Il pane di Gesù ! - p. Juan Mateos S.J.
 


 
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Il modello di amore è Gesù-uomo, per cui l'assoluto non è più Dio, ma l'Uomo, cioè, Dio è in noi dal momento che vogliamo vivere e comportarci come Gesù. Dio non è più un oggetto distante che bisogna amare, ma una realtà presente dentro di me con la quale io mi identifico.

 

L'argomento verrà presentato da due punti di vista differenti. In primo luogo, dal punto di vista del vangelo di Marco e poi quello di Giovanni.

 

La denominazione più comune che Gesù Cristo adopera per presentarsi davanti agli altri è quella di "Figlio dell'Uomo" che vuol dire "l'uomo in pienezza".[…]

 

Per determinare, nella lingua ebraica, un individuo del genere umano si dice "figlio d'uomo". Con tale espressione si vuole semplicemente nominare "un uomo". Quando Gesù, però, gli aggiunge gli articoli determinativi "il figlio dell'uomo" abbiamo un significato nuovo: L'Uomo per eccellenza, il modello d'uomo. L'essere umano in cui si è realizzata la pienezza dell'uomo.

 

Dal momento in cui Gesù si autodefinisce così, il modello d'uomo, questa realtà si può estendere anche agli altri uomini in quanto possono assomigliargli, mediante un comportamento simile al suo. Entrare in sintonia con Gesù, somigliandogli sempre di più, comporta lo sviluppo dell'individuo verso la sua pienezza, fino a diventare come lui: L'Uomo.

 

Per cui tutto ciò che Gesù dice in relazione al "figlio dell'uomo" si può applicare a chiunque scelga di essere suo discepolo. Più l'essere umano si sforzerà per raggiungere la sua pienezza e più il suo destino sarà simile a quello di Gesù Cristo.

 

Se consideriamo Gesù come l'assoluta perfezione di ciò che è umano, insieme alla nuova società che è venuto a fondare (il regno di Dio) - che significa ugualmente la perfezione dell'umano -, allora tutti i simboli che egli propone a coloro che appartengono a questa nuova società sono simboli pienamente umani.

 

Gesù non è venuto a istituire riti strani, né a togliere l'uomo dal suo ambiente peculiare (come se toglierlo dalla sua realtà e quotidianità significasse avvicinarlo di più a Dio). La nostra realtà umana è espressione della creazione di Dio, pertanto il desiderio di Dio è che la sua creazione raggiunga la sua pienezza.

 

Il Figlio dell'Uomo, l'uomo in pienezza, è il Figlio di Dio. Gesù è il Figlio dell'Uomo in quanto partendo dal basso arriva alla sua pienezza, ed è il Figlio di Dio in quanto la sua origine procede da Dio. Il compimento della creazione è che l'essere umano sia "uomo" veramente e scopra la sua natura divina.

Tutta questa introduzione serve per centrare correttamente l'argomento in questione. L'Eucaristia è il simbolo per eccellenza della comunità cristiana, essa non può essere vista come qualcosa al di fuori dei costumi umani né dei simboli elementari dell'umanità che sono accessibili a tutti.

 

L'Eucaristia, infatti, è un pranzo in comune. Con il passare dei secoli abbiamo enormemente ritualizzato questo simbolo, caricandolo di tutto un apparato religioso liturgico, di norme precise che lo regolano. Gesù invece venne ad istituire un pasto in comune, e il mangiare insieme appartiene a tutta l'umanità.

 

Il pasto

 

In rapporto all'Eucaristia, il pasto è qualcosa che non si può celebrare in forma individuale, ma sempre in gruppo. Così fece Gesù con il gruppo dei suoi discepoli, un pasto in comune. L'Eucaristia non è un pasto ordinario, ma festivo. Per tale motivo gli evangelisti tengono a precisare che i discepoli erano "sdraiati" (Mc 14,18). Quando ci si sdraiava sui lettini per mangiare insieme, ciò voleva dire che si trattava di un pranzo di festa.

 

Il fatto che sia un pasto di gruppo è espressione di amicizia, secondo la cultura umana universale dove il mangiare insieme suppone un vincolo particolare di unione. Il mangiare è un atto animale-istintivo, ma nel passare alla dimensione umana (registro dello spirito) esso acquista una nuova dimensione, completamente diversa da quella "animale". La conservazione della vita e la propagazione della specie sono i due grandi istinti animali. Secondo il registro umano, che è quello dello spirito, il mangiare insieme è espressione di amicizia, e la procreazione una manifestazione dell'amore. Pertanto, il pasto non è un semplice atto per nutrirsi, ma per mostrare deferenza e amicizia.

 

Dove troviamo il fondamento di questo simbolo? Dai documenti più antichi possiamo attingere che il cibo è fonte di vita, comunica vita, pertanto partecipare allo stesso cibo - il mangiare insieme - significa partecipare alla vita stessa. E' questa partecipazione che rende veramente fratelli (= coloro che partecipano alla stessa vita), quando  si invita un altro alla stessa tavola vuol dire considerarlo come un fratello. Ciò è caratteristico nelle culture antiche (il peggiore dei tradimenti è quello che si fa all'ospite); quando si mangia insieme si condivide la stessa "vita", si diventa "consanguineo". Ecco perché quando si vuole celebrare qualche evento particolare della vita ci si mette a tavola e si mangia insieme.

Gesù, che è il Signore, l'Uomo, come simbolo centrale della sua comunità sceglie questo atteggiamento umano del mangiare. Non inventa niente di diverso. Certamente, il mangiare acquista ora una dimensione più profonda.

 

Se il cibo è fonte di vita, Gesù si presenta ai suoi come "cibo di vita", per cui è possibile partecipare alla sua stessa vita. Tale partecipazione ci rende fratelli davvero. L'Eucaristia è un approfondimento del pasto in comune.

 

Una cosa è la vita fisica, la sussistenza, il conservare la vita impedendo l'arrivo della morte - è ciò che fa il mangiare - e un'altra è l'avere una vita capace di superare la morte stessa. Una vita che vince la morte, questa è la vita che Gesù comunica.

 

Gesù si fa cibo per noi e ci comunica vita, e partecipando a quella stessa vita si costituisce la nuova comunità d'amore. La vita indistruttibile donata da Gesù si identifica con l'amore. Quella vita è lo Spirito di Dio che è la forza divina, e Gesù è il portatore dello Spirito. Quando la comunità partecipa all'Eucaristia, si mangia lo stesso pane, si assimila Gesù da cui si riceve la nuova vita, che neanche la morte può distruggere.

 

Tale è il fondamento umano dell'eucaristia. Non esiste separazione fra Dio e l'uomo. Quando l'essere umano raggiunge la sua pienezza egli ha la condizione divina. Si tratta per tanto di sviluppare totalmente il progetto creatore che Dio ha posto in ognuno di noi. Ma detto progetto si sviluppa unicamente in un'unica linea, quella dell'amore totale, la linea della donazione di se stesso, e questa è la vita che Gesù comunica. Ciò spiega l'aspetto dell'Eucaristia in rapporto con il simbolismo umano universale del pasto in comune.

 

Il vangelo di Marco

 

Ora vediamo l'istituzione dell'eucaristia dal punto di vista dell'evangelista Marco (Mc 14,22-26).

 

Una prima osservazione da tener presente è che i racconti dell'Eucaristia secondo i diversi evangelisti e Paolo (Mt 26,26-29; Mc 14,22-26; Lc 22,19-20; 1Cor 11,23-26) non coincidono esattamente. Il che è normale. Ci fa capire che gli evangelisti non hanno voluto tramandare la cronaca "giornalistica" di ciò che accadde, ma hanno voluto spiegare tale evento dal punto di vista teologico.

Nel vangelo di Marco, l'Eucaristia non avviene separata dal pasto in comune. La cena è già incominciata e, all'interno di essa, Gesù prende un pane, rende grazie e pronunzia una benedizione; poi lo passa ai discepoli dicendo: "prendete, questo è il mio corpo" (Mc 14,22). L'evangelista non dice, però, che essi lo abbiano mangiato (un particolare da tenere in conto). Gesù ha preso un pane e quel pane è lui stesso: questo è il mio corpo.

 

Dobbiamo inoltre chiarire il significato di "corpo" secondo la cultura dell'epoca. Mentre noi tendiamo a separare il corpo dall'anima come qualcosa di distinto, nella cultura giudaica, il "corpo" significa tutta la persona, senza divisione alcuna. Secondo l'antropologia biblica, l'uomo non può essere separato in due parti: corpo e anima.

 

Per la mentalità giudaica, l'uomo può essere considerato da diversi punti di vista:

in quanto essere vivo, libero e conscio viene denominato "anima" ;

in quanto presenza identificabile e attiva si parla di "corpo" ;

mentre la "carne" è sempre l'uomo stesso ma in quanto essere debole e finito.

 

Nel prologo di Giovanni (Gv 1,14) abbiamo l'espressione "...e la parola si è fatta carne" , che vuol dire: Il progetto di Dio si è realizzato in un essere umano mortale.

 

La "carne" è ciò che di transitorio, debole e passeggero c'è nell'essere umano. La gran debolezza della carne è quella di subire la morte. Per questo motivo, dopo la "resurrezione" si parla di "corpo" in quanto presenza, attività, identità, e di "anima" in quanto essere conscio e consapevole, ma la "carne" non c'è più.

 

In questo modo, quando Gesù dice: "questo è il mio corpo..." sta dicendo “questa è la mia persona”, in quanto presenza e attività. E come l'attività che ha svolto lungo il suo ministero è stato il servizio, la donazione agli altri, così questo si applica al suo "corpo", che è la sua vita nel mondo, una vita di donazione che si è manifestata nel servizio.

 

Dopo aver preso il pane, Gesù pronunzia una benedizione, perche tale pane è il frutto della nuova creazione. Per capire bene questo particolare, bisogna collegarlo con l'episodio dei pani (Mc 6,30-44): i cinque pani che diedero da mangiare alla moltitudine e sui quali Gesù aveva pronunziato anche la benedizione.

 

Gesù rende grazie al Padre per il dono della creazione che è ciò che mantiene in vita l'uomo. Tale dono procede da Dio e si tratta del dono della prima creazione, quella che mantiene la vita fisica dell'uomo.

 

Adesso viene benedetto il Padre per questo altro "pane", che è la persona stessa di Gesù, principio della creazione nuova e definitiva. Nella persona di Gesù la creazione ha raggiunto la sua pienezza. L'uomo è diventato il Figlio di Dio. Il progetto di Dio sull'uomo ha raggiunto lo sviluppo totale, il suo culmine.

 

Questi è Gesù e rende grazie al Padre per tale realtà, che è dono di Dio all'umanità in modo che tutti gli uomini possano raggiungere tale traguardo. In quanto dono di Dio all'umanità, Gesù si manifesta mediante l'atteggiamento di servizio e di donazione. Durante il momento della cena, Gesù ha comunicato quello stesso dono offrendosi come pane, come cibo.

 

Nella religiosità giudaica il "pane" era una delle figure per designare la Legge di Mosè, anche questo traspare nel racconto evangelico dell'Eucaristia. I rabbini dicevano che "il pane è la Legge perché l'osservanza della Legge fa vivere l'uomo".

 

Durante la cena di Gesù con i suoi, la Legge non ha più posto alcuno, il pane che dà la vita, che permette all'uomo di vivere, è Gesù stesso (Gv 6,48). Gesù si sostituisce alla Legge, cioè, il pane che accettiamo da Lui si converte nella nostra norma di vita.

 

Quando Gesù offre del pane ai suoi perché lo mangino, intende dire di accettare lui e il suo modo di comportarsi. La nuova norma per l'uomo non è più un codice scritto, ma una persona viva: la persona di Gesù. Così come Gesù si è comportato durante la sua vita, tale è la norma per noi. E questo è anche il pane.

 

Un aspetto interessante del racconto di Marco è che i discepoli non mangiano il pane che Gesù ha loro offerto. Subito dopo Gesù prende un calice, rende grazie, lo passa ai discepoli e tutti ne bevono, anche se non è stato loro offerto.

 

Le parole che spiegano il significato della coppa vengono dopo che i discepoli hanno bevuto: "questo è il sangue della mia alleanza, versato per molti" (Mc 14,24). Il calice è il sangue di Gesù, con il quale si sigilla l'alleanza.

Quale era il significato del sangue in quella cultura? Cosi come il "corpo" significava la persona viva e attiva, il sangue significa la persona in quanto si consegna alla morte. Il sangue versato ha sempre il significato di morte violenta. I discepoli, nel bere dal calice, accettano la morte di Gesù; ma non si può ignorare che il significato del calice va unito a quello del pane. Non è possibile seguire Gesù nella sua vita se non lo si segue fino alla morte.

 

Il discepolo non può dire: io pongo un limite alla mia donazione verso gli altri; bisogna saper donarsi, come Gesù, fino in fondo, accettando anche di perdere la propria vita. L'impegno del discepolo deve essere totale. Per tale motivo non si può prendere il pane senza bere dal calice: non si può accettare la vita di Gesù se non si accetta anche la sua morte.

 

La morte di Gesù è il coronamento della sua vita, il dono totale di sé che si manifesta con lo stesso spirito con il quale ha prestato servizio durante la sua vita.

 

Questo è il nuovo codice normativo per l'uomo, non un codice scritto esternamente ma dal di dentro, come diceva Geremia: "metterò la mia legge nel vostro cuore" (Ger 31,33). La comunità non è più retta da un codice di pietra, né da un libro ma da una forza vitale che procede dal profondo del cuore.

 

Questo nuovo codice è la persona stessa di Gesù, "osservare" questo "codice" vuol dire adesione personale a lui, entrare in amicizia con Gesù. Per questo il partecipare all'Eucaristia comporta: accettare Gesù, il suo modo di vita, la sua morte; vivere e morire come egli ha vissuto fino a perdere la propria vita per gli altri. Ma, allo stesso tempo, l'Eucaristia è un dono, Gesù ci dà la sua vita, in quanto cibo comunica vita a chi lo accetta. L'impegno del discepolo, quindi, non è mai imposto, ma nasce dal suo profondo come conseguenza di aver assimilato la vita che Gesù offre.

 

Mangiare significa assimilare vita, e quella vita che è lo spirito c'è la comunica Gesù. L'impegno del discepolo, quindi, non è un semplice proposito umano, ma è sostenuto dalla forza dell'amore divino che è lo Spirito.

 

L'uomo viene trasformato, poiché egli ha un nuovo elemento, lo stesso spirito divino che è la forza dell'amore, quella forza che gli permetterà di consegnare la propria vita così come fece Gesù.

 

Mediante il dono dello spirito di Gesù possiamo entrare nella dimensione del "Figlio dell'Uomo", e abbiamo la possibilità di sviluppare le nostre capacità fino al dono totale della propria vita.

 

Ci si trova a un livello differente; ciò che era una creazione incipiente, l'uomo così come viene al mondo, ora si trova nella fase della creazione compiuta: l'uomo che ha raggiunto la sua pienezza.

 

Per accedere a questo livello ci vuole la decisione libera dell'uomo, bisogna dare l'adesione a Gesù per ricevere lo stesso spirito di Gesù, per amare, come lui, fino in fondo. L'uomo che non sa amare non è ancora "fatto", è rimasto a metà... ancora non è Uomo.

 

L'essere umano si può ritenere "compiuto" dopo che ha sviluppato la capacita di donazione di se stesso agli altri. Si fratta di un processo che comprende tutta la vita dell'uomo. E ciò avviene ogni volta che celebriamo l'Eucaristia: rinnoviamo l'impegno a seguire per questa strada, quella stessa percorsa da Gesù, e ugualmente riceviamo quella forza per andare avanti.

 

E tutto ciò avviene in un ambiente di amore vicendevole: Gesù con il suo gruppo. Il primo effetto dell'amore che Gesù comunica è quello dell'unione all'interno della comunità. Si tratta di amore che non pone mai condizioni: viene offerto a tutti; questo è l'impegno che la comunità a sua volta assume quando celebra l'eucaristia.

 

La funzione dello spirito, che si assimila mediante il pane e il vino, è quella di spingere in avanti quell'impegno di amore totale e senza limite alcuno.

 

Un altro elemento importante nel racconto di Marco è quello dell’alleanza, l'unica volta che tale  termine appare nel vangelo. Gesù ha detto prendendo il calice: "questo è il sangue della mia alleanza"; ciò vuol dire che sta ponendo in parallelo ο in opposizione la sua "alleanza" con quella dell'AT.

 

Mediante l'alleanza del Sinai (Es 24), Israele era costituito "popolo di Dio". Marco stabilisce ora un parallelo che è anche un'opposizione. Nell'alleanza sul Sinai si dice che Mosè convoco le diverse tribù, collocò dodici stele di pietra per indicare la loro presenza, prese dei giovenchi e li sacrificò, mettendo il loro sangue in una grande pentola.

 

Cosi inizia la cerimonia:

… Mosè prende il libro della Legge, il codice dell'alleanza che Dio gli aveva dato sul Sinai ...

… Gesù invece prende il pane, che si sostituisce al codice della legge …

… Mosè legge il codice dell'alleanza davanti a tutto il popolo e domanda se è disposto a osservarlo …

… Gesù invece non deve leggere, né spiegare più niente, lui ha dato testimonianza con la sua vita, ma invita i discepoli ad accettare quella nuova norma di vita …

… Mosè prende il sangue dei giovenchi ed asperge l'altare (un altare costruito con pietre) e poi asperge il popolo. L'altare rappresenta Dio, pertanto il sangue sparso sull'altare e sul popolo, significa un vincolo di consanguineità tra il popolo e Dio. Ma si tratta di qualcosa esterna, il sangue non penetra dentro …

… Gesù invece non asperge con il sangue ma lo dà a bere, si tratta di un sangue che penetra dentro la vita stessa dell’uomo; la consanguineità che si viene a creare è profonda e vera, capace di trasformare la vita dell'uomo.

 

Mediante il verbo "versare " ("il mio sangue versato …") si allude ad una espressione tipica dell'AT con la quale si nomina lo spirito di Dio: "Io verserò il mio spirito su di loro..." (Gl 3,1; Zac 12,10). Il sangue di Gesù è portatore dello Spirito. Chi riceve questo sangue, come norma della propria vita, riceve la forza vitale di Gesù che è capace di trasformare dal di dentro ogni esistenza umana.

 

Ciò non significa non avere più dei difetti ο limiti. L'uomo può avere ancora delle incongruenze ο contraddizioni nella sua condotta, ma il fondamento della sua vita sarà vivere in funzione degli altri, rinunciando al proprio egoismo. Questo è il cambiamento profondo che lo Spirito realizza ...

 

...Mentre Mose asperge soltanto le dodici tribu di Israele, ... il sangue di Gesù viene versato per tutti. Si tratta di un'alleanza universale, ma fatta con ogni individuo singolarmente, ognuno deve dare la sua adesione libera e volontaria.

 

L'alleanza istituita da Gesù non è di tipo sociologico, nel senso di un ricettacolo in cui mi vengo a trovare, bensì personale, ogni individuo deve creare quell'alleanza. Gesù fa un'alleanza con il Padre, allo stesso modo ognuno di noi deve ricreare quell'alleanza con il Padre quando accettiamo Gesù come norma della nostra vita.

 

Nel racconto di Marco, Gesù si trova a cena soltanto con i dodici discepoli (ma nel vangelo ci sono due gruppi di discepoli: uno di origine giudaica - i dodici - e un altro proveniente da ambienti pagani ο non religiosi - i miscredenti e i peccatori -).

 

Nella scena dell'Eucaristia Gesù si trova con il gruppo proveniente dalla religione d'Israele. A costoro Gesù parla di "alleanza", poiché era un concetto familiare e di importanza fondamentale. A loro Gesù rivolge la novità della sua azione: è finita l'alleanza con Mose, adesso prende avvio un'altra, di estensione universale.

 

Per coloro che non provengono da ambienti religiosi, l'Eucaristia è l'impegno con Gesù, come modello d'uomo, per cooperare al progetto di una società nuova che Dio sta portando avanti.

 

Il vangelo di Giovanni

 

Questo evangelista non descrive la scena dell'Eucaristia, ma al cap. 6 del suo vangelo troviamo un lungo discorso di Gesù dove evidentemente si allude ad Essa.

 

Gesù si presenta come l'Uomo (Gv 6,27) e come il pane disceso dal cielo (Gv6,33.38.50.51.58).  Gli  ascoltatori di Gesù, una moltitudine proveniente dal giudaismo, rimangono perplessi di fronte alle sue parole. Non viene chiesto loro che "si convertano a Dio" (richiesta logica da parte di ogni profeta), ma che diano adesione alla persona di Gesù.

 

La perplessità è più che giustificata, poiché la religione ha sempre imposto un abisso tra Dio e l'uomo, ora la folla rimane incredula davanti alla proposta che l'uomo possa avere la condizione divina, che l'uomo possa essere Dio.

 

Il progetto di Dio sull'uomo è che costui raggiunga la sua condizione divina. Per questo Gesù non chiede di dare adesione a Dio, ma a lui stesso che è il Dio visibile, colui che rappresenta il Padre.

 

La folla invece chiederà come prova a Gesù di compiere un "segno " (Gv 6,30), così come Mosè aveva fatto avere al popolo la manna dal cielo. Gesù risponde che quel pane non servì al popolo per entrare nella terra promessa, poiché tutta quella generazione morì prima di arrivare alla terra promessa (Nm 14,20- Dt 2,14). Se la terra promessa rappresentava l'ideale di liberazione del popolo, tutti morirono prima di raggiungerlo (per colpa della loro incredulità). Quel pane, la manna, si dimostrò un fallimento, poiché era qualcosa di esterno all'uomo.

 

Quando Gesù si presenta come "il pane del cielo", è lui il vero pane di vita, con il quale raggiungere con successo il nostro traguardo di pienezza (l'esodo verso l'utopia): il Regno di Dio, la nuova società dove si attua il progetto di Dio sull'umanità. Una società dove i rapporti interpersonali sono degni dell'uomo (non come la società attuale dove impera la violenza del forte sul debole). Si può parlare di "utopia" in quanto la società del Regno è ancora in costruzione.

 

Il popolo di Israele fallì nella sua ricerca dell'utopia perché non era per niente cambiato dopo aver contratto l'alleanza con Dio; il popolo continuò ad essere così crudele ed egoista come prima. Gesù si presenta come un pane nuovo, anche esso disceso dal cielo, come la manna, ma completamente differente: chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, costui ha la vita definitiva (Gv 6,53).

 

Gesù parla di "mangiare la sua carne"..., ed è importante notare che si parla di "carne" e non di "corpo". La "carne", come è stato già detto, rappresenta l'uomo nella sua debolezza, si tratta del Gesù storico colui che doveva morire (Gesù risorto è la nostra forza, la nostra gloria e allegria, il nostro consolatore, ma non la norma della nostra vita ... essa la troviamo nel Gesù storico, in colui che si dona fino alla morte per amore  dell'umanità).

 

Quando si assimila la "carne" di Gesù, lo stesso comportamento e forma di vita che egli dimostrò in mezzo alla sua gente, allora l'utopia diventa realtà: l'unica linea di sviluppo dell'uomo è quella dell'amore che si traduce in dono totale agli altri. Rinunciare al proprio egoismo significa diventare pane/carne per gli altri, come Gesù ha fatto, nel senso di comunicare vita abbondante a ognuno di loro.

 

L'immagine del seme che cade per terra e produce frutto (Gv 12,24) è quella che meglio definisce la vita del credente: il "morire" è un processo quotidiano, ogni volta che dimentichiamo i nostri interessi per preoccuparci di quegli degli altri dimostriamo che siamo capaci di "morire" a noi stessi per procurare vita a coloro che ci circondano.

 

Tale sono gli effetti del "mangiare la carne e bere il sangue di Gesù". Colui che vive in questo modo ha la vita assicurata, cioè, raggiunge il suo ideale, l'utopia..., non come il popolo nel deserto che fallì nel suo tentativo di raggiungere la terra promessa.

L'identificazione

  

Nel dono totale di se stesso, effetto dello Spirito che Gesù ha ricevuto, egli è uguale al Padre, poiché capace di amare come lui. Per questo motivo l'unione tra il Padre e Gesù è totale... "il Padre ed io siamo una cosa sola" (Gv 14,9-11); essi hanno lo stesso Spirito, la stessa capacita di amare.

 

Nell'AT l'uomo doveva amare Dio sopra ogni cosa (Dt 6,5), nel vangelo invece le cose sono cambiate ... Mentre, secondo la Legge, il prossimo doveva essere amato come se stessi (relativamente al proprio egoismo), nel vangelo si dice di amare l'altro come Gesù ha amato noi, fino al dono totale della propria vita (Gv 14,34).

 

Il modello di amore è Gesù-uomo, per cui l'assoluto non è più Dio, ma l'Uomo, cioè, Dio è in noi dal momento che vogliamo vivere e comportarci come Gesù. Dio non è più un oggetto distante che bisogna amare, ma una realtà presente dentro di me con la quale io mi identifico.

 

Per questo chiamiamo Dio Padre (Gv 4,21), l'amore che nasce dal di dentro di noi è lo stesso amore del Padre e di Gesù, non c'è più distinzione tra Dio e l'uomo che è capace di amare. Il Padre è la sorgente di amore che passa attraverso Gesù e raggiunge ognuno di noi, così possiamo amare con l'amore stesso di Dio Padre.

 

Sono finiti tutti gli ascetismi che imponevano mediante sforzi penosi l'essere capaci di amare. Adesso si tratta di tutto il contrario, un dono interiore all'uomo, una sorgente che sgorga dal profondo del nostro essere, così come Gesù rivelò alla Samaritana: "l'acqua che Io ti darò diventerà sorgente che zampilla dentro..." (Gv 4,14).

 

Non esistono più imposizioni esterne, ne precetti che obbligano... si tratta di una realtà che nasce nell'intimo dell'uomo, con una vitalità che trabocca su tutta l'esistenza umana. Il compito dell'uomo è aprire canali a quella sorgente, mediante una condotta e comportamento simili a quelli di Gesù. Dobbiamo imparare da lui a mettere tutte le nostre forze ed energie in funzione del bene dell'altro.

 

Tale è il nostro impegno ogni volta che celebriamo l'Eucaristia.

 

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