L'io asimmetrico di Gesù !  - Arturo Paoli




 
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(...)Davanti allo spettacolo della miseria e della sofferenza in mezzo ai poveri dell’ America Latina mi sono sentito interrogato profondamente, perché è chiaro che gran parte di queste sofferenze vengono dalla nostra oppressione, dall’oppressione del primo mondo.

Quindi mi sono chiesto, essendo italiano e conoscendo molti italiani, è possibile che siamo così crudeli da permettere che bambini muoiano di fame, che la gente non possa avere una casa, che debba vivere tutta la vita in baracche? E’ possibile che noi siamo colpevoli delle favelle, degli slom, di tutto quello che succede nel terzo mondo?

Anch’io sono italiano e conosco molta gente che sarebbe disposta a rinunciare a mangiare per non vedere morir di fame un bambino, sarebbe disposta a compartire il suo per alleviare tante sofferenze. E allora perché noi che non siamo così crudeli di cuore, dobbiamo dire, perché apparteniamo ad un società che  opprime  così terribilmente, che è la causa di tutte queste sofferenze inaudite? Come si risolve questo problema?

Noi personalmente, persone buone senza essere proprio buonissime, ma insomma direi non siamo crudeli certamente, non vogliamo le enormi sofferenze degli altri. Perché poi apparteniamo ad una società che è responsabile di tanti guai, non solamente del terzo mondo ma anche del nostro primo mondo: è responsabile di guerre, della shoah, della vendita di armi. Proprio in questi giorni un amico mio che sta nel Kossovo mi raccontava che spavento vedere le mine seminate da italiani, per lo meno la loro provenienza è da fabbriche italiane. Stanno cercando di disinnescare con molto sacrificio attraverso certe tecniche attuali queste mine e lui mi diceva come italiano la sua grande sofferenza di sapere che queste mine vengono dalla mia patria. Solo per distruggere, per mutilare specialmente bambini che entrano in questi territori.

Allora questo mi ha portato a pensare che deve essere la nostra cultura, la nostra civiltà che ha formato una società di questo tipo, che ha permesso la formazione di uno stato nazista, di tutte queste astrazioni. In fondo sono degli astratti, perché lo stato chi è che l’ha visto, eppure ha avuto un potere così micidiale, così assassino da provocare la guerra, da mandare al forno crematorio migliaia di persone.

Oggi il mercato, chi è questo mercato, chi ha costruito questo mercato, perché abbiamo costruito questo ente astratto così vorace, così crudele da raccogliere, accumulare tutta la ricchezza in mano di pochi, spogliando quotidianamente i poveri, facendoli sempre più poveri, sempre più miserabili.

A questo mi ha portato, proprio perché non potevo solamente avere questi momenti di sofferenza, di dolore vedendo tante mamme che piangono, che non sanno che dare ai loro bambini. Ho visto una signora vicino alla mia casa che per calmare il bambino che piangeva intingeva un po’ di carta igienica nel latte condensato e lo metteva tra le labbra perché non piangesse più.

Davanti a questi spettacoli che per me sono quotidiani quando sono lì, perché praticamente passo la giornata nella favella, mi sono indotto a studiare le ragioni e sono ritornato alla filosofia, a quella filosofia che io avevo studiato all’ università al tempo in cui il grande pontefice era Hegel. (...)

Il pensatore ed il pensiero deve essere assolutamente libero e questa filosofia è quella che sta nel fondo, alla base di questa nostra cultura che ha avuto sempre come caratteristica l’astrazione, i concetti astratti.

Vedete in questi ultimi tempi ho scoperto una cosa, che gli antichi pensatori come Platone, Tommaso Moro, Campanella, come altri si divertivano, per modo di dire, a formare dei grandi sistemi, dei grandi progetti sociali, come dovrebbe essere la società, quindi potevano sognare e non facevano male a nessuno, perché evidentemente restavano queste utopie astratte, fuori dalla realtà.

Invece nell’ epoca moderna verso il ’600-’700 è successo che c’è stata una specie di connubio, di incontro tra i filosofi ed il potere per cui i loro concetti, i loro progetti anche di società sono entrati nella realtà, sono stati applicati dal potere politico.

Quindi noi abbiamo avuto Stalin, abbiamo avuto anche Marx al quale dobbiamo certamente molte cose, però praticamente quello che era la giustizia dei poveri, perché i poveri, gli emarginati hanno avuto, dobbiamo dire, dobbiamo riconoscerlo un momento di, vorrei dire, non dico di trionfo, ma per lo meno di mettersi in piedi, di essere riconosciuti perché sapete il socialismo è nato proprio lì. E’ uno dei meriti di Marx,  aver riconosciuto che sono i poveri che fanno la storia. (...)

Certamente voi che siete delle persone molto più colte di me avrete letto la letteratura del ’600, del ’700, c’è un disprezzo profondo, delle parole proprio offensive per tutta quella grande parte dell’ umanità che vive con il lavoro manuale. Infatti si parla di illuminismo, c’è stata una valorizzazione estrema addirittura della ragione, solamente l’ uomo che lavora con la testa, l’uomo intellettuale è quello che merita rispetto, è quello che è veramente persona a tempo pieno. Gli altri no, non solamente non contavano nulla, non contano nulla, ma addirittura si è fatta, come dire, una specie di identificazione che in certi linguaggi continua ancora, il povero, la persona che lavora con le mani è anche un delinquente. Infatti quanta gente "bien" come si dice, anche in Argentina, in Brasile, mi dice: come voi potete vivere vicino alla favella, perché la favella è formata da delinquenti, assassini, ladri, eccetera.

C’ è proprio questa identificazione tra il povero, il miserabile ed il criminale, il delinquente. Mentre quelli che rubano miliardi, quelli con la cravatta, quelli sono persone che già per il fatto che sono ricchi sono onesti. Infatti si dice la gente bene. C’è stata un’ identificazione che ci viene da lontano, viene proprio dall’ illuminismo e che è tipico un po’ della nostra cultura.

Allora io mi sono domandato se era possibile trovare un fondamento diverso in cui non ci fosse questo dominio della ragione sopra tutto. Soprattutto questo spaventoso soggetto che ci viene da Hegel, ma che in fondo non è altro che un momento filosofico che segna il cammino di secoli. Questo super-soggetto, questa specie di Dio, di divinità, che oggi è il mercato, che ieri era lo stato, che domani sarà non so che cosa, questo ente astratto che domina, costruito dagli uomini ma che in fondo li domina, ricchi e poveri in un certo senso, solamente con diversi risultati, diverse condizioni di vita. E’ possibile trovare un altro fondamento.

E allora mi sono rimesso a ristudiare, ho lasciato in quel momento la mia grande passione per la teologia e mi sono messo a studiare piuttosto economia, sociologia, (...)  

Il mercato ha bisogno assolutamente di fabbricare armi e di permettere così, nonostante che si grida no, il traffico della droga che cosa orribile, che cosa terribile, distruttiva, distruttiva dei giovani, ecc.

Però senza questo il mercato non si sostiene, non sta in piedi. Quindi finalmente anche tutti i grandi umanisti, quelli che dichiarano di avere buon cuore, di essere persone sensibili alle sofferenze umane, però dicono che bisogna fare i conti con il mercato.

Quindi non possiamo rinunziare alla fabbrica delle armi, alla droga. Cerchiamo di coprire un po’ queste necessità con bei discorsi, con le belle frasi, cercando magari di reprimere la droga, ma di fatto, ripeto, accettiamo.

Allora ho fatto una grande scoperta di una filosofia, di questa filosofia di Levinas che finalmente colloca una base antropologica completamente differente. Quando io parlo di Levinas evidentemente non posso dire che sia una specie di fungo che improvvisamente è nato come nascono i funghi nel deserto, perché si comincia da Heidegger. (...)

Heidegger è stato seguace di Hitler, appassionato, poi finalmente davanti al disastro della guerra, alla caduta della cancelleria, all’ incendio, a tutto quello che è successo, si è ricreduto ed ha detto basta fare questa filosofia. Finalmente ha riconosciuto che non è vero che il pensiero ... abbia il diritto assolutamente di muoversi senza etica, perché poi diventa direttamente la causa di queste morti, di questi eccidi, di queste rovine, rovine dell’ Europa e del mondo.

Quindi non possiamo più continuare. C’è finalmente il riconoscimento che il pensiero non può voltare le spalle al grido dei poveri, alle sofferenze, sono troppo grandi, sono troppo estese e quindi è impossibile voltare le spalle. Per cui lui è quello che ha cominciato un po’ a pensare una nuova visione dell’ uomo, cioè non più come l’individuo, non più come l’essere.

Anche tutta la nostra educazione religiosa è fondata sull’ essere, l’ essere uomo e l’essere Dio, quindi assoluti, anche piccoli assoluti o grandi assoluti ai quali bisogna sottostare senza possibilità di dialogo, ai quali bisogna assolutamente obbedire. (...)

C’è una frase di Hegel che vorrei dire è veramente terribile, quando parla del soggetto, dell’Io che ha come sua attività fondamentale quella di negare il Non-Io, cioè bisogna che lui assimili il Non-Io. Il Non-Io, cioè quello che non è Io, lo provoca continuamente. La sua vitalità, la sua vita, il suo ritmo di vita è quello sempre di negare il Non-Io.

Quindi evidentemente il grande disprezzo, l’ indifferenza che l’uomo del nostro secolo ha dimostrato verso la natura distruggendola pacificamente senza render conto a nessuno, capite. Questo disprezzo di quello che è altro, di quello che non è Io: evidentemente l’Europa ha dato degli esempi, in questo momento, al mondo non solo di questa indifferenza, ma vorrei dire di questa forma così egoista e così orgogliosa.

Tutto quello che ostacola l’avvento del mio Io, del mio Io industriale, del mio Io protagonista, tutto quello che è Non-Io deve sparire, non m’importa nulla, deve sparire, non ha nessun valore, devo superarlo.

L’uomo forte, l’uomo coraggioso, questo Io  intraprendente deve superare l’ostacolo, tutti gli ostacoli, tutto il Non-Io. Evidentemente è chiaro un industriale, un impresario probabilmente non legge filosofia, avrà un’ altra cultura, però vedete nel sottostante, nelle fondamenta, alla base c’è questa filosofia che afferma il diritto dell’Io che deve farsi e non si può fare senza questa competizione, senza questa lotta, senza questo divorare il Non-Io, superare l’ostacolo. In fondo, ripeto, nonostante tutto il buon cuore che abbiamo questo concetto ha dominato e domina la nostra cultura.

Se pensiamo che anche l’espressione più bella certamente e più sublime è stata la cristianizzazione del mondo, la missione. Quando io penso all’ America Latina, allo sforzo dei primi missionari al tempo della conquista, che passavano le Ande a piedi, che affrontavano pericoli di ogni genere, che vivevano disagi che oggi sarebbero insuperabili per noi abituati alla nostra comodità.

Certamente c’è da venerarli, ma anche loro, figli della loro cultura portavano questo concetto del Dio vero, del Dio unico, del Dio assoluto, e quindi non c’è neanche tempo, neanche la mentalità di vedere se anche voi forse avete un po’ di civiltà, di cultura, che cosa è stato il vostro passato. Siete unicamente barbari, siete antropofagi, o invece avete anche voi fatto qualche cosa.

Se uno va a Chichen Itza nel Messico vede che veramente non solo avevano fatto qualche cosa, ma avevano una civiltà paragonabile alla nostra civiltà etrusca. Tutto questo è trascurabile perché è il non-Io, perché solamente io ho cultura, solamente io ho la verità, solamente io ho la religione vera, assoluta.

Quindi se voi volete salvarvi dovete battezzarvi, se no andate all’inferno. Quindi per amore vostro, per il vero amore io passo le Ande e accetto i sacrifici, lascio la mia patria, eccetera. In questo sforzo certamente positivo, in questa donazione di sè poi si nascondeva la nostra cultura che è come sempre livellatrice: questo grande Io, questo gigantesco io, questo idolo che deve assorbire, assimilare, o in forma pacifica o in forma violenta il non-Io.

Mi ricordo sempre quando ero adolescente i discorsi di Mussolini che diceva: nel futuro il mondo, il mondo. Vedete sempre questa idea che noi siamo il centro del mondo. Quindi non solo noi, ma il mondo sarà fascista o fascistizzato. Sarà unicamente fascista, per le buone o per le cattive. Sarà fascista per una specie di diffusione spontanea oppure sarà fascistizzato col manganello, con la forza. Il manganello sarebbe ancora un’ arma pacifica. In fondo è la cultura nostra, la cultura d’Europa, la cultura dominatrice, la cultura che non ha la capacità nè la pazienza nè l’intenzione di ascoltare l’ altro.

Anche se ci sembra che sia così io vedo che fra gli italiani che vengono a visitarmi ce n’ è qualcuno straordinario, devo riconoscere, meraviglioso. Veramente viene in questo atteggiamento da convertito, ma normalmente l’europeo e noi abbiamo questa mentalità di aiutare gli altri, di soccorrerli, fare delle opere di carità, di bontà, ecc. Ma non sono, non esistono, perché soltanto io sono, perché io penso e quindi loro che non lavorano con la testa,non hanno tutto il nostro passato, la nostra tradizione, sono nulla.

Per questo ho pensato che non solamente la nostra cultura, ma anche la nostra religione, evidentemente mi sento religioso, e posso dire religioso laico.

La mia vocazione non è legata al fatto di un bambino che costruisce gli altarini al quale la mamma fa la sottana perché sia chierichetto e domani prete. Invece la mia vocazione viene proprio dallo spettacolo della violenza che mi ha contristato profondamente da bambino, vedere persone picchiare, persone grondanti sangue, persone morte davanti a noi, a bambini che stavamo giocando, morte con colpi di rivoltella. Tutto questo mi ha creato un trauma nel primo tempo, poi ho sempre pensato e lo penso con molta serenità, che Dio si è servito di questo per farmi sentire l’ importanza del suo regno.

Consacrarsi proprio al progetto di Gesù, non tanto a lui, ora poi ho trovato lui, gli vado dietro, ma il suo progetto, il progetto regno mi è stato sempre presente.

Posso dire che quello veramente ha dominato la mia vita, questa coerenza, che poi con tanta incoerenza che lui non conosce e quindi è meglio non dirlo, ha questa visione fondamentale, ha questa stella che mi ha guidato. Aiutare Gesù a costruire il suo regno, a continuare la storia del suo regno che è una storia di riconciliazione, di pace, di giustizia in mezzo ad un mondo violento, perché Gesù è morto sulla croce, non perché il padre lo voleva, ma perché questo suo progetto va contromano, va proprio contro quella che è la vita del mondo come noi la vediamo, contro la violenza, contro la competizione, il cercare di essere più dell’altro, contro questa distruzione che noi operiamo per costruire. Per costruire noi abbiamo bisogno di distruggere.

Tutto questo è quello che ha ispirato la mia vita, mi lamento un po’ sinceramente che la nostra educazione alla fede sempre fa centro sul mio io, sulla mia bontà, sull’ essere sempre meglio, sulle mie virtù e non sul regno. Io penso che quello che a Gesù stava a cuore era la società, evidentemente la società si fa con gli individui e quindi se l’ individuo è egoista e violento la società sarà egoista e violenta. Di questo non c’è dubbio, però non è la finalità per cui Gesù Cristo è morto, non è per mandare in paradiso o meno la mia nonna o mia madre o mio padre.

Se Gesù Cristo è morto sulla croce è perché vuole qui sulla terra una società più umana, più giusta, più fraterna, non questo mondo così scandaloso, così violento.

Vuole un’ altra società: è morto per questo e non per le anime del purgatorio, quelle ormai stanno ad aspettare un po’ nell’ anticamera, ma ormai sono sicure che le porte si apriranno. Gesù è morto per questa terra, per questo mondo che deve avviarsi poco a poco a trasformarsi da un mondo di belve, da un mondo di gente che cerca di superarsi, di distruggere l’altro, in un mondo di fratelli di gente che si ama, un mondo pacifico, un mondo giusto. E noi nelle nostre chiese non l’abbiamo predicato sufficientemente, abbiamo sempre insistito sulla bontà, sulla santità, sulla purezza, su tutto quello che voi volete. Io non dico che non siano valide, tutte queste si trovano nel cammino, seguendo Gesù, seguendo il suo progetto, portandolo avanti, progetto che ha lasciato a noi, di cui siamo direttamente responsabili.

Non piangete sulla società violenta, perché la società violenta è nostra, l’ abbiamo fatta noi. Dio non c’entra, capite! E quindi non bisogna pregare per la pace, ma pregare perché Dio ci aiuti ad essere pacifici, ad uscire dal nostro egoismo, perché Dio cambi il nostro cuore. Non perché metta la pace nel mondo, quello è lavoro nostro, è nostra responsabilità. (...)

Questo lo dico con una certa forza perché c’è tutta una forma di scaricare la nostra responsabilità sull’infinito, sulla preghiera, sull’ invisibile, su padre Pio, su non so chi, ecc. mentre le responsabilità di costruire una società pacifica è unicamente, assolutamente nostra e in questo siamo d’accordo con gli atei, con tutti quelli che non possono credere o non credono perché in fondo assumono, se assumono, questa responsabilità. C’è una fraternità e c’è una comunità, e c’è una comunione con tutte quelle persone che realmente hanno capito che essere persone umane che meritano questa identità vuol dire assumere la responsabilità del mondo, della società, dico del mondo perché della natura, degli altri, delle cose che ci circondano. Noi abbiamo rinunciato a questa responsabilità. Cerchiamo di coprire i nostri complessi di colpa con i pellegrinaggi, con le candele accese, con tutte forme devozionali, ecc.

Non ci guardiamo in faccia finalmente. Che devo fare io, perché vivo, qual’è la mia ragione di vivere unicamente, perché sono al mondo e perché mi chiamo persona umana, perché sono responsabile, assolutamente responsabile, e non posso delegare a nessuno, nè santi nè persone umane, non devo delegare nessuno, sono io direttamente responsabile. Sono inutili i pianti davanti alle televisioni o le grida, il mondo come va male, le guerre di qua, le violenze di là, il terrorismo sopra, il terrorismo sotto. Io sono responsabile della società nella quale vivo, capite!

Allora quello che posso dirvi questa mattina è che finalmente è spuntata un’antropologia che sostituisce quella da cui è partita la nostra società capitalista, homo homini lupus. Il più grande economista, il più grande pensatore dell’ epoca illuministica che si chiama Hobbes ha definito l’uomo lupo all’uomo e se guardiamo la società capitalista si realizza pienamente:

l’uomo deve mangiare l’altro per poter sopravvivere, per poter trionfare. Invece oggi nasce una nuova antropologia: l’uomo è uomo se è responsabile dell’altro, invece di essere l’ideale, l’egoista, quello che sa avanzare, farsi cammino nella vita superando gli altri o distruggendo gli altri. Nasce questo nuovo mondo o spero che nasca. Oggi filosoficamente vedo che si fa strada sempre di più questa idea: l’uomo, la persona umana è persona, veramente persona, vero essere umano solamente se è responsabile della società in mezzo alla quale vive, del mondo in cui vive, del tempo in cui gli è dato da vivere.

Cosa fare, cosa possiamo fare, che cosa dobbiamo fare! Evidentemente non solo non posso darvi una ricetta, ma direi non devo darla, perché, vedete, noi saremo giudicati sulla scelta personale che noi faremo, e la scelta personale non ve la possono suggerire nè il papa, nè i vescovi, nè il padre gesuita, nè lo psichiatra, nè lo psicanalista, perché è proprio la nostra responsabilità: ognuno di noi deve cercare nella sua vita la risposta da dare a questo momento.

Io come credente, come indegnissimo seguace di Cristo, vi consiglierei proprio di aprire il Vangelo: aprite il Vangelo di Luca al capitolo IV dove Gesù fa il famoso discorso della sinagoga di Nazareth, dove comincia la sua vita pubblica, quella che noi conosciamo attraverso i racconti del Vangelo, e dice, sono parole da pesare, sono molto importanti: "Lo Spirito Santo è sopra di me e mi ha mandato".

Cominciamo dall’ ultima parte. Mi ha mandato a chi? Mi ha mandato dove? Questo è esemplare per tutti noi. Noi abbiamo così una parola complessiva, così sacralizzato Gesù lo abbiamo posto nel cielo, salvatore, redentore, santificatore, tutto quello che io non nego per carità. Però abbiamo trascurato, sepolto in un certo senso sotto la terra, con l’ intenzione di glorificarlo dopo la sua resurrezione ed abbiamo trascurato quello che è più importante, questo tratto di vita terrena che è quella che noi stiamo percorrendo.

Quindi in un certo senso noi saltiamo questo tratto di vita di Gesù per andare immediatamente a "è risorto, sta nel cielo, sta alla destra di Dio Padre onnipotente ed intercede per noi, ecc.". Senza negare questo bisogna riprendere questo tratto di strada che lui ha fatto, perché noi siamo sulla strada.

Quindi come Gesù ha risposto a questa domanda quando lo Spirito Santo è sceso su di lui? Che cosa ha fatto? Poteva fare un centro evangelico, un centro di riflessione...Per carità mi pare che sia molto bello quello che state facendo qui, continuate! Però insomma questo dovrebbe servire per fare quello che ha fatto Gesù. Che cosa ha scelto? Qual’è la sua scelta concreta. Lui era uomo di preghiera, uomo di Dio, uomo vicino a Dio, quindi avrebbe potuto aprire una scuola ascetica, (c’erano degli altri esempi, c’era la scuola di Qumran), una scuola di spiritualità.

Uscito dalla sinagoga è andato direttamente incontro al dolore umano, immediatamente, senza intermezzi. E’ andato per la strada della Palestina e ha lasciato che la gente venisse incontro a lui, tutti quelli che avevano dei bisogni, delle sofferenze, delle necessità, bisogni che si possono riassumere in questa parola: avevano delle carenze di vita, erano persone che per una maniera o per l’ altra non potevano vivere pienamente la loro vita, non potevano raggiungere quella pienezza che lui è venuto a dare al mondo. Sono venuto per dare la vita, e non la vita spirituale, soprannaturale. Queste sono categorie nostre, occidentali, non sono le categorie di Gesù. Per Gesù la vita è una, è evidentemente la vita dell’ uomo, che ha degli aspetti di intelligenza e di spiritualità, ma è la vita.

E lui dice nel capitolo V mi pare di Giovanni che Dio è la fonte della vita. Lo chiama così Dio fonte della vita. E’ quindi è venuto a dare la vita perché tutti abbiano vita, perché il mondo abbia vita, perché la vita sia piena. Noi ad un certo punto abbiamo detto è venuto per redimere, per salvarci, tutte forme in fondo se ci pensiamo bene astratte, rispondono alla nostra cultura astratta. Realisticamente quello che lui ha fatto è venuto per dare la vita e quindi per incontrare e per lasciarsi incontrare da tutte le carenze di vita.

Si potrebbe dire così da tutte le persone che o nel corpo o nell’ anima o nello spirito o negli occhi o nelle orecchie, sordi, muti ecc. avevano delle privazioni di vita. E’ venuto a rispondere a queste privazioni di vita che per quello che vi dicevo prima. Per alcuni sono più evidenti le privazioni di vita fisica, gli affamati, gli esuli, le persone che devono partire dalla loro patria. Uno dice ma allora anch’io vado ad assistere gli ammalati, però state molto attenti a questo.

Levinas parla del famoso io asimmetrico. Allora permettetemi io parlo con molto realismo, speriamo che non vi offendiate. Insomma questa società egoista, egocentrica, idolatrica che ha scelto il mercato evidentemente non è nata a caso. E’ nata dall’ammasso, dall’ incontro, dalla moltiplicazione di tutti i nostri egoismi. Ricordatevi che ognuno di noi, ognuno di noi, anche Alberto così buono così dolce, parte da un io narcisista. Tutti, tutti noi, tutti noi siamo narcisisti per nascita. Poi la nostra cultura, la nostra educazione, la nostra educazione religiosa particolarmente non fa altro che incrementare, alimentare, fare sempre più grande, dare tutti gli aiuti possibili a questo io narcisista, invece di aiutarci a liberarci. Quindi noi non ci possiamo liberare. Vi consiglio un libro molto interessante scritto da uno psicoanalista americano che mi piace abbastanza, credo che sia tradotto in italiano, io l’ho letto in un’ altra lingua, si chiama "La cura dell’anima", l’autore è Thomas Moore, forse c’è in italiano. Questo psicanalista dice che l’ io narcisista non ha cure.

Anche gli psicanalisti sono impotenti davanti a questo sintomo. Dice che la sola cura è una catastrofe, è un fallimento, è ad un certo punto arrivare alla depressione, quasi al suicidio, ecc. Non ci sono altri mezzi. Invece Levinas parla dell’ io simmetrico e dell’ io asimmetrico. L’ io simmetrico è l’ io che sta sul mio stesso piano. Perché ci sono molte persone, moltissime, forse la grande maggioranza che dicono di avere la casa aperta, di essere una persona sociale: tutti mi cercano, tutti mi vogliono, vivo continuamente circondato di persone, sono tutt’ altro che una persona solitaria, ho un cuore aperto, la mia casa è aperta a tutti. Però questi tutti se andiamo a vedere, vediamo chi sono. Gesù ci ha detto una cosa che poi Levinas ha scritto in filosofia. Il Vangelo dice tutto, sono convinto ormai i filosofi, i sociologi, gli economisti non fanno altro che declinare, che sviluppare, che portare in luce le grandi intuizioni del Vangelo. Nel vangelo io sono convinto c’è proprio tutto assolutamente. Dev’essere capito, rivissuto, messo in armonia con la nostra cultura ed i nostri bisogni.

Allora Gesù dice quando inviti a pranzo il tuo vicino, i tuoi parenti, quelli che sono sullo stesso piano tuo, in altre parole della tua stessa classe sociale che fai? Nulla. Che fai di nuovo? E’ quello che si è sempre fatto ed hanno fatto tutti e che fanno tutti e questo non fa altro che far crescere il mio io narcisista. Perché i miei amici, le mie amiche vengono e dicono che bella casa che hai, ma guarda che meravigliosa tappezzeria, guarda che tappeto persiano che hai comprato! Ma che meraviglia, ma che gusto! Ma che pranzo ci hai fatto oggi, sei la donna, la cuoca più meravigliosa nel mondo. E all’ uomo dicono: come affari non c’è nessuno che ti batta, nessuno che è superiore a te, ecc.  Questo è il linguaggio corrente della società.

Invece l’ io asimmetrico è quello che ha carenza di vita, quella a cui a cui è andato incontro Gesù, che voleva dare la pienezza di vita e che doveva trovare dei vuoti di vita, capite, dei vuoti di vita, necessariamente. Se io sono il pieno, se io voglio dare il pieno agli altri bisogna che incontri dei vuoti. Quindi è andato incontro ai poveri, ai miserabili, agli emarginati, agli ultimi.

Levinas trova un’altra ragione molto bella, molto importante: dice che Dio non può scardinare il potere, non può assolutamente, non può distruggere il potere, la superbia se non facendosi l’ultimo, occupando l’ultimo posto.

(...) parla di come è Dio, perché nell’ebraismo ci sono due visioni di Dio apparentemente opposte.

C’è il Dio che cavalca sulle nubi, il Dio degli eserciti, il Dio armato, il Dio che distrugge gli avversari, ecc. e c’è il Dio chenotico, il Dio che si svuota, il Dio che si fa nulla, che si rende nulla per approssimarsi all’ uomo e aiutarlo discretamente senza distruggere la sua libertà a trovare il cammino giusto.

Quindi il Dio che si svuota per salvarci, che non vuol dire salvarci così misteriosamente senza che noi lo sappiamo, quando noi dormiamo, salvarci vuol dire metterci sul cammino della salvezza, sul cammino giusto. E allora questo Dio chenotico che poi troviamo nella lettera ai Filippesi di Paolo, è rappresentato nella forma di Gesù. Invece Levinas lo presenta nella persona dell’essere di Dio che si avvicina. Gesù è portatore di questo essere misericordioso. Dice Levinas che solamente con questo annullamento della potenza suprema poteva scardinare il potere, la superbia, l’ orgoglio dell’ uomo. Noi non ci possiamo mai liberare del nostro Io narcisistico, non possiamo.

C’ è stato un articolo in questi giorni molto bello di Galimberti che parla dell’angoscia primordiale, che dice che bisogna ritirare la nostra anima dalla confusione, dal disordine, ecc. e liberarla dall’ angoscia. Io dico che non si può: deve essere l’altro che ci libera, l’altro, l’altro asimmetrico, l’altro che ha bisogno, quello ci libera dal nostro Io narcisista. L’altro come dice benissimo Levinas, l’altro che è l’indesiderabile, l’ indesiderato, quello che dice questo straniero, questa persona mi può rubare, può essere un terrorista, può essere chissà chì. L’ altro che io respingerei culturalmente, che non vorrei, che mi costa. Quello lì è l’io asimmetrico che ci può liberare. Ora lascio a voi decidere chi sarà questo Io asimmetrico, però ricordatevi bene che nella nostra cultura noi siamo abituati a risolvere tutto dentro di noi, in casa. Il prete ci ha detto siate buoni, virtuosi. Sì! Domani sarò buono! ma finché l‘altro asimmetrico non entra nella nostra vita, tutti i nostri propositi sono vani assolutamente.

Nessun io narcisista, ricordatevi, salva sè stesso. Impossibile assolutamente! Narciso finisce con l’affogarsi nell’acqua in una piscina cercando l’immagine altrui che è la sua. E’ un mito straordinariamente importante: lui crede che sia l’ altro, ma è lui, è lui, e per cercare di acchiapparlo affoga. Questa è l’ immagine esatta del narcisista. Quindi quello che ci libera è l’altro reale, assolutamente l’altro reale, concreto, quello che ha due gambe, quello che cammina per le strade. E’ quello lì che ci può liberare. Non è facoltativo, non è per buon cuore che decidiamo, ma perché abbiamo bisogno di liberarci. Quando vado nella favella non vado pensando di dare, vado prima di tutto, e non lo dico mai personalmente perché mi riderebbero in faccia, vado per chiedere perdono, perché mi accompagna questo pensiero: tu sei colpevole, colpevole! E’ inutile che tu abbia compassione di questi poveri, ti devi far perdonare perché tu sei europeo e quindi fai parte della società che li ha ridotti in questo stato, che li ha buttati nella fogna. Di che ti lodi? Di che puoi lodarti, non sei salvatore assolutamente, sono loro che ti possono salvare, loro che ti liberano a poco a poco dal tuo io narcisista, dal tuo orgoglio, dal tuo egoismo. Sono gli altri, questi altri, i veramente altri, perché voi non siete altri da me, siete uguali, anche se differenti, ma abbiamo la stessa cultura, su per giù io non ho soldi in banca, però vivo, vivo comodamente, vivo bene, non mi manca nulla. Quindi praticamente siamo sullo stesso piano, sullo stesso livello. Ricordatevi quando dovete decidere che fare. Poi io vi direi arrangiatevi! Quando sono cadute le famose torri di New York ho pensato all’altra torre, immediatamente. Perché anche quelle due torri lì con tutta la pietà che dobbiamo avere per i morti da tutte le parti, bianchi, neri, gialli, ecc. tutti i morti, gli uccisi, i sacrificati, meritano la nostra pietà.  Quando pensavo a queste due torri cadute così mi sentivo anch’io addolorato evidentemente, perché sapevo che da lì iniziava un conflitto che non so quando, ne come finirà.

E dovevo andare a Trento a parlare ad un congresso che aveva un nome molto simpatico "Le parole ritrovate". Io dovevo parlare sempre di aiuti ai poveri, ecc. e mi venivano in mente le parole ritrovate, leggevo sulla Repubblica che stavano frugando fra le rovine delle torri per trovare gli oggetti perduti, c’erano dei lingotti d’oro, prima di tutto quelli perché le persone ormai sono morte, se no il mercato va giù.

Pensavo quali sono le parole ritrovate, quali saranno, quali sono le parole da ritrovare. Mi venne in mente che potrebbero essere queste: "Caino, dov’è tuo fratello, che ne hai fatto di tuo fratello?"  E lui risponde: che ne so io di mio fratello!

Levians dà una spiegazione molto acuta, molto profonda e dice: in fondo Caino non ha torto perché nella nostra cultura uno è così diviso dall’ altro, io sono io e tu sei tu, quell’altro è lui. Aveva ragione di dire così, che ne so io di mio fratello, che ho a che fare io con lui.

Allora lui dice che solamente se c’è un cambio di cultura in cui l’altro ti dice guarda che tu sei responsabile di me, e tu sei responsabile, allora la risposta è un’ altra. Partendo da questa rivoluzione, da quello che nasce, spero che nasca e che nasca presto, che ha come fondamento la responsabilità, la risposta a questa domanda sarebbe diversa.

No che ne so io di mio fratello, tu sei responsabile di tuo fratello. Quando pensiamo a tutte queste sofferenze, a questi dannati della terra, dobbiamo pensare alla nostra responsabilità, non per piangere, che non serve a nulla, per essere angosciati, non bisogna avere complessi di colpa. Ci si libera da tutti i complessi di colpa quando si prendono delle decisioni precise sapendo che quello che facciamo è nulla, è poco, però il poco entra nel circolo dell’amore. Se vogliamo che il mondo cambi dobbiamo mettere nel mondo dinamiche di giustizia, di amore, di perdono, di accoglienza degli altri, aprire le porte veramente a quell’ io asimmetrico che non ha casa. Aiutare quello che veramente è affamato, vestire quello che è nudo. Ritorniamo a Gesù che ci ha parlato proprio dell’io asimmetrico, non dice qualunque persona, non dice che voi vi salverete, che sarete giudicati in merito all’aiuto che avete dato a chiunque incontrate per strada, ma invece a quello che proprio è carente di vita, è carente di vita, al pellegrino che non ha casa, al nudo che non ha di che vestirsi, all’affamato che muore senza il vostro aiuto. L’io asimmetrico, quindi!

Levinas non ha scoperto nulla, è Gesù che ce l’ha detto. Oggi ci ha solo rinfrescato questa grande intuizione di Gesù. Voi non sarete salvati sulle vostre devozioni, sui vostri pellegrinaggi, sui grandi templi miliardari, per la vergine di Medjugore che poi non si sa se è lei o non è lei. Non so, questa è un’ altra cosa! Non sarete salvati per questo, sarete salvati da,  da, non per, dall’io asimmetrico.

Accogliete i poveri perché loro, loro, loro, non Dio, loro vi accolgano. Bellissimo questo! Loro saranno i veri soggetti, loro vi accolgano. Dio si lava le mani in un certo senso, dice pensateci voi, voi accogliete nelle dimore eterne, no, decidete voi, voi siete giudici di questo tribunale eterno, siete giudici della salvezza, siete voi giudici. Loro vi devono accogliere, loro.

Di qua dovrebbe cominciare un altro tipo di vita, che farebbe bene a noi perché in fondo l’io narcisista è la causa dell’ angoscia, della depressione. Tutti i mali moderni hanno un solo autore, l’ io narcisista, l’ io falso, quello che noi difendiamo, che noi accarezziamo, che noi coltiviamo, che noi alimentiamo. Quello poi si vendica su noi, ci dà angoscia, tristezza, malinconia, noia di vivere, ecc.

Se voi vi liberate dall’io narcisista trovate la gioia anche nei momenti di dolore, anche nelle difficoltà della vita. Proprio Gesù che era povero ci ha lasciato due cose che sono importanti, due, due, due: vi lascio la mia pace e vi do la mia gioia che nessuno potrà togliervi, nessuno!

Neanche i missili, neanche le bombe, nessuno vi toglierà questa gioia, nessuno, nessun forza perché la gioia è di dentro, non viene di fuori. Nasce dal nostro io, dal nostro io vero, nel nostro io vero, non nell’io narcisista. Quindi vedete in fondo siamo due che ci guadagniamo quando ci incontriamo, quando incontriamo l’io asimmetrico : lui e me, è reciproca la salvezza. Lui mi dà la salvezza ed io cerco di dargli la vita.

Sintesi della conferenza tenuta  da Arturo Paoli  il 04/11/2001 presso il CENTRO STUDI BIBLICI "G. VANNUCCI" di Montefano .

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