L'opzione del Bene: Credere come Gesù ! - Intervista a Vito Mancuso di Rocco Notarangelo



 

 
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"Non è la dimensione intellettuale a distinguere i credenti. Quello che conta veramente nella vita di un uomo non sono le idee che professa ma le azioni; quanto pesa il suo cuore, se può ospitare il bene, la giustizia, se è un uomo di parola, onesto. "  

Che cosa significa per lei, come teologo e cristiano, Natale, la nascita di Gesù?

Quando si celebra il Natale ci sono tre dimensioni che vanno richiamate alla mente. La prima è la nascita del Gesù storico, di Yeshua ben Yosef, da cui è scaturito il Cristianesimo istituzionale. Quindi Natale significa celebrare il compleanno di Gesù, per quanto sappiamo il 25  dicembre è una data immaginaria.

La seconda dimensione è la generazione di Dio. Che cosa vuol dire che l’Eterno genera un figlio? A mio avviso Cristo è la forma o Logos da cui e dentro cui tutte le cose sono eternamente pensate e che fa sì che il Caos venga vinto dall’ordine.

Infine, la terza dimensione, che è la generazione di Cristo in noi. Ecco, la nascita di Cristo in noi è la nascita di ordine, di armonia, di relazionalità.

Per Papa Ratzinger il Gesù storico si trova solo nei Vangeli sinottici e negli altri testi canonizzati. Ci sono per lei scritti apocrifi che hanno un contenuto storico accettabile?

Oggi è opinione diffusa tra la gran parte dei teologi, degli esegeti e degli storici che, all’interno di quella trentina di testi che chiamiamo Vangeli apocrifi, almeno uno vada considerato storicamente attendibile. È il Vangelo cosiddetto di Tommaso.

Qual è il Vangelo canonico che ospita l’essenza del messaggio di Gesù?

È difficile dirlo, perché un conto è dire Gesù e un conto è dire Cristo, come ho sottolineato nella prima risposta. Posso dire che il Vangelo che parla di più di Gesù storico è il primo, quello di Marco, dove si ha un Gesù che parla poco e agisce tanto; che quando parla fa riferimento alla vita dei campi, agli esempi della vita dei pescatori, all’ambiente rurale della Galilea di quel tempo. Invece, il Vangelo che parla di più del Cristo è il quarto, quello di Giovanni, dove si ha un Gesù che parla tanto e agisce poco. Insomma, mentre nel Vangelo di Marco c’è il primato della prassi, in Giovanni c’è il primato della teoria.

La grande scommessa del Cristianesimo è poter unire queste due dimensioni.

Nel suo recente saggio «Io e Dio» lei afferma che la fede cristiana non è «credere Gesù», come vuole la dottrina cattolica ufficiale, ma «credere come Gesù»…

Ci sono modalità di visione del mondo e impostazioni etiche di Gesù che non sono oggi accettabili, ospitabili in una mente adeguatamente responsabile.

Un esempio: il Gesù che si rapportava ai non ebrei e che non volle guarire la bambina della donna cananea, cioè siro-fenicia. Accettò solo dopo le suppliche della donna.

Possiamo noi comportarci così nei confronti degli stranieri, dei non ebrei?

Ovviamente no. Quindi, credere Gesù non significa seguire tutto quello che Gesù ha fatto, tutto ciò che ha detto. La cosa decisiva è invece «credere come Gesù» ovvero ospitare nel nostro cuore, nella nostra mente la sua opzione fondamentale nei confronti della vita che è all’insegna dell’amore, che l’ha portato a superare suoi pregiudizi di ebreo maschio e a guarire la figlia della donna pagana. Ed è giunto a riformulare la legge del duplice comandamento «Amare Dio, amare il prossimo».

Sul fondamento del Cristianesimo, mentre la Chiesa a volte richiama l’Incarnazione, altre la Croce e la Resurrezione, lei invece mette al centro l’amore di Gesù. Perché?

È un dato di fatto. Nel Catechismo della Chiesa cattolica il centro della fede è a volte l’Incarnazione, a volte la morte e la Resurrezione. A mio avviso va innanzi tutto presa sul serio la contraddizione della vita, essere uomini onesti che guardano il mondo per quello che è, dove si vedono ragioni di bene e di male, motivi per dire che la vita è ingiusta e per dire che è giusta, motivi per dire «sarebbe meglio non essere nati» e motivi per dire che è giusto e bello essere nati. Se si «sente» tutta questa contraddizione – non è una dimensione della ragione – l’opzione fondamentale della nostra vita va posta sul lato positivo piuttosto che sul negativo; dire di sì alla ragionevolezza della vita, dire di sì al bene nonostante il male, dire di sì alla giustizia nonostante le ingiustizie . Questa è, esistenzialmente parlando, il centro della fede e il punto di appoggio archimedeo per sollevare questo piccolo pezzo di mondo che siamo noi, è l’opzione per il bene, l’amore.

La sua teologia della libertà, declinata come amore, parte dall’Io, dal primato della coscienza contro la tradizione di Chiesa + Bibbia, fondata sull’obbedienza. Ci sono affinità con le istanze del Protestantesimo?

Ci sono delle analogie. C’è senza dubbio una dimensione decisiva della libertà personale in Lutero che, nella Dieta di Worms, di fronte a Carlo V che gli ingiunge di rinnegare le sue istanze, dice «Io sto qui perché andrei contro la mia coscienza». Però Lutero, se da un lato sottolinea il valore dell’Io, dall’altro lo rende totalmente incapace di una libertà positiva, che sa scegliere il bene. Non a caso è l’autore di «De servo arbitrio». Da quando ho studiato teologia ho sentito che la mia posizione non è né quella della teologia cattolica tradizionale né quella di Lutero. Io mi sono sentito sempre molto affine a Erasmo da Rotterdam, alla sua visione che vive all’interno del cattolicesimo e all’interno del protestantesimo. Con una modalità che sostanzialmente rifiuta sia il dogmatismo del Magistero sia di quello biblico.

Quindi, dico no al principio autorità della Chiesa cattolica e della lettera biblica. Difendo la libertà di  coscienza. Punto.

Lei esalta la libertà, ma per molti neuroscienziati, l’io-soggetto, il libero arbitrio sono illusioni …

… ma io non ritengo che la libertà sia assoluta. Nel momento in cui io agisco sono prima legato al mio istinto e poi decido di legarmi al destino. Tuttavia, una volta che ho agito, anche a distanza di un’ora, un giorno, io posso vedere quello che ho fatto, posso giudicarmi e giungere anche a riformarmi.

È chiaro che se noi andiamo a cercare il principio direttivo, cioè l’anima spirituale, mediante i mezzi della neuroscienza non lo troveremo mai. Non possiamo rintracciarlo analiticamente.

È quando noi agiamo, che ci giochiamo completamente noi stessi, siamo capaci di libero arbitrio, di creatività. Ed è qui che si esprime il sapore individuale di ciascun uomo, per cui noi siamo uguali dal punto di vista della neurobiologia, ma siamo diversissimi quanto a personalità. Negare ciò significa negare l’essenza specifica dell’essere umano. Per questo io combatterò fino alla fine dei miei giorni per la libertà, contro il dogmatismo ecclesiastico e contro un certo scientismo che ci riduce a delle macchine.

La sua proposta di pensare Dio come libertà e amore sembra troppo radicale ed elitaria, più per santi e «illuminati » che per la massa dei credenti, che coltivano la fede per tradizione, paura, obbedienza …

Non è la dimensione intellettuale a distinguere i credenti. Quello che conta veramente nella vita di un uomo non sono le idee che professa ma le azioni; quanto pesa il suo cuore, se può ospitare il bene, la giustizia, se è un uomo di parola, onesto. Non posso, per esempio, pensare che la fede di mia madre, una persona semplicissima, sia minore della mia.

Sulla mia proposta teologica sono gli altri a giudicare se è troppo radicale, se è intellettuale … Se fosse così elitaria non si spiegherebbe però il successo di pubblico e di attenzione che i miei libri raggiungono.  Di più, ricevo tante lettere stupende da persone di una certa età che hanno preso in mano i miei testi e hanno visto che si può benissimo credere mettendo in dubbio alcune cose della nostra religione.

Tratto da "Cooperazione"  N. 51 del 19 dicembre 2011

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