Che fanno i nostri cari dopo la morte ? - Risponde p. Alberto Maggi OSM





 
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C’è un avvenimento che prima o poi ci troviamo a dover affrontare: la morte di una persona cara. E un momento che solo chi l'ha vissuto può capire a fondo: lo strazio, il dolore, la disperazione, l'incredulità … vorremmo “partire” pure noi con la persona che abbiamo perduto.

 

Alla vista di questo nostro dolore, le persone che ci circondano tentano in qualche maniera di arginare, con l'affetto e con le parole, la nostra disperazione, ... Ci dicono che “Dio l'ha preso … l'ha tolto … l'ha chiamato …”. Parole che, anziché darci consolazione, fanno nascere in noi un sordo rancore verso questo Dio che “toglie”, che “prende”, che “chiama”… e solo aggrappandoci alla fede resistiamo all’idea che questo Dio, anziché un padre amoroso, sia un despota, un tiranno che si diverte a torturare e a far piangere.

 

Le espressioni che si usano – o che usiamo – per consolare, sono vaste quanto le differenti situazioni. Per esempio, se si tratta di una persona ancora in giovane età, si dice che: “Dio coglie i fiori più belli del suo giardino”… questo Dio egoista che strappa i fiori più belli … per farli poi appassire!

 

Chi ama le piante – chi le ama veramente – gode nel lasciarle dove sono, nel loro ambiente naturale, in mezzo ad altri fiori … e non le coglie per farle seccare tra le pagine di un libro. Possibile che questo Dio abbia così poca sensibilità da non comprendere queste cose tanto elementari? … Oppure nel caso di una persona conosciuta per la sua bontà, si dice che “i più buoni Dio li vuole con sé …”. I più buoni … che sia forse questo il segreto motivo per il quale non ci decidiamo mai a diventare buoni veramente? Che ci sia la nascosta paura che poi, se siamo buoni davvero, Dio ci prende con sé ?…

 

Quindi noi che rimaniamo “quaggiù” restiamo tutti un pò cattivelli … la cattiveria come una specie di assicurazione contro le scelte del padreterno? …

 

Forse è solo questione di linguaggio, un non saper esprimere quello che proviamo, e pertanto usiamo frasi già confezionate e sperimentate … Forse sarebbe meglio tacere, piuttosto che infierire con certe espressioni su una persona già sofferente e che non chiede parole, ma solidarietà.

 

In tanti casi è meglio un abbraccio dove le lacrime si mescolano con quelle della persona in lutto, che tante parole. Cerchiamo comunque di chiarire il linguaggio che usiamo e il suo contenuto.

 

 Dio non prende, non toglie … ma accoglie, non permette la vittoria della morte, ma la distrugge annullandone gli effetti.

 

Quando ci muore una persona cara non diamo la “colpa” a Dio! Dio non “toglie” da questa vita le persone, ma le “accoglie” con tutta la tenerezza del suo amore. Lui non permette che la morte gridi la sua vittoria, e la distrugge comunicando alla persona la sua stessa vita, una vita che niente può distruggere, neanche la morte.

 

Altro problema – anche questo in parte legato al linguaggio - : “Dove sono?”, che fanno i nostri cari che non sono più qui con noi visibilmente? La questione viene liquidata con un frettoloso: “Riposano in pace”… Non è questo riposo eterno un qualcosa contrario al dinamismo vitale che l'uomo porta in sé?

 

Il “riposo eterno” non sarà forse simile a una specie di … ergastolo eterno? Riposare tutta l'eternità !…

 

No, decisamente non è una prospettiva allettante. … Gesù non ci ha prospettato né un “riposo eterno”, né una “contemplazione eterna”, ma semplicemente ci ha detto che la nostra vita prosegue … che non fa l'esperienza della morte e che continua. La vita. Con tutto quello che contiene di bello, di curiosità, di crescita, di interessi, di gusti … la vita continua verso il raggiungimento della sua pienezza.

 

Cerchiamo di chiarire questi concetti esaminando ciò che insegna la Sacra Scrittura.

 

Gli ebrei del tempo della Bibbia, credevano “nell’al di là”? In ebraico non esiste neppure questa espressione. La morte per gli ebrei era la fine di tutto: non esiste al di là …

 

Quando l'influsso della filosofia greca iniziò a farsi sentire pure in Israele, e cominciarono a divulgarsi le dottrine sull’immortalità dell’anima, verso il 200 a.C. un “predicatore” (è questo il significato del termine ebraico Qoèlet che dà il titolo al suo libro), scrisse per contestare vivacemente queste idee.  

 

Non esistendo quindi un “al di là”, la retribuzione per il bene e il male compiuto avveniva su questa terra. Il bene era compensato con una lunga vita, abbondanza di figli, prosperità. Il male veniva punito con vita breve, sterilità e miseria, e la colpa dei padri veniva punita nei figli fino alla quarta generazione …

 

La soluzione sembrano trovarla i farisei … che elaborano la dottrina della risurrezione dei giusti, … dopo la morte e riservata solo ad Israele. Poi affermeranno che risorgeranno anche i pagani, ma per essere presentati al tribunale del giudizio: chi avrà osservato la legge di Dio verrà ammesso nel “giardino dell’Eden” (il paradiso) mentre i malvagi verranno gettati nella “Geenna”….. Questa valle venne trasformata in un immondezzaio con braciere sempre acceso; divenne poi simbolo di punizione per i malvagi dopo la morte, come si legge nel Talmud ( Sanh. 29b. Tos. Sanh. 13, 4 – 5) .

 

Gesù prenderà questo luogo come metafora per indicare la distruzione totale della persona che non accoglie il dono di una vita più forte della morte. Al rifiuto della vita per sempre corrisponde la morte per sempre. Gesù prenderà pure lidea farisaica della risurrezione (ma cambiandone sostanzialmente il contenuto) per parlare agli ebrei, che potevano capire questa categoria teologica ( cfr. Mc 8, 31; 9, 31; 10, 34). Ai pagani, Gesù non parlerà mai di risurrezione, ma di una vita capace di superare la morte fisica: “… chi spende la propria vita per causa mia e del vangelo la conserverà …” (Mc 8, 35).

 

La vita eterna che Gesù offre si chiama così non per la sua durata infinita, ma per la qualità: la sua durata senza fine è conseguenza della qualità, e Gesù ne parla al presente.

 

Non parla mai di una “vita” del futuro, come di un “premio” da conseguire dopo la morte, se ci siamo comportati bene nella vita, ma di una qualità di vita che è a disposizione subito per quanti accettano lui e il suo messaggio e con lui e come lui collaborano alla trasformazione di questo mondo.  Gesù lo dice: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna” (Gv 6, 54).  Una vita di una qualità tale che quando si incontrerà con la morte la scavalcherà: “Se uno osserva la mia parola non morirà mai” (Gv 8, 51).

 

È quindi la persona intera che continua a vivere, non un “qualcosa” di questa. La permanenza della vita attraverso la morte è quel che si chiama risurrezione.

 

Chiarificatore del pensiero di Gesù è il dialogo con Marta, sorella di Lazzaro, lamico di Gesù (cfr. Gv 11, 1 ss): - “Signore – lo rimprovera Marta – se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”

“Tuo fratello risusciterà”, la rassicura Gesù.

“So che risusciterà (bella novità!)” ribatte seccamente Marta … “nell’ultimo giorno …(bella consolazione!)”.

 

Io sono la risurrezione e la vita” – risponde Gesù – Io sono la risurrezione perché sono la vita e la posso comunicare. Chi crede in me, anche se muore, vivrà (chi vede il morto deve credere – anche se si trova di fronte a un cadavere – che la persona continua a vivere). Chiunque vive e crede in me non morirà mai (la persona non fa l'esperienza della morte)”.

 

Il concetto di Marta sulla risurrezione è quello tradizionale: “so”. Per lei “l'ultimo giorno” si situa alla fine del mondo.

 

Gesù invece lo situa nella sua Storia: l'ultimo giorno per Gesù è il giorno della sua morte quando consegna lo spirito fonte di vita indistruttibile (Gv 19, 30; cfr. 7, 37-39; 6,39).

 

Pertanto, dove sono, come sono, che fanno i nostri cari?  Sono nella sfera divina. Presenti dove Dio è presente, continuano, in una dimensione differente dalla nostra, la loro vita. Se noi non li spediamo in qualche angolo remoto del cielo, e, soprattutto abbattiamo il muro di dolore che la loro perdita ha innalzato tra noi e loro, seguitano ad amarci e a esserci vicino col loro amore.

 

 

Liberamente tratto da “Roba da preti di Alberto Maggi


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