Distruggere la felicità per la gioia ! - Arturo Paoli


 
Testi, conferenze, interviste  di :

  Alberto Maggi

- Clicca Qui

Carlo Maria Martini

- Clicca Qui

- Clicca Qui

Josè Maria Castillo

- Clicca Qui

Vito Mancuso 

- Clicca Qui

Enzo Bianchi

- Clicca Qui

Altri Autori e Testi completi in diversi formati

- Clicca Qui

Appunti di Rosario Franza

- Clicca Qui

Home Page

- Clicca Qui


Comincio con il dire che nella nostra lingua ci sono tre parole per descrivere lo stato d'animo di una persona che sta bene: felicità, allegria e gioia. Noi le usiamo indifferentemente, ma esse in effetti hanno un senso profondamente diverso l'uno dall'altro:

 

la felicità si riferisce in modo particolare alla soddisfazione di un desiderio che si prolunga nel tempo e che spesso impegna la persona in notevoli sforzi e sacrifici. Antonio è felice perché si è laureato e vede coronati i lunghi anni di studio e di rinunce; Laura è felice perché abbraccia il suo bambolotto che le ha regalato un amico del babbo;

 

l'allegria richiama soprattutto uno stato di sensibilità. Ci sentiamo allegri in una festa con amici; molte volte definiamo «allegra» la persona che è a un passo dall'ubriachezza, che è euforica e con i sensi eccitati;

 

la gioia ci parla soprattutto di autonomia. Nel Vangelo ci sono frequenti riferimenti a questa autonomia dell'uomo, che forse non abbiamo marcato sufficientemente: « Chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14). Cioè non avrà variazioni, interruzioni, sarà permanente, indipendentemente dalle circostanze e dagli avvenimenti che si svolgeranno intorno a noi e di cui saremo forse anche i protagonisti: «I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia» (Gv 6,49-50). Gesù allude proprio alla gioia dell'uomo, che è la gioia dell'essere, sentimento misterioso che non possiamo circoscrivere con argomenti razionali precisi.

 

Qual è la caratteristica fondamentale della gioia?

 

La sua prima caratteristica è di essere permanente, poiché affonda le sue radici nella parte più profonda della persona, per cui esisterà sempre, finché ci sarà l'uomo. Una seconda particolarità è d'essere, in qualche misura, sganciata da ciò che avviene intorno a noi. Altrimenti, come spiegarsi la gioia dei poveri, dei sofferenti, degli ammalati, delle persone deformate nel corpo, che non avrebbero motivo d'essere gioiose e che invece scoprono la gioia? La ragione è che essa ha radici profonde e indipendenti dalle circostanze che ci vengono incontro, ma direi anche dalle circostanze che sono aderenti al nostro corpo e alla nostra vita interiore, agli avvenimenti di cui siamo direttamente partecipi.

 

Come trovare la gioia?

 

Per trovarla bisogna essere sempre disposti a lasciare che vengano distrutte la felicità e l'allegria, che sono nostre produzioni. Deve essere chiaro che noi abbiamo diritto alla gioia, in quanto esseri umani. Però, spesso, spinti dalla ricerca di soddisfare questo diritto, creiamo la felicità, che è un'immagine della gioia. Ed è un'immagine che il più delle volte dobbiamo distruggere, perché rappresenta uno spazio nel quale si manifestano la ferocia e la crudeltà dell'uomo, guidate dal suo disumano individualismo, generatore di sofferenza per tanti poveri e tanti affamati. La ricerca della felicità è la ragione fondamentale per cui diventiamo lupi verso altri esseri umani, che ci spinge a strappar loro anche gli elementi essenziali della vita.

 

Pensiamo che per essere felici abbiamo bisogno di tante cose: di molti soldi, di potere, di successo e d'altro ancora. Dobbiamo però essere consapevoli che qualcuno paga questa nostra felicità! Il mondo è senza gioia perché ci sono uomini troppo avidi di felicità.

 

Eppure ti devo confessare che, pur vedendo intorno a me tutto il male che circola nella nostra società, mi sento profondamente sereno e anche lieto. L'ho capito a circa vent'anni, quando sulla mia strada ho incontrato un grande uomo, piccolo di statura, che si chiamava Giorgio La Pira. Con lui ho capito, senza troppe parole e tanti discorsi, che la gioia non viene da ciò che è esterno a noi, che non abbiamo bisogno di doni, di avvenimenti o di circostanze particolari per trovare la gioia di vivere: essa sgorga dal nostro cuore. Ciascuno di noi, trovando questo collegamento dell'anima col Bene infinito, può raggiungere la pace, la tranquillità, la profonda gioia interiore di star bene al mondo, che, come ho già detto, si distingue dalla felicità.

 

C'è quindi contraddizione tra felicità e gioia?

 

Si ed è profonda. Possiamo comprenderla chiaramente leggendo il libro di Giobbe, che è il grande libro della gioia. Ti sembrerà strana questa mia affermazione, ma è proprio così. Per far sì che l'uomo riesca a trovare la gioia, è necessario strappargli le sue immagini di felicità.  

 

Anche Dio è travolto dalla rovina della felicità che ci manifesta il libro di Giobbe. Perché quel Dio è lo sponsor della felicità. Quel Dio non è però il vero Dio, ma una sua immagine, come la personificazione della nostra felicità, che raccoglie in sé desideri, timori, paure. Questa felicità può scomparire da un momento all'altro. Qual è il prezzo che si deve pagare a questo Dio per essere felici? Gli amici di Giobbe conoscono perfettamente qual è il prezzo della felicità e come si può perderla quando esso non viene pagato. Ma Dio, a un certo punto, smentisce d'essere quello che loro immaginano. Il povero Giobbe si sente strappare di dosso tutte le immagini di felicità che aveva costruito, come un castello che crolla e nel crollo tutto è travolto: le relazioni umane, gli amici, Dio. Dio è travolto, Dio non esiste più, è sparito! Giobbe non sa come ristabilire una comunione con Dio, mentre gli amici restano aggrappati a quel concetto di felicità, a quel concetto di Dio, a quella teologia che, in fondo, è la teologia della felicità. Giobbe rinunzia ad aggrapparsi a quella felicità e a quella teologia, e aspetta. E molto curiosa la conclusione del libro di Giobbe, che dice: «lo ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono» (42,5).

 

Se leggiamo l'ultimo discorso attribuito a Dio, è proprio deludente, non va al di là della teologia tradizionale. Quello che appare è un Dio onnipotente, forte, il Dio terribile che fa tremare il mondo, che tiene nelle sue mani gli avvenimenti di tutte le cose, non è il Dio tenero del capitolo 15 di Luca. Eppure Giobbe dichiara: «Ora i miei occhi ti vedono». Che cosa vedono? Solamente chi ha un'esperienza contemplativa sa perfettamente che cosa è avvenuto in lui.

 

Non è sparita soltanto l'immagine di Dio che gli davano i suoi amici, l'immagine proveniente dalla sua tradizione religiosa e teologica, ma è sparito Dio addirittura. Dio non c'è più. Eppure c'è!

 

Puoi in qualche modo attualizzare l'esperienza narrata nel libro di Giobbe?

 

Penso che sia un pò l'esperienza dei contemplativi che, a un certo punto della loro vita, non sanno più che nome dare a Dio, che immagine creare di Dio. Nella contemplazione, più che Dio, hanno trovato se stessi, hanno trovato la radice dell'Essere. Dio sta lì. Perché Dio è Essere, Dio è Vita. Hanno perduto il senso di dualismo: io e Dio; Dio fuori di me. Essi vivono esattamente quella misteriosa condizione cui allude Gesù quando dice: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio Io amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui » (Gv 14,23). Direi che, in un certo senso, è impossibile vedere fuori di noi ciò che è dentro di noi. E lì appare ancora in maniera crepuscolare un poco qual è l'immagine della gioia.

 

Che cosa possiamo dire concretamente della gioia?

 

È proprio il ritrovare l'Essere, risalire verso il senso vero, originale della nostra vita; è perdere tutte le sovrastrutture, tutte le immagini false che ci siamo fatte, che ci hanno offerto gli altri, che ci ha offerto il mondo.

 

Per entrare nella gioia bisogna assolutamente rinunziare alla felicità, a tutte le piccole felicità che, in fondo, consolano un po' la nostra esistenza, dandoci la forza per continuare a vivere? Come facciamo a spogliarci di tutto, a rinunziare a quelle piccole felicità che alla fin fine non sono così feroci, non hanno effetti così mortiferi, come quelli a cui accennavi prima? Dobbiamo proprio spogliarci di tutto, rinunziare a tutto?

 

E’ un argomento che cercheremo di approfondire. Fin d'ora ti dico che ci sono dei giovani che partono verso questo deserto assoluto. C'è però da domandarsi se questo sia veramente un itinerario per tutti.

 

Prima ho detto che la gioia rimanda all'autonomia dell'uomo. C'è una frase di Paolo, apparentemente urtante, che dice: «L'uomo mosso dallo Spirito giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno» (1 Cor 2,15). Presa alla lettera, questa espressione appare veramente superba. Ma Paolo in effetti voleva insistere proprio su questa autonomia interiore. Non è assolutamente vero che il contemplativo, la persona che ha trovato permanentemente la gioia, non abbia bisogno di nulla e di nessuno. Non è vero!

 

Egli vede le cose in maniera differente, assume le cose e le usa, collocandosi nel mondo in modo profondamente diverso. Vedi, il modo con cui Francesco d'Assisi guarda le stelle, il sorgere del sole, l'acqua che sgorga dalle fonti, gli animali che circolano sulla terra, non è lo stesso degli esteti. Gli esteti hanno bisogno di andare sulle Montagne Rocciose o sul Mar Nero, hanno bisogno di viaggiare continuamente, ogni anno con un itinerario nuovo: perché? Perché sono divoratori! In fondo il mondo è la loro proiezione, è Io scenario della loro felicità.

 

Per san Francesco no, è un'altra cosa: le stelle sono ad Assisi, come sono in Asia; l'acqua di qui è la stessa acqua delle cascate dello Iguaçù; il sole è Io stesso sole che illumina i bianchi e i neri. Il sole, la luna, le stelle, l'acqua, non sono più fuori di lui, ma sono dentro lui, perché lui è parte di tutto questo. Non sono le cose di fuori che cantano, ma è il canto che sgorga dal di dentro, dal suo cuore, dalla sua gioia. E a questo canto corale partecipano gli uomini, gli animali, la luna, le stelle, il sole.

Non ha più bisogno d'andare a cercarlo fuori, è lì, è dentro di lui, nel suo Essere.

Gesù è venuto sulla terra, dove ha sofferto, è morto, ma dalla croce ha predicato la gioia: «La mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11).

Gesù non è venuto per procurarci angosce, ma per aiutarci a vivere nella gioia. Facciamo questo e il nostro amore si dilata e vince tutte le tentazioni di chiusura, di vendetta, di separazione, liberandoci dal veleno che ci viene trasmesso da un certo modo di vivere. Se rimaniamo nella gioia che Gesù ci ha portato, possiamo metterci realmente al servizio della pace e della giustizia

" Mi formavi nel silenzio", pagg. 51-59; Ed. Paoline - 2012

<



   
[ la Solidarietà ][ il Sociale ][ la Fede][ Forum ][ Contatti ][ Il blog Solidando ]