Gesti antichi che ci accompagnano nel dolore  - Lidia Maggi



 
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"Mentre assistevo all'agonia di un mio caro amico malato di cancro, sentivo il corpo impietrito. E' stata la sua richiesta a strapparmi da quel senso di impotenza: “fammi i gesti antichi della chiesa per accompagnarmi a morire”.Il linguaggio liturgico ci ha permesso di non rimanere da soli, paralizzati da quell'evento enorme che ci fagocitava."

 

Il dialogo nel cielo tra Dio e Satana viene sfumato dal narratore. Improvvisamente precipitiamo a terra per assistere impotenti alle mille disgrazie che colpiscono la vita di Giobbe. Apparentemente  tutte frutto della casualità: attacchi di briganti, fulmini che incendiano stalle e pascoli, saccheggi di popoli nemici, fino all'ultimo grande evento. l'uragano che stermina tutti i figli e le figlie di Giobbe.

 

In un crescendo Giobbe vede la sua vita sgretolarsi. Come in un ritornello perverso, un solo superstite per ogni disgrazia gli porta la notizia della tragedia: “sono scampato io solo che ti racconto questo”. Il testo non ci dà tempo di ascoltare i sentimenti di quei superstiti, testimoni  oculari della tragedia, né ci permette di osservare le reazioni di Giobbe.

Il ritmo è incalzante, i colpi di scena si susseguono. Prima il povero uomo viene privato dei suoi beni, poi della casa e infine della famiglia. Non c'è tempo per riprendersi da una notizia che già ne arriva un'altra più terribile. Tutto accade come in un vortice e Giobbe rimane nudo, senza identità.  Spogliato del suo benessere passato, del suo presente e, con i figli, anche del suo futuro.

Poi improvvisamente tutto tace. Una calma irreale. La scena si concentra su Giobbe.Il quale si muove, non rimane impietrito nel suo dolore. Addirittura si alza e compie dei gesti che hanno il sapore di un rituale ancestrale.

 

Quando non si riesce a capire il mondo, ci si può affidare ai gesti della tradizione. Possono apparire convenzionali, analizzati dall'esterno; ma nei momenti difficili offrono un linguaggio per dare voce al dolore.

 

Mentre assistevo all'agonia di un mio caro amico malato di cancro, sentivo il corpo impietrito. E' stata la sua richiesta a strapparmi da quel senso di impotenza: “fammi i gesti antichi della chiesa per accompagnarmi a morire”.Il linguaggio liturgico ci ha permesso di non rimanere da soli, paralizzati da quell'evento enorme che ci fagocitava.

 

I gesti sapienti della tradizione ci hanno consentito un movimento. Anche Giobbe sembra trovare nel linguaggio liturgico la forza per uscire dal torpore.

Allora Giobbe si alzò,

si lacerò la tunica,

si rase il capo,

si gettò a terra

si prostro e disse:

“nudo sono uscito dal seno di mia madre,

nudo vi ritornerò.

Il Signore ha dato, il Signore ha tolto,

sia benedetto il nome del Signore (Giobbe 1, 20-21).

Giobbe prima di tutto di alza. Un gesto che sembra andare in direzione opposta al suo dolore. Non si accascia, ma si solleva per compiere segni rituali: il capo rasato e la veste stracciata. Il suo desiderio di morte viene espresso ed elaborato attraverso segni che rendono visibile la sua angoscia senza arrivare all'autolesionismo. Venuta meno quella siepe che sembrava proteggerlo dalle insidie della vita, Giobbe si appoggia ad un'altra siepe, certo più fragile ed ambigua: quella dei gesti simbolici, liturgici, espressione di una sapienza antica.

Nel rito funebre Giobbe ricerca l’ordine smarrito. Affermando: “il Signore ha dato, il Signore ha tolto …”,prova a sottrarsi al non senso. La risposta che trova negli accadimenti, può non piacerci (come non piace al narratore che la questionerà fino a destrutturarla);ma è un tentativo di rimettere ordine nel caos del dolore: la vita e la morte sono nelle mani di Dio e noi non possiamo esercitarne il pieno controllo.

Nessuna rimozione, dunque. Ma neppure nessuna resa disperata al corso tragico degli avvenimenti. Piuttosto, una elaborazione del lutto lunga quanto l’intero libro di Giobbe. Che inizia facendo ricorso a quanto la tradizione ci consegna, per andare poi oltre, nei territori inesplorati che Giobbe oserà affrontare.

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