Colui che Gesù chiama Padre - p. Carlo Maria Martini SJ



 
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Il Padre Nostro comincia con la parola «Padre», il che non è usuale. Nessun salmo inizia così e se in alcune preghiere dei testi sacri ci si rivolge talora a Dio come Padre, un inizio così secco è unico, pur se Matteo lo allarga retoricamente dicendo, in maniera più solenne rispetto a Luca, «Padre nostro che sei nei cieli». (…)

La parola «Padre»

 Di per sé non è univoca, può avere tanti significati ed evocare molte emozioni, anche esistenziali, perché ciascuno rivive il proprio rapporto col padre naturale, che può essere ottimo, mediocre, scarso. È dunque un appellativo che tocca molti aspetti della nostra vita interiore e della nostra psiche. 

In generale è una parola che ha molti significati. Padre è anzitutto chiaramente colui che dà la vita biologica, che ne è, insieme alla madre, l'iniziatore. Padre è pure colui che educa alla vita ed educa magari in maniera forte.  

La Scrittura non ha paura di ricordare che il padre è anche colui che castiga. La lettera agli Ebrei ricorda che se accettiamo i castighi del padre terreno, non dobbiamo spaventarci se Dio Padre ci castiga, ci prova, perché è tipica del padre pure la funzione di educatore energico (cf 12,7-11). 

Padre è inoltre colui che nutre, che deve procurare il sostentamento ai figli ed è colui che protegge, nelle cui braccia ci si ripara. Il bambino si butta nelle braccia del papà per cercare una difesa, chiude gli occhi mentre lo abbraccia per non vedere il pericolo. È quindi simbolo di rifugio, di conforto. 

Il padre rappresenta inoltre la forza della tradizione. Quando noi lo nominiamo, pensiamo subito alle radici che costituiscono la nostra identità di persone. 

Nell'invocazione «Padre» che Gesù ci mette sulle labbra sono presenti tutti questi significati. Tuttavia non è sufficiente perché, se fosse soltanto così, sarebbe un'invocazione adatta per tutti. Il mistero consiste invece nel fatto che, se è vero che il Padre Nostro può essere recitato un po' da chiunque - penso ad esempio agli Ebrei e a tutti coloro che ammettono un Dio personale -, è però altrettanto vero che è la preghiera insegnataci da Gesù e ha quindi delle radici molto precise. Ne segnalo una particolarmente significativa: il Battesimo di Gesù.

Egli va al Giordano per essere battezzato da Giovanni. Questi vuole impedirglielo, ma Gesù insiste e Giovanni acconsente: «Appena battezzato, Gesù uscì dall' acqua; ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio

scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto"» (Mt 3,16-17). Per dire «Padre» occorre perciò che qualcuno mi chiami «Figlio». «Padre» non è la prima parola, è la seconda. La prima è quella di chi ci dice: «Figlio, figlio mio carissimo, figlio mio amatissimo». 

Dunque, nel Padre Nostro, Padre è soprattutto Dio Padre di Gesù Cristo, è Colui che Gesù chiama Padre e da cui è chiamato Figlio, ed è fortemente presente in tutto il Discorso della montagna dove, prima del Padre Nostro che si trova al centro del Discorso, Gesù nomina otto volte il Padre e ancora lo nomina più volte in seguito.

Il Padre è il Padre di Gesù Cristo, e Gesù ce ne comunica la paternità, rendendo ci partecipi della propria figliolanza. Lo afferma chiaramente san Paolo: «E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: "Abbà, Padre!" (Rm 8,15). Gesù ci dà il suo Spirito e nel suo Spirito possiamo dire "Padre", Padre di Gesù, Padre mio: "Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria"» (vv. 16-17).

Se pensiamo che la generazione del Figlio dal Padre è eterna, senza tempo, che oggi Dio Padre genera il suo Figlio, comprendiamo che in questo momento siamo generati come figli.

Essere figli del Padre è la nostra identità, è ciò che ci definisce nel nostro essere più profondo. Nel battesimo ha un punto di inizio, ma perdura in ogni momento della nostra esistenza: il Padre ci dice «figlio mio carissimo, figlio mio amatissimo», e noi rispondiamo con la parola «Padre».

Ecco il primo significato di questa parola, da cui poi tutti gli altri derivano: Padre nutritore, Padre educatore, Padre rifugio, Padre sostegno, Padre conforto, Padre anche che punisce e purifica, ma perché ci ha generato in Gesù.

Noi sentiamo perciò di partecipare intimamente a tutta la preghiera di Gesù, che ha questo contenuto fondamentale: «Padre, Padre mio». Percepiamo, visitando la Galilea e contemplando i monti dove lui ha pregato, che la nostra preghiera è una cosa sola con la sua (ho fatto i miei esercizi personali sul Padre Nostro nel mese di giugno sul monte Tabor e là pensavo: mi unisco a Gesù che qui pregava a lungo contemplando il Padre).

Una cosa sola anche nei momenti in cui diventa drammatica: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!» (Mt 26,39); «Di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: "Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà"» (v. 42); «Pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole» (v. 44).

Insegnandoci a dire «Padre», Gesù ci coinvolge nella sua determinazione di compiere la volontà del Padre. E ancora ci assume in quell'atteggiamento che Luca descrive nella conclusione della Passione: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (23,34).In tanto riusciamo a perdonare in quanto partecipiamo ai sentimenti filiali di Gesù.

Soprattutto ci coinvolge nell'ultima parola da lui pronunciata, secondo la descrizione della Passione di Luca: «Gridando a gran voce, disse: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito"» (23,46). È il cammino che ci fa compiere mettendo ci in bocca la parola «Padre»: cammino di amore, di affidamento, di obbedienza, di perdono, di consegna della vita. Dicendo questa parola noi mettiamo in gioco la nostra vita e la nostra morte: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito».

La paternità di Dio, che ci viene donata nel battesimo, è, come dicevo, puntuale e insieme perenne, e noi la riattualizziamo ogni volta che entriamo in preghiera, sapendo che assume una forza particolare allorché prendiamo delle decisioni importanti. Il Signore in quel momento ci dà, come dice san Tommaso d'Aquino, un supplemento di Spirito santo, quindi una nuova prova della sua paternità. Nella nostra vita dobbiamo affrontare tante situazioni di questo tipo: per esempio quando uno assume una responsabilità nuova di parroco, o diviene vescovo o superiore di comunità; o quando nel segreto compiamo un gesto di perdono, di misericordia, di fede, di speranza. Allora la paternità di Dio si manifesta in maniera fortissima.

A concludere la riflessione, è bello ripetere le parole di Pietro e di Paolo, che avevano compreso intimamente il mistero della figliolanza di Gesù e nostra: «Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva» (1 Pt 1,3); e Paolo, all'inizio della seconda lettera ai Corinti: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione» (1,3).

Matteo all'appellativo «Padre» aggiunge «nostro», a sottolineare che è una preghiera collettiva, comune, recitata insieme.

Recitata in primo luogo dalla comunità dei figli di Dio, dei battezzati e - possiamo aggiungere - a nome di tutti i figli di Dio, quelli che Karl Rahner chiama «cristiani anonimi» perché, seguendo la propria coscienza, nella grazia dell'amore sono davvero figli, pur se non conoscono Gesù.

Così invochiamo «Padre» con una moltitudine di persone sparse nel mondo. E lo diciamo in particolare con la nostra comunità, con quanti vivono con noi la quotidiana fraternità.

Ancora, chiamandolo «nostro» affermiamo che Dio è Padre di tutti coloro di cui abbiamo qualche responsabilità. Negli anni del mio servizio episcopale alla grande diocesi di Milano ero molto aiutato dalla certezza che Dio si curava di tutte e di ciascuna delle persone che mi erano affidate, che magari mi chiedevano preghiere e che io non potevo nemmeno ricordare. Anche oggi, ogni volta che dico «Padre nostro» affido a Lui tutte le persone che ho incontrato e le sento unite alla mia preghiera, tutte ricordate nominai mente davanti al Padre.

Egli è, infine, Padre di tutte le creature umane, perché tutte chiamate a diventare figli di Dio. Recitando «Padre nostro» sentiamo vicini buddhisti, musulmani, non credenti, qualunque sia la loro condizione esistenziale. In questo modo la nostra preghiera si allarga e abbraccia tutti.

Ci soffermiamo ora sul «che sei nei cieli».

È una espressione che può avere molti significati. Il rapporto cielo-terra è evocato nei vangeli più di quanto non si pensi: «Tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo» (M t 18,18); «Se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nel cielo ve la concederà» (v. 19);

«Tutto ciò che voi farete nel segreto, il Padre che è nei cieli lo vedrà e ricompenserà» (cf 6,4.6.18). E se cerchiamo un analogo riscontro nel Primo Testamento, possiamo leggere ad esempio nel primo libro dei Maccabei: «Il cielo farà succedere gli avvenimenti secondo quanto è stabilito lassù» (3,60).

«Che sei nei cieli» non è dunque una semplice apposizione. Certamente serve per distinguere il Padre celeste da quello terreno, ma soprattutto invochiamo con queste parole il Padre che vive nel mondo della trascendenza, nel mondo definitivo, nel mondo delle cose che non passano mai più; quel Padre che vive nella luce perenne, in cui non c'è più ambiguità, non c'è più insicurezza, non c'è più peccato.

Il cielo è pure il luogo della ricompensa dove la volontà di Dio si compie pienamente, in maniera perfetta. Questo aspetto della preghiera mi ha sempre colmato di grande pace. Di fatto non siamo mai in una situazione chiara, viviamo sempre rasentati, sfiorati, talvolta coinvolti dal compromesso; la nostra è una situazione oscura, maligna, in cui non si sa mai bene se operiamo davvero secondo il Vangelo oppure no; siamo ogni giorno a rischio di ambiguità. Dicendo «Padre nostro che sei nei cieli», confessiamo però che c'è un luogo dove tutto è chiaro, luminoso, limpido, dove tutto è giusto e vero. Se ci guardiamo intorno, siamo come affaticati, appesantiti e talora oppressi, dal cumulo di ingiustizie che ci circondano e delle quali, volere o no, siamo parte; proclamando «Padre che sei nei cieli» affermiamo che c'è una situazione in cui non c'è più ingiustizia, né lacrime, né amarezze, né incomprensione, né malinteso, e tutto è chiarezza, bellezza, purità.

L'invocazione iniziale del Padre Nostro è dunque capace di nutrire, sostenere, confortare il nostro animo.

Tratto da "Non sprecate le parole" - Esercizi Spirituali

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