Fede: obbedienza o libertà ? - Il confronto tra Carlo Maria Martini e Vito Mancuso


 
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«Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: “Abramo, Abramo!”» (Gen22,1). Siamo al momento culminante della vita di Abramo, che resterà per tutta la tradizione un momento altissimo, misterioso, drammatico, tale da essere addirittura letto simbolicamente in riferimento a Cristo sulla croce e al rapporto del Padre col Figlio, quel Padre «che non ha risparmiato il proprio Figlio» (cfr. Rm 8,32).

L’obbedienza di Abramo – p. Carlo Maria Martini SJ

Dio mette dunque alla prova Abramo. Lo chiama per ben due volte e gli dice:

«“Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò”. Abramo si alzò di buon mattino, sellò l’asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l’olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato» (Gen 22,1b-3).  

Ci sorprende l’asciuttezza del racconto, quasi che tutto vada da sé: Dio ordina, Abramo obbedisce e alzatosi di buon mattino si mette in cammino. È tuttavia facile immaginare quale lotta si sia scatenata nella mente di Abramo, quali pensieri, obiezioni, ribellioni l’abbiano assalito, quale ripugnanza abbia provato mentre esteriormente poneva gesti semplici, come se si trattasse di una gita in campagna. 

E ci sorprende che il testo biblico non commenti il fatto, non alluda all’interiore lotta drammatica di Abramo. Ne parla, invece, la Lettera agli Ebrei: «Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco. E proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, del quale era stato detto: “In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome”» (Eb 11,17-18). 

In maniera sintetica, è espressa tutta la guerra interiore che Abramo deve combattere: proprio a me questo comando? A me che sono erede delle promesse, che sono stato lusingato, affascinato dalla promessa di discendenza, che l’ho attesa per anni? Se almeno avessi più di un figlio! Ma Isacco, proprio l’unico, proprio lui di cui mi è stato detto: «In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome?». 

Da una parte, Abramo lotta e sente in sé tumultuare le obiezioni così facili, così ragionevoli, così logiche – come quelle di Giobbe – ma, dall’altra, come dice ancora la Lettera agli Ebrei: «Egli pensava che Dio è capace di far risorgere anche dai morti; per questo lo riebbe e fu come un simbolo» (Eb 11,19).

Riesce ad attuare l’obbedienza della mente perché si fida oltre ogni fiducia, spera contro ogni speranza, secondo la fortissima parola di Paolo. Mentre cammina nel silenzio e cerca di reprimere, di dominare la folla di pensieri che lo tormenta, il figlio, con semplicità e ingenuità, fa la domanda che non si doveva fare e che avrebbe potuto scatenare anche esteriormente la bufera interiore che Abramo stava vivendo: «Isacco disse: “Padre mio!”. Rispose: “Eccomi, figlio mio”. Riprese: “Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?”».  

Abramo si sente trafiggere il cuore e però risponde: «Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!» (Gen 22,7-8). 

Questa è obbedienza della mente: l’abbandono, al di là di ogni evidenza, al Dio più grande di noi, che tiene in mano ogni cosa, che tutto sa e tutto può e a tutto provvede. Difatti, il nome di quel luogo sarà «Il Signore provvede»; «perciò oggi si dice: “Sul monte il Signore provvede”» (Gen 22,14). 

È un primo esempio drammatico di obbedienza della mente, ossia di ossequio a un mistero di cui non si colgono le ragioni, e però se ne avverte la forza dentro di noi. Per questo Abramo è il capostipite della fede.

 

Fede come assoluta sottomissione  – Vito Mancuso teologo

Occorre chiedersi a questo punto quale sia il criteri in base a cui Deus emana le sue disposizioni: è il bene del popolo? il bene degli altri esseri umani? il bene del mondo in generale? Io rispondo dicendo che tale criterio non è il bene del suo popolo, ne tanto meno il bene di tutti gli esseri umani e dei viventi in generale, ma consiste piuttosto nella sua onorabilità, nella sua potenza in quanto riconosciuta e temuta come niente altro al mondo. 

E’ ciò che la Bibbia e la teologia chiamano gloria, concetto che meno enfaticamente, ma forse più realisticamente, andrebbe reso con onore, sinonimo di potere: la stella polare del rapporto che Deus intrattiene con il mondo è il suo potere. Il suo obiettivo è generare rapporti di sottomissione con ogni vivente: egli vuole dei sottoposti, dei servi. 

La cosa appare evidente in una delle pagine più celebri della Bibbia, il cosiddetto sacrificio di Abramo o anche sacrificio di Isacco, a seconda che si usi il genitivo nel senso soggettivo di chi sacrifica o nel senso oggettivo di chi viene sacrificato. La storia è nota: Deus ordina ad Abramo (a cui aveva già ordinato di abbandonare nel deserto il figlio Ismaele) di offrirgli in di offrirgli in sacrificio il figlio Isacco su un certo monte, dove il ragazzo avrebbe dovuto essere sgozzato e poi bruciato totalmente perche il sacrificio richiesto era un olocausto, letteralmente “tutto bruciato”.  

Abramo come sempre obbedisce: viaggia tre giorni, giunge sul posto, costruisce l’altare, spacca la legna, lega suo figlio, lo depone sull’altare, “poi [...] stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio” (Genesi 22,10), ma a questo punto appare un angelo che lo ferma indicandogli un’altra vittima per il sacrificio richiesto, un povero ariete rimasto impigliato con le corna in un cespuglio.

Qual’è il succo di questo episodio, ritratto da grandi artisti (tra cui Raffaello, Caravaggio, Rembrandt) e commentato da insigni filosofi (tra cui Kant, Kierkegaard, Buber)?  

Perché Deus ha avanzato questa inaudita richiesta, generando nell’intimo di un padre un’angoscia e un senso di colpa abissali, e nell’intimo di un bambino una tale voragine di terrore da cui mai più sarebbe guarito (non a caso per due volte, in Genesi 3l,42 e 31,53, si designa Deus “Terrore di Isacco”) ? 

La risposta credo sia una sola: per ottenere una totale e indiscussa obbedienza, la più assoluta sottomissione. 

Ciò appare evidente dalle parole dell’angelo ad Abramo: “Ora so che tu temi Dio” (Genesi 22,12). Siamo cioè in presenza della più pura affermazione dell’arbitrio, del distillato di ciò che Nietzsche chiama Wille zur Macht, “volontà di potenza”.  Cosa c’è per un essere umano di più prezioso di un figlio? Ebbene, Deus richiede ad Abramo proprio la vita di suo figlio, e lo fa unicamente per verificare se Abramo anteporrebbe qualcosa al suo volere e cosi risultare il primo, senza rivali.  

Questa è fede? Non penso. Questa e schiavitù. Una schiavitù cieca, che se può portare a uccidere persino il proprio figlio, figuriamoci quale violenza può generare verso coloro che appaiono come nemici della propria  religione. Se la religione ha versato e continua a versare tanto sangue, è a causa di questo modello di fede rappresentato da Abramo, un’obbedienza cosi supina da essere servitù , specchio fedele del modello di Dio rappresentato da Deus, volontà cosi assoluta da essere arbitrio.  ("Il grande disegno" Vito Mancuso)

Nota del redattore:  

Carlo Maria Martini è stato il padre spirituale di Vito Mancuso lo afferma egli stesso scrivendo, nel libro “Conversazioni con Carlo Maria Martini” queste testuali parole :<<Mi sia concesso infine un ricordo personale di colui che è stato il mio padre spirituale. Se io infatti iniziai a vivere seriamente la fede cristiana, fu prevalentemente a causa sua: in quanto vescovo della mia diocesi, egli faceva risplendere nella mia giovane mente di liceale l’ideale cristiano.>>    

Non è la prima volta che Martini e Mancuso non concordano su questioni di carattere fondamentale, ma questo è il bello dell’incontro di queste due personalità . Attingere uno dall’altro ricercando le ragioni della Fede .  Scrive Mancuso :<<Alla fine ciò che determina il valore di un essere umano è il metodo>>

Il Dio in cui crede Martini è onnipotente, ma anche infinitamente buono ed esige “l’obbedienza della mente: l’abbandono, al di là di ogni evidenza, al Dio più grande di noi, che tiene in mano ogni cosa, che tutto sa e tutto può e a tutto provvede”, ma si rendeva conto che non poteva definire il Dio cattolico e infatti affermava : <<Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo>>    

D’altra parte Mancuso afferma: <<Credo in Dio, ma non più nel Dio della dottrina ufficiale della Chiesa cattolica . Non credo più nel Dio del Credo, il Padre onnipotente, colui che denomino Deus. >> 

Dio totalmente altro da noi, “un mistero” come lo definisce Carlo Maria Martini e aggiunge:<<La vera vittoria è – come insegnano Abramo, Giobbe e soprattutto Gesù –l’abbandono al mistero inesauribile, creativo, sorprendente di Dio che ha risorse al di là di quanto noi possiamo pensare e capire. Non dobbiamo mai credere di essere in un vicolo cieco, perché anche quando ne abbiamo l’impressione la Trinità è talmente capace di creatività da accoglierci; quindi il muro dell’esistenza, il vicolo cieco in cui ci si sente, viene scavalcato e superato da un abbandono che è l’atto supremo di libertà dell’uomo, l’atto in cui l’uomo perviene a essere maggiormente se stesso, cioè creatura fatta per il dialogo con Dio e che si salva nell’affidamento totale a lui come Padre pieno di amore e di misericordia.>>  

Esiste una dicotomia tra la concezione di Dio nell’antico testamento  e quella che ci presenta Gesù di Nazareth nel nuovo . Il dio della Bibbia ebraica è un Dio geloso, possessivo, iroso, vendicativo, violento, ma anche misericordioso e amorevole .

Il Dio di Gesù è Amore e l’unico comandamento che Egli ci lascia è “amatevi l’un l’altro come io ho amato voi” . L’etica di Gesù come modello ed il comandamento dell’Amore, anche e soprattutto,  nei confronti dei nemici . 

Carlo Maria Martini tenta di intrecciare il nuovo col vecchio, ma sempre nella logica di “Dio Padre pieno di amore e di misericordia”  e così del resto anche Enzo Bianchi priore di Bose, amico fraterno di Martini,  scrive:<<Il primo Patto testimonia e Gesù interpreta il Primo Patto; i discepoli, a loro volta, accolgono Gesù, accolgono la testimonianza delle Scritture e accolgono il comando del Padre in vista dell’ascolto del Figlio. Non c’è immagine biblica più efficace per narrare l’unità della fede nei due Testamenti, la centralità di Gesù il Messia, la pienezza della rivelazione in lui, l’essere un solo corpo da parte dei credenti che nell’Antico Testamento attendevano il Messia e nel Nuovo lo confessano e lo annunciano>>  

Penso che su questa affermazione Vito Mancuso possa essere d’accordo : “il superamento dell’antico testamento nel nuovo” , il primato dell’ortoprassi sull’ortodossia e il Bene come criterio di vita .

(Rosario Franza)


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