Il mio Credo - Vito Mancuso


 
Testi, conferenze, interviste  di :

  Alberto Maggi

- Clicca Qui

Carlo Maria Martini

- Clicca Qui

- Clicca Qui

Josè Maria Castillo

- Clicca Qui

Vito Mancuso 

- Clicca Qui

Enzo Bianchi

- Clicca Qui

Ortensio da Spinetoli

- Clicca Qui

Altri Autori e Testi completi in diversi formati

- Clicca Qui

Appunti di Rosario Franza

- Clicca Qui

Home Page

- Clicca Qui


"Sono un seguace di Gesù, che chiamava «padre» il fondamento del mondo e considerava l’amore al di sopra di ogni altro valore. Con l’annuncio «Dio è amore», la religione di Gesù sostiene che la dimensione ontologica più alta, e di conseguenza il valore più prezioso per cui vivere, è il bene. È in questa prospettiva che io penso e scrivo, scegliendo di «essere anatema», perché lo so benissimo che alcune delle mie idee sono difformi rispetto a certe dottrine stabilite. Ma la posta in gioco è troppo alta per esitare "

Visto che i miei interventi la inducono a porsi la questione della mia identità («ma lei chi è?»), sento il dovere di fornire un’ulteriore chiarificazione del mio impegno intellettuale, anche perché è probabile che qualche lettore abbia la sua stessa perplessità. Spero di risultare chiaro e di non annoiarla.

Lei si chiede chi sono. Io sono un uomo affascinato dalla realtà del bene, il quale ritiene che non vi sia nulla di più nobile e di più alto del bene, e che ha consacrato la sua vita a pensare e a cercare di fondare questa realtà. A parte gli studi e le pubblicazioni iniziali sul pensiero degli altri teologi e filosofi, il mio impegno intellettuale ha assunto autonomia riflettendo sull’handicap e sul dolore da esso generato. E ho imparato una cosa, posso dire di averla toccata con mano: la capacità di generare il bene che esiste nell’essere umano.

A contatto con famiglie e istituti che si occupano giorno e notte delle persone segnate irrimediabilmente dalla deformazione, ho assistito, non senza attimi di turbamento e di commozione, a quel fenomeno di gratuità, di disinteresse personale, di lavoro intelligente, continuo e spesso durissimo, che è il bene. Parlo del bene concreto, quello fatto di corpi da lavare e da nutrire, non di una pia aspirazione del sentimento. Il bene come lavoro. Io non conosco nulla di più sublime del bene come lavoro, il quale naturalmente non si esprime solo nella cura dei malati, ma anche nella ricerca scientifica (d’accordo con lei nel bruciare il nostro granello di incenso anche sull’altare della conoscenza), nella ricerca della giustizia nelle aule dei tribunali e, prima ancora, nella caccia ai delinquenti, e nei mille lavori che ognuno può fare, a partire da quelli più semplici, come vendere dolci dietro il banco di una pasticceria.

Noi esseri umani per molti aspetti siamo un fenomeno biologico come ogni altro fenomeno biologico. C’è chi pensa che non siamo altro che questo, e che ciò che facciamo sia sempre e solo in funzione della struttura biologica (nutrimento + riproduzione) o sociale (la logica del branco). Invece io sono convinto che, qualche volta, noi superiamo la legge della biologia che ci abita, e in alcune rare occasioni giungiamo a operare persino a suo scapito . Perché lo facciamo? Perché siamo attratti da una realtà più alta della vita biologica, una realtà che non abbiamo mai visto, ma per la quale qualcuno la vita biologica giunge persino a rischiarla. Gli uomini, nelle diverse epoche della storia e nei diversi luoghi della geografia, hanno cercato di connotare questo fenomeno di indipendenza rispetto alla struttura biologica mediante il termine «spirito», il concetto più alto sotto il quale si pensa il divino.

Lei si chiede chi sono io. Io sono un seguace di Gesù, che chiamava «padre» il fondamento del mondo e considerava l’amore al di sopra di ogni altro valore. Con l’annuncio «Dio è amore», la religione di Gesù sostiene che la dimensione ontologica più alta, e di conseguenza il valore più prezioso per cui vivere, è il bene.

Oggi gli uomini hanno non poche difficoltà ad accettare questa visione delle cose; anzi, sentono istintivamente che il male è più forte, e per questo sono spesso affascinati dal delitto, dall’orrore, dall’abisso della perversità. Basta entrare in una libreria, accendere la tv, andare al cinema o sfogliare un settimanale, per vedere la forza di attrazione del male sulla psiche contemporanea. Gli uomini sono diventati cattivi? No, gli uomini sono attratti dalla forza, ora come sempre, e ai loro occhi il male appare oggi molto più forte del bene, e ciò avviene anche a causa del fatto che la teologia del cristianesimo tradizionale non sa più parlare in modo convincente dell’ipostasi del bene che è Dio. La debolezza concettuale del bene fa apparire il male più forte, e quindi più affascinante. Le conseguenze le tocchiamo con mano ogni giorno.

Presa coscienza di questo stato di cose, io intendo contrastarlo. Intendo tornare a dare credibilità speculativa al centro concettuale del cristianesimo, secondo cui Dio è amore. E per farlo non esito a rivedere alcune dottrine consolidate. Nella messa di ieri la seconda lettura era tratta, come spesso capita, da una lettera di san Paolo. Ora che le scrivo, me ne tornano alla mente alcune parole: «Ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anatema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne» (Rm 9,2-3). Io provo il medesimo sentimento, con la differenza che ciò che san Paolo sentiva per il popolo ebraico, io l’avverto per gli uomini di oggi, soprattutto coloro che si professano atei o indifferenti, fra i quali ho molti amici e parenti.

Io sono alla ricerca di una spiritualità universale, in grado di far sì che tutti gli uomini, a prescindere dalle appartenenze religiose, si possano aprire alla realtà del bene e della giustizia quale valore supremo per cui vivere. Solo così si serve l’universale, e pensare l’universale è la via più adeguata per pensare Dio e quindi fare vera teologia. È in questa prospettiva che io penso e scrivo, scegliendo di «essere anatema», perché lo so benissimo che alcune delle mie idee sono difformi rispetto a certe dottrine stabilite. Ma la posta in gioco è troppo alta per esitare e mi viene da ripetere con Giobbe: «Io parlerò, mi capiti quel che mi capiti» (Gb 13,13). Giobbe si rivolgeva direttamente a Dio; io, più modestamente, alla Chiesa.

La mia scelta è di dire e scrivere sempre quello che penso, senza diplomazia. I miei libri e i miei articoli sono una specie di laboratorio di ricerca, un po’ simile a quelli del dipartimento di biotecnologie della mia università. Se si tratta di idee sbagliate, verranno confutate, ma dovranno esserlo logicamente e non ricorrendo al principio di autorità, ovvero è così perché è stato stabilito che è così da qualcuno più importante di noi. Non c’è nessuno più importante di noi, e non perché noi siamo più importanti di tutti, ma perché nessuno è più importante di nessuno al cospetto della verità. Se un bambino dice che il re è nudo e il re è effettivamente è nudo, non serve a nulla che il primo ministro e la corte dicano al re: «Che bei vestiti, maestà».

Lo stesso vale se al posto del re e della corte mettiamo il papa e la curia. Cambiando i fattori, il risultato non cambia. La forza della verità è tale che anche un bambino può sconfiggere il potere, se parla nel nome della verità. Io sono convinto che la condizione per la sopravvivenza del cristianesimo sia che nell’elaborazione dottrinale e morale del cattolicesimo il principio di autorità venga sostituito dal principio di verità. È nota la celebre affermazione attribuita ad Aristotele: Amicus Plato, sed magis amica Veritas. Occorre riformularla così: Magistra Ecclesia, sed magis magistra Veritas.

Oggi, per salvare qualche dottrina stabilita molti secoli fa (per esempio, la creazione dell’anima del bambino senza concorso dei genitori, il peccato originale, la dannazione eterna) o anche solo qualche decennio fa (per esempio, la condanna della contraccezione), si va perdendo ben più della metà della popolazione occidentale, visto che l’abbandono della religione che caratterizza i paesi del Nord Europa ha ormai raggiunto il medesimo livello anche in paesi tradizionalmente cattolici come la Francia e la Spagna. E in Italia è solo con uno sguardo superficiale che si può pensare che le cose vadano davvero meglio.

Occorre chiedersi perché gli uomini e le donne non frequentino più la chiesa. La risposta non è perché siano empi o relativisti o cose del genere: gli uomini di oggi non sono peggiori rispetto agli uomini del passato che, invece, in chiesa andavano in massa. Se abbandonano la pratica religiosa e talora la religione stessa è perché ne sentono l’inutilità, e ciò dipende dal fatto che non riescono a conciliare l’immagine del mondo che emerge dalla scienza, e ancor più dalla loro esperienza quotidiana, con l’immagine del mondo della dogmatica ufficiale.

Occorre preferire la verità alla dogmatica, perché è solo la verità che conduce a Dio. Se si vuole tornare a evangelizzare con frutto, occorre avere il coraggio di «essere anatema» per amore degli uomini e per amore della verità; occorre preferire gli uomini e la verità alle dottrine, ai canoni, ai dogmi. Non so se la Chiesa gerarchica capirà mai queste cose, ma fino a quando non lo farà la situazione è destinata a peggiorare.

Mi rendo conto, però, che questa specie di ulteriore autopresentazione dell’intenzione che muove la mia teologia non è stata così breve come speravo, e che non ho ancora toccato la sostanza delle sue argomentazioni. Lei dice di non credere «che ci sia alcun senso da scoprire» nella vita. Sono in fermo disaccordo, perché per me il senso esiste e si chiama «relazione», relazione che è il nome dinamico del bene. Il bene, infatti, viene prima della bontà, attiene alla dimensione ontologica della realtà di cui siamo fatti, e scoprire tale logica significa cogliere il senso della vita.

Fondo questa mia affermazione a partire dal nostro organismo. Chi siamo noi? Siamo un ammasso di chissà quanti miliardi di miliardi di particelle subatomiche. Tali particelle (onde o corpuscoli che siano), relazionandosi armonicamente fra loro, producono livelli superiori dell’essere per descrivere i quali la scienza ha sentito la necessità di termini e di discipline diversi. Le particelle divengono atomo e sono studiate dalla fisica; gli atomi divengono molecole e sono studiate dalla chimica; le molecole divengono cellule e sono studiate dalla biologia; le cellule divengono tessuti, organi e sistemi di organi, e sono studiate dalla medicina in quanto fisiologia e patologia; e così di seguito, fino al vertice dell’anima che è lo spirito e alle discipline che da esso scaturiscono, come l’arte, la teologia, la filosofia.

Questa progressiva e sempre più organizzata stratificazione verso l’alto si dà perché la legge dell’essere è la relazione armoniosa. Vale a dire: un fenomeno, soprattutto un fenomeno vivente, lo comprendo davvero se non mi limito ad analizzarlo riducendolo agli elementi base, ma se lo colgo nella sua capacità di istituire relazioni, dentro e fuori di sé. Ogni cosa è essere-energia, anche ognuno di noi è essere-energia. Ma questo essere-energia lavora, è costantemente al lavoro, e tale lavoro consiste nel tessere una serie sempre più complessa e ramificata di relazioni che fanno salire il livello qualitativo del fenomeno, che – nel caso dell’uomo – prima è tale da essere compreso dalla fisica, poi diviene tale da essere compreso dalla chimica, poi diviene tale da essere compreso dalla biologia, poi diviene tale da essere compreso dalla zoologia, poi diviene tale da essere compreso dall’antropologia, poi diviene tale da essere compreso dalla psicologia, poi diviene tale da essere compreso dalla sociologia, poi diviene tale da essere compreso dal diritto e dall’economia, e infine diviene tale da essere compreso solo da chi sa che cos’è la dimensione dello spirito, cioè l’arte, la filosofia, la teologia.

È in questa prospettiva evolutiva che io sostengo che il senso dell’essere (e quindi della nostra vita) è la relazione, la relazione armoniosa, concetto per esprimere il quale il pensiero greco ha coniato la categoria di logos. Quando il quarto vangelo afferma nel suo incipit «In principio era il Logos» fa un’affermazione decisiva: fisica, prima che metafisica. Sostiene che il senso dell’essere è la relazione. Per questo, tutto nella nostra vita dipende dalla qualità delle relazioni; per questo, il senso della vita è amare, essendo l’amore il vertice della relazionalità.

Queste considerazioni hanno introdotto la prospettiva con cui io guardo il mondo, che si può designare come «emergentismo», a mio avviso la strada maestra per comprendere chi siamo e, più in generale, ogni fenomeno del mondo. Con il termine poco piacevole di emergentismo (qualcuno parla di «emergenza», ma secondo me peggiora le cose quanto a chiarezza comunicativa) si designa una visione evolutiva dell’essere, laddove per evoluzione non si intende solo il processo che riguarda la filogenesi, cioè l’origine delle specie, ma anche quello che riguarda l’ontogenesi, cioè la formazione del singolo individuo in tutte le sue dimensioni, qui e ora. L’evoluzione è la logica dell’essere-energia, e tale logica è sempre al lavoro: lavora a lungo termine formando le diverse specie vegetali e animali, e lavora a breve termine formando giorno per giorno ogni singolo ente. Il frutto più bello di tale logica evolutiva dentro l’essere umano è la comparsa della libertà e della dimensione etico-spirituale.

Questa visione del mondo bottom up (dal basso in alto) crede nella differenza specifica dei fenomeni, ritenendoli irriducibili alle loro componenti materiali. È però lontana dall’abbracciare la prospettiva metafisica tradizionale che, per salvaguardare l’irriducibilità dello spirito alla materia, istituisce un dualismo ontologico, facendo discendere l’anima dall’alto in quanto creata direttamente da Dio senza concorso dei genitori, come scrive il Catechismo della Chiesa cattolica: «L’anima spirituale non viene dai genitori, ma è creata direttamente da Dio» (Compendio, 70).

L’emergentismo consiste in una fiducia verso la realtà, crede che la realtà così come si presenta sia vera e che per capirla non sia necessario smontarla. Smontarla può essere molto utile (soprattutto quando si tratta di ripararla, come nel caso della medicina), ma non è la via per comprenderla nella sua verità ultima: per abbracciare la verità di un fenomeno occorre coglierlo nella sua interezza, integralità, unitarietà.

Senza la materia che lo compone nessun ente può venire all’essere e rimanervi, ma un ente, se lo si vuole comprendere per quello che è, non è riducibile ai suoi elementi materiali. Senza gli ingredienti la torta non potrebbe esserci, ma la torta è più dei suoi ingredienti, è più della somma di farina, uova, zucchero, un po’ di cioccolato … c’è il lavoro a fare la differenza. Il che vale per ogni ente, secondo il principio base: «L’insieme è maggiore della somma delle parti».

Per il fatto che scaturisce dal lavoro ogni ente è qualcosa di unico. Anche questa pietra che ho sul tavolo, con la sua forma e il suo colore, è qualcosa di unico; un’altra potrà esserle molto simile, ma mai esattamente la stessa. Nessun fenomeno è mai esattamente lo stesso di un altro, ognuno è se stesso. E più si sale nell’organizzazione dell’essere, più questa prospettiva è valida. L’uomo, che nell’universo conosciuto è il livello più alto del lavoro dell’essere-energia, si presenta come individuo, termine che dice la non ulteriore divisibilità. Neppure due gemelli monozigotici sono identici. È identico il loro patrimonio genetico, ma loro no. La loro personalità, la loro individualità non sono identiche. Il che dimostra che essi non sono riducibili al loro patrimonio genetico, sono più del loro patrimonio genetico. Ognuno di noi è più del suo patrimonio genetico, è più del «gene egoista», per riprendere il titolo del libro più noto di un campione dell’ateismo militante, Richard Dawkins. Ognuno di noi è la sua personalità, è la sua «anima».

Chi guarda il mondo da questa prospettiva ritiene che ogni ente sia qualcosa di unico e di irripetibile, e non una manifestazione transeunte dell’unica cieca sostanza che è l’essere-energia. Ed è sempre da questa prospettiva, la quale parte dalla vita biologica ma non si ferma alla sola vita biologica, che si può dare un senso all’evoluzione come progressivo incremento della complessità e della capacità della vita di qualificarsi fino all’autocoscienza e alla dimensione spirituale, cioè alla libertà e alla sua capacità di produrre il nuovo.

Monod e Gould da lei citati (peraltro molto diversi fra loro, perché Monod era un ateo dichiarato, mentre Gould era un agnostico che non escludeva la dimensione religiosa), facendo della vita biologica l’unico criterio con cui leggere l’evoluzione, ritengono di non poter rilevare in essa nessun progresso, e infatti dal punto di vista della vita biologica, come ho accennato precedentemente, non è detto che il passaggio dai batteri all’uomo sia stato un progresso, perché vi sono elementi in tal senso, ma anche altri in senso contrario (i batteri, come ho già detto, sono molto più prolifici e resistenti di noi). Ma il fenomeno uomo nella sua integralità è maggiore della vita biologica che lo rende possibile, così come la torta è maggiore dei suoi ingredienti. Senza la biologia l’uomo non si comprende, tuttavia l’uomo non è riducibile alla sola biologia.

Ma vengo a Kant, su cui lei ha chiuso il suo intervento, arruolandolo, per così dire, fra i nemici della religione e compiendo, a mio avviso, un errore reperibile tale e quale anche presso buona parte del pensiero cattolico che, senza esercitare a sua volta la distinzione, si schiera pregiudizialmente contro l’illuminismo. Nel celebre scritto del 1784 Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo? da lei citato, Kant afferma di aver posto particolarmente nella materia religiosa il punto culminante dell’illuminismo, specificando che «la minorità in materia religiosa è fra tutte le forme di minorità la più dannosa e anche la più umiliante». Sia i clericali sia gli anticlericali traducono il passo kantiano con l’equazione: compimento dell’illuminismo = assenza di religione. Ma non è assolutamente così, basta conoscere un po’ le grandi opere kantiane per rendersene conto.

In realtà, per Kant la religione tocca profondità tali dell’essere umano che, se è sbagliata, diviene la catena più pesante e, in questo senso, va criticata e sottoposta a riforma. Ma che cosa succede se è giusta? Scrive il filosofo verso la fine della Critica della ragion pura: «Io crederò inevitabilmente nell’esistenza di Dio e in una vita futura, e sarò sicuro che nulla può far vacillare questa fede, poiché altrimenti risulterebbero rovesciati i miei stessi principi morali» .

Se è giusta, la religione fonda in modo inestirpabile i retti principi morali, li radica nel profondo dell’anima umana con una forza tale da risultare inconcepibile alla semplice ragione calcolatrice. Socrate davanti al tribunale degli ateniesi disse: «Ubbidirò più al Dio che a voi» (Apologia di Socrate, 29 D), e non esitò a bere la cicuta. Quando l’uomo percepisce dentro di sé l’assolutezza dell’etica, sente di essersi legato a una sfera incondizionata dell’essere per esprimere la quale il suo pensiero non ha trovato di meglio che ricorrere al termine Dio (da una radice indoeuropea che significa «luce»).

Sia lei che io siamo d’accordo sul fatto che l’uomo non deve fare il bene per obbedire a Dio (morale eteronoma), deve farlo per se stesso (morale autonoma). Ma quando fa il bene per se stesso, con l’assolutezza imperativa che esso richiede, l’uomo entra al cospetto di una sfera superiore dell’essere, chiamata da Kant «regno dei fini», da Platone «regno delle idee», da Gesù «regno dei cieli».

L’emancipazione auspicata da Kant, e in genere da tutto il pensiero dell’illuminismo e dell’idealismo tedeschi, non è dalla religione e dal sacro, ma da forme immature della religione e del sacro. Si tolga la religione e Kant (insieme a Novalis, Jacobi, Fichte, Schelling, Hegel, Hölderlin) non sarebbe più lui. Kant ospita nel suo pensiero un autentico senso del sacro. Per lui il vertice è dato dalla dimensione etica, nel senso che ciò che contrassegna il valore ultimo di un uomo non è ciò che egli sa, ma è ciò che fa; anzi, ancora di più, il perché lo fa. Il valore di un uomo è dato dall’uso che fa della sua libertà. Di conseguenza, il valore di una filosofia dipende dalla misura della libertà a cui conduce gli uomini. E fino a questo punto Kant è un perfetto illuminista, secondo quanto oggi comunemente si intende con tale termine.

Ma Kant, e qui emerge ciò che lo situa molto al di là di un ingenuo illuminismo che ritiene l’uomo naturalmente buono e riconduce la radice del male sempre e solo al sistema sociale (errore di cui si nutre ancora oggi il pensiero di una certa sinistra), Kant, dicevo, sa benissimo quali abissi di non-senso, vuoto, pigrizia mentale e talora lucido desiderio di male, può toccare la libertà umana. Per questo lega la libertà soggettiva a qualcosa di più alto, e così facendo fonda la morale sul sacro. Non sul sacro religioso, ma sul sacro razionale, il quale si impone con il suo «imperativo» a ogni uomo che voglia veramente esercitare la ragione. La ragione non è una semplice facoltà del soggetto, usabile a piacimento, analoga a una cravatta che posso indossare oppure no, come purtroppo ritiene la cultura dominante. La ragione che si presenta all’uomo nell’esperienza etica ordina con voce imperativa, categorica: la medesima voce del sacro. «Noi stiamo sotto una disciplina della ragione» scrive il filosofo nella Critica della ragion pratica «e non dobbiamo dimenticare di non sottrarci alla sottomissione a essa.» Della morale noi siamo «sudditi, non il capo».

È fuorviante presentare Kant come paladino del soggettivismo moderno, lui che già nel 1781 aveva visto «le devastazioni inevitabilmente arrecate da una ragione speculativa anarchica». La ragione compie se stessa quando riconosce liberamente (in questo libero riconoscimento risiede il valore immenso della modernità, da tutelare con tutte le forze contro ogni tradizionalismo oscurantista) che vi è un principio superiore, un arché, cui si deve legare. In assenza di questo legame con l’arché, si ha l’an-archia con le sue devastazioni morali.

Ma, le chiedo, come parlare di questo principio superiore che detta i suoi imperativi alla coscienza e che impone rispetto assoluto, se non in termini di «sacro»? Il sacro nasce ogni volta che la coscienza percepisce di essere al cospetto di qualcosa di più grande e di indisponibile. Senza tale percezione, l’etica non raggiungerà mai l’incondizionatezza che l’imperativo categorico kantiano presuppone e tutto sarà ricondotto al soggetto e alle sue convenienze, talora ai suoi capricci.

Lei sostiene che «da luogo a luogo e da civiltà a civiltà le variazioni di ciò che consideriamo morale sono mutate fino a capovolgersi». È vero, le norme morali cambiano, così come le norme giuridiche, in questo lei ha ragione. Ma io aggiungo che l’etica e il diritto non cambiano. La distinzione fra norme morali da un lato ed etica dall’altro, così come quella fra norme giuridiche da un lato e diritto dall’altro, è decisiva .

C’è una realtà sostanziale e immutabile, e per questo universale, che è l’etica, la quale si esprime mediante il principio fondamentale «fa’ il bene ed evita il male», presente in tutte le grandi tradizioni spirituali dell’umanità con la cosiddetta «regola d’oro», «Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te», e che l’imperativo categorico kantiano nella sua duplice forma ha portato in filosofia. Allo stesso modo c’è un diritto sostanziale, immutabile e universale: «Non uccidere l’innocente, non rubare, non tradire la parola data». Le singole norme morali e le singole norme giuridiche, poi, cercano di tradurre in concreto, qui e ora, la realtà sostanziale dell’etica e del diritto nella loro essenza sovratemporale. A questo livello, quasi in modo inevitabile, sorgono le differenze da lei giustamente richiamate. Ma nel loro fondo gli uomini condividono i medesimi impulsi morali e le medesime convinzioni in ordine al diritto. È proprio per questo che sono possibili istituzioni come le Nazioni Unite.

C’è un neuroscienziato, Marc Hauser, docente a Harvard di biologia evolutiva e direttore del laboratorio di evoluzione cognitiva presso la medesima università, che dopo studi a livello biologico, antropologico e linguistico, nonché dopo una serie di test ai quattro angoli della terra, è giunto alla conclusione che gli uomini condividono gli stessi istinti morali e che l’etica è in noi come una specie di grammatica universale. Il titolo originale del suo libro, pubblicato nel 2006, è significativo: Moral Minds: How Nature Designed Our Universal Sense of Right and Wrong (in italiano: Menti morali. Le origini naturali del bene e del male). E la tesi è ragionevole, perché gli istinti morali non sono altro che l’espressione conscia della realtà primordiale a livello fisico, governata dalla logica della relazione armoniosa su cui mi sono trattenuto sopra.

Hauser non fa che confermare quanto l’umanità nei suoi vertici spirituali ha sempre saputo: i greci ne parlavano in termini di logos, gli indù e i buddhisti di dharma, i cinesi di tao, i giapponesi di to, gli egizi di maat, gli ebrei di hokmà. Si tratta della percezione esistenziale del divino, cioè dell’essere-energia primordiale che plasma il nostro organismo, la nostra mente, il nostro mondo, verso livelli di relazione sempre più complessi e più informati (cioè dotati di forma più ricca), a livello fisico prima e a livello etico poi, l’unità dei quali si chiama livello spirituale, perché la vera dimensione spirituale ha sempre a che fare con il corpo e la materia, sempre. Ciò che scinde le due dimensioni è spiritualismo, una degenerazione della spiritualità. Oppure materialismo, un impoverimento della materia, alla quale si nega di essere quello che dice il suo nome, mater, genitrice delle altre dimensioni dell’essere-energia.

Questo, quindi, è il senso della vita: la relazione giusta e ordinata, per generare sempre più armonia, dentro e fuori di noi. Io ritengo che la prova sperimentale della fondatezza di questa via consista nella gioia, in quella gioia che infallibilmente scaturisce all’interno di ogni essere umano quando in lui aumenta la qualità delle sue relazioni, la più alta delle quali è l’amore.

Lei ha ricordato Feuerbach con la sua teoria della religione come proiezione. Mi sembra che queste parole di Plotino (scelgo volutamente un autore non cristiano) possano aiutare a comprendere che si può proiettare qualcosa di grande fuori di sé, solo se, prima, è nato qualcosa di grande dentro di sé: «Più di una volta mi è capitato di riavermi, uscendo dal sonno del corpo, e di estraniarmi da tutto, nel profondo del mio io. In quelle occasioni godevo della visione di una bellezza tanto grande quanto affascinante che mi convinceva, allora come non mai, di fare parte di una sorte più elevata, realizzando una vita più nobile: insomma di essere equiparato al divino, costituito sullo stesso fondamento di un dio» (Enneadi, IV, 8,1).

È solo un’ingenua proiezione, magari provocata dalla paura della morte, a generare la religione? Le parole di Plotino dicono di no. C’è anche l’amore per la bellezza e per il bene che possiamo ospitare, se ne diventiamo degni; e lo possiamo ospitare non perché lo inventiamo da noi, ma perché ci risvegliamo al vero senso dell’essere: è l’illuminazione o bodhi di cui parla il buddhismo, il satori dello zen, analoga alla conversione della mente o metanoia di cui parla il cristianesimo (e non a caso nel cristianesimo primitivo il battesimo veniva designato proprio photismòs, illuminazione).

Nessun dubbio che spesso la religione, per affermarsi storicamente e controllare intere popolazioni, si sia basata sulla paura della morte, costituendo così un colossale fenomeno di alienazione dalla bellezza della vita. Ma non era questo l’annuncio di Gesù di Nazaret che parlava del Regno e portava vita e salute ovunque andasse. Non era questo lo spirito di Francesco d’Assisi e del suo Cantico delle creature; né, nella nostra epoca, di Pavel Florenskij, Dietrich Bonhoeffer, Etty Hillesum, Pierre Teilhard de Chardin e di chissà quanti altri credenti, tutti uniti dal vivere la religione come gioia di essere, come entusiasmo (nel senso etimologico del termine, che significa «essere in Dio»).

C’è un modo di essere credente che non è per nulla equiparabile a un pavido calcolo mirante a far sopravvivere il proprio piccolo io. C’è una modalità di credere in Dio che è celebrazione della bellezza della vita, della vita libera e intelligente alla ricerca di quel bene e di quella giustizia che ci attraggono così profondamente per il semplice motivo che sono la patria da cui proveniamo.


Tratto da :
"Disputa su Dio e dintorni"  - Corrado Augias - Vito Mancuso  - Mondadori 
Nota
:
Se vuoi essere informato sulle pubblicazioni di solidando.net  puoi iscriverti gratuitamente  alla newsletter del sito al seguente indirizzo : http://www.solidando.net/newsletter.htm
<



   
[ La Buona Parola ] [ Argomentando ] [ BibliotecAmica ] [ Home Page ]