Passione e disincanto, giudizio e grazia: Fede in movimento ! - Lidia Maggi 


 
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"Guarda che la sequela è impegnativa perché non c’è una meta chiara, non si va da qui a qui e non si viaggia sicuri. Se segui una volpe la trovi in una tana, gli uccelli nel nido, il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo."

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti dei messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per lui. Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme.Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?».Ma Gesù si voltò e li rimproverò. E si avviarono verso un altro villaggio. Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre». Gesù replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu và e annunzia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio». (Luca 9,51-62)

A volte la parola di Dio è un balsamo, una carezza che lenisce, una spinta che senza difficoltà ti conduce a largo … e ti sostiene. Un battito d’ali che ti solleva da terra e ti dice: “duc in altum” ti mostra nuovi orizzonti, altre prospettive ti restituisce forza e vigore. Con le parole del profeta: “Coloro che sperano nel Signore si alzano in volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano”…

Ma oggi la parola di Dio è graffiante, è lama affilata che penetra e lacera la carne. OGGI la parola di Dio è pietra pesante che ti spinge in basso, negli abissi di te stessa per guardarti dentro ed interrogarti ancora e ancora sulla tua vocazione.

La tentazione è di difenderci da una parola scomoda, la sfida è quella di abbandonare la terra asciutta, per spingerci a largo ed osare guardare in profondità dentro questa parola nella speranza di vedersi compiere di nuovo il miracolo della pesca miracolosa. Sapremo restare nel mare profondo per pescare quello che lo Spirito suggerisce oggi a tutte noi? O la paura dell’abisso, la vertigine ci spingerà troppo in fretta in acque più tranquille dove scorgere subito il terreno per poggiare i piedi?

Sapremo dialogare con essa ponendo le nostre domande senza avere fretta di trovare tutte le risposte? Sapremo avere la pazienza di ascoltate le voci di altre storie bibliche evocate da questa parola per cogliere il dialogo che ogni storia biblica intreccia con il passato, con le storie già narrate che diventano presente mentre vengono nuovamente evocate e rinterrogate?

Che strano libro è la Bibbia, certo è Parola di Dio, ma non basta affermare ciò. La verità che essa racchiude non ti viene consegnata come definizione lapidare . Essa emerge e si dischiude lentamente attraverso storie.

Storie popolate da tanti personaggi, intrighi, conflitti, storie che richiedono tempo per essere narrate e comprese, storie che tra loro dialogano, mutando prospettive, creando nuove storie, suscitando domande inedite. Mettersi in ascolto di questa parola significa lasciarsi afferrare dalla storia, entrarci dentro fino a chiederti: dove sono io in questo episodio? Osservo gli eventi da lontano? Mi avvicino? Duc in Alto, prendi largo: ogni ascolto della Parola è un viaggio spirituale.

La scena del resto si apre con un viaggio: viaggio che sintetizza anche didatticamente la struttura del lavoro di Luca: Gesù si inserisce nella storia della salvezza e compie un viaggio in una geografia teologica che va dalla Galilea a Gerusalemme (vangelo di Luca) e da Gerusalemme fino alle estremità della terra (Atti degli Apostoli).

“Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato portato in alto Egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme.

Fin dalle prime battute ascoltiamo rimandi di altre storie. Il lettore assiduo riconosce qui tante assonanze con il ciclo di Elia, il profeta rapito in cielo.

La vicenda di Elia però viene qui evocata non tanto come un calco, per dire: Gesù è grande come il profeta Elia, vedremo che essa viene rivisitata per essere discussa, interrogata alla luce della vicenda di Gesù. Le assonanze con la storia di Elia ci testimoniano questo dialogo tra testi, rimandi, riprese.

La parola discussa, dice anche un tipo di fede, la Bibbia chiede una fede dialogante. Elia è stato rapito in cielo: anche Gesù: quando stava per compiersi il tempo in cui doveva essere preso...di questa sua dipartita egli ne aveva discusso con Mosè ed Elia sul monte della trasfigurazione (cap. 9, 30).

Ma non è solo la storia di Elia ad essere evocata: Egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme.

Indurisce il volto verso Gerusalemme: rese dura la sua faccia per andare a Gerusalemme..(Isaia terzo canto del servo sofferente: Rendo la mia faccia dura come la pietra. (Isaia 50,7) saranno proprio i canti del servo sofferente a offrire il canovaccio per narrare l’inenarrabile, la croce …

La faccia dura, determinata verso Gerusalemme dice l’irreversibilità di un evento ormai iniziato. Sono iniziate le doglie per partorire il regno. Gesù manda davanti a sé dei messaggeri: altri rimandi, preparate la via, raddrizzate i sentieri...i suoi sono araldi di quanto avviene.

I messaggeri entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?

Ai discepoli è stato dato il potere sopra tutti i demoni e di guarire le malattie, all’inizio di questo capitolo. Ecco che il potere per sanare rischia di essere utilizzato per annientare, anche se a buon ragione … e’ un rischio che hanno corso solo questi due discepoli? Quali “poteri” abbiamo ricevuto dal Signore e come li utilizziamo?

In questo gioco dei rimandi di nuovo si evoca la storia di Elia che fece piovere fuoco dal cielo per sconfiggere i profeti di Bahal. Ma un’altra storia viene evocata quella di Sodoma. Gli abitanti di Sodoma non accolsero i messaggeri divini e dunque il Signore mandò un fuoco su di loro che distrusse la città.

Ricorderemo la storia di Sodoma distrutta per le perversioni sessuali, ma nella narrazione biblica il peccato commesso è la mancanza di ospitalità, il più grave dei peccati. I nemici storici di Israele sono tali per aver commesso questo crimine: non aver accolto i fuggitivi dall’Egitto offrendo loro pane e acqua (i Moabiti e gli Ammoniti)…

Il giudizio di Gesù per la mancanza di ospitalità è invece più clemente con i samaritani. Egli sgrida i suoi solerti discepoli proprio come prima aveva sgridato coloro che volevano impedire ad altri di scacciare demoni in suo nome (9,50). Ma torniamo a Sodoma, città inospitale: Abramo intercede per Sodoma, in quella strana preghiera dove sembra mercanteggiare sulla vita umana davanti al Signore dell’universo: davvero tu distruggerai il giusto con il malvagio? ma non si trovò nessun giusto … e Sodoma fu distrutta.

Perché Gesù non ha pronunciato contro i samaritani inospitali un giudizio?E’ vero che se fuoco dal cielo fosse piovuto sui samaritani non ci sarebbe stato un buon samaritano che poco più tardi si sarebbe messo in viaggio da Gerico a Gerusalemme.

Forse è per amore di quel giusto che i samaritani sono stati risparmiati da Gesù. O forse perché Gesù vuole insegnarci a non essere sommari, generici nei giudizi, ma aprirci ai distinguo … è probabile però che la risposta più vera l’abbiano trovata tutti quei manoscritti antichi di questo testo che riportano altra lettura: Gesù li sgridò: io sono venuto per salvare gli uomini, non per distruggerli”.

Leggere oggi questo testo cosa vuol dire : siamo consapevoli che la mentalità dei discepoli di annientare chi rifiuta il messaggio è quella comune oggi e con buone motivazioni: tu stai viaggiando verso la meta e l’altro ti impedisce. Va punito. Come uscire fuori da queste contrapposizioni identitarie che vedono nell’altro un pericolo, un ostacolo alla mia libertà (l’altro mi ruba qualcosa, il lavoro, la casa, la terra)?

Ma se è vero che i samaritani commettono il peccato più grande: quella dell’ospitalità allora i samaritani assomigliano più a noi a noi che veniamo da paesi ricchi, dove poveri immigrati che chiedono di essere accolti non vengono ospitati ma scacciati.

Allora nella misericordia di Gesù con i samaritani c’è una misericordia di Dio per noi, gente che non accoglie più... il nostro problema è come ritornare ad essere buoni samaritani. Come aiutare i nostri paesi ricchi, i nostri concittadini, le nostre città a ritrovare la sacralità dell’ospitalità. Forse anche questo fa parte oggi di una vocazione secolare che diventa lievito della storia …

Il testo che segue sul discepolato va compreso alla luce di quanto appena letto: i samaritani non hanno accolto Gesù. Gesù non li ha annientati come avrebbero meritato per il doppio torto: il dovere dell’ospitalità violato e l’incapacità di accogliere il messia.

Ma che ne è dei discepoli? Hanno imparato la lezione dai rimproveri di Gesù? Si sono lasciati interrogare dalla sua misericordia nonostante il rifiuto dei samaritani? Nonostante Gesù poteva attingere a tanti fonti bibliche, a tante storie autorevoli per giustificare il suo giudizio e far piovere fuoco dal cielo …

Mentre camminava per la via un tale gli disse: io ti seguirò dovunque andrai: di fronte al rifiuto dei samaritani c’è questo discepolo che afferma deciso: io ti seguirò dovunque andrai.

Che il tale, non nominato, sia un discepolo ce lo conferma anche la versione di Matteo (Mt 8, 18-22).

Chi, come le tante persone, messaggeri e discepoli, donne e uomini, che seguono Gesù pensa di esser migliore dei samaritani perché ha fatto una scelta di fede, perché ha consacrato la sua vita al Signore, viene qui disorientato da Gesù: quel tale non ha un nome perché siamo tutti noi che ci sentiamo dalla parte giusta, perché noi il Signore non lo lasciamo, lo seguiamo da una vita. La nostra vita consacrata e non da un giorno, ma da anni, decenni, né è la prova. Noi non abbiamo tradito, abbiamo accolto. Abbiamo giurato: ti seguirò dovunque andrai e lo stiamo facendo … abbiamo una meta nella vita: seguire il Signore. Il Signore non dice a quel discepolo anonimo (ma mettiamo il nostro nome al suo posto) il Signore non dice a me, Lidia che non posso seguirlo, egli vede che lo sto seguendo e sembra accogliere la disponibilità del discepolo per suggerire tuttavia che la fede è anche disorientamento, non camminare sicuri per la meta. Le metafore sono tutte focalizzate sulla meta: la tana, il nido … un posto dove alla fine riposare. Guarda che la sequela è impegnativa perché non c’è una meta chiara, non si va da qui a qui e non si viaggia sicuri. Se segui una volpe la trovi in una tana, gli uccelli nel nido, il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo.

Entra qui in gioco un rimando ad una fede matura, che dialoga, discute e discerne: tu non hai chiaro cosa Dio voglia da te e devi discernere. Come questa vocazione permanente si concretizza nel cammino. Dove ti porterà? Qui è il punto finale che viene enfatizzato, le tane, i nidi..

Ironia del testo: proprio in un brano dove si è appena affermato di un orientamento preciso verso Gerusalemme (indurì lo sguardo) ti viene anche detto che la meta non è chiara o meglio … non ancora chiara per i discepoli: la meta è a Gerusalemme e lì Gesù poserà il capo: “è reclinato il capo spirò...” poggerà il capo nella pietra tombale.

Qui viene comunicato in maniera paradossale che questa sequela cristologica, non solo orienta la tua vita (il discepolato, la scelta permanente di vita) ma ti disorienta.

Figlio dell’uomo, titolo caro a Gesù: in Daniele è colui che giudica la storia prima di consegnarlo all’anziano dei tempi. In Daniele è un giudice che viene in potenza qui non viene per giudicare e distruggere, ma addirittura non ha neppure dover posare il capo. Completamente inerme, disarmato.

Alla sequela di Gesù dobbiamo essere disposti non solo ad orientare il nostro sguardo sul Signore, ma anche a farci da lui disorientare per ri-orientare la nostra vocazione. Anche per noi risuona il monito di Gesù: non sentirti migliore degli altri...dei samaritani, di chi non crede, di chi fallisce nel tenere fede ai suoi voti … non dire troppo facilmente: io ti seguirò dovunque …

C’è una pedagogia: ti metto in cammino, ti dico dov’è la meta, correggo il tuo entusiasmo che diventa giudizio distruttivo verso i samaritani, ti mostro che anche tu volgi il capo. .

Orientamento, disorientamento, riorientamento: orientamento: sguardo verso Gerusalemme disorientamento... il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo.

Riorientamento: non sentirti migliore degli altri su cui con troppa facilità rischi di emettere giudizi fulminanti di fuoco.

Può essere oggi una modalità concreta di vivere la nostra vocazione quella di impegnarci per aiutarci le une con le altre a superare i giudizi sommari anche quelli motivati dalla fede? Come farlo quali strategie pedagogiche mettere in atto?

Gesù chiama: seguimi!

E’ Gesù questa volta ad essere disorientato dal discepolo che chiama: che non risponde no, ma pone una pausa: permettimi di andare a seppellire mio padre... la risposta di Gesù sul seppellire i morti è durissima … Sanders che ha studiato il legame inscindibile tra Gesù e la sua fede di ebreo sostiene che qui c’è una delle poche vere singolarità di Gesù: un ebreo non avrebbe mai risposto così : c’è un dovere sacro con i genitori.

È come se il “chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” rimanesse fin oltre la morte. Può essere più facile dirlo quando questi sono vivi, ma quando devi dare l’ultimo saluto … c’è qualcosa che mi sfugge. Non capisco.

Chiaro che qui il tema è l’irruzione del Regno (ma tu va ad annunziare il Regno) che scombussola, scuote, ma detto ciò... Bisogna accettare l’irriducibilità della Parola.

Anche l’ultimo discepolo non dice no, egli dice: “ti seguirò Signore, ma lasciami prima salutare quelli di casa mia”

Chi ascolta ricorda la vocazione di Eliseo, quando venne chiamato da Elia era nel campo che arava con l’aratro. Elia concesse ad Eliseo di andare a casa e congedarsi dai suoi. Qui Gesù invece dice no, proprio con un detto parabolico che richiama la storia di quella concessione per discuterla.

Perché? L’urgenza del Regno? Certo. Di nuovo io colgo un’irriducibilità del testo che si sottrae e non si lascia addomesticare. Quello che posso aggiungere è che l’immagine dell’aratro rimanda alla terra da coltivare. Il Regno è come un terreno da arare perché sia seminato e coltivato. Il frutto finale è frutto del lavoro dei discepoli … A noi l’aratro … Qui il Regno non sembra irrompere dal cielo, ma dalla fatica e costanza dei contadini discepoli.

Conclusione:

Parola difficile e il nostro rischio è di prenderne solo un aspetto...la radicalità della sequela .. mentre in questo testo si alternano giudizio e misericordia radicalità e mediazione.

Cosa vuol dire questo per noi? E’ importante oggi avere delle chiare passioni in un tempo in cui tutto si equivale, lavorare per suscitare grandi passioni, in sé stessi prima degli altri, ma poi siamo anche chiamate a lavorare per far si che queste passioni non diventino presunzione. Disorientamento ironico.

Ci sono credenti che parlano solo il linguaggio delle passioni, altri credenti disincantati... che vedono i loro limiti, che non comprendono.

La sfida è tenere la tensioni aperte: passione e disincanto, giudizio e grazia … proprio come in questo testo.

In un periodo di semplificazioni recuperare la complessità è già una pesca miracolosa.

Il discepolato è faticoso non solo perché richiede un prezzo da pagare fino al martirio, ma anche per la fatica di accettare un disorientamento che sgretoli le nostre convinzioni, quando ascoltiamo queste più di quanto ascoltiamo Dio … e queste diventano un idolo. Orientamento, disorientamento riorientamento: la fede è movimento non certo granitica certezza.

La Verna, 21 – 27 agosto 2010
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