Il messaggio di Gesù - Juan Mateos


 
Testi, conferenze, interviste  di :

  Alberto Maggi

- Clicca Qui

Carlo Maria Martini

- Clicca Qui

- Clicca Qui

Josè Maria Castillo

- Clicca Qui

Vito Mancuso 

- Clicca Qui

Enzo Bianchi

- Clicca Qui

Altri Autori e Testi completi in diversi formati

- Clicca Qui

Appunti di Rosario Franza

- Clicca Qui

Home Page

- Clicca Qui

 

"Da tutto ciò che abbiamo detto sarà chiara l’urgenza da parte dei credenti in Gesù di indirizzare tutte le loro energie nella creazione di comunità che vivano il messaggio nella sua pienezza."

IL MONDO GIUDAICO AL TEMPO DI GESU'

Alla nascita di Gesù, regnava in Palestina Erode I il Grande, alleato dell’imperatore romano.

La Giudea, la provincia meridionale con Gerusalemme, e la Samaria al centro, toccarono ad Archelao. La Galilea a nord e la Transgiordania ad est, erano governate da Erode Antipa II, che regnò fino al 39. L’altro figlio, Filippo, ereditò il territorio ad est del Giordano e dal Lago di Galilea fino a nord.

Per via della sua crudeltà, Archelao fu deposto dai romani ed esiliato; al suo posto Roma nominò un governatore in 6 distretti. Tra i tanti, il più conosciuto è Ponzio Pilato, che mantenne il suo ufficio tra il 26 e il 36 e condannò a morte Gesù.

Il governo romano lasciava ai giudei una certa libertà di movimento. Erode al nord godeva di una relativa indipendenza e gli ufficiali romani non solevano interferire nelle questioni interne dei giudei nel sud, pur con eccezioni piuttosto frequenti. 

Il governo e i partiti giudaici 

Il governo giudaico era nella mani del Gran Consiglio composto da 72 membri, sotto la presidenza del sommo sacerdote supremo.

Il Consiglio era composto da tre gruppi: i sommi sacerdoti, i senatori laici (o anziani), gli scribi e i dottori, che erano esperti in materia di religione e di legge giudaica.

I sommi sacerdoti erano i membri dell’aristocrazia sacerdotale che appartenevano ad alcune famiglie potenti, che occupavano le più alte cariche dell’amministrazione del tempio. Il sommo sacerdote era una figura sacra. Originariamente il suo ufficio era a vita, ma al tempo di Gesù i romani nominarono e deposero i sommi sacerdoti a seconda del loro orientamento politico.

I sommi sacerdoti erano i rappresentanti ufficiali della religione e del culto, che avevano la responsabilità del tempio, il centro religioso e politico di Israele. Tutti i giudei sopra i dodici anni di età, inclusi quelli che vivevano fuori (ed erano la maggioranza) dovevano pagare una tassa annuale al tempio, equivalente a due giorni di lavoro (Mt 17,24).

Per il mantenimento del clero essi pagavano il 10 per cento (decime) del raccolto (Mt 23,23). Oltre a questo, il tempio riceveva offerte (Mc 7,11) e fioretti, soprattutto dai ricchi (Mc 12,41), per non parlare del mercato di bestiame per i sacrifici e degli scambi monetari (Mc 11,15). Tutto questo trasformava il tempio in un grande racket commerciale amministrato dai sommi sacerdoti. Essi rappresentavano il potere religioso e politico ed erano, allo stesso tempo, un importante gruppo finanziario di cui tenere conto.

La città di Gerusalemme viveva praticamente dei grandi introiti del tempio, specialmente nelle stagioni del pellegrinaggio – tre volte l’anno – quando oltre ai palestinesi, arrivavano i giudei della diaspora e gli altri forestieri (Gv 12,30).

Il secondo gruppo del Consiglio era costituito dai senatori (anziani) che erano laici scelti nelle famiglie aristocratiche. Per la maggior parte erano proprietari terrieri ed erano l’anima del partito dei sadducei, al quale appartenevano anche i sommi sacerdoti.

Questo partito era molto conservatore in materia religiosa (accettava come Sacre Scritture solo i primi cinque libri della Bibbia, attribuiti a Mosè) e anche politica.

Si erano adattati alla dominazione romana ed avevano raggiunto una sorta di compromesso, un concordato orale; essi mantenevano l’ordine poiché occupavano le posizioni di potere, cosicché i romani li lasciavano stare.

Avevano rinunciato a qualsiasi ideale oltre quello di mantenere lo status quo, in cui essi avevano una certa libertà di movimento e potevano seguire l’amministrazione politica e religiosa del paese. Erano realisti: accettavano l’ingiustizia della dominazione straniera fintanto che non comprometteva la loro posizione.

Il terzo gruppo nel Consiglio era rappresentato dai dottori (scribi o avvocati che erano esperti in teologia e leggi canoniche) la maggioranza dei quali apparteneva al partito dei farisei. Questi “separati” erano costituiti principalmente da laici devoti che aspiravano ad osservare tutte le pratiche religiose fin nei minimi dettagli. Erano dediti allo studio dell’Antico Testamento per essere sempre sicuri sul da farsi; ma, oltre questo, avevano gradualmente elaborato un enorme commentario che spiegava il significato di tutti i precetti e le osservanze antiche in ogni particolare circostanza. L’individuo doveva essere sempre attento nell’osservanza di certi comandamenti o di altri. Gli esperti farisei si consideravano il magistero autentico della legge ed attribuivano un’autorità divina alla loro tradizione, poiché, secondo loro, la tradizione non aveva aggiunto nulla alle scritture antiche, le spiegava soltanto.

Le loro due preoccupazioni principali erano, primo, pagare il dieci per cento dei frutti della terra e non consumare nulla senza essere sicuri che fosse stato pagato; secondo, mantenersi “puri” evitando i contatti con cose morte o persone affette da certe malattie (come la lebbra), senza aver mai nulla a che fare con personaggi loschi – che significava in pratica, chiunque non avesse osservato la legge religiosa nel modo con cui loro la spiegavano. Essi pensavano che toccare queste cose o avere a che fare con queste persone li avrebbe messi in cattiva luce rispetto a Dio.

Per loro, peccare era trasgredire ad alcune regole o norme che essi ritenevano vincolanti.1

I farisei avevano una autorità immensa sulla gente. Anche se erano guardati con grande avversione a causa del loro orgoglio (Lc 16,15), la gente si lasciava impressionare da quelli dall’apparenza virtuosa che essi contribuivano a mantenere, rafforzando il loro potere e la loro influenza (Mt 6,1; 2,5-16). I farisei erano riusciti a far credere alle persone che per piacere a Dio esse avrebbero dovuto imitarli. Il senso di colpa instillato nelle persone le rendeva docili e di conseguenza venivano facilmente dominate dai farisei. Nonostante tutta la loro osservanza delle regole religiose, i farisei amavano il denaro e sfruttavano la gente semplice col pretesto della devozione (Mt 23,25-28; Mc 12,40; Lc 11,39; 16,14). 2

La loro fedeltà alla legge portava i farisei a disprezzare gli altri (Lc 18,9), coloro che definivano “peccatori”, cioè i “non-credenti” o i “senzareligione” (Mt 9,10-11, Lc 15,1-2) o i “maledetti” (Gv 7,49). Per loro, la legge doveva essere osservata alla lettera, ma, allo stesso tempo,esistevano molte scappatoie che davano luogo ad ingiustizie. Per di più, una eccessiva attenzione alle piccole cose comportava un oscuramento di quelle davvero importanti (Mt 23,23; Lc 11,42). Tra i farisei c’erano sempre alcuni uomini sinceri che stavano in guardia contro il pericolo dell’ipocrisia, ma avevano scarso seguito.

L’influenza dei farisei era talmente grande che il partito dei sadducei (sommi sacerdoti e leader), sebbene nominalmente in possesso del potere politico e religioso, non prese mai una decisione senza assicurarsi di essere appoggiati dagli eruditi farisei.

In breve, il Consiglio significava potere, la classe dirigente sotto ogni aspetto: politico, ideologico, economico e religioso. 

Gli Esseni 

Una setta che ruppe col sistema politico e religioso fu quella degli Esseni che portarono l’attitudine farisaica alle sue estreme conseguenze. I farisei erano il partito di opposizione dei sadducei, ma rispettavano le istituzioni, laddove gli esseni, essendo molto più radicali, ritenevano che il culto e il tempio erano impuri perché i preti erano illegittimi e non prendevano parte alle cerimonie, e neanche collaboravano con la struttura. Auspicavano che Dio restaurasse il sacerdozio e il tempio. Tale era la loro intransigenza che si consideravano l’unico popolo di Dio e speravano nel giudizio divino che li avrebbe salvati, condannando chiunque altro.

Essi vivevano una vita in comunità anche nelle città. Sono state ritrovate sulle rive del Mar Morto le rovine di una sorta di convento di esseni. Non avevano proprietà private e rinunciavano ai loro beni a favore della comunità. La comunità provvedeva ad ogni esigenza dei suoi membri.

Aveva i suoi rituali speciali, abluzioni e lavaggi rituali e un pasto comune in segno di fratellanza. Era consuetudine per un esseno il non sposarsi per timore delle regole purificatorie previste dalla legge religiosa. Erano molto rigidi nell’osservanza e il loro principio di base era amare i membri della comunità e odiare i peccatori (cfr. Mt 5,43).  

I Nazionalisti 

L’ultimo movimento importante era quello dei nazionalisti fanatici (“zeloti”), che erano un gruppo clandestino di resistenza. Sembra che il loro fondatore fosse Giuda il Galileo (At 5,37), che si oppose al pagamento del tributo all’imperatore romano. Organizzò una ribellione che fu sedata dai romani in un bagno di sangue. Il suo ultimo nascondiglio fu nella città di Tzippori, sulle colline di fronte a Nazareth. Gesù era ancora un bambino quando le truppe romane distrussero questo luogo che lui poteva vedere dalla sua città natale.

Tra questi zeloti c’era un gruppo di terroristi armati di pugnali, che andavano in giro ad assassinare i nemici, cioè, quelli che collaboravano con il governo romano.

I nazionalisti erano reclutati tra le fila delle classi oppresse. La loro opposizione al censo e ai tributi si guadagnò la simpatia dei contadini e dei piccoli proprietari laddove i latifondisti andavano a braccetto col  regime di Roma. I nazionalisti avevano un programma di riforma terriera e all’inizio della guerra di Giudea (65 a.C.) distrussero i registri dei debiti per liberare i poveri dalle grinfie dei ricchi. Accettavano le istituzioni giudaiche ma rifiutavano quelli che occupavano posizioni di autorità, considerandoli dei traditori, poiché collaboravano con il potere straniero.

Questo partito aveva la sua roccaforte in Galilea e i romani lo perseguitarono a morte (Lc 13,1).3  

La speranza: Il Regno di Dio  

La grande speranza di Israele era centrata sul regno di Dio che avrebbe cambiato il corso della storia inaugurando il periodo di giustizia, pace e prosperità annunciato dai profeti, più strenuamente ancora a partire dall’amara esperienza della deportazione in Babilonia.

E’ difficile sintetizzare i vari modi con cui i giudei concepivano la sospirata liberazione. La loro posizione si potrebbe riassumere così: il regno di Dio sarebbe stato inaugurato dal Messia, il Capo consacrato da Dio re di Israele, restauratore del Regno di Davide, il vittorioso guerriero che avrebbe spazzato via il dominio romano e sconfitto e umiliato le nazioni pagane. Avrebbe dovuto essere un guardiano e signore della legge (Gv 4,25), un giudice per purificare le persone ed inaugurare il tempo in cui non ci sarebbero stati più poveri né oppressi e tutte le istituzioni – corte, tempio, sacerdoti e tribunali – avrebbero funzionato senza problemi. Peccato, fame, sventura sarebbero state eliminate e avrebbero vissuto in una società davvero felice. Per molti giudei il Messia sarebbe apparso sul pinnacolo del tempio (Mt 4,5; Lc 4,9) da dove avrebbe pronunciato un proclama al popolo per inaugurare il suo regno vittorioso.  

Le reazioni a questa speranza  

Ciascun partito ebbe la sua propria reazione verso il sospirato regno di Dio. I sadducei (classe dirigente, con potere politico, religioso ed economico) avevano rinunciato all’idea, preferendo andare a braccetto con la situazione politica del momento.

I farisei (classe dirigente con potere spirituale), moderati integralisti che non nascondevano il loro odio per i romani, erano dediti alla pratica della religione, pensando quindi di accelerare la venuta del regno di Dio.

Ma non facevano niente per migliorare la situazione sociale ingiusta nella quale godevano di una posizione privilegiata e per la quale essi stessi erano responsabili. Essi immaginavano che se fossero stati fedeli alla legge religiosa, Dio sarebbe intervenuto a suo tempo con una sorta di colpo di stato, senza collaborazione umana. Maledivano coloro che non pensavano o agivano come loro, specialmente la gente semplice che non aveva tempo per queste pratiche complicate di pietà e attribuivano la colpa del ritardo nella venuta del regno alla lontananza dalla religione dei contadini.

Gli esseni, il gruppo estremo intransigente, come i farisei aspettavano il regno di Dio, ed erano ignari di qualunque cosa si trovasse al di fuori della loro ristretta cerchia di eletti.

I nazionalisti zeloti che appartenevano alle classi oppresse, speravano che arrivasse il regno di Dio ma non incrociavano le braccia come i farisei.

Erano attivisti, ed erano interessati ad azioni dirette che miravano alla rivoluzione violenta – il cui primo obiettivo era liberare Israele dal dominio romano. La rivoluzione avrebbe dovuto essere sia sociale, per migliorare la situazione dei poveri, che politica attraverso l’eliminazione di leader illegittimi. Il partito professava un riformismo radicale.

Le classi dirigenti erano composte, quindi, sia da collaborazionisti (sadducei) che da spiritualisti inattivi (farisei) che, sebbene deprecassero il dominio romano, non rappresentavano un pericolo serio per lo status quo. Il popolo, disprezzato e abbandonato dai leader, viveva una vita di stenti e senza speranza (Mt 9,36 “come pecore senza pastore, stanche e sfinite”). Simpatizzava per il partito nazionalista e, poiché aveva perso ogni speranza di giustizia da parte delle classi dirigenti, indulgeva facilmente alla violenza.

Tutti i partiti avevano un comune denominatore: la fede nella validità delle istituzioni e dei privilegi di Israele; benché tutti, eccetto naturalmente i sadducei, ritenessero di essere amministrati da uomini immeritevoli. 4  

I poveri 

La struttura economica palestinese consisteva quasi interamente in due classi sociali, i poveri, la maggioranza dei quali erano contadini e i proprietari o classe benestante. Non c’era un ceto medio degno di nota e perfino gli artigiani appartenevano a quello più basso. Considerata la distanza tra i due e l’assenza del ceto medio, non c’era speranza di una promozione umana dei poveri, e non c’era possibilità di migliorare la loro situazione che dipendeva interamente dal volere di quelli al potere. 5

IL MESSAGGIO DI GESU’:  LA NUOVA COMUNITA’ UMANA 

Ora arriviamo a ciò che gli evangelisti ci dicono sul messaggio che Gesù ha portato in questa situazione tesa e confusa. Giovanni Battista, un uomo molto austero, sembra esortasse la gente a cambiare lo stile di vita, dicendo che il regno di Dio, speranza del popolo giudeo, era vicino (Mt 3,2).

Dalla Galilea arrivò Gesù, un carpentiere di Nazareth (Mc 6,3) e Giovanni Battista lo battezzò. Così Gesù rimase con l’umanità colpevole, impegnandosi a compiere la sua missione per il bene di tutti (cfr. 2Cor 5,21). Da allora Gesù fu investito del ruolo di Messia, il capo inviato da Dio. Lo Spirito, che è la potenza di Dio, venne su di lui e la voce del Padre lo dichiarò suo Figlio, Re e Servo.

Per Israele, essere un re significava salvezza; essere un servo, salvezza per tutti (Is 42,1-4, 6; cfr. Mt 12). Re significava trionfo, Servo, sofferenza (Is 53,3-12). Queste categorie, disseminate nell’Antico Testamento ed ora riunite nella persona di Gesù, dimostrano che nel piano di Dio l’idea del Messia non era la stessa di quello atteso dai giudei.

Ma la sua missione, cioè essere Re e Servo al contempo, era instaurare la giustizia e difendere i poveri e gli sfruttati (Sal 71,1-4, 12-14; Is 42,1-4; 49,9-13).

Gesù superò il test (la tentazione nel deserto) che autenticò la sua missione come Messia e Servo, allontanando ogni pretesa di potere politico e gloria in questo mondo (Mt 4,9-10; Lc 4,5-8). Era chiaro dall’inizio che il regno di Dio non sarebbe stato stabilito attraverso la

violenza o la guerra e che il Messia non sarebbe stato un generale trionfatore o un leader nazionalista. Inoltre, usare il potere e la gloria (l’onore, il prestigio, il denaro) per istaurare il regno di Dio era contrario alla volontà di Dio, facendo della persona uno strumento del Satana. 

La proclamazione: Il Regno di Dio  

Dopo il suo battesimo e dopo aver ricevuto l’incarico divino, Gesù tornò in Galilea, dove iniziò la sua vita attiva. Come Giovanni Battista, egli predicava il cambiamento di vita, perché il regno di Dio era vicino (Mt 4,17).

Comunque egli non cercava di dire le stesse cose di Giovanni. Per quest’ultimo il regno sarebbe iniziato con un tremendo giudizio (Mt 3,12); per Gesù invece il regno era qualcosa di nuovo che Dio stava offrendo all’umanità.

Naturalmente la gente interpretava questo regno secondo le proprie idee, cioè le aspettative di un cambiamento nella storia di Israele che avrebbero portato ad un tempo finale di prosperità e trionfo sotto il governo del Re-Messia. Quando Gesù disse che il regno era vicino, la gente cominciò ad aspettarsi il colpo di stato in cui il Messia avrebbe

combattuto e sconfitto i romani, mettendo fine alla dominazione straniera, riformando le istituzioni nazionali.

Ma Gesù distinse due epoche nel regno di Dio: una storica, da intraprendere adesso, e una finale, in cui il trionfo di Dio sarà completo. Egli è venuto ad inaugurare la prima epoca e stabilirà un movimento che costituirà l’inizio del regno di Dio nel mondo.

La venuta del regno era la buona notizia (Mc 1,15), specialmente per i

poveri e gli oppressi, come aveva annunciato l’Antico Testamento (Lc 4,18-19; Mt 11,5). La buona notizia stabiliva che essi sarebbero stati liberati e non sarebbero più stati nel bisogno. Questo era il messaggio di Dio portato da Gesù: un’era di uguaglianza, abbondanza (Lc 2,51-53) e fratellanza, in cui il solo re sarebbe stato Dio stesso. Come avevano sperato, si trattava di un cambiamento del corso della storia – sotto forma di una nuova società umana.  

Il Gruppo  

Per portare a termine questo obiettivo, non appena aveva ultimato il suo proclama, Gesù radunò un gruppo di uomini, gente semplice, pescatori dal Lago di Galilea (Mt 4,18-22). Non li aveva chiamati per vivere per se stessi e neanche per dedicarsi alla pratica di una virtù separata dal mondo, ma per una missione per la quale li avrebbe preparati: essere “pescatori di uomini”. Cioè Gesù non ha fondato un gruppo chiuso, ma uno aperto che doveva crescere, guidare uomini e donne verso il nuovo stile di vita che lui avrebbe insegnato ai suoi primi discepoli (Mt 13,31-32). 

Un raffronto con le Correnti Esistenti  

Gesù non si identificava con nessuna delle correnti o ideologie esistenti.

Certamente non con la classe dirigente: neanche con i sadducei collaborazionisti, che avevano praticamente rinunciato all’ideale del regno di Dio, e neanche con i farisei, che dominavano e sfruttavano la gente attraverso la devozione mantenendola in una stato di religiosità ingannevole. Da un lato essi appoggiavano l’ingiustizia pur dichiarando dall’altro che Dio avrebbe risolto il problema. Erano i partigiani dell’inattività che perpetuavano una realtà ingiusta.

La corrente nazionalista era quella attiva, che chiedeva le riforme. Come loro, Gesù voleva che il regno di Dio fosse inaugurato in ogni dove.

Analogamente, i suoi seguaci appartenevano alle classi oppresse. Ma la sua posizione e i suoi metodi erano totalmente differenti.

La profonda spaccatura esistente tra Gesù e tutti questi partiti è questa: tutti loro accettavano il sistema giudaico, credevano che la monarchia, il tempio e il sacerdozio fossero istituzioni valide ed eterne, dietro le quali essi detenevano la posizione privilegiata rispetto alle altre nazioni, in quanto popolo di Israele. Ma Gesù non credeva a niente di tutto questo.

Gesù mantiene una Posizione Radicale  

La posizione tenuta da Gesù era radicale: egli negava la validità del sistema. Le soluzioni al problema dell’ingiustizia non si troverebbero nell’inattività, o attraverso le riforme (siano esse graduali o violente) delle istituzioni esistenti. La radice dei drammi dell’umanità risiede nelle fondamenta delle istituzioni che essa ha creato: nella lotta per il denaro,il desiderio di prestigio e la sete di potere; nella triplice ambizione di “possedere”, “salire”, “comandare”, che incita la gente alla rivalità, all’odio e alla violenza.

Quindi, Gesù ha rifiutato tutte le istituzioni di Israele: tempio, monarchia e sacerdozio. Ha proposto di creare una nuova società, in cui la gente potesse essere libera e felice (Mt 5,3-10). Per ottenere questo il popolo doveva volontariamente rinunciare a tre falsi valori: il denaro (la sete di ricchezza), la gloria (ambizione di riconoscimenti), il potere(desiderio di dominio).

Invece di accumulare, condividere; al posto dell’ambizione, l’uguaglianza; al posto del dominio, la solidarietà e il servizio umile e volontario. Dove c’era rivalità, odio e violenza, non poteva esserci fratellanza, amore e vita.

Il radicalismo di Gesù ci fa capire perché nel vangelo non troviamo un appello alla giustizia tanto quanto nei profeti. Anche i profeti erano riformatori, e chiedevano la giustizia poiché credevano nella validità delle istituzioni. Gesù non è venuto a reclamare la giustizia, ma ad offrire una soluzione finale all’ingiustizia del mondo.

Ma tutto questo non è altro che una bella idea e un’utopia. Comunque, Gesù non ha proposto un’ideologia e per questa ragione non ha predicato il suo messaggio a tutti quanti. Alla gente parlava in parabole, per far sì che iniziassero a pensare. Ciò che voleva era formare un gruppo in cui questo ideale sarebbe stato vissuto. Finché non ci saranno queste comunità, non potrà esserci salvezza, l’obiettivo che Gesù ha proposto sarà annullato e la sua dottrina, come il suo esempio, diverranno soltanto una ideologia in più. Di sicuro, la violenza non è un modo per conformare queste comunità. Se è essenziale per il gruppo che le persone siano libere, devono ovviamente farvi parte per convinzione personale.  

Proclamazione del Messia  

Da questo canto Gesù non ha mai forzato, ma solo invitato, ed ha incominciato la proclamazione dicendo: “Beati coloro che scelgono di essere poveri, perché Dio è il loro Re” (Mt 5,3).

Per appartenere a questo regno di Dio, che è il nome che attribuisce a questa nuova società, è sufficiente essere poveri; dobbiamo rinunciare d’ora in poi al desiderio di ricchezza, di ambizione che imprigiona il cuore dell’uomo e conduce le persone all’ingiustizia, separandole da Dio (Mt 6,19-21,24).

Ogni sezione della proclamazione incomincia con la parola “beati”. Cioè, coloro che scelgono di essere poveri non saranno tra gli oppressi. Dio, che è il loro re, li libererà. Essi saranno persone libere nel regno dell’amore reciproco, liberi dalle necessità, poiché tutti gli sforzi verso la giustizia saranno più che soddisfatti all’interno dello stesso gruppo, in cui ciascuno sostiene l’altro e tutti sono ampiamente sostenuti da Dio. In questi cuori sinceri, dove non esiste rivalità, Dio si farà presente. Coloro che sperimenteranno la fratellanza saranno coloro che lavoreranno per la pace fra le genti, e questo lavoro di riconciliazione li renderà talmente simili a Dio che saranno chiamati figli (cioè suoi figli e figlie). Dovranno aspettarsi che la società umana perversa perseguiti chi non accetta i suoi valori. Questo non è segno di fallimento, ma piuttosto una indicazione che sono dalla parte di Dio e stanno andando nella giusta direzione.

Come ha spiegato Gesù ai primi discepoli, il gruppo non deve vivere per se stesso, ma per guidare tutte le persone di buona volontà (essi sono la luce del mondo, città visibile, Mt 5,14-16). Si tratta di diventare un fattore di cambiamento per la società (essi sono il sale della terra, Mt 5,13; e lievito 13,33), poiché l’obiettivo della venuta del Messia non è condurre alcune persone verso la perfezione individuale, ma è l’intervento di Dio per cambiare il corso della storia.  

Condizioni per il Discepolato  

Non c’è neanche bisogno di dirlo che la condizione indispensabile per essere discepoli era la fede in Gesù come Messia e Figlio di Dio (Mc 1,1;Mt 16,16; Gv 20,31); fede che significava aderire completamente a lui, dedizione alla sua persona e alla sua missione. E’ ovvio che non ci sarebbe stato motivo di seguire Gesù a meno che non si fosse convinti che era inviato da Dio.  

a) Rinuncia alle ricchezze

Accertata questa fede, la prima condizione che Gesù impose ai suoi discepoli è la rinuncia alle ricchezze (Mt 5,3; Mc 10,21 e Lc 12,33; 14,33), il solo modo per interrompere un sistema ingiusto (Lc 16,9). Questa rinuncia non è un consiglio ascetico per pochi individui isolati, ma una necessità per coloro che desiderano appartenere alla nuova comunità umana che Dio intende creare in questo mondo.

Non che Gesù richiedesse la rinuncia ai propri beni quale condizione di salvezza,6 ma l’obiettivo del gruppo che Gesù stava formando non è solo ottenere la vita eterna, perché già era sicura (Mc 10,30; Gv 2,18; 6,47,54; Ef 2,5-6), ma trasformare la società umana. E per fare ciò, la bontà individuale non è sufficiente, e neanche le opere buone fatte dall’alto o la carità paternalistica e i fioretti. Egli vuole la creazione di un gruppo in cui non ci sia né mio né tuo, dove tutti condividano con gli altri tutto ciò che hanno (At 2,42-45; 4,52).

Tuttavia, coloro che scelgono di essere poveri non devono essere scambiati per un gruppo di accattoni. Al contrario, Gesù ha promesso di  porre fine al bisogno e alla fame. Ciò che afferma è che la soluzione al problema non è nell’accumulare (Mt 6,19-21), ma nel condividere (Mt 14,15-21). La persona che smette di cercare di arricchirsi qui sulla terra ha Dio stesso come ricchezza e sicurezza (Mt 6,19-21; 19,21). Coloro che dividono ciò che hanno troveranno abbondanza, ciò che chiaramente Gesù intendeva quando ha moltiplicato i pani (Mc 6,38-44) e ha risposto alla sfida di Pietro (Mc 10,28-31).7

Una vita di questo tipo contraddice quella della società e per questa ragione Gesù chiese a coloro che volevano diventare suoi discepoli di auto-emarginarsi per creare un nuovo stile di vita. Non basta quindi essere realmente poveri per appartenere al gruppo di Gesù, c’è ancora un altro passo, cioè rinunciare al desiderio di ricchezza e abbracciare la comunità.

Gesù quindi non si identificava semplicemente con i poveri e gli oppressi, e neanche divenne un leader delle masse (Mc 1,37, 38, 45; 6,45; 8,10; Gv 6,15). Egli aveva il più grande amore possibile per i poveri, era sempre pronto per loro, insegnava loro, li guariva e li sfamava, e concedeva indistintamente il suo tempo, ma quando aveva finito di aiutare, si ritirava. Non voleva neanche essere un altro oppresso o il loro leader; ciò che cercava era aprire una nuova possibilità che avrebbe consentito agli oppressi di sfuggire l’oppressione e agli affamati di sfuggire la fame. Non c’era nessun bisognoso nel gruppo di Gesù (Lc 22,35); non era interessato alle privazioni (Mt 11,18-19) e neanche imponeva il digiuno ai suoi discepoli (Mt 9,14-15); e la fame, per lui, era una ragione sufficiente per trasgredire la legge (Mt 12,1-8). Viveva da povero poiché non credeva nel valore della ricchezza e sapeva bene che la ricchezza implica l’ingiustizia (Lc 16,9) dato che la libertà umana e la felicità sono possibili sono quando si elimina l’ambizione.

b) Rinuncia a Onore e Potere  

La rinuncia alle ricchezze porta con sé la rinuncia all’onore e al potere che ne derivano. Dove non ci sono ricchi né poveri, non c’è primo né ultimo. Nel suo gruppo Gesù non permetterebbe il predominio di uno sull’altro. Innanzitutto, c’era libertà totale nel gruppo: non ha mai imposto regole, un giorno santo da osservare o una pratica obbligatoria. E quando venne criticato perché i suoi discepoli non conducevano una vita austera, rifiutò di porre regole riguardo il digiuno (Mt 9,14; 17). La libertà e la gioia erano il segno distintivo del gruppo di Gesù ed egli stesso lo paragonava ad una celebrazione di nozze.

In secondo luogo, non avrebbe conferito nessun titolo speciale o segno onorifico ai suoi seguaci come era usuale tra i rabbi. Proibì loro ti chiamare qualcuno “padre”, perché tutti sono fratelli e sorella con un solo Padre nei cieli. Neanche ha lasciato che chiamassero qualcuno “maestro” (mio Signore, Monsignore), come si usava tra i maestri, poiché essi avevano un solo maestro, Gesù stesso (Mt 23,8-11).

Ogni volta che i discepoli mostravano segni di ambizione verso il potere, li stroncava sul nascere; dovevano restare al livello dei più piccoli (Mt 18,1-4). E se qualcuno aveva un ruolo nel gruppo, questo non avrebbe potuto rassomigliare a cariche civili in cui ci si domina a vicenda (Mt 20,25-27).

Al potere egli opponeva l’uguaglianza (Mt 23,8) e il servizio reciproco (Mt 20,25-28), ed aveva parole minacciose per chiunque tentasse l’arrampicata (Mt 23,12).

Per essere suo discepoli si doveva estirpare il proprio tornaconto: “Se qualcuno vuole venire dietro di me, deve dimenticare se stesso (Mt 16,24), cioè, smettere di fare i propri interessi personali. Ed oltre questo, egli delineò una panoramica chiaramente contraria al desiderio di successo: “Sollevi la sua croce”, cioè, sia pronto ad essere guardato male, escluso e perfino condannato dalla società in cui vive (Mt 6,10-12; 16,24).  

c) Decisione  

Aderire a Gesù e proclamare la buona notizia deve venire prima dei legami familiari (Mt 10,37; Lc 14,26), la voglia di notorietà e sicurezza, nonché successo mondano (Mt 16,25-26). La decisione deve essere radicale e irrevocabile: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio” (Lc 9,62).

"Il Mondo" in San Giovanni  

Lo stesso rifiuto dei falsi valori della società viene espresso in Giovanni dal contrasto tra Gesù e il “mondo”. Questo, in senso peggiorativo, significa il sistema sociale, religioso e politico del tempo. Il peccato dei leader giudei era che appartenevano ad un sistema di potere che era basato necessariamente su menzogne e violenza (Gv 8,23, 44).

Contro i leader, Gesù si definiva il pastore ideale, che non è venuto per distruggere e uccidere, ma per dare vita e dare la sua stessa vita per i suoi (Gv 10,10-11). I leader che non facevano lo stesso non erano altro che ladri e banditi (Gv 10,1-2, 7).8  

Gesù e il Popolo: Liberazione  

Il grande ostacolo all’accettazione del messaggio di Gesù era il rispetto dei leader e delle istituzioni giudaiche. Gesù liberava il popolo in due modi: con le parole e con le opere.9 Mediante le parole, attaccava il prestigio dei capi, non come individui (non dà mai nomi propri), ma come classe. I farisei gradivano la venerazione della gente in virtù della loro santità e la gente si sentiva colpevole se non riusciva ad adempiere agli obblighi religiosi con la stessa loro meticolosa perfezione. Gesù lanciò un attacco frontale: quelli che scambiano per santi non sono altro che ipocriti (Mt 6,2,5,16). In faccia li chiama ladri (Mt 23,25; Lc 11,39). In questo modo distrugge la loro influenza e pone fine all’idea fuorviante che la santità consista nell’adempimento di molte osservanze e pratiche devozionali (Mt 5,20).

Ma Gesù non lo dimostra solo in teoria; egli fa sì che i discepoli e il popolo aprano gli occhi di fronte alle cose per come sono e possano interpretarle; cioè, egli risveglia il loro spirito critico (Mt 6,2,5,16; 15,14;16,12; 23,5-7). Affrontando i dottori o i maestri egli dichiara che il loro modo di interpretare ed insegnare la legge è insufficiente e falsata e il popolo non dovrebbe credere nella loro dottrina, poiché essi non insegnano ciò che Dio ha detto, ma la propria elaborazione della sua parola (Mt 15,3-9; 22,41-45; 23,16-22).

I sommi Sacerdoti, rappresentanti dell’ideologia ufficiale e amministratori della religione e del tempio, li ha chiamati banditi (Mt 21,13) ed ha annunciate che Dio aveva tolto loro tutta l’autorità (Mc 12,9). Il tempio, che era il fulcro della religione e il vanto della nazione giudea, Gesù l’ha definito covo di ladri, sterile e maledetto (Mc 11,12-21: l’albero di fico, immagine del tempio), e, non certo impressionato dalla sua maestosità, ne ha annunciato la totale distruzione (Mc 13,1-2).

Ma Gesù non parla soltanto. Egli dimostra con le azioni la falsità delle idee diffuse dai leader. Egli compie opere proibite per legge e disattende ciò che i dottori dicono essere obbligatorio. Ad esempio: nell’Antico Testamento si dice (Lv 13,45) che toccare un lebbroso faccia diventare impuri. Gesù ne tocca uno e accade il contrario: non è Gesù che diventa impuro, ma il lebbroso ad essere purificato (Mc 1,40-42). Secondo i dottori, avere a che fare con un pagano rende impuri. Gesù non solo lo fece, ma sedette a tavola con noti peccatori (Mc 2,13-17). I dottori dicevano che era proibito strappare le spighe di sabato; Gesù disse alla gente che la persona è più importante della legge del sabato (Mc 2,23-28). Essi dicevano che prima di mangiare bisognava lavare le mani secondo certi riti in caso uno avesse toccato qualcosa di “impuro”, e né Gesù né i discepoli lo facevano (Mc 7,1-2; Lc 11,37-38).

Era proibito entrare in casa di un pagano e Gesù si offrì per andare a casa del centurione il cui servo era ammalato (Mt 8,5-8). Non era considerato giusto che gli uomini viaggiassero con alcune donne e Gesù andò in tutta la Galilea con i dodici e con un certo numero di donne che li aiutava (Lc 8,1-3). I dottori insegnavano che per ottenere il perdono di Dio bisognava offrire sacrifici al tempio o fare opere di pietà, e Gesù perdonava i peccatori semplicemente grazie alla loro fede (Mc 2,1-5). Era inconcepibile che un uomo rispettabile permettesse ad una prostituta di toccarlo e Gesù lasciò che la penitente cospargesse i suoi piedi di olio profumato (Lc 7,36-39).

In realtà, a parte la fede in Dio, Gesù non ha lasciato in piedi nulla delle leggi religiose giudaiche tranne la giustizia e la bontà esercitata verso gli altri (Mt 7,12; 19,16-19; 22,34-40; 23,23; 54,34-36). Tutti gli altri doveri: sacrifici al tempio (Mc 12,32-34), preghiere ad ore stabilite (Lc 5,33-34), abluzioni rituali (Mc 7,3), distinzione tra cibi permessi e proibiti (Mc 7,19) e conseguente discriminazione tra religiosi (osservanti) e non religiosi (non osservanti), non avevano alcun valore per lui.

Affermava che i cosiddetti “peccatori” erano più vicini a Dio di coloro che si mantenevano senza macchia (Lc 18,9-14); cioè, dichiarava invalida tutta la pratica religiosa propriamente detta. Ciò che ha valore per Dio è la bontà verso gli altri (Lc 10,30-37) e la sola cosa che macchia una persona sono le intenzioni malevole e dannose verso il prossimo (Mc 7,20-23).10

Gesù chiese molto di più: non è necessario uccidere, disprezzare è già uccidere (Mt 6,21-22). Evitare lo spergiuro non basta, bisogna essere sinceri nel profondo (Mt 5,33-37). Andando oltre l’amore verso chi ci ama, bisogna amare e fare del bene a coloro che non ci amano (Mt 5,43-45). Ciò che Gesù vuole è una reale e sincera bontà del cuore verso

chiunque si incontra in ogni istante della vita quotidiana (Mt 7,12).

Gesù si cura di coloro che lo cercano.11 Egli accetta anche gli inviti dai ricchi, ma senza celare il suo messaggio (Lc 11,37-52; 14,1-14). 

Gesù e i Discepoli: La Rivelazione del Messia  

Gesù ha un tale rispetto per la libertà dei suoi discepoli da non rivelare loro all’inizio di essere il Messia; essi dovevano essere in grado di riconoscerlo dal modo in cui viveva ed operava. 12 Egli portò i discepoli a riflettere e quando erano stati con lui un tempo sufficiente, pose la domanda decisive: “Voi chi dite che io sia?” Pietro, a nome di tutti rispose che egli era il Messia promesso, il figlio di Dio (Mt 16,16).

Questa è la fede che Gesù voleva che essi coltivassero, e da allora il suo obiettivo fu tornare nella capitale, Gerusalemme, per denunciare il sistema e annunciare la sua fine. Ma proprio allora sorse una difficoltà: i dodici lo riconobbero come Messia, ma secondo la loro antica idea. Essi interpretavano questo titolo come facevano i Nazionalisti, sperando che avrebbe trionfato a Gerusalemme ed inaugurato il suo regno.

Gesù voleva che loro abbandonassero questa idea. Fin dal principio spiegò che non sarebbe stato acclamato, ma rifiutato e ucciso dai leader nazionali. Questo provoca la protesta di Pietro e Gesù gli urla i peggiori insulti possibili (Mt 16,21-23). Lungo tutta la strada verso Gerusalemme i discepoli, sperando in vantaggi personali, lo seguono senza capire (Mc 9,30-32). Gesù ripete per tre volte ciò che sta per succedergli (Mc 10,32-34), ma essi non afferrano. Come si può vedere da Giacomo e Giovanni, essi sperano ancora che il regno di Dio soddisferà le proprie ambizioni (Mc 10,37). Amano Gesù, ma il nazionalismo e l’ambizione impediscono loro di comprendere.

Quando raggiungono Gerusalemme viene organizzata una dimostrazione nazionalistica per acclamare Gesù quale successore del re Davide (Mc 11,10), restauratore della monarchia e gloria della nazione. Ma per frustrare queste aspettative, Gesù entra nella città in groppa ad un asino, che era la cavalcatura dei poveri, non certo adatta ai re.

Gesù era paziente con i discepoli; egli insegnava loro, li rimproverava, rispondeva alle loro domande. Sebbene si rendesse conto che non capivano, non li abbandonava e insisteva sempre che non tutto sarebbe finito con la sua morte (Mt 8,31; 9,31; 10,34). I dodici sono un esempio della difficoltà sperimentata dalla gente socialmente oppressa o dalle comunità locali, di rinunciare alla vendetta (At 1,6). L’idea fissa era il rovesciamento del potere che li avrebbe innalzati. Questo era già accaduto a Gesù di Nazareth. Quando aveva soppresso i versetti finali di Isaia che parlavano di ritorsione, la gente insorse contro di lui. Quando disse che Israele non avrebbe avuto nessun privilegio come nazione, volevano ucciderlo (Lc 4,16-30).

Gesù e le Autorità: La Denuncia  

Poi Gesù si trovò faccia a faccia con le autorità di Gerusalemme, dove denunciò tutto il sistema. Egli sapeva che gli sarebbe costato la vita. Era la battaglia finale, la lotta con la morte.

Egli maledisse il fico che era simbolo del tempio in cui i soldi avevano preso il posto di Dio (Mc 11,12-21). Non avrebbe riconosciuto l’autorità di nessun sommo sacerdote (11,27-33) e disse loro che Dio li aveva destituiti (12,9) e Israele non era più il popolo di Dio (Mt 21,43). Dichiarò che il Dio delle autorità del tempio non era quello vero poiché era un Dio di morte che non esisteva (Mc 12,28-27). Insultò i sommi sacerdoti dicendo loro che i pubblicani e le prostitute erano più vicini di loro al regno di Dio (Mt 21,28-32).

Una volta ancora ridusse la vecchia legge ad un impegno verso Dio e l’umanità, lasciando fuori gli aspetti religiosi (Mc 12,28-34). Negò ciò che i dotti insegnavano riguardo al Messia che sarebbe arrivato per restaurare il regno di Israele e la monarchia di Davide (Mc 12,35-37) e finì per denunciare i leader religiosi, insultandoli in presenza del popolo (Mt 23,1-36). Ma Gesù non era insensibile e non nascondeva la sua pena per la rovina dovuta all’ostinazione dei leader (Mt 23,37-39).

Quando la battaglia era finita, Gesù lasciò il tempio per non tornarci più. Annunciò ai suoi discepoli la distruzione del tempio e della città, rassicurandoli allo stesso tempo del successo dell’opera che aveva iniziato (Mc 13).13  

La Cena  

Fu durante la sua ultima cena che Gesù diede l’ultimo insegnamento. Completò ciò che aveva incominciato con la moltiplicazione dei pani quando promise la divina benedizione e l’abbondanza ai poveri che condividono tutto ciò che hanno. Il pane va condiviso – ma col pane bisogna dare tutto, anche la stessa vita. La condivisione del pane è l’espressione di un amore illimitato.

Questo è ciò che Gesù ha fatto. Avendo dato loro tutto quanto aveva, stava per dare la sua vita per loro e per tutta l’umanità. La stessa cosa deve accadere nelle comunità di discepoli. Questo pane, simbolo e strumento d’amore l’uno per l’altro, è Gesù stesso, e in una comunità di questo tipo egli è presente. Mangiare il corpo e bere il sangue di Gesù tutti insieme è la creazione di un nuovo popolo di Dio.

La sua parola finale, quindi, cioè che dovevano vivere e morire come lui aveva vissuto e come sarebbe morto (questo è il mio corpo – questo è il mio sangue), che dovevano seguirlo fino alla morte – avrebbe creato una nuova società di discepoli e contrastato il male del mondo come lui aveva fatto. Dato che tutto ciò supera le forze umane, egli dona la sua stessa vita. L’Eucaristia in cui Gesù dona se stesso ai discepoli presupponeva, quindi, un impegno a vivere nel discepolato combattendo contro il mondo che avrebbe ucciso Gesù. Allo stesso tempo Gesù li rincuorava. La sua morte non era la fine di tutto; la prova sarebbe stata superata e il successo era sicuro; egli annunciava la sua risurrezione (Mc 14,27-31).  

La Croce  

Al momento della verità, Gesù provò orrore ed angoscia (Mc 12,33). Doveva morire come un criminale per distruggere i mali della società umana e salvare l’umanità?

Per un momento egli aveva pregato il Padre di trovare un’altra soluzione, ma comprese subito che una lotta oltre la morte è compiuta attraverso la morte; altrimenti, sarebbero solo parole, nessuno potrebbe crederci. Ha accettato completamente il disegno del Padre. Doveva mostrare il male del mondo, il denaro e il potere, che uccisero Gesù e gli uomini. Gesù non si sarebbe arreso neanche a costo della stessa vita.

Restando fedele a questo disegno egli non oppose resistenza né facilitò il compito (Mt 26,50-52; cfr. Mt 5,5); egli non voleva fornire alcun pretesto perché la violenza del potere fosse dissimulata come giustizia.

Davanti al tribunale giudaico non ci fu esitazione. Dichiarò di essere il Messia, che Dio era con lui e contro di loro, che egli avrebbe trionfato e che la rovina attendeva loro e ciò che rappresentavano (Mc 14,61-62).

Le autorità religiose lo ricoprivano di sputi e lo percuotevano (Mt 26,67-68). I soldati romani, che rappresentavano la repressione e la violenza, lo avevano ridotto ad uno zimbello sanguinante (Mt 27,27-31). Lasciandosi manipolare dai capi, il popolo acclamava alla sua crocifissione (Mt 27,20-26); e, sapendo che era innocente, il governatore, lo condannò a morte (Mt 27,28).

La croce di Gesù è la condanna definitiva di un mondo ingiusto (Gal 6,14). Non c’è scappatoia alla croce, si può restare con il crocifisso o con i crocifissori, non c’è via di mezzo. Tutto ciò che Dio apprezza è odiato e rifiutato dal mondo. Ciò che piace al mondo, Dio lo ha in orrore.

Attraverso Gesù, Dio offre al mondo uguaglianza, solidarietà e mutuo aiuto, libertà, amore e felicità con Dio quale re e padre. Ma il dominio, la violenza, l’ingiustizia, il potere civile e religioso, la classe dirigente e il popolo che cerca la sicurezza nelle istituzioni, odiano la vita e comunicano morte. Preferiscono Cesare come re (Gv 19,15).

Ma Dio non era sconfitto. Quell’uomo così giovane annunciò la buona notizia alle donne anche se le sue parole suonarono strane: “State cercando Gesù di Nazareth, il crocifisso. Lui è risorto, non è qui”. Ci si sarebbero aspettati più titoli: Gesù il Messia, il figlio di Dio. No, il giovane ha descritto tutto: Gesù, il carpentiere di Nazareth condannato come un criminale. E afferma di essere risuscitato. E’ la completa approvazione di Dio per la vita e l’opera di Gesù; il messaggio e la lotta che Gesù portò avanti sono sanciti da Dio e i nemici di Gesù sono nemici di Dio.

La morte subita per salvare l’umanità porta alla vita. Dio non è indifferente ai nostri sforzi dopo la liberazione dalla fame e dall’oppressione – in questo è contenuta la promessa della risurrezione per i seguaci di Gesù. La storia comincia di nuovo: “Egli vi precede in Galilea; là lo vedrete” (Mc 16,5-7).14  

La Comunità Cristiana 

La fedeltà a Gesù e l’adesione al suo stile di vita non sono cose che si possono fare da soli (Gv 6,44- 65); è necessario un cambiamento del cuore che Giovanni definisce “nascere di nuovo” (Gv 3,3-8) e Paolo “la nuova umanità” (2Cor 5,17; Gal 6,15) o “l’uomo nuovo” (Ef 4,24; Col 3,9-10). In altre parole per essere capaci di vivere in questo modo, bisogna ricevere lo Spirito, la forza di Dio (Rom 8,2-4; Gal 5,16). L’egoismo umano è così grande che, fintanto che Dio non trasforma una persona, vero amore e solidarietà autentica sono impossibili. Secondo la promessa di Gesù, i discepoli avrebbero ricevuto lo Spirito di Dio e solo allora avrebbero smesso di vivere per i propri interessi e sarebbero stati in grado di seguire il suo esempio (Lc 24,49; At 1,5; 2,1-4, 38; 10,44; 11,17;2 Cor 5,15).

Le caratteristiche del gruppo dei discepoli erano in prima analisi l’amore reciproco, poi la gioia, la pace, la tolleranza, la gentilezza, la generosità,la fedeltà, la semplicità e il dominio di sé (Gal 5,22-23; Col 3,12-13). Era un gruppo senza privilegi, di razza, di nazionalità, sociali, di classe o di sesso (1 Cor 12,13; Gal 3,28; Col 3,11); un gruppo in cui tutte le barriere erano cadute, in cui tutte le ostilità erano cessate, poiché Gesù Cristo aveva instaurato la pace (Ef 2,13-16).

Quindi viene creata la comunità in cui nessuno fosse sopra o sotto, ma fossero tutti primi e ultimi al contempo (Mt 19,30), sorelle e fratelli con un unico padre, servi con un solo Signore, discepoli con un solo maestro, poveri le cui ricchezze e sicurezze sono in Dio stesso (Mt 6,19-21; Mt 19,21). Qui non c’è mio, né tuo (At 4,32). E’ un gruppo pieno di gioia perfetta (Gv 15,11; Gv 16,24), affetto reciproco (Rom 12,10; Col 3,12), immediato ed illimitato perdono, in cui tutti siano uniti dall’amore (Col 3,14) e dal sostegno reciproco (Mt 5,7). Ciascuno si carica il fardello degli altri (Gal 6,2), le qualità di ciascuno sono a servizio di tutti (Rom 12,3-8; 1 Cor 12,4-11; Ef 4,11-13) e l’autorità equivale al maggior servizio non alla superiorità (Lc 22,26-27).

Oltre al lavoro dello Spirito dentro ciascuno, il gruppo come tale deve sperimentare la presenza del Signore Gesù (2 Cor 13,5) e l’azione del suo Spirito (Gal 3,5). Questa esperienza rafforza la fede in modo simile alla vita quotidiana dei dodici con Gesù, che li portò a riconoscerlo come Messia e Figlio di Dio (Mt 16,1). Potrà sostenersi col riflesso del

messaggio di Gesù, dato che il gruppo vive per seguirlo, confrontando sempre le azioni personali e comunitarie con il suo insegnamento. Per i discepoli, il Signore glorificato è la salvezza, la vita, la gioia, la forza e la speranza (Col 3,4). Gesù, nella sua vita terrena e nella sua morte, è la via e la verità (Ef 4,20-24).

Solo questa esperienza nella preghiera comunitaria e nell’Eucaristia tiene unita la comunità e scioglie le tensioni e le difficoltà che possono presentarsi (Fil 4,4,-7). Aiuta anche a sostenere i deboli (Mt 18,12; Gal 6,1). I bassi istinti che possono sorgere, lo spirito di rivalità e parzialità non hanno alcun antidoto se non lo Spirito di Dio (Gal 5,16); e la missione dello spirito è richiamare ed interpretare il messaggio di Gesù (Gv 14,26;Gv 16,13-15).

La preghiera in comune esprime anche la gioia della fede che si manifesta nella lode a Dio tramite Gesù Cristo (Ef 5,18-20; Col 3,16), e una fraternità che trova nell’Eucaristia la sua naturale espressione (At 2,42). 

La Missione e il Mondo  

Il gruppo, per definizione, non è centrato su sé stesso, dato che i discepoli sono “pescatori di uomini” che devono portare altri nel nuovo stile di vita. Questo non viene fatto per il piacere di imporre le idee personali, ma attraverso l’esperienza della loro stessa felicità: la persona che trova il tesoro e la perla vuole che anche altri la trovino (Mt 13,44-46).

Per la missione, ciò che è di primaria ed assoluta importanza, è l’esistenza stessa del gruppo. Se la nuova società di discepoli non esistesse come Gesù voleva, tutto sarebbe inutile; non c’è nulla da offrire se non parole ed idee vuote. Amore e felicità devono essere considerati possibili. E’ triste vedere cristiani osservanti che cercano di fare felici gli altri senza aver cristianamente sperimentato la gioia e la pace. La rinuncia ai valori di questo mondo è fatta “per la gioia” di avere trovato il tesoro (Mt 13,44).

Il gruppo deve essere visibile e il bene che compie attorno percettibile (Mt 4,14-16); il messaggio deve essere proclamato senza timore (Mt 10,26-27), ma con prudenza (Mt 7,6; 10,16). L’individuo che annuncia la buona notizia (Mt 10,5-15) sembra una persona povera (senza soldi né viveri), piacevole (che saluta), semplice (che accetta l’ospitalità), mai pretenziosa (non necessita un cambio di alloggio, Mc 6,10), pratica, convinta dell’urgenza del lavoro di ciascuno (che non perda tempo con lunghi ossequi, Lc 10,4) e della serietà ed importanza della missione (se non ascoltano, gridatelo a tutti e scrollate la polvere dai vostri sandali). Una simile persona deve dimostrare la realtà della salvezza curando gli ammalati e scacciando i demoni. Cioè, l’inviato rappresenta in qualche modo la comunità alla quale appartiene; il modo in cui vi presenterete ed opererete renderà visibile come vivete; egli o ella offriranno la salvezza che già possiedono.

Giovanni esprime la missione come essere strumenti dello Spirito di Dio nella sua testimonianza contro il mondo. Lo Spirito vuole dimostrare al mondo che il Gesù condannato era innocente ed era nel giusto; che il mondo che lo ha condannato era il colpevole che sta andando alla rovina (Lc 5,26-27; 16,8-11). I cristiani, quindi, devono affrontare il mondo per denunciarne i mali come ha fatto Gesù (Gv 7,7). Non possiamo lasciare stare il mondo indisturbato nella sua ingiustizia. Necessariamente questo provocherà l’astio del mondo che perseguiterà il gruppo dei cristiani come ha fatto con Gesù (Gv 15,18-22; 16,1-4). Ma non c’è alcun bisogno di perdersi d’animo poiché l’opera è di Dio e Gesù ha vinto il mondo (16,33).

Per coloro che di fronte alla denuncia guidata dallo Spirito riconoscano il loro errore, verranno rimessi i peccati, ma coloro che persistono nel male saranno ritenuti colpevoli (Gv 20,21-23). E dobbiamo pregare insistentemente affinché Dio ponga fine alle ingiustizie nel mondo (Lc 18,1-8).

Un altro aspetto importante della missione è il nostro atteggiamento verso la sofferenza e l’ingiustizia. Non si può rimanere indifferenti alla sofferenza, di qualunque genere. Gesù non ha mai rifiutato di sanare una persona malata, e non si è neanche disinteressato del dolore della madre vedova (Lc 7,11-17); egli aiutava coloro che lo pregavano per i propri figli (Mc 9,21-27; Gv 4,50) e l’uomo con la figlia morente (Mc 5,22-24). Aveva compassione dell’ignoranza delle persone ed insegnava loro instancabilmente (Mc 6,34); una grande folla stette con lui per tre giorni ed egli li sfamò quando furono a corto di viveri (Mc 8,1-3). E notate che questo fu fatto con persone che non sarebbero divenute suoi discepoli. Non faceva del bene per guadagnare altri seguaci, ma per compassione.

Più di una volta egli vietò di fare pubblicità, che era il contrario della propaganda (Mc 1,44; 5,43; 7,36). Per Gesù, essere sotto gli occhi di tutti non era un segno di successo, e neanche contribuiva al regno di Dio (Mc 1,35-39; 6,45; 7,24).

Come Gesù, i cristiani devono provare compassione e dispiacere per le sofferenze altrui ed essere pronti ad aiutare per accrescere il loro benessere: ecco dove troviamo l’impegno della comunità cristiana nella lotta contro l’ingiustizia del mondo.

Il primo impegno è la coscientizzazione della gente – che era il lavoro di Gesù – aprendo i loro occhi sulle attività del male. Essi devono confutare gli slogan della società, il primo dei quali dice che a felicità consiste nell’avere, nell’ottenere, nell’essere ricchi, nello stare sotto i riflettori e nel dominare gli altri. Gli idoli creati dalle ideologie devono essere abbattuti, di qualunque natura siano, e le persone devono imparare a giudicare le azioni secondo il loro vero valore. Cioè, devono lavorare per creare uomini liberi. In questo non dovranno fare altro che imitare ciò che Gesù ha fatto con la gente del suo tempo.

Poi saranno intraprese altre iniziative (e saranno sostenute le già esistenti) per alleviare i dolori umani e debellare l’oppressione e l’ingiustizia. Allo stesso tempo non ci saranno arroccamenti su ideologie di potere né si identificheranno tali attività “di liberazione” con il regno di Dio. Combattere l’ingiustizia è necessario ed urgente, ma nel marasma della lotta, la comunità cristiana deve ricordare che Gesù, diversamente dagli Zeloti, non identificava il regno di Dio con la riforma istituzionale.

Per quanto strenuamente ci proviamo, finché le persone non cambiano e Dio non scardina l’ambizione dai loro cuori, l’ingiustizia continuerà ad esistere in un modo o nell’altro. Gesù insegna che la soluzione non sta nel denaro o nel sistema di potere; la salvezza della società umana è possibile solo attraverso la venuta del regno di Dio nel gruppo di coloro che “hanno scelto di essere poveri”, dove ambizione e rivalità sono stati rimpiazzati dall’amore e dalla fratellanza. E solo Dio è in grado di realizzare tutto questo creando un nuovo popolo attraverso il suo Spirito.

Da tutto ciò che abbiamo detto sarà chiara l’urgenza da parte dei credenti in Gesù di indirizzare tutte le loro energie nella creazione di comunità che vivano il messaggio nella sua pienezza.

 

NOTE :

1 - Essi non avevano fiducia nei commercianti ordinari, che magari non avevano pagato il dieci per cento dei proventi al tempio, e organizzavano le loro proprie cooperative. Questo danneggiava i mercanti comuni che si sentivano disprezzati a causa dell’antagonismo che subivano dai farisei. Dall’altro lato tutto ciò che i farisei acquistavano, così come i vasi e i piatti, dovevano essere accuratamente lavati, in caso fossero “sporchi” o “impuri”. Oltre tutto questo essi indulgevano in abluzioni lunghe e complesse prima dei pasti, per paura che le loro mani avessero toccato qualcosa di “impuro” (Mc 7,1ff; Lc 11,38).  

2- Tra i farisei, i più alti in grado erano i dottori o scribi, i maestri eruditi, ordinati dopo i quaranta anni di età. Indossavano abiti speciali, con delle frange sul mantello e fasce sulla fronte e sulle braccia con citazioni dall’Antico Testamento; essi avevano i loro discepoli che contavano su di loro e li chiamavano “padre” e “guida”, occupavano i primi posti nelle funzioni religiose e nei banchetti, e per strada la gente li salutava con gran rispetto. Veniva loro dato solitamente il titolo di “rabbi” (mio Signore, monsignore). L’ossessione farisaica per l’osservanza delle leggi religiose portò molti di loro a dipingere un Dio banchiere che annotava le buone e le cattive azioni di ciascuno nel suo libro contabile. Se qualcuno era in debito (e capitava di frequente), poteva rimettersi in sesto con i sacrifici al tempio o gli atti di pietà.  

3 - La popolazione della Samaria, la provincia centrale, non era puramente giudea. Vi si erano stabilite e mescolate colonie di altre nazionalità, razze e credo. Avevano il loro tempio (Gv 4,10) ma i giudei lo avevano distrutto prima dell’era cristiana. Al tempo di Gesù, l’inimicizia tra i samaritani e i giudei era molto forte. Ecco perché Gesù non trovava ospitalità nei villaggi della Samaria (Lc 9,52-56). Il peggiore insulto per un fariseo era definirlo “samaritano” (Gv 8,48). Per i giudei, i samaritani erano eretici e pagani con i quali non volevano avere a che fare (Gv 4,9). 

4 -  La denuncia profetica dell’Antico Testamento era anch’essa riformista: a parte alcuni lampi passeggeri di cambiamento istituzionale (es. Ger 31,31-34; compensato da 33,19-26), la giustizia che chiedevano nel nome di Dio di fatto rispettava le istituzioni così come erano giunte fino a loro.

5 - Il povero nell’Antico Testamento era anche l’oppresso, quello che aspirava alla giustizia, che, in situazioni estreme ricorreva alla violenza come il solo modo di alleviare la sua situazione, seppur per breve tempo.

Nell’ultimo periodo dell’Antico Testamento cominciò ad emergere una tendenza tra i poveri: “i poveri di Yahvé”, che, disperando di ricevere qualunque aiuto umano, avevano riposto tutta la loro fiducia in Dio, l’unico capace di rendere loro giustizia e di salvarli dalla loro miseria. Infatti, fino al tempo di Cristo, quella giustizia non era arrivata.  

6 - La vita eterna si può ottenere se si è onesti e giusti col prossimo in qualunque stato ci si trovi (Mc 10,17-18;Lc 10,25-28; 19,8-10; Mt 25,34-40,46).  

7 -   La sussistenza del gruppo non è una mera questione di buona amministrazione; c’è anche la divina benedizione 8Mt 19-26), e ciò che è impossibile all’uomo viene compiuto da Dio che conosce molto bene le nostre necessità 8Mt 6,8,31-33). Quel che viene chiesto è che ci teniamo pronti ad aiutarci reciprocamente (Mt 5,7) e ad essere generosi (6,22-23). Saziare gli affamati era il chiaro segno che Gesù era il Messia, venuto per portare la buona notizia ai poveri, una lezione che i dodici trovano difficile da digerire (Mc 8,14-21).  

8 - Essere con Gesù non è abbastanza, bisogna troncare con questo mondo perverso. L’accettazione del messaggio di Dio taglia fuori i discepoli da “questo ordine” (cfr. Gv 17,14-16). Cioè, coloro che sono con Gesù devono rifiutare i valori che “l’ordine attuale” propone. Se Dio è il datore di vita del gruppo cristiano, il capo dell’ordine presente è il Satana (Gv 8,44; 12,31; 14,30). Il gruppo cristiano deve essere ben consapevole di questa incompatibilità; non gli è permesso di “appartenere al mondo” (Gv 15,19) e neanche di adattarsi “a questo mondo” (Rom 12,12; 1Pie 1,14).  

9 -  Quando Gesù aveva a che fare con la gente, cercava di liberarla dalle idee che le erano state insegnate e che impedivano l’ accettazione della nuova mentalità del regno di Dio. Oggi la definiremmo “coscientizzazione”.  

10  -  In sintesi, Gesù reduce l’antica legge giudaica ad un codice morale simile a quello di alter religioni e culture e, facendo questo, ha aperto la porta ai pagani (Mc 3,7-8; Ef 2,15). Per il gruppo riunito intorno a Gesù l’antica legge divenne troppo stretta poiché prettamente concentrata sull’esteriorità e incapace di cambiare in meglio le persone.  

11 -  Se il ricco gli chiedeva un favore lui lo faceva (Mc 5,22-24; 17,11-19) e rifiutava di discutere faccende di soldi (Lc 12,13-14).

12 - Egli non gradiva idee preconcette, ma una scelta basata su un’esperienza; ragione per cui non lascerà che i demoni proclamino la sua identità (Mc 1,24-25; 3,11-12), che avrebbe potuto essere interpretato in senso nazionalistico. Per la stessa ragione egli rifiutò di operare segni dal cielo, ma chiese alla gente di guardare ai segni quotidiani (Mt 16,1-4; Mc 8,11-13; Lc 12,54-56), cioè, ai fatti.  

13 - Gesù sapeva che la sua denuncia lo avrebbe portato alla morte, ma aveva ancora bisogno di un po’ di tempo con i suo discepoli per poter dar loro le ultime istruzioni e prepararli alla prova. Per questa ragione fece egli stesso in modo che i capi, che già avevano deciso di ucciderlo (Mc 14,1-2) dovettero aspettare che un discepolo lo tradisse per poterlo catturare (Mc 14,10-11).  

14 -  Antisemitismo nei Vangeli? A volte gli evangelisti vengono accusati di anti-Semitismo. Questo è un errore. Ciò che è accaduto in Palestina, avrebbe potuto accadere in Grecia o a Roma se Gesù avesse vissuto o operato lì; il mondo è lo stesso ovunque. Che sia avvenuto in Israele, tra gente specialmente preparata da Dio, è la prova più evidente che il potere e la ricchezza rendono le persone sorde alla voce di Dio e pronte per assassinare i suoi profeti (Mt 23,29-37; cfr. Lc 16,29-31). E’ stato facile per i cristiani dare la colpa della morte di Gesù al popolo ebraico in quanto tale; in questo modo essi si sono risparmiati il confronto forzato col vangelo. Non è stata la razza ebraica che ha rifiutato ed ucciso Gesù, ma la violenza insita nel denaro e nel potere, presente e malvagia in altri popoli e in altre epoche come lo era in Palestina nel primo secolo.


Tratto da:
www.ildialogo.org  Traduzione dall’inglese di Stefania Salomone

Nota:
Se vuoi essere informato sulle pubblicazioni di solidando.net  puoi iscriverti gratuitamente  alla newsletter del sito al seguente indirizzo :  http://www.solidando.net/newsletter.htm
<



   
[ la Solidarietà ][ il Sociale ][ la Fede][ Forum ][ Contatti ][ Newsletter ][ Il blog Solidando ]