L’Amore : Unico vincolo del matrimonio ! – p. Alberto Maggi OSM

 
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Mt 19,1 E avvenne, quando Gesù ebbe terminati questi discorsi, lasciò la Galilea e andò nel territorio della Giudea, al di là del Giordano. 2 E lo seguirono molte folle e là egli le guarì.

Terminati questi discorsi: questa espressione viene usata dall’evangelista per chiudere gli insegnamenti di Gesù (Mt 7,28; 11,1; 13,53; 26,1). Questo è il quarto dei cinque discorsi che cadenzano il vangelo di Matteo. La parte conclusa è il discorso comunitario (Mt 18,1-19,1) con le norme di comportamento all’interno della comunità dei credenti. Il prossimo discorso sarà quello conclusivo o finale (Mt 23,1-26,1).

Gesù prosegue il viaggio verso Gerusalemme, dove troverà la morte, come aveva annunciato ai suoi discepoli (Mt 16,21). Gesù lascia la Galilea e non vi tornerà più se non alla risurrezione quando “sul monte” si manifesterà ai discepoli (Mt 28,16).

Inascoltato nelle grandi città Corazin, Betsaida, Cafarnao (Mt 11,20-24) e rifiutato nella stessa Nazaret (Mt 13,53-58) la sua azione in Galilea potrebbe considerarsi fallimentare. Ma non è così. L’indicazione geografica indicata dall’evangelista è molto strana. Anziché scrivere al di qua del Giordano colloca la Giudea al di là, accomunandola ai territori pagani. L’evangelista contrappone all’insuccesso nelle città Galilee il seguito enorme di folle che lo seguono e che Gesù, quale nuovo Mosè, conduce nella via dell’esodo. Un dato appare alquanto strano: la guarigione di Gesù è rivolta a tutte le folle che lo seguivano. Non è possibile che queste folle siano composte esclusivamente di malati (ai quali peraltro sarebbe stato alquanto difficile poter seguire Gesù in un itinerario che dalla Galilea scendeva nella Giudea).

Per l’evangelista tutto il popolo di Israele è come un malato che necessita della guarigione ad opera di Gesù. La malattia mortale che soffre il popolo è causata dai sacerdoti che anziché presentare il Dio liberatore deturpano il volto del Signore presentandolo come un tiranno: “Perisce il mio popolo per mancanza di conoscenza. Poiché tu rifiuti la conoscenza, rifiuterò te come mio sacerdote” (Os 4,6).

3 E gli si avvicinarono alcuni farisei per tentarlo e gli chiesero: «E’ lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?».

Puntualissimi, ogni volta che Gesù cura, guarisce o libera il popolo, compaiono coloro che non tollerano questa liberazione che sottrae la gente al loro influsso e diminuisce il loro prestigio (Mt 9,14; 12,2; 15,1; 16,1).
I farisei compaiono quando la gente segue Gesù e viene guarita. Per loro si tratta di un’emorragia interna che occorre tamponare al più presto. Per questo tentano Gesù. I farisei incarnano nel loro atteggiamento ostile nei confronti di Gesù, l’azione del satana nel deserto, che Matteo, unico tra gli evangelisti, ha definito il tentatore (Mt 4,3). La domanda che i farisei pongono a Gesù non è volta a un apprendimento, ma è un agguato. Essi non intendono tanto controllare la sua ortodossia, ma fargli fare la stessa fine di Giovanni il Battista che era stato decapitato dal tetrarca Erode. Erode era infatti ossessionato dalla figura di Gesù che vedeva come il Battista “risorto dai morti” (Mt 14,2).

E Gesù è più pericoloso di Giovanni il Battista.

Mentre Giovanni accusava Erode non tanto per aver ripudiato la legittima moglie, azione che la Legge consentiva, quanto per essersi sposato con sua cognata Erodiade (Mt 14,1-12), fatto severamente proibito dalla Legge (Lv 20,21), Gesù si è già pronunziato contro l’azione stessa del ripudio (Mt 5,31-32). Il tema che affrontano i farisei è infatti la facoltà dell’uomo di ripudiare la moglie. Il ripudio era ammesso dalla Legge, e nessuno lo metteva in discussione, seppure era controversa l’interpretazione delle cause che consentivano all’uomo di ripudiare la moglie per poi potersi nuovamente sposare legittimamente.

Lo scioglimento del matrimonio non presentava in Israele grandi difficoltà: “Una donna è una piaga per suo marito? La ripudi e così sarà guarito!” (Yeb. B. 63b) sentenzia il Talmud, dove un intero trattato (“Ghittin”, da ghet, ripudio) è dedicato all’esame dei casi di ripudio. La legislazione del Ripudio (ebr. sefer keritut) era basata esclusivamente sul diritto dell’uomo: “La donna può essere ripudiata lo voglia o no” (Yeb. M. 14,1).
Il testo che permette il ripudio è Dt 24,1: “Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa”.
Il problema era sapere a che cosa si riferiva il legislatore con “qualche cosa di vergognoso” (lett. “nudità di una cosa”).

Le due principali interpretazioni si rifanno ai due rabbi antagonisti: Shammai e Hillel. Il primo partitario di un’interpretazione rigida della Legge e l’altro più di manica larga.

I discepoli di Shammai insegnavano che “non si ripudia la propria moglie se non perché si trova in lei qualcosa di vergognoso” (Sifr. Dt 24, 1 269. 122a), e per vergognoso intendevano un comportamento indecente, concretamente l’adulterio.

I seguaci di Hillel, più largamente, insegnavano che l’uomo può rimandare la propria moglie “anche se ha lasciato bruciare il pranzo …” (Git. M. 9,10).

Rabbi Aqiba insegnava che “se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi” significa che l’uomo può ripudiare la moglie “anche se trova un’altra donna più bella di lei” (Ghit., 9,10) .

Le due scuole rabbiniche, pur divergenti nelle motivazioni delle cause del ripudio, consideravano legittimo per l’uomo prendere una nuova moglie, in quanto l’uomo è fatto per la riproduzione che è un preciso precetto divino: “siate fecondi e moltiplicatevi” (Gen 1,28).

I farisei chiedono a Gesù, che si è mostrato già di manica larga, se anche lui è d’accordo con Hillel che la moglie può venire ripudiata per un qualunque futile motivo. Come si vedrà più avanti con la domanda sulla liceità del pagamento delle tasse all’imperatore (Mt 22,15-22), la domanda dei farisei è subdola.

Nella tentazione dei farisei si rinnova quella del diavolo che tentò Gesù di fare quel che la gente si attendeva e sperava (Mt 4,5-6). Se Gesù si pronuncia a favore del ripudio ottiene il facile consenso della folla ma rinnega quanto insegnato nel discorso della montagna (Mt 5,31-32). Se Gesù si dichiara contro la pratica del ripudio va contro la Legge di Dio e accresce l’ostilità di Erode nei suoi confronti.

Ma egli rispose dicendo: «Non avete letto che il Creatore da principio “li fece maschio e femmina” , Gesù tratta da ignoranti i farisei: “Non avete letto”. I farisei, che passano il giorno e la notte a leggere la Scrittura, di fatto non la capiscono e non la intendono, perché criterio di comprensione della Scrittura è il bene dell’uomo. Gesù ignora le divisioni teologiche delle varie scuole rabbiniche e tralascia pure la stessa Legge di Dio espressa nel libro del Deuteronomio per risalire direttamente alla volontà del Creatore.

Ancora una volta il conflitto è tra un Dio Creatore e uno Legislatore. Gesù senza esitazione si pone dalla parte del Creatore e del suo piano originario sulla creazione.

Nella sua risposta Gesù utilizza, unendoli, i due racconti della creazione contenuti nel libro del Genesi.
Mentre nella prima narrazione, nata nei circoli profetici, si parla creazione di una coppia, alla pari, da parte di Dio, che “creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gen 1,27), nella seconda, elaborata in ambiente sacerdotale, viene corretta questa linea teologica troppo ardita. Prima viene creato l’uomo, e la donna non è creata alla pari dell’uomo, ma solamente la “plasmò con la costola che aveva tolta all’uomo”, per questo “la si chiamerà donna [ebr. ’iššah] perché dall’uomo [ebr. ’iš] è stata tolta” (Gen 2,21-23).

Gesù ignora questa seconda parte nella quale la donna è inferiore all’uomo, e cita solo la conseguenza:
“Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola”.

Ciò che dà all’uomo la forza di staccarsi dalla propria famiglia, è il bisogno di ricostituire l’unità della propria persona con la parte mancante, la donna. Solo un amore più grande di quello ai propri genitori consente di rompere il vincolo con la casa paterna. Questo amore, superiore a quello ai genitori, riesce a fondere in una solo essere due distinte persone.

Inoltre ogni componente della coppia manifesta al proprio coniuge quell’amore e quella protezione che prima veniva esercitata dalla famiglia originaria. Così non sono più due, ma una carne sola. Gesù sottolinea l’affermazione del Genesi, ribadendo che l’uomo e la donna, due differenti individui, sono chiamati a fondersi in un’unica persona.

La donna non è più proprietà del marito ma carne della sua carne (Gen 2,23), sua compagna con uguale dignità. In questa nuova realtà si esclude ogni forma di superiorità di una parte sull’altra. Colui che ripudia la propria moglie mutila e diminuisce se stesso. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi.
Questa unità, volontà di Dio, non può essere eliminata per l’iniziativa dell’uomo. L’uomo che ha osato separare quel che Dio aveva congiunto è stato Mosè, che, permettendo il ripudio, con la sua legge ha annullato il progetto divino ed è chiunque ripudia il proprio coniuge distruggendo l’unità creata da Dio.

Ancora una volta Gesù si collega al filone profetico del Dio creatore e la sua presa di posizione richiama quanto scritto nel libro del profeta Malachia: “Non fece egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale? Che cosa cerca quest’unico essere, se non prole da parte di Dio? Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Perché io detesto il ripudio, dice Yahvé Dio d’Israele” (Ml 2,15).

Gli dissero: «Perché allora Mosè comandò di darle l’atto di ripudio e mandarla via?». Gesù si è richiamato direttamente al Dio Creatore e al suo progetto di unità tra l’uomo e la donna, ma quel che egli afferma è in contrasto con la realtà matrimoniale ebraica dove l’uomo era l’indiscusso padrone della moglie. Mentre per marito si usava il termine ba’al (padrone/proprietario) alla moglie era riservata la qualifica di be’hulah (posseduta). I farisei che non possono appellarsi al Creatore replicano con il Legislatore che attraverso Mosé autorizzò i ripudio. Quel che allarma i farisei è il ridimensionamento della Legge di Mosè già compiuta da Gesù nel discorso della montagna. Gesù infatti aveva già affrontato la questione del ripudio e si era espresso chiaramente contro quanto insegnato da Mosè: “Fu detto: Chiunque ripudia sua moglie le dia l’atto di ripudio. Ma io vi dico…” (Mt 5,31-32).Disse loro: «Mosè per la durezza/ostinazione del vostro cuore [sklêrokardian] vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così.Gesù si rifà al piano del Dio creatore (da principio) denunciando che Mosè lo ha abbandonato per andare incontro al suo popolo.

Secondo la tradizione religiosa ogni parola della Legge veniva da Dio stesso, e Mosè aveva avuto il semplice ruolo di esecutore della volontà di Dio ed era inaccettabile distinguere alcune parti affermando che provenivano da Mosè anziché dal Signore: “Chi assicura che la Torah non viene dal cielo, almeno in quel testo e che Mosè e non Dio lo ha detto.. verrà sterminato in questo mondo e nel mondo a venire” (Sanh. B. 99a). L’affermazione di Gesù suona a bestemmia perché osa contraddire quanto scritto nella Sacra Scrittura dove Dio stesso emana la Legge, compresa quella del ripudio, e comanda di metterle in pratica: “Yahvé tuo Dio ti comanda di mettere in pratica queste leggi e queste norme” (Dt 26,16).

Per Gesù quel che è scritto nella Legge non manifesta la volontà di Dio, ma è un cedimento alla testardaggine del popolo, e quindi non gode di alcuna autorità divina. Gesù rimprovera i farisei di trascurare il comandamento di Dio per osservare la tradizione degli uomini (Mc 7,8). Rimproverando i farisei per la loro durezza di cuore, Gesù si richiama alla generazione dell’esodo, tutta perita nel deserto proprio per “l’ostinazione [sklêrokardia] del loro cuore” (Sir 16,9). E’ la generazione che non ascolta i profeti di Dio perché non ascolta il Signore stesso (“Gli Israeliti non vogliono ascoltare te, perché non vogliono ascoltar me: tutti gli Israeliti sono di dura cervice e di cuore ostinato [sklêrokardioi]” (Ez 3,7).

Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di porneia, e ne sposa un’altra commette adulterio».

Quando Matteo scrive la sua opera si conosceva già il vangelo di Marco, che è il più antico. In questo vangelo la frase di Gesù non conosce alcuna eccezione: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei” (Mc 10,11), e neanche il vangelo di Luca ammette l’eccezione di Matteo.
Le comunità cristiane non hanno ritenuto i vangeli un codice di comportamento fissato una volta per sempre, bensì un testo vivente, in crescita, al quale ogni comunità era tenuta ad aggiungere e arricchire la propria esperienza di Gesù risorto. La parola di Gesù non è stata considerata la lettera che uccide ma lo Spirito che vivifica (2 Cor 3,6), per questo l’evangelista introduce nella comunità cristiana un caso che può giustificare il ripudio, quella della porneia.

La Chiesa primitiva all’eccezione riportata da Matteo aggiungerà presto anche quella di Paolo che affronta una nuova situazione nell’ambito della comunità: quella di coppie dove uno solo dei coniugi è credente.
Nella Prima Lettera ai Corinti si legge: “Se il non credente vuole separarsi, si separi; in queste circostanze il fratello o la sorella non sono sottomessi a schiavitù; Dio vi ha chiamati alla pace” (1 Cor 7,27). La pace, cioè la felicità viene prima del vincolo matrimoniale. Questo deve produrre e manifestare felicità, quando avviene il contrario cessa di esistere. E’ questo il “privilegio paolino” col quale si autorizza lo scioglimento del matrimonio.

L’eccezione della porneia non è quella ammessa dalla legislazione del Deuteronomio . Il termine greco scelto dall’evangelista è passibile di diverse interpretazioni che vanno dalla fornicazione al concubinato all’impudicizia, alla prostituzione, all’unione illegale e all’adulterio. Inoltre nel linguaggio profetico l’idolatria e l’infedeltà nella quale cadeva spesso il popolo d’Israele, è definita porneia, (Os 4,10-12) e la Chiesa primitiva ha inteso anche in questo senso l’ adulterio: “Non si ha adulterio solo se uno corrompe la propria carne, ma anche chi compie cose simili ai pagani è un adultero” (Pastore di Erma, 4 Precetto, 39 (19,9).
Nel mondo giudaico l’uomo era obbligato a ripudiare la moglie adultera (“Chi tiene la moglie adultera è uno stolto e un empio”, Pr 18,22 LXX).

Per Gesù l’unico motivo che può sciogliere il vincolo matrimoniale è la constatazione evidente che esso non esiste più. Ciò può avvenire con l’adulterio, che non va inteso come colpa occasionale, ma come scelta definitiva di uno dei coniugi di un altro partner. E’ l’amore quel che realizza l’unione tra i due. Senza amore cessa l’unità e con esso il vincolo matrimoniale.

E’ questa la scelta di Girolamo, primo traduttore della Scrittura e tra i primi traduttori e commentatori del vangelo: “Solo l’adulterio può vincere l’amore alla propria moglie. Quella carne che era una ella l’ha divisa unendosi a un altro, il suo adulterio l’ha separata dal marito… Dunque, ovunque vi è adulterio… si è liberi di ripudiare la moglie” (Girolamo, Com. Mat. Lib. 3,19,9).

Il matrimonio è una scelta d’amore e come tale esiste finché l’amore è presente, manifesto e operante. Se questo amore viene meno, viene meno anche il matrimonio che non può sussistere laddove c’è indifferenza, freddezza, o addirittura l’avversione e l’odio. Il Dio che ci “ha chiamati alla pace” (1 Cor 7,15) non può imporre ai suoi figli un’esistenza infelice.

Gli dissero i discepoli: «Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla moglie, non conviene sposarsi».
I discepoli non accettano il rifiuto del ripudio annunciato da Gesù. Quel che insegna il loro maestro è contro una tradizione consacrata che vede nell’uomo il padrone della propria moglie. Con queste condizioni il matrimonio non ha senso.

Da parte dell’uomo il matrimonio veniva concepito soprattutto per assicurarsi una discendenza. La donna era uno strumento sessuale, chiamata brutalmente racham, “utero” (Gdc 5,30). La moglie è solo uno strumento, un recipiente che il maschio utilizza per fare figli. “Servirsi del recipiente” era il modo usato nel Talmud per indicare l’atto sessuale (Meg. B. 12b).

Ma egli rispose loro: «Non tutti accolgono/capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso.

La parola alla quale Gesù si riferisce non riguarda il rifiuto del ripudio ma al messaggio che segue, che Gesù ritiene non sia per tutti. Anche questo insegnamento è proprio di Matteo.

Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; e ci sono eunuchi che sono stati evirati [eunouchisthêsan] dagli uomini, e vi sono eunuchi che si sono evirati [eunouchisan] da sé a causa del regno dei cieli. Chi può capire, capisca.

Gli unici eunuchi dei quali si ha notizia al tempo di Gesù sono i tre al servizio di Erode il Grande (Guerra 1,488). Di fatto in Israele non vi erano eunuchi, in quanto la pratica della castrazione era espressamente proibita dalla Legge (Dt 23,2; Lv 22,24).

Con il termine eunuco, cioè l’evirato, ripetuto nel brano tre volte, si indicava colui che non poteva procreare.
Secondo la tradizione religiosa ebraica “l’uomo è obbligato alla riproduzione” (Ber. r. 1,28) perché il comando divino è “siate fecondi e moltiplicatevi” (Gen 1,28). Nella Bibbia non esiste alcun termine per indicare il celibe o la nubile e secondo il Talmud “Il celibe non è un uomo nel pieno senso della parola” (Ber. r. 17,2).

Chi non si sposa “vive senza gioia, senza benedizione, senza felicità” perché “un uomo senza donna non è un uomo” (Yeb. B. 62b; Ber. r. 17,2). La proposta di Gesù di una rinuncia alla procreazione in vista del regno suonava quindi sacrilega nel giudaismo. Nella Legge gli evirati erano impediti al culto e al sacerdozio (“Non entrerà nella comunità del Signore chi ha il membro mutilato”, Dt 23,2). Ora costoro vengono portati da Gesù come modello di operai del Regno (Is 56,3-5).

La scelta di rinunciare alla procreazione non significa però infecondità. Ed è sintomatico che proprio dopo aver parlato di coloro che non procreano vengano porta-i a Gesù dei bambini, e più avanti Gesù confermerà che ogni scelta fatta per il regno produce cento volte tanto (v. 29).

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