La Fede e il nostro mondo interiore - p. Carlo Maria Martini SJ


 
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"La scoperta di questo mondo interiore difficile è parte del cammino spirituale e ci conduce a ingaggiare una lotta continua e faticosissima." 

Scrive san Paolo: «Per mezzo di lui» – Gesù Cristo nostro Signore risorto dai morti – «abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato per ottenere l’obbedienza alla fede da parte di tutte le genti, a gloria del suo nome» (Rm 1,5).

L’obbedienza alla fede è dunque lo scopo dell’apostolato di Paolo, è lo scopo della morte di Gesù e dell’invio dello Spirito santo sugli apostoli per abilitarli, appunto, a ottenerla. È lo scopo della Chiesa, della missione cristiana: ottenere l’obbedienza della fede di ogni creatura ragionevole al mistero di Dio, al kerygma, all’annuncio di salvezza.

Il tema è centrale in tutto il Nuovo Testamento. Non a caso la Lettera ai Romani, nella dossologia finale, torna a ripetere: «A colui che ha il potere di confermarvi, secondo il Vangelo che io annunzio e il messaggio di Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero taciuto per secoli eterni, ma rivelato ora e annunziato mediante le scritture profetiche, per ordine dell’eterno Dio, a tutte le genti perché obbediscano alla fede, a Dio che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli dei secoli. Amen» (Rm 16,25-27).

Il concetto è espresso anche nella Lettera agli Ebrei dove si dice che il Figlio di Dio «reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,9).

Gesù è per noi salvatore mediante quell’atto fondamentale che è chiamato obbedienza della fede.

Ma anche gli antichi Padri si sono salvati attraverso l’obbedienza e l’ascolto: «Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava» (Eb 11,8). Possiamo immaginare Abramo che cammina verso la prima tappa della sua peregrinazione, ignorandone la meta. Quale tumulto di quesiti si sarà scatenato nella sua mente? Certamente non è stato facile per lui rispondere a interrogativi di questo genere: chi me lo fa fare? È giusto davvero? Perché non sono rimasto dov’ero?

L’obbedienza alla fede non si esaurisce in un atto unico, indivisibile; piuttosto, è l’inizio di una lotta contro tutte le tentazioni mondane di disobbedienza, di autosufficienza, di presunzione, pensieri propri dell’uomo carnale, psichico che, secondo le parole di Paolo, ha sempre mille ragioni da opporre alla fede.

L’obbedienza alla fede suppone la vittoria su tutto ciò che costituisce il disordine della mente: fantasmi contrari e disturbanti che si oppongono al cammino di fede, lo avversano, lo deridono, lo mettono in questione, lo vorrebbero interpretare diversamente, lo interrogano. Essi sono – come dicono gli spiriti immondi nell’episodio degli indemoniati di Gerasa (Mc 5,1-10) – una legione, una sarabanda.

Se ne accorge bene chi vuole iniziare davvero il cammino della fede. Ogni uomo è soggetto a questa moltitudine di idee moleste e trasversali che, quasi fossero parassiti, cavallette o moscerini, ronzano intorno impedendo l’applicazione a quello che è il dovere fondamentale. Coloro che non tentano una vita spirituale non se ne accorgono e vivono di impressioni, di letture, di giornali, di ascolto di suoni, di rumori, di televisione, passando dall’una all’altra di queste cose in un continuo vortice di immaginazioni, fantasie, desideri, spegnendo una visione con la visione successiva, proprio come chi guardando un programma televisivo dopo l’altro resta sempre sotto l’influsso di un’eccitazione.

Il disordine della mente è, possiamo dire, una situazione costante dell’esistenza, anche se non è avvertito. Lo si avverte quando si comincia a fare silenzio, a meditare regolarmente: allora si è assaliti da una folla di pensieri inutili, vani, disordinati, e il combatterli può diventare un vero martirio nascosto, una vera penitenza capace di supplire a tante altre penitenze esteriori. Ma è anche condizione di sanità psichica, perché chi riesce a disciplinare il mondo delle fantasie, degli affetti, dei desideri, dei timori, delle previsioni, delle fughe in avanti, delle nostalgie, ottiene una certa buona salute interiore.

Altrimenti la persona è sempre sballottata da sentimenti diversi nei quali non sa orientarsi, e cambia rapidamente umore, reagendo in maniere di cui non sa neppure rendersi conto.

La lotta contro il disordine della mente è una delle occupazioni più importanti per colui che vuole obbedire a Dio e abbandonarsi alla sua azione.

I diversi modi di disobbedienza della mente

Tra i tanti modi di disobbedienza della mente vorrei identificarne almeno alcuni. Molti sono semplicemente disturbanti e li chiamiamo distrazioni: vanno e vengono e però non militano direttamente contro l’obbedienza, pur se sono sempre capaci di diminuire la forza dello spirito.

Tuttavia, non di rado ci sono pensieri che assumono l’aspetto di vere disobbedienze alla fede, magari implicite o nascoste. Giobbe ne è un continuo esempio. Se rileggiamo il Libro da questo punto di vista, ci accorgiamo che Giobbe e i suoi amici esprimono, parlando, una sarabanda di idee parecchie delle quali tendono alla disobbedienza. Di esse abbiamo esperienza anche noi: pensieri, ad esempio, che frullano nella testa per farci ribellare alla situazione che stiamo vivendo; non accettazione di noi, del nostro fisico, della nostra famiglia, della nostra storia; non accettazione della società. Noi siamo, infatti, tenuti a combattere il male che è in essa, ma se sogniamo e fantastichiamo condizioni diverse, irreali, questo ci impedisce di amare, di servire, di contribuire a migliorare il mondo, perché continuamente ci presentano una situazione diversa da quella reale.

E ancora, non accettazione di essere peccatore, di avere sbagliato. Quante volte siamo vessati dall’autogiustificazione; soprattutto se criticati, a torto o a ragione, emerge nella nostra mente una lunga teoria di autogiustificazioni e ci rivediamo mille volte nella situazione per dire a noi stessi che gli altri non ci hanno capito e che noi abbiamo ragione.

Giobbe ci ha insegnato anche il pericolo della non accettazione, di non sapere chi siamo e se siamo giusti o meno, il pericolo del bisogno assoluto di definirci, di capirci nelle nostre radici. E c’è un modo di fare su di sé l’indagine psicologica o la psicanalisi, che sottende proprio questa bramosia: voglio possedermi fino in fondo e perciò perseguo una ricerca infinita di sogni, fantasie, tic nervosi, gesti inconsci, per riuscire a scoprire quel segreto di me così difficile da possedere.

Da questi pensieri si passa certamente a quelli di più diretta disobbedienza: la non accettazione di Dio. È, in fondo, la grande tentazione che pervade tutto il Libro di Giobbe.

Egli lo accetta, ed è il suo grande atto di fede, tuttavia la sua mente è sempre tentata di rifiutarlo, fino alla tentazione di disperazione e anche, nel senso negativo, di rassegnazione: non credo più in niente, non accetto più niente, non ho più voglia di niente.

Ecco il giro dei pensieri: si presentano in genere come innocui, occupano le prime ore del mattino, allo svegliarsi, ci assalgono nei tempi in cui non siamo molto impegnati e a un tratto invadono la nostra mente in modo che, riprendendo gli impegni, ci sentiamo tristi, fiacchi, deboli senza sapere il motivo. In realtà, non li abbiamo disciplinati attentamente, non li abbiamo fermati; così forme di esaltazione o di risentimento, di infatuazione o depressione o stizza contro noi stessi o contro altri sono entrate inconsciamente in noi che poi le abbiamo coltivate.

Potrei menzionare anche le fantasie di sensualità, i desideri, tutte quelle fantasticherie che magari surrettiziamente si insinuano in noi lasciandoci a un certo punto vuoti, poco invogliati a pregare, poco impegnati nella messa, nella recita del breviario: non comprendiamo il motivo, ma è semplicemente che ci siamo lasciati un po’ trastullare, senza accorgerci, da una serie di pensieri indisciplinati che hanno finito con lo svigorirci.

La scoperta di questo mondo interiore difficile è parte del cammino spirituale e ci conduce a ingaggiare una lotta continua e faticosissima.


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