La morte in un crescendo di vita senza fine ! - fra Alberto Maggi OSM




 
Testi, conferenze, interviste  di :

  Alberto Maggi

- Clicca Qui

Carlo Maria Martini

- Clicca Qui

- Clicca Qui

Josè Maria Castillo

- Clicca Qui

Vito Mancuso 

- Clicca Qui

Enzo Bianchi

- Clicca Qui

Altri Autori e Testi completi in diversi formati

- Clicca Qui

Appunti di Rosario Franza

- Clicca Qui

Home Page

- Clicca Qui

 

"Ogni scelta positiva, ogni atto d’amore, ogni atto di generosità, ogni concessione di perdono che noi compiamo nell’arco nostra esistenza libera in noi e fa crescere delle capacità, delle realtà d’amore che realizzano il progetto che Dio ha su di noi e ci danno la struttura definitiva, cioè eterna. Ogni volta che noi amiamo questo gesto d’amore rimane per sempre."

La primitiva comunità cristiana che ha accolto e fatto fiorire nella sua esistenza il messaggio di Gesù ha coniato per questo messaggio il termine “evangelo” che significa “buona notizia”. E la buona notizia è quella di un Dio-Amore, un Dio che desidera la nostra felicità, e attraverso Gesù, rivela che anche quella che è stata considerata la grande nemica dell’uomo, in realtà non esiste.

La grandezza è la novità portata da Gesù, perché lui non ci ha liberati dalla paura della morte- questo avevano cercato di farlo più o meno riuscendoci, filosofi, persone religiose – ma dalla morte stessa. Lui ci ha assicurato che sì termina la parte biologica, ma non cessa la vita della persona. Questa è la novità portata da Gesù.

L’impossibilità da parte degli evangelisti di parlare di una realtà che non è possibile sperimentare nella sua pienezza – la morte la sperimentano soltanto le persone che sono defunte e nessuno ce lo racconta – ha fatto sì che gli evangelisti avessero bisogno di usare delle immagini, tutte prese dal ciclo vitale.

E, per parlare di questo momento importante della persona, hanno sempre evitato il termine “morte”, perché quello che muore è quello che cessa per sempre. Anche la chiesa nella sua tradizione evita il termine “morire”. Sapete che il 2 novembre è la festa nella chiesa la commemorazione non dei morti, ma dei defunti. “Defungere” deriva da una voce latina che significa “coloro che hanno svolto la loro funzione”, che hanno compiuto il loro compito.

Ebbene anche gli evangelisti, per indicare questo momento importante nell’esistenza dell’individuo, adoperano immagini che sono prese dal ciclo vitale della natura e ne elenchiamo tre tra le tante che gli evangelisti utilizzano. Quella del “dormire”, quella del “seminare” e quella dello “spendere”.

Nel vangelo di Matteo si legge: “i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi addormentati si rialzarono”. Trattando di quelli che hanno dato l’adesione a Gesù gli evangelisti quindi evitano di usare il termine “morti”, ma scrivono che sono “addormentati”.

Questa è un’immagine adoperata nella chiesa primitiva per alludere alla morte. E anche Gesù, quando parla di Lazzaro, dirà “il nostro amico si è addormentato”. La morte, per coloro che hanno accolto Gesù e il suo messaggio, non è la fine di tutto, ma un momento nel quale l’individuo si riposa dalle fatiche per poi svegliarsi con nuovo vigore.

Il dormire fa parte del ciclo vitale ed è indispensabile per una buona qualità di vita. Se non si dorme si muore, ma se si dorme si vive ancora meglio. Quindi il dormire cos’è? E’ una pausa lungo l’arco della giornata che consente all’uomo di riprendere la sua attività, la sua vita, con maggior vigore e con maggior forza. Allora gli evangelisti per indicare questa realtà per indicare la fine dell’uomo adoperano il verbo “dormire”. Quindi la morte non è qualcosa che mette fine all’esistenza dell’individuo, ma una tappa importante – come il dormire, e chi soffre d’insonnia lo può sapere quanto si soffre. Quindi il dormire è un momento importante della vita, lungo l’arco della giornata che poi consente di tornare con più vigore ad una nuova attività.

E così la morte. La morte non è un momento che mette fine, ma una tappa indispensabile per permettere poi all’individuo di tornare con ancora più forze nel suo ciclo vitale. E sapete che il termine “cimitero” deriva proprio dalla parola greca che significa “dormitorio” dove questi defunti andavano a dormire come pausa nel lavoro dell’esistenza.

Per i primi cristiani quindi la morte era un addormentarsi e questo toglieva ogni paura in quel momento della morte. L’altro termine molto significativo adoperato dagli evangelisti per indicare la fine dell’uomo lo troviamo nel vangelo di Giovanni. Gesù afferma: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo. Se muore, invece, produce molto frutto”.

E’ importante quest’immagine, presa anch’essa dalla natura, che Giovanni ci riporta. La morte, secondo Gesù, non distrugge l’individuo, ma è il momento privilegiato e prezioso, che consente all’individuo di sprigionare tutte quelle forze d’amore e qualità di vita che aveva dentro di sé e che nel breve arco della sua esistenza – per quanto possa essere lunga – non era riuscito a far germogliare, a far fiorire. La terra non trattiene il seme, ma gli comunica i suoi elementi perché il seme esploda e liberi tutte quante le sue energie. E così con la morte Dio non è che assorbe l’uomo, ma lo potenzia.

Allora quest’immagine del seme è molto importante per far comprendere che la morte non è una distruzione, ma una liberazione. In ognuno di noi ci sono delle capacità, delle forze, delle energie d’amore, di generosità, di abnegazione nei confronti degli altri, enormi. Però, nell’arco della nostra esistenza, non riusciamo a farle fiorire, per arricchire la nostra vita e la vita degli altri. A volte succede - io credo che sia un’esperienza che abbiamo fatto tutti – accade in momenti di emergenza. Per esempio un congiunto che sta male, una persona cara che dobbiamo assistere, scopriamo dentro di noi delle energie, delle forze, delle capacità di donazione, di sacrificio e di resistenza, che non sapevamo di avere. C’è voluta quell’emergenza perché in noi fiorisse questa nuova qualità della vita.

C’era già, però aveva bisogno delle circostanze idonee per venire a galla. E così è la morte. Quindi la morte non è una distruzione dell’individuo, ma il momento privilegiato nel quale tutta la nostra capacità d’amore, tutta la forza del nostro amore si libera, si sprigiona, e si trasforma in una vita nuova.

Gesù prende l’immagine del seme che poi diventa una spiga. Tra la bellezza del chicco di grano e quella della spiga non c’è confronto. La bellezza, la forza, lo splendore della spiga era tutta contenuta nel piccolo chicco di grano, però c’era bisogno delle condizioni idonee, delle condizioni necessarie perché tutte queste energie venissero liberate. Allora attraverso questa immagine Gesù ci vuol far comprendere che la morte non distrugge l’individuo, non è un annientamento, ma è un completamento e una liberazione. Come dicevo, noi abbiamo dentro di noi delle capacità d’amore che al momento della morte finalmente si liberano e ci trasformano: se eravamo un chicco di grano diventiamo una spiga.

San Paolo anche lui ha compreso molto bene. Scrive nella prima Lettera ai Corinti: “Ciò che tu semini non prende vita se prima non muore. E quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco di grano o di altro genere. Dio gli darà un corpo come vuole e a ciascun seme il proprio corpo”. E poi prosegue San Paolo: “Così anche la risurrezione dei morti: si semina nella corruzione, si risorge nella incorruttibilità, si semina nello squallore, si risorge nello splendore, si semina nell’infermità, si risorge nella potenza”. E conclude: “Si semina un corpo naturale”, cioè biologico, “ e si risorge un corpo spirituale”.

E quindi sta indicando, come adesso vedremo, che la morte è una trasformazione. La risurrezione quindi non è una rianimazione di un cadavere, ma una trasformazione che consente all’individuo di manifestarsi in forme e modalità nuove. E’ quello che gli evangelisti ci presentano nell’episodio della trasfigurazione di Gesù.

Gesù ha una grande difficoltà con i suoi discepoli. Quando annunzia che andrà a morire incontra una forte resistenza da parte dei discepoli, in particolare di Pietro, perché non è possibile che il messia muoia. Allora dopo lo scontro che Gesù ha avuto con Pietro, quando Gesù adopererà nei confronti dei discepoli le parole più dure rivolte a uno dei suoi, dicendo “Vattene via satana”, gli evangelisti presentano l’episodio della trasfigurazione. E cos’è la trasfigurazione? Gesù mostra qual è la condizione dell’uomo che passa attraverso la morte. La morte non diminuisce l’individuo, ma lo potenzia. La morte non è un annientamento dell’individuo, ma la sua piena realizzazione.

Gli evangelisti collocano l’episodio della trasfigurazione nel sesto giorno, che sarebbe il sesto giorno della creazione e mostrano in Gesù la realizzazione definitiva della creazione dell’uomo. E per indicare questo gli evangelisti adoperano l’espressione “e fu trasformato davanti a loro e splendette il suo volto come il sole e le sue vesti divennero bianche come la luce”. “Splendere come il sole” era un’espressione che indicava la pienezza della condizione divina, ma soprattutto gli evangelisti adoperano la parola “trasformazione” o “trasfigurazione”. Quindi la morte non è un annientamento della persona, ma una trasformazione.

La nostra vita è tutta un susseguirsi di trasformazioni di morti. Se io prendo una foto di quando avevo due anni mi riconosco. Già a due anni mi riconosco per quello che sono. Ma in quel bambino che vedo nella foto non c’è nulla di quello che io sono. C’è stato nel corso della vita tutto un cambiamento, una trasformazione, i capelli non sono più gli stessi, la pelle non è più la stessa, eppure sono uguale. Avverrà ad un certo momento della nostra esistenza, questa trasformazione finale.

Quindi la morte viene vista dagli evangelisti come una trasformazione che non comincia col momento della morte, ma deve iniziare nell’esistenza terrena. San Paolo sempre lui scrive che “Veniamo trasformati in quella medesima immagine di gloria in gloria secondo l’azione dello Spirito del Signore”.

Quindi nella vita dell’individuo c’è una trasformazione in cui emergono due aspetti che sono importanti per comprendere il messaggio di Gesù: il conflitto (possiamo chiamarlo) tra la parte biologica e la parte che costituisce la nostra vera natura; San Paolo ha un’immagine molto brutale per indicare questo conflitto.

“Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo”, pensate che verbo brutto che ha usato Paolo, “il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno”.

Questa è un’esperienza che si comprende arrivando a una certa età. Quando si comincia ad arrivare agli “anta” si vede che c’è un conflitto nella nostra esistenza. Un conto è quello che appariamo agli altri, il nostro corpo esteriore, un conto è la comprensione, la coscienza che noi abbiamo di noi stessi. Si crea un conflitto. Il nostro corpo, per quante ginnastiche, trucchi, lifting possiamo fare, si fa disfacendo verso la fine totale. Ma nel momento in cui questo corpo esteriore si fa disfacendo, ripeto Paolo è davvero brutale, quello interiore che dura per sempre ringiovanisce di giorno in giorno.

Se ci facciamo caso nel linguaggio questo si sente spesso. Noi non ci rendiamo conto del tempo che passa, anzi, più il tempo passa e più ci sentiamo giovani. Oggi stavo lì in terrazza e sentivo un gruppo di ottuagenarie credo ed ad un certo punto una chiama le altre e dice: “Ragazze, andiamo!” Questo perché dentro di noi rimaniamo giovani, addirittura ringiovaniamo. Qualche volta per comprendere tutto questo abbiamo fatto l’esempio della foto. Arriva un certo punto della nostra vita in cui, guardando le foto che ci fanno, ci guardiamo e cominciamo a dire “qui non sono venuto bene, qui sto male, questa non mi piace”.  Non è che non siamo venuti bene, non siamo bene. Non è che siamo venuti male, siamo male. E’ che la percezione che noi abbiamo di noi stessi non corrisponde a quella che riflettiamo all’esterno. Paolo è addirittura brutale “il nostro corpo esteriore si va disfacendo di giorno in giorno”.  

E allora qui gli evangelisti ci aiutano con il loro linguaggio. Per comprendere tutto questo gli evangelisti nel Nuovo Testamento distinguono due termini per indicare la vita, uno è bios, da cui il termine biologia, e l’altro è il termine greco, che può essere un nome di donna anche se ora purtroppo è in disuso, perché significa “la vita indistruttibile”, ed è zoe.

Fra l’altro io ricordo da piccolo c’erano dei fumetti di Arturo e Zoe, ma oggi questo nome non si usa più. I genitori a volte mi consultano sul nome da mettere ai loro bambini. Ci sono due nomi che non riesco assolutamente a convincere a mettere, il primo è Zoe, che indica la pienezza di vita, e l’altro nome che andrebbe riconquistato è Lucifero.

Nei primi quattro secoli del cristianesimo Lucifero, che significa “portatore di luce”, era un nome molto usato. Poi dopo con la leggenda dell’angelo ambizioso, ecc, questo nome è caduto in disuso.

Allora per indicare la vita gli evangelisti usano due termini. Bios, che è la vita che per crescere ha bisogno di ricevere nutrimento; la parte fisica per svilupparsi ha bisogno di essere nutrita. Ma c’è l’altra che dura per sempre e che per crescere deve nutrire. Nella vita dell’individuo ci vuole questo equilibrio: bisogna essere nutriti ma bisogna poi diventare nutrimento per gli altri.

Chi riceve soltanto nutrimento e non si trasforma in nutrimento per gli altri sviluppa soltanto la parte biologica, ma atrofizza l’altra vita, la zoe, e questo fa sì che con la morte seconda, quando arriva la morte biologica, la morte della ciccia è la fine totale perché la zoe non è stata sviluppata.

Quindi la bios crea un essere vivente, ma è la zoe che rende l’essere vitale. Noi non dobbiamo essere solo viventi, ma essere vitali, dobbiamo vivificare le persone. Quindi la distinzione: noi abbiamo una parte biologica che per crescere deve essere nutrita, ma poi abbiamo quell’altra parte della vita – quella che dura per sempre – che per crescere deve nutrire. E Gesù ha realizzato tutto questo attraverso l’eucaristia. Gesù si fa pane perché quanti lo accolgono siano capaci non solo di mangiare questo pane, di assimilarlo, ma a loro volta di farsi pane per gli altri. Nell’eucaristia vi è armonia tra questi due aspetti della vita: veniamo nutriti per essere nutrimento degli altri. Quindi è importante comprendere questa distinzione.

Arriva un certo momento nella vita di un individuo in cui c’è come una separazione tra questi due aspetti. Arriva un certo momento in cui, mentre la parte biologica, che ha avuto un inizio, una sua crescita e un suo massimo sviluppo, inizia lentamente, ma inesorabilmente, la decadenza verso il disfacimento totale – per quanto noi cerchiamo in tutte le maniere di arrestarlo – l’altro aspetto, quello che dura per sempre, continua a crescere a dismisura senza essere intaccata.

Quindi c’è una parte biologica della nostra vita che comincia inesorabilmente a morire. Sapete che ogni giorno ci muoiono milioni di cellule. Arriva un certo punto in cui queste cellule non si rinnovano, ma muoiono e non lasciano spazio ad altre cellule. Questo è l’invecchiamento. Ebbene, ci sarà un momento in cui tutte le cellule che compongono la nostra esistenza cessano il loro ciclo vitale, ma chi ha quell’altra qualità di vita, la zoe – e lo vedremo domani nel vangelo di Giovanni – non ne farà l’esperienza. Questa è l’assicurazione di Gesù.

Ogni scelta positiva, ogni atto d’amore, ogni atto di generosità, ogni concessione di perdono che noi compiamo nell’arco nostra esistenza libera in noi e fa crescere delle capacità, delle realtà d’amore che realizzano il progetto che Dio ha su di noi e ci danno la struttura definitiva, cioè eterna. Ogni volta che noi amiamo questo gesto d’amore rimane per sempre.

C’è il rischio che le scelte negative – cioè la persona che pensa solo per sé, colui che non pensa ad essere nutrimento per gli altri perché nutre solo se stesso, la persona che non può vedere i bisogni degli altri perché è tutta presa dai propri bisogni, la persona che non si accorge delle necessità di chi gli sta accanto perché è presa soltanto dalle proprie necessità – rovinano e possono distruggere quell’immagine che uno era chiamato a realizzare.

E c’è il rischio che quando sopraggiunge la morte biologica trovi una persona completamente svuotata di energia vitale. Questo è ciò che nell’Apocalisse viene chiamato la morte seconda. Quindi c’è una morte biologica alla quale tutti quanti andiamo incontro, ma questa non intacca minimamente la pienezza di vita di quelli che hanno questa qualità di un’esistenza che è capace di superare la morte.

C’è il rischio che quando arriva la morte biologica non trovi niente. E non trova niente perché la persona che ha vissuto sempre e solo pensando a se stessa, ai propri bisogni e alle proprie necessità, ha sviluppato la parte biologica, ma non ha fatto crescere l’altra parte, quella che doveva durare per sempre.

E quindi c’è questa possibilità nella nostra esistenza. Sia chiaro, questo non è un discorso religioso. E’ un discorso che riguarda l’umanità delle persone. Quando Gesù deve spiegare queste cose nei vangeli dice che quello che realizza la nostra esistenza non sarà l’atteggiamento che abbiamo avuto nei confronti del Signore, perché molti il Signore non lo conoscono, molti lo hanno rifiutato o è stato loro presentato in una maniera negativa, ma atteggiamenti che avremo avuto nei confronti dell’uomo.

Il Signore per realizzarci non ci chiede se abbiamo creduto in lui, ma se abbiamo amato gli altri, non ci chiede quante volte siamo saliti al tempio offrendo sacrifici, ma quante volte abbiamo aperto casa nostra condividendo il nostro pane con chi ne aveva bisogno. E’ nella piena umanizzazione dell’individuo che si realizza la pienezza di vita che è capace di superare la morte.

Le persone che si spiritualizzano, cioè che hanno un rapporto esclusivo con il Signore e questo rapporto con il Signore non si manifesta poi in atteggiamenti di umanità, di attenzione, di solidarietà nei confronti degli altri, ecco sono persone che, nonostante la loro religiosità, la loro vita di pietà apparente, non hanno in sé questa qualità di vita che consente loro di superare la morte.

E’ un dato di fatto e me lo confermavano nel periodo in cui stavo in ospedale gli infermieri e i medici, vedendo il mio atteggiamento, mi dicevano: “E’ strano perché le persone più terrorizzate dall’idea della morte, nella nostra esperienza, sono proprio preti, frati e suore”.

E’ strano questo. E perché accade? Appunto perché hanno sviluppato un rapporto con il Signore che non ha coinciso con l’umanizzazione nei confronti degli altri, quindi sentono di avere in sé una linea a senso unico.

Nell’ultima beatitudine, l’autore diceva: “Beati fin d’ora i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono”.

A questo punto questa vita che continua dove viene continuata?

Ecco la prima cosa da escludere è il cimitero. Nel cimitero vanno i resti mortali, ma non l’individuo. Nel periodo in cui sono stato degente in ospedale ho fatto non solo testamento, ma ho dato a Ricardo tutte le indicazioni precise del mio funerale, perché non vorrei che dopo qualcuno si intrufolasse, dicesse cose che non mi farebbero piacere, o organizzasse delle messe-in-scena contrarie al mio essere. Ebbene la prima indicazione era che, al termine dell’eucaristia, il feretro usciva dalla chiesa, lo prendevano le pompe funebri, lo accompagnavano al cimitero, ma nessuno doveva seguirlo.

Tutti i partecipanti all’eucaristia dovevano poi trasferirsi nel refettorio e nei giardini per poi festeggiare con me, che sarò lì vivo, la pienezza della vita. Al cimitero non c’è nulla, ci sono i resti mortali della persona, ma non l’individuo.

Allora noi, anche se è doloroso, anche se va contro una consuetudine e un atteggiamento che sembra pio, dobbiamo porci di fronte a una scelta che è indispensabile per continuare ad avere un rapporto di piena comunione coi nostri cari che non ci hanno lasciato, ma sono entrati nella dimensione della vita, con una presenza ancora più vicina.

Quando Gesù nel vangelo dice ai suoi: “E’ bene per voi che io me ne vada”, come fa Gesù a dire una cosa del genere? Come può dire che è bene per loro che lui se ne vada? Sì, perché soltanto passando attraverso la morte Gesù potrà potenziare la sua attività a favore dei suoi, perché non sarà più condizionato dallo spazio, dal tempo, dai limiti del fisico, ma nella pienezza della vita e dell’amore potrà essere con i suoi e collaborare con loro nell’azione vitale.

E così i nostri cari. Quando i nostri cari, attraverso il trapasso, entrano in questa dimensione nuova della vita, questa non li separa da noi, ma li avvicina ancora di più. La loro non è un’assenza, ma una presenza ancora più intensa. E perché non riusciamo a percepire questa presenza? Come mai?

Allora la prima scelta da fare, anche se dolorosa, dobbiamo scegliere se piangerli come morti o sperimentarli come viventi. Il vangelo su questo ci dà delle indicazioni molto chiare. Quando le donne nel vangelo si recano al sepolcro di Gesù si trovano la strada sbarrata da due uomini, due angeli, che fanno una domanda molto chiara: “Perché andate in cerca tra i morti di colui che è vivo?”

Allora noi siamo di fronte a una scelta che è dolorosa e io rispetto la sensibilità di tutti, sapendo di toccare argomenti che possono urtare. Dobbiamo fare una scelta. Il nostro caro che è defunto vogliamo piangerlo come morto? Allora andiamo al cimitero. Vogliamo sperimentarlo come vivo? Allora niente cimitero, ma una qualità di vita da realizzare per entrare in comunione e recepire i segni continui della loro presenza, che loro continuano a darci, come per dire: “Guarda sono qui non me ne sono andato da nessuna parte”.

So che non è facile perché siamo stati abituati a un culto cimiteriale. Chi ha conosciuto mia madre e il legame forte che avevo con lei, specie dopo la morte di mio padre, sa quanto ho amato questa donna. Io non so dov’è sepolta; non andrò mai al cimitero, mai!

Non mi interessa andare al cimitero, a fare che? Mia madre non è sotto qualche metro di terra. Mia madre è presente continuamente nella mia vita, incessantemente, e l’amore che mi voleva ora non è diminuito, ma è potenziato perché continua ad amarmi, ma arricchita dall’amore di Dio.

Questo lo capii quando anni fa morì mio padre. Spesso parlo di queste tematiche dolorose, della morte, e mi dico sempre “Io credo profondamente in queste cose e non dico nulla se non quello che credo e che sperimento”.

E mi chiedevo sempre: “Quando sarò toccato nella carne, cioè morirà qualcuno dei miei, queste cose saranno ancora vere o no?” Perché fintanto che uno non le sperimenta nel profondo può dire qualunque cosa.

Ebbene quando morì mio padre, tutto quello che credevo sulla morte mi venne confermato, salvo una cosa. Io credevo, perché così si diceva, che quando ci muore una persona cara muore qualcosa dentro di noi.

Io al contrario, non solo quando è morto mio padre non ho sentito morire qualcosa dentro di me, ma ho sentito dentro di me un’esplosione di vita incontenibile che si è trasformata in gioia. E se dico questo è perché molti hanno sperimentato la stessa cosa, ma hanno paura di manifestarlo per non sembrare persone insensibili o poco amanti della persona che hanno perso.

Io di fronte alla morte di mio padre naturalmente piangevo, ma mi sentivo sopraffatto da un crescendo di gioia incontenibile che mi imbarazzò. Ma poi cercai di riflettere: perché questa gioia?

Ma è chiaro. Mio padre era innamorato di me, mi voleva molto bene. Adesso che era nella pienezza dell’amore di Dio, quest’amore mi veniva riversato con una potenza che fino ad allora era sconosciuta. La stessa esperienza l’abbiamo fatta in Spagna quando morì la madre di Ricardo, andando a celebrare il funerale.

In sacrestia, prima del funerale, sentimmo entrambi – anch’io volevo molto bene alla mamma di Ricardo – un’allegria crescente, traboccante da farsi incontenibile, tanto è vero che dissi a Ricardo: “Aspetta non usciamo sennò i tuoi fratelli pensano che abbiamo bevuto troppo vino”. Eppure questa è l’esperienza della morte.

Dobbiamo fare una scelta. So che è doloroso, so che molti hanno il culto del cimitero, il culto dei fiori. I fiori portiamoli ai vivi! Sono loro che hanno bisogno dei nostri fiori, non i morti. I fiori ai morti fanno bene ai fiorai, ma non certo ai nostri defunti che non sanno che farsene. I fiori portiamoli ai vivi!

E questa è la mia esperienza. Il rimorso per quello che non si è fatto in vita si trasforma in culto cimiteriale; si cerca di restituire alla persona quello che non gli si è dato. So di urtare magari delle sensibilità, so che le persone che addirittura vanno settimanalmente o quotidianamente al cimitero non si sentono bene, ma dobbiamo fare una scelta.

Vuoi piangerlo come morto? Continua ad andare al cimitero. Ma se lo vuoi sperimentare come vivo devi cambiare atteggiamento. Questo è proprio il vangelo che ci dice con l’annuncio degli angeli: “Perché cercate tra i morti colui che è il vivente?”

Allora i nostri cari non sono al cimitero, ma dove sono?

Sono nella dimensione divina. Sono con Dio. Ma qui entra il problema dei nostri catechismi. Io credo che fin da piccoli ci hanno insegnato: “Dov’è Dio?” “In cielo, in terra, in ogni luogo”, cioè, tradotto, da nessuna parte. Se è in cielo, in terra e in ogni luogo, perché non ci accorgiamo della sua presenza?

Questo modo di dire “in cielo, in terra, in ogni luogo” rischia di far comprendere che Dio in effetti non è da nessuna parte. Allora per instaurare questo rapporto e continuare il rapporto con i nostri cari è fondamentale stabilire il rapporto con Dio, accorgerci della presenza di Dio nella nostra esistenza e vedere questo Dio in ogni circostanza della nostra vita. E’ possibile questo? E’ possibile. [...]

A che serve credere che Dio è Padre se poi non lo si sperimenta nella propria esistenza? E questo è importante non soltanto per la relazione con Dio, ma per la relazione con i nostri cari che sono nella sfera divina.

Allora alcune indicazioni ce le dà la sacra scrittura, il vangelo, per poter sperimentare Dio nella nostra esistenza. Dio è sempre presente nella vita degli uomini, nella sua creazione e incessantemente comunica energie vitali che attendono di essere accolte dagli uomini per essere manifestate ed emergere. Ma perché questo si realizzi bisogna che sgombriamo la nostra mente da tutte le false immagini che abbiamo di Dio.  

Dio si manifesta nell’amore e non nella potenza. Quando l’uomo entra in questa dimensione si accorge subito della presenza continua, crescente, quotidiana di Dio nella propria vita, un Dio che si prende cura anche degli aspetti insignificanti. Per questo dona tanta serenità.

Già nell’Antico Testamento c’è l’esperienza sconcertante di Giobbe che, dopo aver fatto l’esperienza di Dio, afferma: “Certo il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo.” Il Signore era presente, ma lui non lo sapeva.

E questo può essere anche il nostro rischio. Dio è presente nella nostra vita e noi non ce ne accorgiamo, e se non ci accorgiamo della presenza di Dio non possiamo neanche accorgerci della presenza dei nostri cari che in Dio continuano la loro esistenza collaborando con lui alla sua azione creatrice.

Un altro aspetto da evitare è quello di pensare la morte dei nostri casi come la partenza verso un luogo sconosciuto. E’ invalsa un’abitudine specie in caso di morte di persone religiose, di usare questa formula che sembra tanto pia e invece pia non è per niente, “E’ tornato alla casa del Padre”. Qui ad Assisi girando mi sono divertito a leggere gli annunci funebri, e tanti portano questo annunzio, “E’ tornato alla casa del Padre”.

Questo significa che con la morte i nostri cari ci abbandonano. La loro è un’assenza. Se è tornato alla casa del Padre significa che non sta più a casa nostra. Ma tutta la nostra fede, il nostro linguaggio, la nostra predicazione, devono rifarsi ai vangeli.

Allora controlliamo queste affermazioni che possono sembrare pie e invece sono vane in relazione all’insegnamento di Gesù. Gesù dice tutto il contrario. Gesù, nel vangelo di Giovanni, afferma: “Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui”.

Questa di Gesù non è una promessa per l’aldilà, ma la risposta del Padre a un comportamento tenuto nella propria esistenza. Quanti di noi – fosse oggi in questo momento – decidono di orientare la propria vita per il bene degli altri e a servizio degli altri – diventano la dimora di Dio.

Dio sceglie di abitare nell’intimo delle persone. Allora questo è importante per comprendere il fatto della morte. Dio dimora e l’uomo è la casa di Dio, per questo con la morte non si torna alla casa del Padre perché l’uomo era la casa del Padre. Con la morte non si va in cielo, perché è il cielo che è venuto nell’uomo. E’ importante comprendere questo e perché siamo eterni.

Quindi con la morte non c’è una partenza verso questo luogo che si chiama casa del Padre, ma c’è una presenza che si intensifica perché io sono la casa di Dio, io sono la casa del Padre, e per questo la mia vita è eterna ed è indistruttibile.

Quindi dai vangeli si esclude assolutamente un’assenza dei nostri cari, una partenza. La morte – lo ripeto perché sono concetti che devono entrarci nella testa – non allontana i nostri cari da noi, ma li avvicina; la loro non è un’assenza ma una presenza più intensa.



Tratto:
Dal "XX INCONTRO BIBLICO" di Assisi .   

Nota:
Se vuoi essere informato sulle pubblicazioni di solidando.net  puoi iscriverti gratuitamente  alla newsletter del sito al seguente indirizzo :  http://www.solidando.net/newsletter.htm
<



   
[ la Solidarietà ][ il Sociale ][ la Fede][ Forum ][ Contatti ][ Newsletter ][ Il blog Solidando ]