Il marxismo e le Beatitudini - p. Alberto Maggi OSM





 
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"Come si poteva dire agli afflitti, agli affamati, che erano beati? E perché erano beati? Perché dopo il calvario della loro esistenza, come “premio”, sarebbero stati portati in prima fila in paradiso. Un paradiso, però, che non solo non era precluso al ricco, anzi, questi si assicurava l’aldilà lasciando generose offerte per la celebrazione di messe perpetue dopo la sua morte. E i poveri si sentivano beffati su questa terra e in quella futura."  

 

“La religione è l’oppio dei popoli”. Con questa perentoria affermazione, Karl Marx denunciava il pericolo delle religioni. Non aveva torto Marx. Se una religione viene usata dai ricchi e dai potenti per mantenere il dominio su una massa di poveri e di oppressi, è veramente un oppio, cioè un narcotico che neutralizza le energie e le forze vitali del popolo.

 

Sul banco degli accusati, in prima fila tra le religioni, c’era secondo Marx, proprio il cristianesimo, e in particolare il messaggio di Gesù conosciuto come “beatitudini”.

 

Una religione nella quale si proclamavano beati i poveri, perché proprio a causa della loro indigenza avevano il paradiso assicurato, era indubbiamente una religione alienante.

 

Come si poteva dire agli afflitti, agli affamati, che erano beati? E perché erano beati? Perché dopo il calvario della loro esistenza, come “premio”, sarebbero stati portati in prima fila in paradiso. Un paradiso, però, che non solo non era precluso al ricco, anzi, questi si assicurava l’aldilà lasciando generose offerte per la celebrazione di messe perpetue dopo la sua morte. E i poveri si sentivano beffati su questa terra e in quella futura.

 

La predicazione di questo messaggio non poteva che essere fallimentare. Di fatto, i poveri, gli afflitti e gli affamati, alla prima occasione che la vita offriva loro di uscire dalla loro indigenza e sofferenza non ci pensavano due volte, lasciando povertà e beatitudine senza alcun rimpianto.

 

D’altro canto, quanti non si trovavano in queste situazioni di miseria e di oppressione si guardavano bene dall’entrarci, decretando così il fallimento del messaggio di Gesù.

 

A causa di ciò le beatitudini sono le grandi sconosciute della dottrina cristiana. Non si conoscono o si conoscono male. Tutti ricordano indubbiamente la prima beatitudine, forse perché la più antipatica (“Beati i poveri …”), per il resto è come se Gesù avesse proclamato beati i disgraziati della società e beatificato quelle condizioni di sofferenza e di dolore dalle quali ogni persona sana di mente si guarda bene dall’entrare e dove, se malauguratamente ci si trova, cerca di fare di tutto per uscirne.

 

Realmente Gesù ha proclamato beati i poveri? E se l’ha fatto, perché i poveri sono beati? Perché vanno poi in paradiso, in quell’aldilà nel quale anche i ricchi sono ammessi?

 

La risposta si trova nei vangeli. E la sorpresa è che mai Gesù ha proclamato beati i poveri, quelli che la società affama ed opprime. Gesù non è venuto a santificare la povertà, ma ad eliminarla.

 

Il Cristo non è venuto per addolcire con la visione beatifica la tragedia della vita quotidiana dei poveri, ma a strappare i miseri dalla condizione di indigenza e di dolore.

 

Le beatitudini nei vangeli si trovano in Matteo e in Luca (Mt 5,1-10; Lc 6,20-23). Le forme sono diverse, il messaggio è identico.

 

Mentre in Matteo l’invito è a quanti vogliono farsi poveri (Beati i poveri di spirito), in Luca Gesù si rivolge ai discepoli che hanno già fatto questa scelta (Beati voi poveri, Lc 6,20) e hanno lasciato tutto per seguirlo (Lc 5,11).

 

Beati i poveri per lo spirito, perché di questi è il regno dei cieli. (Mt 5,3)

 

Nella lingua greca, l'aggettivo “beato”, usato inizialmente per sottolineare la felice condizione degli dèi, passò poi a designare lo stato degli uomini che nell'al di là sarebbe stato simile a quello delle loro divinità.

 

Nella Bibbia il termine beato viene messo in relazione con tutto quel che si riteneva rendesse l'uomo felice: lunga vita, ricchezza, figli, ecc. Gesù non proclama beati quelli che la società ha reso poveri, ma i poveri per lo spirito, termine che indica una forza interiore dell'uomo che lo spinge a entrare volontariamente nella condizione di povertà.

 

La costruzione greca dei poveri di spirito, può indicare una deficienza dell’individuo (poveri di spirito), un atteggiamento spirituale (poveri nello spirito) o una scelta esistenziale (poveri per lo spirito).

 

Esclusa l’ipotesi che Gesù proclami beati i deficienti, rimane quella della povertà nello spirito, ovvero del distacco dalle proprie ricchezze pur mantenendole.

 

La povertà di spirito diventa spirito di povertà. Ma dal contesto del discorso della montagna e del vangelo di Matteo, si vedrà che non si può essere poveri nello spirito senza essere materialmente poveri (Mt 19,21).

 

Gesù non si rivolge a un singolo ma a una pluralità di individui (i poveri/di essi).

 

La beatitudine non è un invito a un'ascetica povertà individuale, ma comunitaria, per trasformare radicalmente la società e permettere così l'avvento del Regno.  Gesù invita i suoi discepoli a farsi volontariamente tutti poveri perché nessuno più sia povero, come lui che “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8,9). Quella di Gesù non è una richiesta di spogliarsi di quel che si ha, ma di rivestire chi non ha nulla, al fine di realizzare la volontà di quel Dio che aveva chiesto che nel suo popolo nessuno fosse bisognoso (“Non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi”. Dt 15,4) e che sarà l’obiettivo della prima comunità cristiana dove “Nessuno infatti tra loro era bisognoso” (At 4,34)

 

Mentre l'invito viene rivolto a tutti gli uomini (“Beati i poveri”) il pronome è selettivo (“questi”). L'uso del presente (“di essi è il regno dei cieli”) manifesta una realtà che è già in atto e non rimanda a una promessa futura.

 

A coloro che fanno la scelta libera e volontaria della povertà viene assicurato il “regno dei cieli”, da non confondere con un regno nei cieli.

 

Matteo è l’unico evangelista a usare l’espressione “regno dei cieli”, al posto di regno di Dio, secondo la tendenza tipica degli scribi di usare dei sostituti per evitare di pronunciare o scrivere il nome divino. In luogo del nome di Dio si adoperava l’espressione “il cielo” (1 Mac 3,60).  Il “regno dei cieli” non proietta la promessa di Gesù in un futuro lontano (l’al di là), ma in una realtà, già presente, di avere Dio come re, ovvero un Padre che si prende cura dei suoi.

 

Questo regno diventa realtà nel momento in cui i discepoli entrano nella condizione di poveri, e unicamente su costoro il Padre può esercitare la sua regalità: a chi si fa responsabile del benessere del proprio fratello, Gesù garantisce che il Padre stesso si farà carico della loro felicità (Mt 6,33; 25,34-40).

Con questa beatitudine Gesù non solo non idealizza la povertà, ma chiede ai suoi discepoli una scelta coraggiosa che consenta di eliminare le cause che la provocano. La decisione volontaria di entrare nella condizione di poveri, viene presentata dall'evangelista come la beatitudine principale e condizione per l'esistenza di tutte le altre. Le sette beatitudini che seguono non sono che la presentazione delle situazioni (Mt 5,4-6) e delle conseguenze (Mt 5,7-10) positive che la scelta per la povertà comporta nella società e nella comunità. 

Tratto da:

http://www.studibiblici.it/index.html


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