La strada intermedia tra Dio e il nulla - Corrado Augias

 
Testi, conferenze, interviste  di :

  Alberto Maggi

- Clicca Qui

Carlo Maria Martini

- Clicca Qui

- Clicca Qui

Josè Maria Castillo

- Clicca Qui

Vito Mancuso 

- Clicca Qui

Enzo Bianchi

- Clicca Qui

Ortensio da Spinetoli

- Clicca Qui

Altri Autori e Testi completi in diversi formati

- Clicca Qui

Appunti di Rosario Franza

- Clicca Qui

Home Page

- Clicca Qui


"Lei non ha portato me a credere né io ho portato lei a dubitare dell’esistenza di un Dio. Dalla (relativa) certezza che tutto finisca con l’ultimo respiro e che nulla ci aspetti al di là di quella soglia, traggo la convinzione che una morale senza Dio sia possibile e addirittura superiore a quanto dettano le teologie."

Mi ha interessato la sua definizione di ateismo, là dove afferma: «Abbracciare l’ateismo per davvero significa un’altra cosa. Significa negare che vi sia un fondamento razionale ed eterno dell’essere e della nostra vita in esso, qualunque nome poi gli si dia». Questa concezione dell’ateismo equivale, a suo dire, al nulla, rende cioè anche la vita un nulla .

La mia opinione è diversa: ritengo che fra Dio e il nulla esista una strada intermedia, esattamente quella che ho sfiorato più volte accennando a una possibile etica laica, cioè a una morale che resta tale anche facendo a meno di Dio (...). Questa strada intermedia significa coscienza del proprio essere nel mondo, dei propri confini, dei rapporti da mantenere con il proprio paese, con gli altri esseri umani, con gli animali, con le piante, perfino con i minerali, se è vero che la sopravvivenza del pianeta, la sua salute, sono (almeno in linea di principio) affidate a ciascuno di noi.

Trovo che questa circolarità dell’essere, vicina per alcuni aspetti alle filosofie orientali, possa ammantarsi di una certa sacralità; vi si scorga cioè un barlume di quello che, organizzato a livello di istituzione, può diventare un culto. Un grande spirito come il Mahatma Gandhi, che sicuramente lei apprezza quanto me, faceva osservare che «le pagine della storia del mondo sono tutte lordate dai sanguinosi racconti delle guerre di religione. Solo con la purezza e le buone azioni dei seguaci si può difendere la religione, mai con la contrapposizione a chi professa altre fedi». Povero Gandhi, era destino che le sue parole dovessero essere smentite sul piano umano e anche sul piano politico con la sanguinosa divisione fra India e Pakistan, fra indù e musulmani.

L’intuizione, però, era giusta. La mia opinione è che sul piano umano c’è tutto da guadagnare se la sacralità della vita e il senso dell’unità del mondo si fermano prima che questo sentimento si trasformi, si cristallizzi, in una vera e propria istituzione religiosa. Il Mahatma diceva anche: «Propugno la più ampia tolleranza e lavoro a questo fine. Invito tutti a guardare a ogni religione dallo stesso punto di vista di colui che la professa con fervore». Un’equivalenza fra le religioni, ovvero nella spiritualità umana, che mi è parso di vedere trapelare nelle sue parole, ma che la sua Chiesa vigorosamente nega. Per ragioni di bottega, suppongo. Ed è un vero peccato .

Pensi quanto sarebbe fruttuoso (specie in Italia) un incontro fra veri laici e cattolici tolleranti su molti di quei temi e problemi che l’attualità ci pone brutalmente e sempre più spesso sotto gli occhi. Naturalmente, ci sarebbero argomenti dove la mediazione sarebbe difficile, forse impossibile. In compenso, su molti altri sarebbe magnifico poter lavorare insieme a una morale civile adatta ai tempi.

Lei scrive che il cristianesimo contiene un’energia speculativa ed esistenziale immensa, ancora non sfruttata. Il cristianesimo non lo so, sicuramente c’è un immenso potenziale nella figura di Gesù, come ho potuto constatare di persona e come vorrei brevemente dirle. È accaduto che all’uscita del libro Inchiesta su Gesù (il mio lungo colloquio con il professor Mauro Pesce, da lei già ricordato) ho girato l’Italia in lungo e in largo per presentarlo. Il libro ha avuto un successo di tali dimensioni da lasciare tutti stupiti, compresi gli smaliziati dirigenti della Mondadori. Dopo alcune tappe del giro io, invece, non mi sono più stupito di questo largo favore.

Ovunque andassi, vedevo molti fra il pubblico restare a bocca aperta di fronte alla novità di sentir parlare di Gesù non più nei logori termini in cui lo presenta in genere l’ortodossia, una figurina coerente, vorrei dire ben educata, tutta sistemata all’interno della sua tradizione, coperta (ma potrei dire nascosta) dal pesante mantello della teologia. Grazie al professor Pesce, io avevo conosciuto e raccontato un uomo che batteva i villaggi della Galilea e della Giudea evitando le città, dotato dei poteri di un taumaturgo, vicino agli ultimi della terra, amico dei bambini e delle donne, al tempo considerati poco più di niente. Un profeta calato nella storia del suo paese che era Eretz Israel, occupato da un esercito straniero, di pagani, crudeli fino alla ferocia con quella provincia riottosa, incapaci di comprendere l’assurdo di venerare un solo Dio. Un solo Dio? Quando mai si era sentita una tale follia? Questo pensavano i romani.

Come si fa a capire Gesù se si prescinde dalle circostanze storiche che attraversarono la sua breve vita, in quel periodo, in quella terra, con le numerose sette religiose che si combattevano e si dividevano su tutto, compreso l’atteggiamento da tenere verso gli occupanti? Questa era la novità del libro, della figura che raccontava.

Per voi credenti Gesù è anche Dio e questo basta, finisce tutto lì. Per me era stata un’esperienza profonda aver conosciuto e poter raccontare un altro Gesù: il profeta disarmato, l’uomo contraddittorio, pieno di passione, pieno di dubbi su se stesso, sui suoi poteri («E voi chi dite che io sia?», Mc 8,29), un rivoluzionario nel senso profondo del termine, un uomo battuto, deriso, ucciso su un infame patibolo romano. Questo Gesù del quale sono diventato amico, come mi era accaduto con Gandhi, Mill, Spinoza, Kant, Schubert, eccetera eccetera, è lontano dal Cristo ammantato di regalità nell’oro dei mosaici, quanto lo è dalla Chiesa che pretende di rappresentarlo. In esclusiva, per di più. Il trionfante Pantocrator, l’Unto, è a mio parere una figura che andrebbe maneggiata con molta più delicatezza e sapienza, con molta meno paura di mostrarlo quale fu, rispetto a quanto non facciano molti rappresentanti, anche sommi, della sua Chiesa. Un giorno, dibattendo con un sacerdote cattolico molto intelligente, gli dissi: «La sa una cosa? Voi avete fra le mani un prodotto di tale forza e lo vendete così male». Poiché l’intelligenza si accompagna spesso allo humour, lui si fece una risata e ribatté: «Come ha ragione!».

Lascio da parte la Trinità. Confesso di trovare l’argomento assai complicato e piuttosto noioso. Anzi, se posso essere sincero e con ogni dovuto rispetto, mi sembra proprio un residuo di teologia medievale sul quale, per altro, la sua Chiesa non mi pare che insista molto. Del resto, lei stesso scrive che bisogna «amare la verità totale, non solo quella dottrinale. Amare la verità totale più di quella dottrinale, e rendere la dottrina funzionale alla vita». Chissà quanti suoi correligionari la criticheranno per questo, senza rendersi conto che con tali parole lei parafrasa Gesù, quando cercavano di metterlo alle strette e lui rispondeva che il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato.

Alla fine di questa discussione o disputa, come lei ha suggerito di chiamarla, mi pare che ci troviamo entrambi sulle posizioni dalle quali eravamo partiti. Lei non ha convinto me, né io lei, suppongo. Intendo dire che lei non ha portato me a credere né io ho portato lei a dubitare dell’esistenza di un Dio come molti cattolici se lo raffigurano: un bel signore attempato, di nobile aspetto, con la barba bianca come Babbo Natale, un’aria autorevole, un triangolo appoggiato sulla testa, occupato a valutare azioni, parole, pensieri, omissioni di ogni essere umano, attimo per attimo. Lei, ovviamente, me ne ha dato una raffigurazione totalmente diversa. Temo, però, che almeno per il momento l’immaginario di molti continuerà a nutrirsi di quella vecchia immagine.

Questa reciproca impermeabilità è tuttavia solo l’apparenza, il livello più superficiale, la buccia delle cose. In realtà, almeno per me, c’è stato dell’altro. Le discussioni, o dispute (per venirle incontro), non si tengono tanto per convincere, bensì per ascoltare i motivi dell’altro, sondare le sue ragioni, studiare il modo in cui argomenta e sa rispondere. Da questo punto di vista devo dire che la discussione mi è piaciuta. Ho apprezzato il modo in cui ha risposto, sono rimasto stupito di trovarla talvolta, come le ho già fatto notare, alla mia sinistra (per esprimermi nel rozzo linguaggio della topografia politica). Ho amato la sua benevolenza, ho sentito circolare nelle sue risposte una capacità autentica di comprensione per le ragioni dell’altro, uno sforzo di capire. Ho sentito affiorare quel sentimento della «carità», nel senso vero e profondo del termine, che così di rado si vede nelle prese di posizione ufficiali della sua Chiesa, tutta impegnata a difendere situazioni di potere.

Lei crede che l’anima sia immortale e venga infusa in ogni essere umano al momento della nascita o addirittura nel momento iniziale in cui lo spermatozoo più veloce penetra la membrana di un ovulo e lo feconda. Crede che il nostro soggiorno su questa pallina rotante chiamata Terra sia solo un assaggio della vita, vera ed eterna, che arriverà dopo la morte. Io, invece, che non so bene che cosa voglia dire «anima», credo che con la morte tutto finirà e ognuno di noi continuerà a vivere solo per il ricordo che lascerà in chi lo ha conosciuto o, in qualche raro caso, per l’orma che avrà impresso sulla storia del mondo (e in taluni casi sarebbe stato preferibile che di orme non ne avesse lasciate affatto).

Per questa ragione ritengo che il bilancio personale bisogna tirarlo al momento in cui la vita finisce, che paradiso e inferno (della cui reale esistenza anche molti cattolici ormai dubitano) ognuno di noi contribuisce a crearli durante gli anni che gli è dato vivere. Siamo arrivati a questo grado di consapevolezza attraverso un lungo, penoso, pericoloso, cammino evolutivo che ci ha sospinto fuori dal brodo primordiale, ci ha dotato di organi atti alla sopravvivenza e poi, con immensa lentezza, di una massa cerebrale in grado di farci emettere suoni articolati e di elaborare concetti complessi.

Penso con tenerezza, lasci che lo dica, a quel mio lontanissimo progenitore, del quale conservo robusti frammenti nel mio dna (anche lei, non s’illuda), che un giorno tentò di afferrare un frutto dal ramo alto di un albero e capì che la posizione eretta era più vantaggiosa di quella a quattro zampe; che, ritto sugli arti posteriori, poteva guardare più lontano, scorgere prima i nemici, mangiare più frutti dei concorrenti nel branco, possedere femmine più desiderabili. Una volta, allo zoo, ho sentito fortissima la tentazione di abbracciare il povero corpo peloso, lubrico, inconsapevole di uno scimmione, e che lui abbracciasse me, annullando in tal gesto di goffa fraternità i milioni di anni che ci separano.

Da questa (relativa) certezza che tutto finisca con l’ultimo respiro e che nulla ci aspetti al di là di quella soglia, traggo la convinzione che una morale senza Dio sia possibile e addirittura superiore a quanto dettano le teologie. Molto spesso incontro, o mi scrivono, persone che mi vogliono convincere che la vita senza un dio è dissoluta, sprofondata nell’immoralità, confinata nella cieca materia.

Come in parte ho già detto, il legame fra Dio e moralità umana, che ha suscitato innumerevoli discussioni nel corso dei secoli, è stato a mio giudizio dimostrato come non necessario già nel Settecento (penso a Hume e a Kant, soprattutto). In quel secolo «luminoso» si è rivelata sbagliata la presunzione che una moralità senza fede in Dio sia impossibile. Al contrario, si è affermato che proprio mettendo da parte Dio si può veramente avere autentica vita morale.

Sostenendo che l’etica esiste solo in quanto derivata, imposta da Dio, le si nega ogni autonomia. La si rende «interessata», così come è interessata l’ingegnosa e celebre scommessa del pensatore Blaise Pascal: mi conviene credere in Dio poiché, se davvero esiste, ci guadagno, se non esiste non ci rimetto niente. Non sottilizzo, conosco il valore profondamente apologetico del ragionamento pascaliano, che ho malamente riassunto. Tuttavia, continuo a pensare che la moralità laica sia di qualità superiore: mi comporto bene non perché mi aspetti una ricompensa, addirittura eterna, ma perché farlo è un mio dovere verso i miei simili. D’altronde, poiché i vari dei hanno prescritto comportamenti diversi e perfino opposti, chi afferma che Dio è un presupposto dell’etica dovrebbe sempre precisare a quale Dio si sta riferendo, per evitare di far pensare a una moralità in vigore in altri tempi o in altri luoghi.

Resta che la speranza di un’eterna felicità o il terrore di un’eterna pena possono essere di grande aiuto nel sostenere le finalità civili che varie religioni hanno coltivato. Già il filosofo Crizia affermava nel V secolo a.C. che gli uomini hanno inventato gli dei per costringersi a comportamenti morali. Pochi secoli dopo, un altro grande greco, lo storico Polibio, attento studioso delle istituzioni civili e religiose romane, scriveva che dei e vita ultraterrena sono utili per tenere a freno «le violente passioni delle masse» e che è sconsiderato e pericoloso cercare di disperdere queste illusioni. Aveva ragione, il vecchio Polibio: è molto più facile tenere a freno le masse con il terrore dell’inferno che con l’educazione alla convivenza civile, l’insegnamento che, accanto ai diritti, esiste tutta una serie di doveri che vanno rispettati «in sé e per sé».

La morale cambia con il tempo e il luogo, la temperatura e l’alimentazione, le leggi e l’andamento economico. Lo ha riconosciuto anche lei. Cambiano le cognizioni scientifiche e a ogni nuova conquista si restringe lo spazio per la magia e le superstizioni. Come ho già ricordato, Giordano Bruno venne bruciato vivo per aver affermato, fra l’altro, l’esistenza di infiniti esseri in mondi infiniti, una teoria che oggi l’astronomo capo della Specola vaticana sostiene con tranquillità e con la benedizione papale. Galileo, che non aveva la tempra di Bruno, s’inginocchiò rivestito del saio del penitente per abiurare una teoria che sapeva essere vera: la terra non è ferma al centro dell’universo, anzi, si muove e gira attorno al sole insieme agli altri pianeti. Era il 1633 .

Ci sono voluti 359 anni perché Giovanni Paolo II, nel 1992, assolvesse lo scienziato (da che cosa, poi?). E altri sedici perché Benedetto XVI, nel solstizio d’inverno del 2008, citando Galileo, esprimesse la sua gratitudine «a tanti uomini e donne di scienza che ci hanno fatto capire sempre meglio che le leggi della natura sono un grande stimolo a contemplare con gratitudine le opere del Signore». E un altro po’ di mesi perché, in una gelida domenica di metà febbraio 2009, si celebrasse addirittura una messa in onore di Galileo, durante la quale è stato letto il messaggio del segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone: «Galileo è stato chiamato a ragione “divin uomo”, perché ha saputo leggere e studiare la scienza attraverso gli occhi della fede». Nemmeno un accenno al processo subito dallo scienziato, all’umiliazione inflittagli. E tuttavia, diciamo che qualche passo avanti è stato fatto.

Forse un giorno arriverà un analogo riconoscimento, formale e con meno reticenze, per la teoria di Darwin sull’evoluzione delle specie. E pochi ricorderanno, allora, che nel 2004, in Italia, una zelante ministra della Pubblica istruzione ne aveva addirittura bandito l’insegnamento dalle scuole. Il fisico Nicola Cabibbo, presidente dell’Accademia pontificia delle scienze, ha ammesso onestamente: «La teoria di Darwin è causa di qualche imbarazzo nell’insegnamento cattolico». Così liquidando sia i fanatismi del creazionismo sia quel disperato tentativo di recupero rappresentato dal cosiddetto «disegno intelligente» che, come è stato detto con efficacia, «vorrebbe far indossare al Creatore un grembiule da bravo artigiano intento a cesellare i meccanismi di una creazione sempre più perfetta».

Questo non significa negare ogni spazio a Dio, vuol solo dire che la religione cattolica così come viene insegnata, propagandata, in qualche caso imposta, è molto invecchiata e avrebbe bisogno, come lei stesso ha scritto, di una profonda revisione. Se si avesse il coraggio di affrontarla.

Prendiamo le Scritture, cui ho già accennato, per un brevissimo approfondimento. Fino a qualche decennio fa, molti fedeli credevano davvero che i fatti si fossero svolti come dice la Bibbia e come affermano i vangeli: Adamo ed Eva, il serpente, la spada di fuoco e poi la grotta di Betlemme, il bue e l’asino, i re magi, la stella cometa e così via. Oggi, la stessa Chiesa deve ammettere che i racconti biblici ed evangelici non sono la cronaca di fatti reali, piuttosto alludono, rimandano simbolicamente a un destino, sono mitologie che parlano della natura umana, la mettono a nudo come hanno sempre fatto tutte le mitologie. Troppi errori nelle Scritture, troppe incongruenze, troppi episodi che le scoperte scientifiche hanno dimostrato inverosimili, legati alle credenze diffuse presso le tribù che li hanno elaborati migliaia di anni fa. Così fragili e approssimative le conoscenze degli estensori biblici che c’è da chiedersi se sia davvero conveniente continuare a proclamarle «ispirate da Dio». Da molte di quelle pagine emerge, infatti, un Dio assai poco esperto del mondo di cui dovrebbe essere l’autore.

Nel 1954, negli anni della piena maturità, Einstein, ebreo ma non religioso, scriveva a un amico: «La parola Dio per me non è altro che l’espressione e il prodotto delle debolezze umane, la Bibbia una collezione di leggende dignitose, ma pur sempre primitive e abbastanza infantili, nessuna interpretazione, per quanto sottile, può cambiare questo fatto. Per me la religione ebraica è, come tutte le altre, l’incarnazione delle superstizioni più infantili». Così dicendo, il grande scienziato si sbarazzava di una concezione religiosa che, come sostenevo più sopra, nei secoli è stata spesso adoperata per tenere buona la gente. Ciononostante, non rinnegava una sua religiosità: «Io non credo in un Dio personale. Se qualcosa in me può essere chiamato religioso è la mia sconfinata ammirazione per la struttura del mondo che la scienza ha fin qui potuto rivelare». Il «libro della natura» diceva Galileo. «Deus sive natura» diceva, come abbiamo visto, Spinoza.

È possibile fondare un’etica su una religiosità di questo tipo?

La verità è che, come sostiene Edward O. Wilson rivolgendosi a un immaginario uomo di Chiesa nel libro La creazione (p. 14), «paradiso e inferno li creiamo noi stessi, su questo pianeta. Non c’è un altro posto per noi al di fuori della Terra … La specie umana si è adattata fisicamente e mentalmente alla vita sulla Terra e può vivere solo qui e da nessun’altra parte. L’etica è il codice di comportamento che condividiamo sulla base della ragione, della legge, dell’onore e di un innato senso del pudore, anche se qualcuno ascrive tutto ciò alla volontà di Dio. Per lei, la gloria di un’invisibile divinità; per me, la gloria di un universo alla fine svelato. Per lei, il credo in un Dio fatto uomo per salvare l’umanità; per me, il credo nel fuoco di Prometeo carpito per rendere gli uomini liberi. Lei ha trovato la sua verità finale; io la sto ancora cercando. Posso essere in errore io, come può esserlo lei. Possiamo avere entrambi, almeno in parte, ragione. Le nostre differenze nella visione del mondo ci dividono irrimediabilmente? No. Io e lei, e ogni altro essere umano, ci battiamo per le stesse istanze di sicurezza, di libertà di scelta, di dignità personale e abbiamo bisogno di una causa in cui credere, qualcosa che ci trascenda».

Lei, caro professore, la «causa in cui credere» la trova nell’alto dei cieli, io mi limito ai miei doveri di responsabile di una famiglia e di cittadino.

Proprio in chiusura confesso uno dei massimi piaceri degli ultimi tempi: leggere e commentare la Divina Commedia con mio nipote che la sta studiando. Vivo di persona la sensazione della trasmissione del sapere (quel po’ di sapere) da una generazione all’altra, immagino la sterminata catena di passaggi che si prolunga attraverso le età, scavalca i regimi politici, le guerre, i momenti di difficoltà, costruisce passo dopo passo… che cosa costruisce? Pensavo di saperlo, al momento di scriverlo, però, non lo so più. So che è bene farlo, e basta.

Jean Rostand, biologo e filosofo, figlio del celebre drammaturgo Edmond, amava affermare: «La mia mancanza di Dio non è meno misteriosa del vostro Dio». E aggiungeva che l’incredulità, proprio come la fede, ha le sue profondità. L’una e l’altra, nelle loro forme estreme, comportano rischi e vertigini e il dubbio, in fin dei conti, è un atto non meno religioso di una preghiera .


Tratto da :
"Disputa su Dio e dintorni"  - Corrado Augias - Vito Mancuso  - Mondadori 
Nota
:
Se vuoi essere informato sulle pubblicazioni di solidando.net  puoi iscriverti gratuitamente  alla newsletter del sito al seguente indirizzo : http://www.solidando.net/newsletter.htm
<



   
[ La Buona Parola ] [ Argomentando ] [ BibliotecAmica ] [ Home Page ]