paese lontano per ricevere un titolo regale e poi ritornare” (Lc 19,12). È riconoscibile in queste narrazioni il rinvio alla vicenda di Gesù, messo a morte dagli uomini, ma reso vivo e innalzato da Dio.

Con Lui è giunto in mezzo a noi il Regno di Dio. Egli non solo lo annuncia con la parola ma lo rende presente con il suo agire per la salvezza e la felicità di chi è oppresso dal male: “se scaccio i demoni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio” (Lc 11,20).

Nella sua vita riconosciamo chi è Dio: "Dio nessuno l’ha mai veduto. Il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato" (Gv 1,18).

Dunque, Gesù è la parabola di Dio. E le diverse parabole da lui narrate non dovranno essere staccate dall’intera narrazione evangelica della vita di Gesù, pena il loro fraintendimento. Quei "frammenti" di racconto che sono le singole parabole troveranno piena luce solo nel "tutto" della vicenda di Gesù. E così, chi prova ad ascoltare, passerà dal fascino per un racconto semplice e intrigante al fascino per una vita giocata in prima persona, con passione e tenacia. La posta in gioco per l’uditore non sarà solo il piacere di un racconto che fa pensare ma l’invito a convertirsi e a credere all’evangelo.

Dire che Gesù è la parabola di Dio significa che noi siamo chiamati a entrare nel suo mondo, a metterci alla sua sequela, facendo nostra la sua passione per la vita di tutti (cf. Gv 10,10).

Tratto da "Famiglia Domani" 1/2013


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