Dove porta "la preghiera del Signore" - Appunti di Rosario Franza


 
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"Madre,Padre, che sei dentro di noi come noi siamo in te, sia santificato il tuo nome...  Così come la natura dell'onda è il mare e alla fine mare ridiventa, anche l'uomo con la sua autocoscienza, forse apice dell'evoluzione, nel Cosmo si perde, ma il Cosmo e la sua evoluzione sono l'autoespressione di Dio, l'Amore originario da sempre esistente ."

Il "Padre Nostro" viene comunemente indicato come "la preghiera del Signore". L'opinione predominante è che le due versioni della "preghiera del Signore" contenute in Mt 6,9-13 e Lc 11,2-4 riflettano le espansioni della comunità di Matteo o le modificazioni nelle espressioni della comunità di Luca, che ha mantenuto la struttura di base della preghiera, mentre Matteo ha conservato, in alcuni punti, la fraseologia originale.

Se si omettono le aggiunte di Matteo e si considerano le parti comuni si ottiene questo risultato:

Padre,
sia santificato il tuo nome.
Venga il tuo regno.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano.
Perdona a noi i nostri debiti
come noi perdoniamo ai nostri debitori.
E non ci indurre in tentazione.

Questa forma tradotta in aramaico presenta, a detta di molti specialisti, una struttura equilibrata con uno schema ritmico che ne facilita la memorizzazione .

Secondo lo storico ed esegeta John P. Meier essa risale ai discepoli di Gesù ed è più antica delle due versioni liturgiche di Matteo e Luca e della stessa fonte Q, anzi "diverse considerazioni dimostrano che la forma più antica della preghiera proviene da Gesù stesso". Richieste dirette e brevi, l'uso della parola Abbà per indicare Dio e la centralità della sua regalità, il Regno di Dio, ma soprattutto - secondo Meier - "il semplice fatto che sia la tradizione matteana che quella lucana, con le loro divergenze, concordano sull'attribuzione della preghiera a Gesù e sullo specifico comando di usarla", che rappresentano, nella loro eccezione, un criterio di discontinuità, che fa appunto propendere verso la storicità della attribuzione al Gesù storico. 

Ciò detto, rimangono alcuni problemi legati ad una interpretazione attuale delle parole di preghiera di Gesù di Nazareth che Ortensio da Spinetoli mette in evidenza nel suo commento al vangelo di Luca 11, 1-4 . Riferendosi all'invocazione di Dio come Abbà, Padre, scrive:<<Dio e l'uomo non sono interlocutori di due mondi radicalmente diversi, ma membri di una stessa famiglia. (...) Il figlio non è un prodotto del padre, ma una promanazione dello stesso>>.  Non esiste cioè il Dio nell'alto dei cieli che da un mondo radicalmente diverso interviene, a sua piacere, nella vita dell'uomo e se si prova ad utilizzare, per indicare Dio, la metafora dell'Energia più Logos da sempre esistente nel vuoto quantico e che ha dato origine alla creazione dal big bang nella evoluzione del cosmo ancora in divenire, si capisce meglio come Dio e l'uomo possano essere membri di una stessa famiglia e come l'uomo possa contenere il DNA di Dio.  Direi che l'inizio della preghiera potrebbe, oggi, contenere queste varianti indicate in corsivo:

Madre, Padre,
che sei dentro di noi
come noi siamo in te
,
sia santificato il tuo nome.

D'altra parte lo stesso Ortensio da Spinetoli, nel commentare la santificazione del nome  di Dio, ricorda che la santità  "per l'ebreo è spiritualità, immaterialità (a-ghios = privo di terra o di terrestrità) ed è la prerogativa assoluta di Dio. Egli è santificato tra gli uomini, quando la sua bontà si espande in mezzo ad essi investendoli e trasformandoli". E' ovvio però che ciò può avvenire soltanto tramite l'adesione di ciascun uomo al bene e così l'espressione della bontà mette in pratica il  proponimento pronunciato: "sia santificato il tuo nome". Insomma la preghiera è un proponimento che impegna ciascuno di noi, nessuno è invitato a celebrare il nome di Dio, che lascia libera la sua creazione e quindi anche l'uomo, di evolversi verso il bene ed un ordine sempre crescente.

Così nella invocazione del regno di Dio non vi è la volontà di dominio della divinità, ma il propagarsi dell'etica presente nell'ambito di Dio. Un'etica di solidarietà, di fratellanza, di inclusione, di condivisione, di equità e quindi di santità e pace. Ambito di Dio già presente con Gesù di Nazareth, dove - scrive Ortensio da Spinetoli - "l'<<adesso>> e il non <<non ancora>> si susseguono senza toccarsi, se non nella meta finale che non arriverà forse mai". 

D'altra parte che senso ha l'invocazione del pane quotidiano ? Scrive Ortensio da Spinetoli: <<Cosa significa chiedergli il pane quando esso deve provenire dal sudore della propria fronte (Gn 3,17). Riaffiora l'interrogativo sull'incidenza della preghiera. Il vangelo sembra suggerire che tutto si possa ottenere con tale mezzo. La realtà dimostra che l'uomo ha sempre pregato e ha sempre sofferto la fame ed è stato soggetto a malattie di ogni genere. (...)Viene anche qui da chiedersi se il discorso evangelico non sia frutto di un'antropomorfizzazione della divinità, immaginata alla stregua di un sovrano onnipotente  presso cui si può tutto ottenere con una buona raccomandazione>>. In realtà è l'uomo che sente in sé Dio e sente la forza che gli dà soprattutto quando i suoi sforzi per "il pane quotidiano" sono elargiti vincendo il proprio egoismo e nella direzione del bene comune.

Così come la comprensione verso chi sbaglia denota un'assimilazione della direzione verso il bene e la bontà che la divinità  lascia alla creazione nella sua libera evoluzione, il male in essa presente "è sempre un mistero, ma esso ha radici nell'intimo del cuore umano e sta all'uomo evolversi verso la pienezza umana che lo esclude, vincendo ogni tentazione.

Insomma anche "la preghiera del Signore" non può essere recitata come una supplica ad un sovrano onnipotente, ad un Dio tappabuchi che risolva i nostri problemi . Scriveva Bonhoeffer:<<Dobbiamo vivere come uomini capaci di far fronte alla vita senza Dio. (...) Davanti e con Dio viviamo senza Dio>> e ancora << Il mondo adulto è senza Dio più del mondo non-adulto, e proprio perciò più vicino a lui>>.  "Bonhoeffer - scrive Roger Lenaers - oppone, dunque, il Dio soprannaturale, <<Dio nell'alto dei cieli>>, a quello intramondano, l'Amore originario, di cui l'evoluzione del cosmo rappresenta l'autoespressione crescente ".

E' questo, a mio avviso, lo stesso concetto che esprime Ortensio da Spinetoli quando scrive che "Dio e l'uomo non sono interlocutori di due mondi radicalmente diversi, ma membri di una stessa famiglia. (...) Il figlio non è un prodotto del padre, ma una promanazione dello stesso".  In questo senso, a prescindere della strada che si sceglie, siamo tutti figli di Dio e allora che ne sarà di noi dopo la nostra vita ?

E' la domanda che quasi tutti si pongono e che viene così esplicitata da Mauro Rivellini in un commento :<<Quale Dio? Poco importa il nome con cui Lo si definisce! Io mi porto appresso i miei dubbi ma non smetto di credere. Era molto più bello prima, era più rassicurante avere definizioni precise accurate e vivere nella convinzione che alla fine avresti rivisto, in un modo nuovo e perfetto (senza ombra di male), i tuoi cari, gli amici e tutto quel mondo che avevi amato, ma che soprattutto avresti visto Dio. Sarà ancora così?>>

Non ho certezze, né facili risposte, porto anch'io con me, nella mia continua ricerca, i miei dubbi. Alberto Maggi, invece, a margine di una conferenza, rispondendo ad una domanda sulla fede piena di dubbi, così si esprime:<< Questo è un problema di molti, molti dicono che hanno fede e hanno anche problemi di dubbio, attraversano momenti di buio, dipende forse dalla psicologia delle persone; io posso rispondere per quello che mi riguarda, non prendetelo come presunzione, io non ho avuto mai nessun dubbio, non sono riuscito sempre ad essere adeguato a quello che credo, questo si! Però anche qui fa parte della fragilità ed è bene sperimentare la propria fragilità per non apparire all’altro come un Superman, ma con le tue debolezze, con le tue fragilità.(...) ci sono situazioni della vita dove non ci sono domande perché non ci sono risposte, importante credere che siamo il frutto di uno straordinario progetto d’amore. Tutto quello che incontriamo nella vita, anche elementi negativi che non possiamo comprendere, servono per realizzare questo progetto>>.

John Shelby Spong  nel suo libro dal suggestivo titolo "Perché il cristianesimo deve cambiare o morire", definisce Gesù di Nazareth come "persona dotata di Spirito, lo stesso Spirito i cui frutti sono descritti da Paolo in Gal 5,22 :  amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé e perfino fede e scrive:<< Lo spirito, Paolo stava sostenendo, era la dimensione più profonda della vita umana, e più ancora, lo spirito era la dimensione più profonda della vita divina di Dio. Era un concetto mozzafiato. Lo stesso spirito che è di Dio, è anche dentro di noi>> e dopo un'attenta analisi così  il vescovo Spong conclude:<<Quando questa incredibile vita giunse prematuramente e violentemente alla fine, le qualità divine che erano state sperimentate in questo Gesù si pensò avessero raggiunto i suoi discepoli, rendendoli consapevoli che la presenza dello spirito che avevano conosciuto in Gesù era una realtà che ora si manifestava in loro. Come recettori dello spirito di Gesù, erano vivi in modo nuovo. Era la stessa qualità di vita che credevano di avere incontrato in Gesù e così, con il potere di questa nuova vita, gridarono:"Gesù vive!">>.

E' lo stesso concetto espresso da fra Alberto Maggi quando afferma che sperimentare la resurrezione del Cristo non è un privilegio di un gruppo ristretto di persone  vissute più di duemila anni fa, ma possiamo riuscirci anche noi a condizione che si orienti la propria vita per gli altri, esprimendo così i frutti dello spirito di Dio: amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé e perfino fede, in modo da poter gridare anche noi:<<Gesù vive!>> e così, afferma Spong, <<vediamo una presenza divina chiamata Spirito dentro di noi e, in modo più manifesto, in Gesù di Nazaret>>.

Così come la natura dell'onda è il mare e alla fine mare ridiventa, anche l'uomo con la sua autocoscienza, forse apice dell'evoluzione, nel Cosmo si perde, ma il Cosmo e la sua evoluzione sono l'autoespressione di Dio, l'Amore originario da sempre esistente . In questo senso si può condividere la ragionevole speranza che "alla fine rivedrai - come scrive Mauro Rivellini -  in un modo nuovo e perfetto (senza ombra di male), i tuoi cari, gli amici e tutto quel mondo che avevi amato, ma che soprattutto vedrai Dio" !

                    
           
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