Maria : Madonna della teologia e della  Bibbia ! - Ortensio da Spinetoli


 
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"Noi vorremmo incontrare la madre di Gesù come la incontravano i cittadini di Nazaret, come appariva ai suoi vicini, ai suoi coetanei. Per essi non era la «figlia di Sion», la nuova Eva, ma una loro conoscente, amica, parente di cui ammiravano le virtù, la bontà, la semplicità. Non è facile incontrarsi nel secolo XX con Maria di Nazaret, ma se ciò non avviene, tutti gli altri incontri sostitutivi non servono per avvicinarsi di più a lei e tramite lei al figlio di Dio."   

LETTURA MARIOLOGICA DELLA BIBBIA? - CRITERI E PROSPETTIVE

L'esegesi è diventata, anche in campo cattolico, un'arte difficile. Ancor più lo è quella mariologica. Si tratta di segnalare le basi della teologia, della liturgia, della spiritualità, della devozione mariana. Se esse non sono solide e fondate le relative dottrine e deduzioni pratiche le sono anch'esse insicure. In questa circostanza non si pretende un'analisi dei brani scritturistici mariologici, ma di segnalare una  chiave, un criterio, una norma che renda possibile, che giustifichi la lettura che al riguardo viene  abitualmente proposta. 

Il termine «mistero» fa pensare a qualcosa di adombrato, di inevidente, ad allusioni, richiami, analogie. Il mistero è un segreto di Dio che i suoi profeti hanno colto solo a tratti e confusamente e l'hanno ritrasmesso con la stessa oscurità. Il mistero di Dio, di Cristo, rimangono impenetrabili all'uomo. 

Il mistero di Maria in quanto connesso con quello del figlio e con il disegno di Dio, condivide la stessa sorte. Poiché non si tratta di indovinare, o dare per buono un ipotetico progetto divino, quanto di scoprire attraverso le segnalazioni che egli ne ha fatto, quello che è il suo vero intento, il suo beneplacito. 

La mariologia, come d'altronde la teologia in genere, ha vagato in tutte le direzioni, spesso se non il più delle volte indipendentemente dalla Bibbia. Si è rifatta alla tradizione che tuttavia altro non è se non una libera, a volte eterogenea, «interpretazione» - inteso il termine in senso molto elastico- della S. Scrittura. Non c'è scienza sacra che non abbia in qualche modo quest'origine, magari occasionate, biblica. 

Attualmente le attenzioni si sono concentrate sulla Bibbia,indipendentemente dalla tradizione, per cogliere se non il primitivo messaggio di Cristo, almeno il primo momento della sua rielaborazione, quello più vicino a Lui.  

La tradizione non perde il suo peso, ma segnala momenti successivi, qualche volta deviazioni, dell'annunzio originario. Se si fa appello alla Scrittura è perché si vuole conoscere più esattamente il tenore della proposta divina, che giunge sempre interpretata dai suoi mediatori umani, ma almeno si tratta di mediatori ristretti e meglio individuati. Alla fine bisognerà fare un vaglio anche delle loro opinioni, ma riesce probabilmente più facile di quello dei successivi interpreti.  

La Scrittura non è certamente la fonte esclusiva della proposta divina o rivelazione, ma è la fonte principe con la quale tutte debbono convenire. L'argomentazione scotistica «potuit, decuit, ergo fecit» (poteva, era conveniente, perciò lo ha fatto), non è più di moda, e a ragione perché il credente si deve preoccupare di conoscere solo ciò che Dio gli suggerisce e propone e non ciò che gli uomini pensano di Lui o dicono in suo nome. La fede è ubbidienza a Dio, ricordava Pietro ai sinedriti (At 4,19).

1.    Prime delineature della figura di Maria 

Il ritorno alla Bibbia è il primo passo per un rinnovamento mariologico. Ormai è un assioma indiscusso .Il discorso suppone perciò la previa conoscenza e accettazione della nuova ermeneutica. E un capitolo che non può essere di nuovo spiegato, analizzato, comprovato in questa sede; deve essere appreso e accettato in partenza.  

Il primo canone di come leggere il mistero di Maria nella Bibbia consiste quindi nell'applicazione delle leggi di una retta esegesi. Nell'ambito privato ognuno può indulgere alle proprie considerazioni o divagazioni, ma volendo conoscere e segnalare l'esatta intenzione, il volere di Dio, occorre attenersi ai criteri più rigidi che lo lasciano intravvedere, scoprire, determinare.  

La Bibbia è un libro di fede, ma sempre un libro; non può dire di più, né qualcosa di diverso da quello che le singole parole, nel loro contesto prossimo o remoto, annunziano. Se Marco 6,3 parla dei fratelli e delle sorelle di Gesù e adopera i termini adelphoi e adelphai, che in greco, salvo precisazioni verbali o contestuali, significa «fratello» e «sorella» nella carne, sarebbe abusivo andare a cercare un altro significato riduttivo prima di accertarsi se quadra quello corrente.  

La mariologia se vuole essere una scienza deve rinunciare a presupposti o postulati di qualsiasi genere, per affidarsi ai risultati che la ricerca testuale offre. L'appunto mosso alla mariologia tradizionale è quello di essere stata libera, basata sulla «convenienza teologica>> più che sui dati evangelici; più sul citato principio scotistico che sulla storia.  

Una mariologia biblica in questo senso ha già molti capitoli, ma non è ancora scritta integralmente. Una ricerca critica sulla madre di Gesù dovrebbe cominciare da Gal 4,4: «Nato da donna, nato sotto la legge». È il quadro natalizio più spoglio, per questo più genuino, che le fonti neotestamentarie ricordano. Gesù è un comune mortale soggetto alle comuni leggi della vita e della convivenza sociale; la madre, una donna dello stesso rango e della stessa condizione. 

Dopo questo accenno seguono le poche comparse che Maria fa nella vita pubblica del figlio ricordate sommariamente da tutti gli evangelisti.  

In primo luogo per importanza è l'episodio di Nazaret in cui ella è menzionata con Giuseppe, i fratelli e le sorelle di Gesù: «Non è costui», si chiedono i nazaretani, «l'artigiano, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone e le sorelle non sono qui tra noi?» (Mc 6, 3 ).  

Nella versione più antica del medesimo evangelista si ha: «Non è costui il figlio del carpentiere e di Maria», ( versione armena e georgiana), lettura che si avvicina a quella di Matteo13,55 «Non è costui il figlio dell'artigiano, sua madre non si chiama Maria?» 13,55 e a quella di Lc 4,22 «non è costui il Figlio di Giuseppe ... ».  

Si possono richiamare anche i passi di Gv 1,45: «Abbiamo trovato colui del quale Mosè e i profeti hanno scritto, Gesù di Nazaret il figlio di Giuseppe », e 6,42: «Non è questi Gesù, il figlio di Giuseppe, colui del quale noi conosciamo il padre e la madre? Come dunque dice: 'Sono disceso dal cielo'?».  

In un'altra comparizione la madre e i fratelli vengono a fermare e a riportare a casa il loro congiunto creduto dalla folla e da loro stessi fuori di sé (Mc 3,21). La risposta che Gesù dà in tale circostanza è anch'essa problematica: «Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli?». E continua: «Chi fa la volontà di Dio questi è mio fratello, sorella e madre» (Mc 3,34; Mt 12, 49; Le 8,21).   

Una testimonianza analoga riferita da Luca 11,27-28 è la replica di Gesù alla donna che aveva esaltato la madre «Beato il ventre che ti ha portato» «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica>>, sentì invece rispondersi.  

Il significato di questo protovangelo mariano deve essere ancora esplicitato in tutti i suoi profondi contenuti e accettato in tutto il suo tenore. Prima di qualsiasi successivo, abbagliante annunzio dovrebbe essere richiamata e fermata qui l'attenzione dei fedeli e dei teologi per comprendere la vera grandezza di Maria.  

Ella comincia dall'anonimato, se non dal nulla, come quella del figlio. A Nazaret nessuno sa qualcosa di lei all'infuori del nome. Ella non ha un casato, non ascendenti dinastici, glorie avite da mettere in mostra.  Appartiene a una famiglia di comuni operai, come tale è Giuseppe e lo stesso Gesù. Una famiglia numerosa, in cui accanto al primogenito (cfr. Lc 2,7) compaiono «fratelli» e «sorelle».  

La scelta di Dio cade su di lei, come un tempo si era posata su un pastore (Saul, David), su un coltivatore di sicomori (Amos), su un campagnolo di Anatot (Geremia). Le cose che non contano, dirà Paolo, diventano davanti a Dio gli strumenti più idonei delle sue operazioni (1 Cor 1,28). Egli ha posato lo sguardo, dirà l'autore del Magnificat, sull'umiltà (tapeinosis) della sua serva (Lc 1,48).  

La predicazione apostolica sembra essersi arrestata su questo primo quadro mariano. Per quaranta, cinquant'anni, per la prima generazione cristiana non sembra esserci stato altro da ricordare e da annunziare sulla madre di Gesù. 

La riflessione mariologica avrebbe dovuto approfondire questi dati; almeno non perderli di vista, ma ha preferito dimenticarli, se non proprio ignorarli, come ha tenuto in poco o in nessun conto i cosiddetti passi antimariologici del Nuovo Testamento, mai citati in una dichiarazione ufficiale della Chiesa prima del Vaticano II (L.G. cap. VIII). 

2.    La fase del ripensamento. 

La predicazione post-apostolica, cioè dell'ultimo scorcio del primo secolo, si può dire orientativamente degli anni ottanta- ma sono trascorsi circa cinquant'anni dalla morte di Cristo e più di una decina dalla morte di Maria-, cerca di riprendere anche il discorso mariano, ma sotto un'altra angolatura.  

La mariologia neotestamentaria, come la cristologia, nasce pertanto in un secondo tempo. Quando la chiesa si è ormai affermata, ha preso coscienza del kerygma o messaggio originario, si prova ad avanzarvi le proprie riflessioni. Ormai è stata sufficientemente chiarita, illustrata la figura e la missione di Gesù; si cerca ora di scoprire e di fare una più adeguata segnalazione delle figure che roteano intorno a Lui, prima di tutto della madre.  

 È il tempo dei «Vangeli dell'Infanzia>> (Mt 1-2; Le 1-2) e di Gv 2,1-12; 19, 25-27 (la scena di Cana e Maria ai piedi della croce). Vi si possono aggiungere, sebbene abbiano una portata minore, At 1,14 (Maria nel Cenacolo) e Ap 12,1-17 (la donna che partorisce nel dolore). Molta mariologia tradizionale fa perno su questi capitoli, ma sono stati presi come narrazioni più che elaborazioni teologiche e per questo la loro portata è stata forse qualche volta fraintesa. E quando un comune individuo diventa o si rivela un  protagonista di primo piano, un personaggio, che si vanno a cercare informazioni sulla sua nascita, sulla sua provenienza, sulla sua infanzia.  

La salvezza non è subordinata a questi dettagli, ma la devozione, la curiosità dei fedeli debbono essere egualmente soddisfatte. E poiché le fonti scarseggiano o mancano del tutto la ricostruzione è fatta in base ai richiami scritturistici, gli unici che godono di assoluta, indiscussa autorità.

In questo periodo di riflessione e di ricerca, anche il Vecchio Testamento che forse non aveva dato rilievo, assegnato incombenze alla madre del Messia (data la scarsa presentazione fatta del Messia stesso), comincia a rivestirsi di contenuti mariologici.  

La mariologia del Vecchio Testamento, si può dire paradossalmente, nasce nel Nuovo. È l'autore di Mt 1-2 che scopre il riferimento mariano di Is 7,14 («Ecco la Vergine che concepisce e partorisce un figlio»), com'è Luca che segnala la tipologia della «figlia di Sion», della dimora divina, dell'arca dell'alleanza, e Giovanni che segnala quella della«donna» del Genesi (3,15; 4-1), tipologia che almeno in maniera eminente trova la sua attuazione in Maria.  

La figura di Maria in questo secondo momento della tradizione cristiana si illumina o si edifica alla luce del Figlio e delle Scritture, sul profilo delle grandi madri sterili che diventano miracolosamente, cioè per un diretto intervento divino, feconde: Sara (Gn 18,9-15), Rachele (Gn 30,1-22), la madre di Sansone (Gdc 13,2), Anna, la madre di Samuele (1Sam 1,5). Maria eccelle su di esse perché è vergine.  

I credenti avevano ormai una chiara idea di Gesù, Messia, Salvatore, figlio di David, figlio di Dio. La sua famiglia pertanto deve essere degna di Lui: i «genitori» non possono essere che di stirpe regale (Mt 1,20; Lc 1,27). La madre è per di più anche imparentata con una famiglia sacerdotale (Lc 1,5.36). Il Messia, il figlio di Dio non può nascere come un comune mortale, ma per un intervento diretto di Dio, potente e santo. E quanto afferma Matteo 1, 18-20 e 1,25 in cui è esclusa ogni parte di Giuseppe nella nascita del «figlio».  

Maria è «Vergine», ribadisce Luca (1,27) «non conosce», non intende cioè «Conoscere uomo» (eufemismo per segnalare il rifiuto di qualsiasi rapporto maritale) (Lc 1,34). Il figlio nascerà da Lei per virtù dell'Altissimo e del suo Spirito santificatore (Lc 1,35). Luca continua la sua ricostruzione richiamando

sulla madre di Gesù le luci della migliore tradizione vetero e intertestamentaria, profetica, sacerdotale e sapienziale (il silenzio di Maria). «Esulta piena di grazia», le dice l'angelo trasferendo a lei l'invito che i profeti Sofonia (3, 14ss), Zaccaria (2,14-15; 9,9), Gioele (2,21ss) avevano rivolto alla figlia di Sion, simbolo della comunità escatologica.   

Ella è la madre del figlio di Dio, ma anche la dimora vivente della divinità. La nube luminosa che accompagnava la comunità dell'Esodo (cfr. N m 9,18.22; 1,6.20; 19,9; 34,5) e più tardi riempirà di sé l'interno del santuario (Es 40, 34-35), scende ora su di lei («la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra») trasformandola in un tempio vivente (Le 1, 35). Ella si parte da Nazaret verso le montagne della Giudea come l'arca era salita dalla casa di Obed Edom verso Gerusalemme (cfr. 2 Sam 6,1-23). Canti di esultanza accompagnano il suo passaggio, salti di giubilo salutano l'arrivo della madre del Signore nella casa di Elisabetta (cfr. 2 Sam 6, 2-11). 

La nascita di Gesù avviene in un tugurio, ma è illuminato da una stella dirà Matteo (2,2); segnalata da una folgorante apparizione angelica aggiunge Luca (Lc 2,9). Sul bambino si raccontano ormai cose meravigliose nelle montagne e nelle valli della Giudea (cfr. Lc 2,20). Egli non è il falegname di Nazaret, ma il Cristo della gloria che tutti debbono conoscere e ammirare nel suo splendore. La madre è la prima a partecipare del suo fastigio. Simeone verrà a ricordare il prezzo (la spada) di tale esaltazione, ma non offuscherà la «luce» che è destinata a riversare su tutti i popoli. 

La scena finale di Luca è idilliaca - la sacra famiglia, con i parenti, in pellegrinaggio verso Gerusalemme - e profetica: Gesù dopo tre giorni di smarrimento (come i tre giorni passati nella tomba) appare circonfuso di ammirazione nella «casa del Padre».  

La linea dei vangeli dell'infanzia continua in Giovanni nel vangelo più che nell'Apocalisse; si è ormai alla fine del primo secolo. Maria, come persona e come simbolo della comunità escatologica, inquadra il ministero pubblico di Gesù; apre la serie dei «segni» con cui egli manifesta la sua gloria e si può dire la chiude. Ella è la madre del salvatore; gli è per questo vicina con un appellativo di antica origine «donna», assunto dal Genesi 3,15 (la donna che con il figlio schiaccia il capo al serpente) o da Gn 4,1 (in cui Eva esclama: «ho avuto un uomo con Dio»).  

A Cana sollecita il messia ad iniziare la sua manifestazione, sul Calvario allo scoccare della loro comune «Ora», ossia della loro missione, è presso la «Croce del figlio», a condividere le sue sofferenze. Ella è la nuova Eva, la madre della comunità che sta venendo alla luce e che nel discepolo Giovanni ha il suo prototipo.  

Gesù è solo a morire sul patibolo ma la madre è vicino a condividere la sua sofferenza e a raccogliere i frutti che da essa promanano. La donna dell'Apocalisse ha perso ormai i contorni personali della madre di Gesù, ma ne ha raccolto i compiti. 

In realtà il trapasso dall'antico al nuovo Israele è avvenuto in Cristo, ma sembra segnalato dalla donna madre, che ha sul capo il serto delle dodici stelle. Ella soffre i dolori del parto, fugge nel deserto inseguita dal drago (alias principe di questo mondo) e riappare vittoriosa dopo la terribile prova. 

Tutto è avvenuto anticipatamente in Maria, tutto si ripete nella Chiesa. In questa simbiosi tra Maria e la chiesa, la chiesa e Maria, si chiude la predicazione mariana del nuovo testamento e inizia la fase post-testamentaria. 

3.    La Bibbia apocrifo 

I racconti dei «Vangeli dell'infanzia» (Mt 1-2; Lc 1-2) non sembrano soddisfacenti alle nuove generazioni dei credenti o almeno a particolari gruppi cristiani (gnostici?) e se ne scrivono altri apparentemente più informati: sono i vangeli apocrifi, in particolare il «Protovangelo di Giacomo» (III secolo d.C.) che è stato tramandato anche in rifacimenti occidentali, il «Vangelo dello Pseudo-Matteo» e il «Libro della Natività di Maria» (sec. VII-VIII).  

Qui anche l'infanzia di Maria viene illustrata. Si ricordano i nomi dei genitori (Gioacchino ed Anna), la concezione miracolosa, il ritiro nel tempio, l'affidamento a Giuseppe (viene cancellato il matrimonio), il parto meraviglioso. Si tratta di uno scritto apologetico (in difesa della perpetua verginità di Maria, della sua appartenenza al casato di David, della maternità divina) più che informativo.  

L'autore cerca di illustrare il mistero di Maria e del figlio sviluppando gli scarsi dati canonici alla luce di tradizioni culturali giudaiche, ma anche della propria fantasia o arte espositiva. 

La parabola che si registra negli scritti neo-testamentari si ritrova, si può dire, nella letteratura cristiana. Il II secolo sembra ignorare la figura di Maria, pur avendo a disposizione le fonti sin qui menzionate (i vangeli propriamente detti, i testi dell'infanzia, gli scritti apocrifi). 

La mariologia patristica prende il suo avvio nel III-IV secolo e salirà in un inarrestabile crescendo nei secoli fino al medioevo (con i primi trattati di mariologia) e all'epoca moderna dove la figura di Maria acquista i  contorni e la dimensione di quella di Cristo. 

I riferimenti scritturistici diventano continui, sovrabbondanti. Libro di Cristo, la Bibbia è anche il libro di Maria. Ovunque si parla di Lui, ovunque di Lei. Oltre i testi classici (Gn 3,15; Is 7,14; Mie 5,2) viene segnalato un numero sempre più grande di allusioni, di richiami, di riferimenti. Il roveto ardente (Es 3,2), l'orto chiuso, la fonte sigillata (Cant 4, 22), il tempio, l'arca, il candelabro, le personificazioni sapienziali, le figure femminili Giuditta, Ester, tutte sembrano annunziare la persona e definire la missione di Maria. 

La liturgia non farà che utilizzare e ampliare questi riferimenti negli «innumerevoli inni, antifone  e preghiere che restano fino ad oggi» (Dizionario mariologico, Roma1983, p. 1079). Maria prende pian piano anche il primo posto nel culto (tenuto in antecedenza dagli apostoli e dai martiri). 

4.    Il senso degli annunzi 

Questa la ricca e varia presentazione del mistero di Maria offerta dalle sacre Scritture che la tradizione ha sancito e ampliato. Cosa se ne può e se ne deve pensare? 

Per orientarsi bisognerebbe tracciare delle linee di demarcazione. Fino a che è possibile, bisognerebbe ritornare alla storia, ai dati se così si può dire «biografici» della madre di Gesù. Al riguardo rimane da approfondire e da accettare gli scarsi accenni di Gal 4,4 e di Mc 3,21.31; 6,3 (e parall. Lc 8,27).  

In questi testi la figura di Maria non ha contorni luminosi se non quelli della sua semplicità e purezza originaria. La lettura e la valutazione più difficile è quella degli strati successivi: vangeli dell'infanzia e Giovanni (2,1-12; 19,25-27; Ap 12,1-17).  

La domanda che occorrerebbe farsi è se questa rielaborazione è teologica (approfondimento, esplicitazione del disegno di Dio in cui trova il suo posto la madre di Gesù), celebrativa panegiristica (quindi senza un autentico impegno dottrinale), ovvero (terza possibilità) è semplicemente parenetica (con scopi cioè prevalentemente edificanti).  

La risposta non è facile e in questa circostanza non è nemmeno possibile, ma la domanda rimane egualmente legittima e condiziona tutta la portata mariologica dei testi neo-testamentari e della letteratura cristiana da essa derivante.  

5.    Visione o interpretazione teologica  

La prima supposizione è che si tratti di una legittima anche se postuma chiarificazione del disegno di Dio a cui i credenti sono invitati a riferirsi e a subordinare le loro menti. La chiesa è sempre stata guidata dallo Spirito di Dio e quello che egli ha suggerito vagamente in un primo momento può aver approfondito nel secondo.  

La grandezza teologica di Maria non vuole e non può esser messa in discussione; essa è documentata dalle fonti bibliche di cui si sta parlando, ma rimane da determinare ancor più chiaramente fino a che punto gli autori di Mt 1-2 e di Lc 1-2 sono teologi, e in che senso lo è Giovanni. Un recente commento a quest'ultimo vangelo cancella tutta la portata mariologica dei capitoli 2,1-12 e 19,25-27. In tutti i modi gli autori neotestamentari non sono mai teologi nel senso moderno del termine. Una buona parte di soggettivismo, di libertà narrativa e compositiva si può ritrovare nei loro scritti. Finché non si è arrivati a questa delimitazione non si raggiunge il messaggio mariologico dei testi in questione. 

Certo finché non si dimostrerà il contrario è meglio attenersi alla lettura comune o tradizionale, aggiornata casomai dalle recenti scoperte esegetiche, ma l'interrogativo persiste. 

6.    La tendenza panegeristica 

Con tutte le riserve che si possono avere non si può negare che la tendenza elogiativa o celebrativa è propria dei testi sacri, delle agiografie, come di qualsiasi epopea religiosa. 

Il discorso sulla madre di Gesù che si sviluppa in un secondo momento della predicazione cristiana, quando il figlio è accettato e presentato come colui che ha ricevuto ogni potere in cielo e in terra (Fil 2,6-11; Mt 11,27; 28,19) rischia di diventare automaticamente celebrativo.  

Le ricostruzioni dell'infanzia fanno parte di un lavorio letterario ordinato a esaltare adeguatamente la madre del messia. Gli autori potrebbero non impegnare la loro parola per annunzi, ma la loro devozione, il loro amore, la loro fantasia per onorare la madre di Gesù, come in maniera più impropria faranno gli apocrifi del secolo successivo. Può darsi che si impegnino in affermazioni teologiche ma non è escluso che  allestiscono dei suggestivi quadri natalizi (i primi presepi).  

È quanto l'esegesi, la critica filosofica (del linguaggio) oltre che filologica (critica delle parole) dovrà appurare.  

Certo anche gli autori dei «Vangeli dell'infanzia» sono ispirati, ma il carisma dell'ispirazione, non cancella la personalità, quindi il soggettivismo (o l'arbitrarietà) di chi scrive. Lo Spirito non cessa di guidare il popolo di Dio e la predicazione della chiesa (non va mai dimenticato l'aforisma: «Credo Ecclesiam regi a Spiritu Sacto ), ma non si sostituisce a nessuno. Anche se ispirato, l'autore sacro rimane uno scrittore del suo tempo. Prima dell'agiografo (=autore sacro) c'è l'uomo, con tutti i suoi limiti e le sue propensioni. L'intervento di Dio è sempre da dimostrare, più che da presupporre.

I vangeli dell'infanzia hanno certamente un messaggio ma prevalentemente sono un elogium. Gesù è l'Emmanuele, Dio con noi; Maria l'almah, la sposa di Dio, la genitrice del suo figlio. Sono affermazioni vere, ma il loro significato non è determinabile secondo i parametri della filosofia greca, ma della forma mentis e dell'intento dell'autore semitico che scrive.   

È da chiedersi se la «Concezione per opera dello Spirito Santo» (M t, Lc) fa parte di un linguaggio  metaforico o sia una notizia di cronaca. La letteratura biblica ed ellenistica offre molti esempi analoghi per orientarsi nella soluzione. Non si possono cancellare questi quadri con un colpo di spugna, ma nemmeno si possono assumere prout jacent come un messaggio sic et simpliciter. 

7.    L 'intento parenetico 

Il filone teologico e quello celebrativo sono senz'altro presenti, anche se non si  può dirsi in quale misura, in quale distinzione l'uno dall'altro, ma non è forse il più importante per gli evangelisti, che non scrivono il più delle volte per informare ma per formare, per spingere a ripercorrere un cammino di fede, o a far propria una scelta di vita.  

La linea teologica tende a costruire un sistema in cui Maria compare con tutte le sue mansioni nel piano della salvezza, ma la sua figura, la sua persona, soprattutto la sua vita non ne escono maggiormente illuminate.  

Inseguire la via teologica o celebrativa significa approdare a un'immagine sempre più lontana se non proprio irraggiungibile della madre di Gesù (quella dei privilegi o dei dogmi mariani), cercare di cogliere le preoccupazioni parenetiche, che forse predominano negli autori sacri è arrivare a conoscere la vita concreta, le virtù, le scelte della madre di Gesù. Forse la lettura più proficua del mistero di Maria nelle fonti bibliche è quella che porta a riscoprirne i tratti che più l'avvicinano ai comuni fedeli, più che quelli che l'allontanano e la distaccano da loro. 

È da questi tratti che bisogna forse ricominciare per conoscere chi è Maria e che cosa attende dai suoi fedeli. Essi possono passare il tempo a ricordare i suoi misteri, a ripetere le sue litanie, sono momenti pieni di emozione e di arricchimento interiore, ma non è mai quello che ha più importanza. Non conta essere tanto mariologi, ma si può dire, giusto per intenderei, quanto mariani. 

La preoccupazione parenetica può esser presente negli stessi racconti dell'infanzia. In Mt 1-2 (chiamato anche vangelo di Giuseppe) Maria è una figura secondaria, ma la sua santità, la sua comunione attiva con Dio sono indiscussi.  

In Luca ella è al centro della narrazione, con le segnalazioni più eclatanti della storia della salvezza (madre del messia davidico, figlia di Sion, sposa dello Spirito, dimora di Dio, arca dell'alleanza, madre del Signore), ma anche con le connotazioni più umili: «la povera serva di Jahve '(1,38)', la vergine fedele». I messaggi che Dio le ha comunicato possono essere grandi ma non è per essi che ella può esaltarsi, ma per la disponiblità, la prontezza con cui ella li ha accolti.  

Non li ha forse sempre ben compresi (cfr. Lc 1,29; 2,19,33,50), ma con ciò non li ha rifiutati (1,38). Ella è chiamata «Beata» perché ha creduto, non tanto perché è la madre del Messia (cfr. Lc 1,45). Questa è una dignità (una «grazia>>: 1,28,30) ricevuta, quella (la fedeltà) un merito acquisito che può essere condiviso da tutti. «Mia madre» dichiarerà in tal senso Gesù, è chiunque fa la volontà del Padre, soprattutto quando questa è onerosa (Mc 3,31).  

La stessa scelta verginale oltre che un fatto è un segno della sua disponibilità al volere divino che deve precedere qualsiasi personale soddisfazione. Più che alla realizzazione di un proprio disegno, ella con Giuseppe dedicherà la sua esistenza al servizio del figlio per essergli di aiuto nella sua vita di uomo, di inviato, di salvatore. 

Il cammino di Maria, come quello di ogni credente e del figlio stesso, è segnato dalla povertà, dal dolore, dalla croce, a cui ella non si ribella ma si sottomette con coraggio. Iddio che la chiamava, ma segretamente, attendendo con discrezione la sua risposta, non la invita alla gloria, ma a un programma di umiliazioni (kenosis) e di sofferenza (la spada). 

I «fratelli di Gesù» si dissociano da lui (cfr. Gv 7,5); a volte anche lei sembra condividere le loro preoccupazioni familiari (cfr. Mc 3,21), ma i vangeli non registrano alcun abbandono del figlio. Ella ha creduto alla sua missione nonostante la diffidenza generale con cui Gesù è accolto dai suoi concittadini,parenti e amici. Certo i sinottici non la presentano con le pie donne al seguito del figlio, e nemmeno ai piedi della croce: si tratta di particolari che non hanno trovato ancora la loro spiegazione.  

Per Luca, Maria è colei che ha ascoltato la parola di Dio, l'ha conservata nel suo cuore, meditandola con attenzione (2,19.23). Il seme non è caduto in lei tra le spine. La preoccupazione del terzo evangelista è di additarla ai comuni fedeli come l'immagine, il prototipo a cui ispirarsi nelle loro azioni, come negli Atti invita la chiesa del suo tempo a contemplare l'idealizzazione di se stessa nella primitiva comunità di Gerusalemme (cfr. At 2,42-47; 4,32-35). 

Maria è la vera figlia di Sion, ma in senso catecheticodidattico, in quanto in lei si ritrovano i tratti (soprattutto la fedeltà) che caratterizza la comunità ideale degli ultimi tempi. 

L'evangelista Giovanni è per eccellenza un teologo, ma potrebbero essere preponderanti anche in lui le preoccupazioni pastorali. Maria a Cana è con gli invitati prima di Gesù e si ritrova con i discepoli dopo il miracolo (v.12), simboleggiando il vecchio Israele (la sinagoga) in quanto supplica il messia a compiere la sua manifestazione a favore dell'umanità, e rappresenta il nuovo popolo (la chiesa) mentre esorta i «servi» («diaconi», non douloi) ad ottemperare al volere del figlio.  

«Tutto quello che Jahve ha detto noi lo compiremo>> rispondeva la comunità dell'Esodo all'invito di Mosè (Es 19,8; cfr. 24,3,7). La stessa esortazione rivolge Maria ai credenti. Nella scena del Golgota l'evangelista esorta i suoi lettori a tenersi (con Giovanni e con Maria) ai piedi della croce, a condividere cioè con loro le sofferenze inerenti alla fede abbracciata. «Accogliere Maria presso di sé», equivale ad averla come modello di vita, oltre che per rifugio nelle difficoltà e nelle incertezze quotidiane.  

Si può rapportare il testo anche alla venerazione che occorre avere verso di Lei, ma questa non ha senso se non è accompagnata da un tentativo di assimilazione delle sue virtù. 

8.    Il supporto antropologico 

Il mistero di Maria dovrebbe essere riscoperto più che attraverso i maestosi quadri che la pietà e la devozione hanno costruito, attraverso i dati storici concreti reperibili nelle fonti evangeliche e insieme attraverso le conclusioni offerte da una sana antropologia. 

Maria è sempre una creatura, una donna del suo tempo, del suo mondo, quindi con i segni, le espressioni e se occorre le carenze della sua e della comune gente. 

Questa mariologia dal basso o dalla base è quella che potrebbe trovare i più larghi consensi nella comunità e nelle comunità credenti. La grandezza di Maria è una grandezza costruita e non, passi il termine, prefabbricata. Nessuno potrà raggiungere la sua misura, ma tutti possono, debbono misurarvisi. Ella è la salvezza dei credenti perché segnala a tutti il cammino che vi conduce e vi ha condotto lei prima di ogni altro.

«Per Mariam ad Jesum» vale sempre, ma in questo senso concreto. Può essere anche bello fermarsi a guardare la condizione celeste di Maria, al pari di quella di Gesù, ma se si dimentica l'itinerario terrestre che essi hanno percorso per raggiungerla è una contemplazione sterile. 

All'uomo che vive ancora quaggiù travagliato dalle difficoltà della vita quotidiana preme conoscere fino a che punto egli ha in Maria e in Gesù un prototipo a cui ispirarsi, più che un faro irraggiungibile collocato al di sopra del suo capo. 

La liturgia è laudativa, ha bisogno anche di ricordare i titoli onorifici della madre di Gesù, ma se fa perdere di vista la vera figura e la vera grandezza di Maria rischia di farle un torto. 

9.    La «lettura» tradizionale 

Il ritorno alla mariologia biblica impone anche una scelta, una presa di posizione di fronte alla mariologia patristica e post-patristica che vuoi essere egualmente scritturistica. Anche i padri, i teologi, e i liturgisti hanno delineato il mistero di Maria richiamandosi alle fonti bibliche, perché non attenersi senz'altro alle loro segnalazioni, ricostruzioni?  

Per rispondere bisogna chiedersi se esse costituiscono un progresso, uno sviluppo omogeneo in eadem linea et in eadem sententia del messaggio biblico o segnano un allontanamento, un superamento del medesimo.  

Certo Dio non ha mai cessato di parlare, e tutta la predicazione della chiesa è sotto l'influsso dello stesso Spirito, autore della Sacra Scrittura, ma non si può dire che le due cose: annunzio di Dio e predicazione ecclesiale, coincidono. Questa buona volontà di non perdere le segnalazioni mariologiche che lo Spirito può aver suggerito a uomini carismatici lungo i secoli, non può dispensarci dal chiederci fino a che punto la lettura che essi fanno dei testi sacri è pertinente.  

La domanda cruciale è se i padri, i teologi, i liturgisti hanno illustrato il loro pensiero con semplici parole attinte dal libro sacro o segnalano momenti e aspetti del messaggio biblico, sfuggiti ai loro predecessori? Scoprono significati più reconditi del testo biblico o solo riesprimono con frasi, figure e immagini scritturistiche le loro opinioni teologiche?  

L'esegesi degli autori neo-testamentari è già accomodatizia, forse lo è ancor più quella degli autori successivi. La mariologia post-biblica non è certamente priva di interesse, può imporsi anche all'attenzione del credente, ma ha valore in base alle sue motivazioni intrinseche, alla logica delle stesse proposte (si consideri tutta le teologia della mediazione mariana), all'autorità di chi le segnala, più che come un'espressione sicura del messaggio scritturistico.

La proposta biblica è certamente un germe destinato a svilupparsi, ma la mariologia post-biblica, patristica e postpatristica non sviluppa sempre germi scritturistici; il più delle volte elabora tesi proprie che crede di ritrovare nella Bibbia che cita, se non a caso, in maniera piuttosto libera. La mariologia può avere un ambito più vasto della Bibbia, ma per proporsi e imporsi dovrebbe avere sempre un aggancio con la storia e con la rivelazione (Bibbia e tradizione). 

Se quest'aggancio non esiste la proposta può rivelarsi personale. Il tema pertanto di «Come leggere il mistero di Maria» va circoscritto alla Bibbia propriamente detta, non a quella dei padri, dei teologi o dei liturgisti. Essi ne fanno un giusto uso ma anche un abuso, che può costituire un aiuto alla comprensione del testo, ma può essere anche una spinta ad allontanarsene. 

23 Conclusione 

Forse la mariologia potrebbe rivedere i suoi presupposti e riscoprire i suoi eccessi a vantaggio di una concezione più obiettiva e più vicina alla realtà di cui anche la madre di Gesù fa ed è parte. La linea teologica è diventata prevalente in qualsiasi trattazione mariana, ma bisognerebbe vedere con quale vantaggio per la comprensione della madre di Gesù e la crescita spirituale dei fedeli. 

La predicazione cristiana si è avvalsa dell'apporto culturale prima giudaico e poi greco, ne ha subito per questo anche gli influssi. Gesù però non è stato un filosofo, e Maria nemmeno. Egli ha instaurato, più che con le parole, con la vita il regno di Dio; la riflessione, l'inquadramento teologico su quanto egli ha detto e fatto l'hanno compiuto i suoi seguaci, fin dalla prima generazione (v. Paolo). 

Il favore, per altri il torto, che questi hanno arrecato alle generazioni future è di aver fatto di un'esperienza di vita, un programma di scuola, di un annunzio un sistema teologico. 

Tutto questo lavorio anche se rispettato dallo Spirito Santo, può aver distratto i fedeli dall'essenziale. Come la predicazione profetica è finita nel rabbinismo (che potrebbe paragonarsi alla scolastica cristiana) così la predicazione di Gesù  è finita nelle sistematizzazioni teologiche. 

Anche i vangeli dell'infanzia e S. Giovanni ripetono messaggi originari di Gesù ma in un'inquadratura che rischia di non farlo più riscoprire. La totalità dei cristiani, più ancora degli uomini, ignora le sottigliezze di tali autori e più ancora quelli dei loro commentatori (gli interpreti e i teologi). 

Deve trattarsi di un'attività secondaria all'attuazione e al conseguimento della salvezza. Gesù non sapeva tutto quello che i teologi e gli esegeti (a cominciare da Paolo) hanno detto e dicono di lui, meno ancora la Madonna; con tutto ciò la loro santità non ne viene in alcun modo sminuita. Ci si può perdere in dotte elucubrazioni, ma dovrebbero servire a isolare l'originario dal sopraggiunto, il genuino dall'inautentico, la parola di Dio dalle parole degli uomini. 

A Dio può interessare che si dicano e che si sappiano belle cose su Gesù e sulla sua madre, ma non si sente obbligato a retribuire chi la segnala o propone, come invece ricompensa chi offre un bicchiere d'acqua a un assetato. 

L'asse della predicazione cristiana si è spostato troppo obliquamente passando dalla profezia all'addottrinamento teologico. Si è liberi di essere anche dei teologi, ma si è cristiani solo quando si rivive l'esperienza di Cristo. Questi richiami vogliono rispondere all'interrogativo di questa relazione «come leggere il mistero di Maria nella Bibbia ». Liberandolo dalle rielaborazioni, dai rifacimenti, dalle idealizzazioni che ha subito nei secoli per ritornare alle «deposizioni » dei suoi legittimi testimoni.  

Il testimonio è colui che riferisce il più fedelmente possibile solo quello che ha visto, non quello che egli pensa. Bisogna conoscere quello che egli pensa - il suo bagaglio culturale - per arrivare a quello che egli ha visto. Come una volta a Gerusalemme e ad Atene, anche nella Chiesa al primo posto sono passati i maestri, i dottori, i sapienti, le scuole, i libri. Possono essere utili, ma non possono sostituirsi ai martiri e ai santi. 

Nessuno può avercela con la teologia ma se n'è fatto uso smodato, a discapito dell'annunzio.

«Come leggere il mistero di Maria nella Bibbia?»: chiedendo  agli esperti, agli esegeti, di ridimensionare le trattazioni mariologiche, e far vedere la persona di Maria più che quella degli evangelisti; più i suoi gesti, le sue parole e le rispettive interpretazioni.  

Noi vorremmo incontrare la madre di Gesù come la incontravano i cittadini di Nazaret, come appariva ai suoi vicini, ai suoi coetanei. Per essi non era la «figlia di Sion», la nuova Eva, ma una loro conoscente, amica, parente di cui ammiravano le virtù, la bontà, la semplicità. Non è facile incontrarsi nel secolo XX con Maria di Nazaret, ma se ciò non avviene, tutti gli altri incontri sostitutivi non servono per avvicinarsi di più a lei e tramite lei al figlio di Dio.   

Si può sempre affermare che lo Spirito guida i teologi nelle loro speculazioni, ma non si può dimenticare che ha guidato anche i predicatori delle crociate e i giudici dell'inquisizione. Lo Spirito è troppo rispettoso della libertà dell'uomo per prenderne il posto. Bisogna ascoltare quel che egli dice alla chiesa e alle chiese, ma la sua voce è sottile, impercettibile: la certezza di averne colto il suono può essere sempre chiamata in discussione per un nuovo più approfondito ascolto.


Tratto da:
http://www.culturamariana.com
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