La cacciata di dom Franzoni


 
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La Chiesa usò la Dc, ma alla fine fu usata, come apparve allora, da Amintore Fanfani nella battaglia per il referendum sul divorzio. Mi schierai pubblicamente per il «no», no all’abrogazione della legge Fortuna-Baslini che per la prima volta in Italia dava la possibilità di divorziare. In ogni luogo dove andavo a parlare venivo annunciato dalla pubblicità delle mie recenti dimissioni, ero già «l’ex abate».

Non andavo a fare esplicita propaganda, accettavo solo gli inviti ai dibattiti sulla famiglia. A Palermo, a Taranto, a Bergamo. Ogni volta che qualcuno mi chiedeva un’opinione sul divorzio, rispondevo: credo nella libera scelta, e lo dico.

Vestivo sempre con la talare quando andavo in pubblico. Arrivai a Taranto preceduto dai titoli dei giornali locali. Seppi poi che l’arcivescovo Motulese non l’aveva presa affatto bene; aveva premuto su Roma perché si prendessero provvedimenti nei miei confronti.

Mancano poco più di due settimane al referendum, il clima è rovente. Sono a Desenzano sul Garda, sto predicando gli esercizi spirituali con un gruppo di missionari che deve partire per i Paesi europei in cui si trovano comunità di immigrati di lingua italiana: Svizzera meridionale, Lussemburgo, Francia. In convento mi arriva un telegramma firmato dall’Abate Angelo Mifsud, un maltese, (presiedeva la Congregazione Cassinese). Letterale: «Se non cessate di tenere assemblee sul divorzio sarete sospeso ipso facto a divinis».

Ipso facto, contro ogni diritto moderno. Il giorno dopo ho un convegno alla Camera di commercio di Bergamo; parto per capire come posso gestire la giornata.

Arrivo nel centro storico e per strada vedo persone che manifestano, cartelli in mano. La Camera di commercio è chiusa: su pressioni democristiane l’uso della sala è stato revocato. Seguo in macchina il flusso della gente, si stanno spostando verso la chiesa di San Pietro, gremita. C’è gente seduta con le gambe penzoloni dalle finestre. Mi faccio largo, vado all’altare e dico: «Io non posso parlare, voi non potete parlare perché vi chiudono in faccia il portone, i fatti parlano da soli».

La punizione

Non avevo grande paura dei provvedimenti ecclesiastici. Immaginavo piuttosto che con il polverone alzato da una sospensione a divinis avrei potuto condizionare più pesantemente il voto dei cattolici. Annullo l’incontro previsto due giorni dopo alla Fatme, a Roma, con il socialista Paris Dell’Unto, vice sindaco della città. Era un sabato, il 27 aprile 1974. La domenica ero su tutte le tv: «Il noto Dom Franzoni è stato sospeso a divinis».

Mi avevano sospeso, anche se non ero intervenuto al dibattito. E i giornalisti continuano a usare quel «dom» per definire un monaco, per differenziarlo dal «don» che precede un normale prete.

In Italia il «Dom», abbreviazione mitteleuropea di Dominus non è stata mai adottata dai benedettini, ma per lungo tempo, e ancor oggi qualche volta, debbo convivere con i due appellativi che precedono la mia identità: l’ex abate, il dom.  E con un sogno ricorrente: le assemblee con la Conferenza episcopale, le grandi assisi del Concilio.

Io, in grandi stanze, attorno a grandi tavoli, insieme ai miei confratelli.
La firma sotto la sospensione a divinis è del Cardinal vicario Ugo Poletti che, devo dire – non per astio ma perché ne sono convinto – era persona di intelligenza modesta e di modesta cultura. Non era un conservatore né un democratico, era un uomo che sapeva muoversi insieme al vento e che teneva in massima attenzione la politica.

Accettai in silenzio, anche se in cuor mio sentivo di avere doppiamente ragione: dal punto di vista sostanziale, perché quelle erano le conseguenze di aver preso sul serio il Concilio, e dal punto di vista formale perché la procedura di sospensione a divinis era fondata su presupposti inesistenti.

Ricordo con simpatia, però, che dopo la vittoria del referendum, i radicali festeggiarono in piazza Navona urlando: «Se ci fosse ancora la possibilità di eleggere un papa per acclamazione, Franzoni sarebbe papa a furor di popolo».

Mi sono poi ritirato con la mia Comunità di base che già da quasi un anno si riuniva in via Ostiense, al 152 b, cento metri più in là dell’appartamento che condividevo con Don Pierre. Il mio impegno pro-referendum mi aveva fatto perdere di vista anche l’amico coinquilino. Era quasi sempre solo e, dopo qualche mese, decise di tornare in Belgio. Ho scoperto in quella occasione quanto sia difficile vivere insieme in un appartamento di quaranta metri quadrati e quanto si possa essere violenti senza accorgersene, scoprendo poi, magari da un gesto della bocca, di avere ferito l’altro.

Volevo che l’esperienza con il nostro gruppo di laici non finisse con la mia uscita da San Paolo. Cercai di nuovo il Cardinal Poletti, e, dopo avergli spiegato che la sentenza di sospensione a divinis era a mio avviso invalida perché io avevo ubbidito all’ingiunzione di non parlare più in pubblico disdicendo tutti gli appuntamenti, lui ammise che forse effettivamente c’era stato qualche errore ma si appellò alla mia comprensione delle procedure e delle prassi ecclesiastiche per cui non dovevo aspettarmi che la Chiesa ammettesse pubblicamente di avere sbagliato. Mi suggerì inoltre di trovare un vescovo benevolo pronto a incardinarmi nella sua diocesi.

Contattai Monsignor Luigi Liverzani, a Frascati, la diocesi più vicina. Era una persona informata, aperta, vicina al mondo del lavoro, mi avrebbe preso nella sua diocesi senza alcuna condizione. Presentai quel nome a Poletti e il vicario mi rispose che Frascati era troppo vicina a Roma.

«C’è un chilometraggio minimo, vostra Eminenza?».

La verità è che voleva spezzare il mio rapporto con la comunità e questo non l’avrei mai permesso. Rimasi sospeso per due anni e, contro ogni diritto canonico, vagante senza sede. Furono tre le motivazioni vere di quel provvedimento eccessivo. Il momento storico: il Partito comunista che cresceva e il referendum sul divorzio che la Dc voleva vincere e perse; il mio ruolo: ero stato un prelato di Santa Romana Chiesa e avevo appartenuto alla Conferenza episcopale italiana; la mia sede: vivevo e operavo a Roma, a pochi chilometri dalla Santa Sede e ogni mio bisbiglio era ascoltato oltretevere.

Due anni dopo si aggiungerà il caso Lefebvre: la Chiesa non poteva accettare le sfide che quel vescovo ultraconservatore le stava portando. Per punire lui, che aveva fatto il piccolo scisma di Econe, Paolo VI fu costretto a dare un colpo anche al dissenso cattolico, e ad emarginarmi dalla Chiesa.

Avevo collaborato fin dalla sua nascita con la rivista cattolica di ispirazione conciliare «Com», che presto si fonderà con la rivista protestante «Nuovi tempi».È in quella sede che per la prima volta manifestai una adesione alle politiche sociali e sanitarie delle amministrazioni di sinistra e per la prima volta feci una dichiarazione di voto per il Pci alle politiche del 1976.

Scrissi che il Partito comunista italiano aveva dimostrato di adoperare l’analisi e la prassi marxista in modo critico, che era stato capace dimettersi al servizio del Paese e della causa antifascista, che si era sforzato di modificare alcune ipotesi iniziali, che aveva privilegiato forme di lotte civili e politiche come espressione della forza della ragione rispetto all’arroganza del potere. «E se il voto resta un episodio», dissi, «la mia adesione politica è di ogni giorno; non prenderò la tessera solo per obbedire all’articolo 43 del Concordato che me lo impedisce».

Il 20 giugno 1976 il Pci guadagnò 3 milioni e 600mila voti arrivando a una percentuale del 34,4% .  Nonostante lo scandalo Lockheed la Dc mantenne i suoi, e restò al 38,7%.

Nella domenica del voto il cardinal Poletti preparò una lettera e me la fece recapitare presso la «sedicente Comunità cattolica di base», in Via Ostiense 152b. Tra parentesi, a questo proposito, la Comunità non è mai stata riconosciuta in alcun modo dall’Istituzione se non con lo sprezzante appellativo di «sedicente», proprio come le prime comunità cristiane che non avevano diritto di cittadinanza nel mondo romano.

 Unica, rilevante eccezione mons. Clemente Riva, vescovo ausiliario di Roma sud, rosminiano, che, venutoci a trovare poco tempo prima degli eventi che sto raccontando, dopo aver pregato con noi ci disse (più o meno, ma in sostanza): «Io non sono qui per darvi un avallo che del resto non mi chiedete, tuttavia voi siete per me, nel mio settore, una comunità di fede tra le altre». In quel periodo Poletti, che mi dà ancora del tu, mi fa sapere: «O fai ritorno umile e sincero alla disciplina ecclesiale riconoscendo pubblicamente i tuoi errori oppure sarai ridotto allo stato laicale».

 Se non abiuro e mi inghiotto la dichiarazione di voto comunista le possibilità sono due; o mi autoriduco o mi puniranno loro.

Rispondo che avrei sentito prima la mia comunità e la convoco per il lunedì successivo,il 28 giugno. Quell’assemblea si apre a tutte le comunità di base e a chiunque voglia intervenire. Quattro amici salgono a San Giovanni in Laterano e invitano nel salone anche il cardinale che mi sta punendo. Poletti rifiuta seccato e proibisce a qualsiasi autorità del Vicariato di farsi vedere. L’assemblea della comunità di San Paolo è affollata. C’è Don Enzo Mazzi da Firenze, c’è Don Lutte dalla Magliana, Suor Cleofe e l’avvocato Francesco Zanchini.

 Il «Corriere della Sera» definisce il nostro salone squallido. A me sembra spoglio, non squallido.

Prevale l’idea di riaprire il dialogo, senza rinunciare alle nostre convinzioni di fondo.

In quel periodo ripresero le azioni violente di Civiltà Cristiana contro la Comunità e la mia persona: un giorno venne parzialmente incendiata la sede della Comunità e sul muro del corridoio di ingresso trovammo la scritta «Franzoni al rogo».

Intanto la Cei sta organizzando a Roma un secondo convegno, «Evangelizzazione e promozione umana». Portiamo il nostro contributo con una lettera in cui diciamo in sostanza: «Noi cristiani ci vergogniamo di una città santa come Roma dove la Chiesa è in collusione con chi non cede un’unghia dei suoi privilegi ottenuti con il sangue dei più poveri. La chiesa è violenta quando fa passare come volontà di Dio pratiche sessuofobiche, antievangeliche e antiumane. Nei quartieri bisognosi la Chiesa non deve invadere spazio prezioso con edifici dedicati al culto quando può bastare un locale ampio e decoroso che può essere utilizzato anche per le assemblee di quartiere».

Le nostre analisi vengono accolte in città a tutti i livelli, invece il Vaticano liquida il documento come pieno di superbia. Il Cardinal Poletti aveva mal sopportato che avessi reso pubblica la lettera con cui minacciava di allontanarmi dalla Chiesa. E allora, su «l’Osservatore Romano», tacciandomi di scorrettezza, di mancanza di stile, di voler turbare le persone inesperte e impreparate aizzandole contro la Chiesa, rende pubblica la versione integrale di quel documento. Dice: «Don Giovanni, le tue dichiarazioni su “Com-Nuovi tempi” hanno riproposto clamorosamente davanti al popolo italiano il tuo caso e i tuoi rapporti con la Chiesa.

Con il documento che notificava la sospensione a divinis da te firmato il 19 luglio 1974 ti eri impegnato a chiarire il tuo pensiero dottrinale e la tua posizione disciplinare entro sei mesi. Né la tua lettera del 23 dicembre 1974, né gli scritti successivi hanno offerto plausibile spiegazione del tuo comportamento e del tuo insegnamento. Anzi, c’è stato un progressivo deterioramento con caratteristiche sempre più aggressive verso la Chiesa e i suoi pastori. Le tue dichiarazioni su “Com-Nuovi tempi” hanno precipitato tutto, per di più in chiave elettorale, tanto lontana da una visione ecclesiale del tuo problema, suscitando meraviglia e scandalo tra il clero e il popolo cristiano».
Entro dieci giorni devo rispondere, «oppure la Chiesa dovrà adottare il provvedimento di riduzione allo stato laicale in poenam».

Il giorno dopo quell’assemblea Paolo VI, seguendo la teoria degli opposti estremismi, sospende a divinis, per un anno, l’Arcivescovo Marcel Lefebvre. Nelle stesse ore io spedisco al Vicario generale una lettera in cui ribadisco la mia fede nelle maggiori verità della chiesa cattolica: «Credo in Gesù Cristo e l’amore per lui non è ignara rassegnazione, ma scelta di vita e di lotta per gli sfruttati di ogni tempo».

Dico: «La mia tensione con l’autorità ecclesiastica non è mai dipesa da motivi di fede, ma da mie scelte politiche che non ritengo erronee anche se in contrasto con la linea ufficiale portata avanti dalla Conferenza episcopale italiana. Mi sento prete fino in fondo e non chiederò mai la riduzione allo stato laicale».

Già, il Cardinal Poletti iniziava ad avanzare motivi dottrinali per giustificare le sanzioni contro di me. Nell’intervento autoritativo per la riduzione allo stato laicale, infatti, si parlerà di atti contro le verità di fede perché avevo dato la mia dichiarazione di voto per il Pci e la mia adesione alle sue lotte politiche. Questi erano, per la mia Chiesa, «atti contro natura». Mi avrebbero telefonato e scritto miei congiunti preoccupati che avessi compiuto chissà quali perversioni.

La mia corrispondenza con le zie Anita e Nella, ampiamente riportata in appendice, rende molto bene, a mio avviso, il clima di quel periodo e le reazioni umane.

In Vaticano si sosteneva infatti che il comunismo era contro l’ordinamento naturale delle cose e contro la dottrina della Chiesa, ma io avevo esplicitamente detto che aderivo alle forme partecipative nel sociale del Pci e basta. L’applicazione dei diritti in questo Paese era roba degli assessori di sinistra. Nella psichiatria, nell’handicap, nella scuola, nell’infanzia c’era sempre un’avanguardia di sinistra. Il comunista non istituzionale Franco Basaglia, direttore dell’ospedale psichiatrico di Trieste, mi spiegava che a Gorizia e a Trieste non avrebbe fatto nulla se non vi fosse stata una giunta di sinistra. Quando enunci dei principi sei radicale, quando devi chiudere un manicomio o devi aprire una comunità alloggio ti affidi a una prassi per niente anticristiana. Io non aderivo al marxismo, né, assolutamente, all’ateismo. Aderivo alla prassi delle giunte di sinistra in Italia. Devo anche dire, però, che in quel periodo molti preti «spretati» sono stati silenziati dallo stesso Pci: non voleva che mettessero in difficoltà le politiche di compromesso storico di Enrico Berlinguer.

Il partito faceva assumere gli ex sacerdoti negli apparati amministrativi vicini al partito, loro trovavano moglie e smettevano di essere un problema.  Per la Chiesa e per il Partito.

Il nuovo incontro con il Cardinal Poletti servì a poco. Il vicario mi disse che il caso non era più di sua competenza e che ne erano stati investiti organismi ufficiali ecclesiali, genericamente. La faccenda era andata a finire nelle mani della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede (ex Sant’Uffizio), ed era intervenuto direttamente Paolo VI. Le riduzioni allo stato laicale sono infatti di diretta competenza del papa. Una bella apertura in quei giorni arrivò da Monsignor Bettazzi, che scrisse una lettera a Enrico Berlinguer. In essa il vescovo di Ivrea diceva di guardare con attenzione l’impegno del Pci a realizzare un’esperienza originale di comunismo, diversa da comunismi di altre nazioni.

Quel dialogo tra un vescovo e un segretario di partito corrispondeva al dialogo che c’era tra la base cattolica e quella comunista.

Noi non volevamo un nuovo sincretismo tra ideologia marxista e fede cristiana, né mettere il ministero episcopale al servizio di una parte politica, chiedevamo solo di amare Cristo nella Chiesa senza rompere la nuova solidarietà creata con i lavoratori organizzati.

Tratto da "Autobiografia di un cattolico marginale" di Giovanni Franzoni

 


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