Prendi il pane e dallo, perché altri possano sfamarsi ! - fra Alberto Maggi


 
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"Solo Matteo riporta l’invito di Gesù di mangiare il pane: prendete, mangiate, perché? Questo pane che rappresenta Gesù, è Gesù, non basta prenderlo, bisogna assimilarlo, bisogna che diventi la mia vita. Si partecipa all’eucarestia perché si riceve l’amore del Signore per poi essere capaci di comunicarlo agli altri. Il corpo del Signore è la comunità dei credenti che prende il pane, lo benedice, lo spezza e si fa pane per gli altri, questo è il corpo del Signore!"

 

Per scrivere un vangelo occorrevano tante pelli di animali, di pecore, ed era molto, molto costoso scrivere un vangelo per cui gli evangelisti per usare più possibile la pelle, la pergamena, scrivevano tutto attaccato. Quindi se voi vedete questi manoscritti antichi sono scritti tutto attaccato, senza spazi, e a volte non è facile separare le frasi specialmente nella lingua greca. Questo significa che gli evangelisti non sprecavano neanche una parola. Se gli evangelisti adoperano certi termini, se impiegano certi termini è perché ha un significato.

 

Matteo (capitolo 26) scrive: 26 mentre mangiavano..... ma l’ha già scritto! Se noi prendiamo il v. 21 scrive Matteo: mentre mangiavano disse: in verità vi dico, uno di voi mi tradirà. Perché qui al v. 26,Matteo scrive: mentre mangiavano?  

 

Quando troviamo queste anomalie nei vangeli dobbiamo prestare attenzione perché sono preziose indicazioni teologiche.

 

La ripetizione “mentre mangiavano” collega questo momento a quello che era illustrato nel v. 21 cioè l’annunzio del tradimento di Giuda, uno dei 12,  unendo il tema della cena con quello della morte. Il v. 21: mentre mangiavano disse: vi assicuro, io vi dico uno di voi mi consegnerà ... l’evangelista vuol fare comprendere che le parole e i gesti che adesso seguono sono la risposta di Gesù al tradimento di Giuda.

 

Quindi tutto quello che adesso vedremo è la risposta di Gesù al tradimento di Giuda e anche all’incomprensione e all’ottusità da parte dei suoi discepoli. Ecco il perché della ripetizione .

Gesù prese un pane. Anche qui c’è un particolare molto importante.  L’evangelista non scrive che Gesù prese il pane con l’articolo determinativo, ma scrive che prese un pane, questo perché l’evangelista vuole evitare qualunque riferimento alla cena pasquale. […]

 

Stiamo esaminando Matteo, Matteo scrive per una comunità di giudei e quindi si rivolge in una maniera che loro possano comprendere e presenta questa cena del Signore sulla falsariga dell’alleanza di Mosè con il popolo. Nel libro dell’esodo si legge che Mosè per stipulare il patto, l’alleanza tra il Signore e il popolo prese il libro dell’alleanza. Il libro dell’alleanza è dove c’era la legge tra Dio e il popolo. Ugualmente qui Gesù prese un pane. Quale è il significato? Nella cena avviene la sostituzione tra l’antica alleanza, quella stipulata con Mosè e la nuova, quella proposta da Gesù.

 

L’alleanza di Mosè aveva ormai esaurito la sua funzione, già i profeti avevano annunziato una nuova alleanza. Geremia 31,32 scrive: ecco verranno giorni, dice il Signore, nei quali con la casa d’Israele, con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova non come l’alleanza che ho concluso con i loro padri . La nuova alleanza rende ormai inefficace l’antica. Nella lettera agli ebrei 8,13 si legge: dicendo alleanza nuova Dio ha dichiarato antiquata la prima, ora ciò che diventa antico invecchia, ed è superato.

 

E’ importante la differente modalità di questa alleanza: Mosè ha preso un libro, una legge che rimane esterna all’uomo, Gesù prende un pane, alimento che diventa la vita dell’uomo, è il cambio profondo dell’alleanza tra Dio e gli uomini.

 

Mosè ha imposto una alleanza tra dei servi e il loro Signore basata sulla accettazione e sull’obbedienza alle leggi di Dio, Gesù, il figlio di Dio, propone una alleanza tra dei figli e il loro padre basata sull’accoglienza di un amore simile al suo.

 

Identificandosi come vedremo col pane, Gesù vuol fare comprendere che il pane, cioè l’alimento capace di dare la vita, non è un codice scritto, ma una persona viva. Offrendo il pane, Gesù non lega, non vincola i suoi a una dottrina alla quale i discepoli devono aderire, ma a un alimento con il quale nutrirsi.

 

La differenza è radicale, è profonda perché se l’alleanza con Dio è basata su una legge, io per essere a posto con Dio devo osservare questa legge. Ma questa legge mica conosce la mia storia, questa legge che ne sa della mia esperienza, del mio vissuto, delle situazioni della vita nelle quali mi sono venuto a trovare, delle sofferenze, dei drammi che mi hanno colpito?... La legge è così!

 

E se io, e se io non riesco ad osservare questa legge? E se io non posso osservare questa legge perché se osservo questa legge significa che devo soffocare la mia vita, la vitalità? Sono escluso da Dio.

 

Quindi dal momento che c’è una legge, è la legge stessa che divide gli uomini tra meritevoli e no, tra buoni e cattivi, tra puri e impuri. E’ la legge stessa che emargina le persone da Dio ed è la legge stessa che permette ai sacerdoti di stabilire con tanta sicurezza: tu sei peccatore, tu sei nel peccato, tu sei a posto.

 

Ebbene con Gesù è finito tutto questo. Con Gesù il rapporto con Dio non è più basato sull’obbedienza di una legge che discrimina tra le persone, ma sull’accoglienza di un amore. La legge non tutti la possono osservare, l’amore tutti quanti lo possono accogliere.

 

E’ la novità, la buona notizia portata da Gesù che Dio non è attratto dai meriti delle persone, quelli che osservano la sua legge, ma Dio è attratto dai bisogni delle persone e per questo si fa pane che alimenta, che dà vita alle persone. Allora con Gesù cambia il modello del credente. Chi è il credente?

 

Nell’antica alleanza il credente è colui che obbedisce a Dio osservando le sue leggi, nella nuova, quella proposta da Gesù il credente è colui che assomiglia al Padre praticando un amore simile al suo. Questa è la buona notizia portata da Gesù.

 

Abbiamo detto che l’evangelista sta bene attento ad evitare che in questa cena emerga anche il minimo elemento della cena giudaica. Gesù non commemora l’antica Pasqua, Gesù inaugura la nuova Pasqua. Per questo da questa cena sparisce l’elemento portante: l’agnello.

 

Nella cena pasquale l’elemento portante è l’agnello, invece dell’agnello c’è un pane e vedremo adesso l’importanza. Gesù dell’agnello non toglie la vita, fosse pure a un animale, ma offre la sua. Gesù non sacrifica la vita di un agnello, ma dona la sua.

 

Nutrirsi dell’agnello come di ogni altro animale comporta una gerarchia di importanza tra gli invitati alla cena. Quando c’è un animale da mangiare è chiaro che all’ospite più importante, alla persona ragguardevole cosa gli si dà? Gli si danno le parti migliori, la stessa bibbia prescrive che se ci sono sacerdoti a cena, il petto e le cosce vanno ai sacerdoti. Quindi se c’è un animale significa una gerarchia tra le persone che partecipano alla cena. Le persone più ragguardevoli, più importanti vengono servite prima e gli si danno le parti più nobili dell’animale, le persone meno importanti gli si danno i resti. Quindi la presenza di un animale indica gerarchia.

 

Gesù no, Gesù prende un pane,  piatto e soprattutto è tondo. Mentre in un animale ci sono delle parti più buone e più importanti, (abbiamo detto la coscia e il petto) qui ogni sua parte è buona, non c’è una parte più importante o più buona delle altre, il pane è tutto buono.

 

E’ significativo questo perché il pane di Gesù crea l’unità. Nella cena di Gesù non ci sono gerarchie, non ci sono importanze, non ci sono persone in prima fila magari vestite in maniera particolare e persone nelle ultime file. Nella cena di Gesù si crea l’unità e l’unità significa che ognuno ha la sua dignità, la sua importanza.

 

Inoltre l’agnello pasquale andava presentato ai sacerdoti nel tempio e sacrificato nel tempio, il pane, il pane viene fatto, cotto in casa, dalla donna senza alcuna particolare liturgia che l’accompagna e non su un altare, ma viene servito su una mensa. Noi siamo chiamati a riprendere l’uso linguistico dei vangeli e sostituirlo all’uso pagano che ha infiltrato e inquinato la  spiritualità cristiana.

 

Nei vangeli non si parla di altare se non per indicare gli altari degli dei pagani. Nei vangeli il pane viene mangiato nella mensa. E’ importante questo! Voi sapete che purtroppo nelle nostre chiese ci sono gli altari. L’altare significa quello spazio del tempio pagano dove l’animale viene sacrificato e offerto a Dio. Nulla di più lontano da Gesù. Con Gesù non c’è più un altare, ma c’è un tavolo, una mensa.

 

Non si offre a Dio, ma si accoglie Dio che si offre a noi. Allora liturgicamente si fa la mensa eucaristica. Quindi se ci riusciamo evitiamo queste parole pagane di altare che indica sacrificio e indica offerta. Con Gesù nessun sacrificio e nessuna offerta.

 

Allora Gesù prese non il pane, prese un pane e benedì. […] Ebbene nella prima condivisione dei pani quando Gesù vede la folla che ha fame e chiede di dare loro da mangiare e i discepoli gli obiettano di mandarli a comprare, Gesù risponde con una frase grammaticalmente ambigua, ma precisa da un punto di vista teologico.

 

Gesù dice letteralmente: date loro, voi da mangiare. Qual’é il significato? Non solo l’ovvio significato: procurate loro voi da mangiare, ma date loro voi da mangiare. Nell’eucarestia, e questo è il significato profondo che troviamo in tutti i vangeli, Gesù si fa pane, alimento di vita, perché quanti lo accolgono siano capaci di farsi pane, alimento di vita per gli altri.

 

Si partecipa all’eucarestia perché si riceve l’amore del Signore per poi essere capaci di comunicarlo agli altri. Nella condivisione dei pani Gesù ordina ai partecipanti di sdraiarsi per terra.  Perché si devono sdraiare?

Nei pranzi festivi si usava mangiare all’uso greco romano, c’era un grande vassoio al centro e poi a raggiera tutto attorno dei lettucci dove la gente stava sdraiata, appoggiata su un gomito e con l’altro braccio prendeva il cibo. Chi poteva mangiare così? I signori, quelli che avevano i servi che lo servivano.

 

Allora Gesù, ordinando alla folla presente di sdraiarsi significa che compito dei discepoli è fare sentire la gente signori. Nell’eucarestia quelle persone che vivono nel disprezzo devono trovare rispetto, nell’eucarestia quelle persone che si sentono disonorate devono sentirsi onorate, nell’eucarestia quelle persone che si sentono rifiutate devono sentirsi accolte. Questo è compito della comunità cristiana.

 

E poi Gesù, nella condivisione dei pani prese il pane, lo spezzò, fece i gesti dell’eucarestia, lo diede ai discepoli perché i discepoli lo distribuissero alla folla. I discepoli non sono i proprietari di questo pane, ma sono i servi.

 

Guai a quel discepolo che avendo il pane ritenesse di essere lui il proprietario e decidere a chi distribuirlo e a chi no! Gesù gli ha detto: prendi questo pane e dallo, non devi chiedere il certificato di condotta. Non sta a te giudicare secondo le tue povere categorie mentali se è degno, se non è degno, se è in peccato o se è in grazia di Dio.

 

Tu prendi questo pane e dallo, è importante questo! Ed è importante sopratutto quello che l’evangelista omette nella condivisione dei pani e dei pesci, ma omette in tutti i brani del vangelo che sono sempre immagini dell’eucarestia: il lavaggio rituale delle mani.

 

Prima di mangiare, nel mondo ebraico, anche oggi, bisogna lavarsi le mani, non per una questione igienica; io mi potevo essere lavato con acqua e sapone per mezz’ora le mani, ma dovevo sottopormi al rito del lavaggio delle mani. Perché? Tutto quello che è esterno all’uomo è impuro, allora se io prendo con mani impure qualcosa e lo metto dentro, significa che mi rende impuro.

 

Ebbene, nei vangeli, sia nell’ultima cena e nella condivisione dei pani, Gesù mai impone il lavaggio rituale delle mani. Guardate che questo è talmente grave che da Gerusalemme scende una commissione di scribi e farisei che vengono a inquisire Gesù e il suo gruppo, perché? Perché i suoi discepoli mangiano senza lavarsi le mani. Bisogna essere degni, puri per mangiare.

 

Con Gesù, e questa è la buona notizia e chi lo capisce cambia la sua esistenza, è che non è vero che tu devi essere puro per accogliere il Signore, non è vero che ti devi purificare per mangiare questo pane, è mangiare questo pane quello che ti rende puro e ti purifica .E’ un cambio radicale. Quante persone non osano avvicinarsi al pane perché si sentono impure, si sentono indegne e la religione ha gettato queste persone nella disperazione.

 

E’ la religione che dice ad alcune persone: tu sei nel peccato, tu sei impuro. E chi mi può togliere da questo peccato? Il Signore, e allora mi avvicino al Signore. No!, siccome sei impuro non ti puoi avvicinare al Signore. Questo significa gettare le persone nella disperazione totale.

 

Ebbene con Gesù non è vero che bisogna purificarsi per mangiare il pane, ma è mangiare il pane quello che purifica.

 

Questo è talmente importante che c’è in tutti i 4 vangeli e in particolare abbiamo detto che Giovanni sembra non riportare la cena eucaristica, anche se lo riporta alla sua maniera. Giovanni è quello che lo esprime nella maniera più incisiva questo. Nel cap. 13 presenta Gesù che è già a cena, è l’ultima cena con i suoi, in quell’ultima cena, durante la cena, si alza per mettersi a lavare i piedi dei discepoli. Questo gesto eventualmente si faceva prima del mangiare, appunto per essere degni. Perché Gesù interrompe la cena per lavare i piedi dei discepoli? Appunto per significare quello che abbiamo detto: non bisogna essere puri per partecipare alla cena, ma è la partecipazione alla cena quello che ti rende puro.

 

E continua: allora Gesù benedice, sono le due uniche volte che Gesù in questo vangelo benedice il Signore per il pane.

 

Benedire significa riconoscere che quello che si ha non è proprietà della persona, ma è dono ricevuto e come tale va condiviso per moltiplicare l’azione creatrice. Lo spezzò, e lo diede ai discepoli. Gesù si identifica in questo pane e lo spezza, cioè si offre. Questo gesto dello spezzare il pane è molto importante: non è un pane che viene mantenuto e dato a una persona, è un pane che va spezzato per essere fonte di nutrimento per molte persone.

 

Questo fatto è talmente importante che conosciamo tutti l’episodio di Emmaus nel vangelo di Luca. I due discepoli non riconoscono Gesù, e quando Gesù prende il pane e lo spezza, i loro occhi si aprirono e in quel medesimo istante, scrive l’evangelista, Gesù si rende invisibile. Cosa significa che si rende invisibile?

 

Non che scompare, ma che l’unica maniera che ha Gesù per essere visibile nella sua comunità è nel pane che si spezza.

 

Chi mangia questo pane e si fa pane per gli altri, questo rende visibile il Signore. Quindi Gesù lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli dicendo: prendete (è imperativo), mangiate. Non c’è la congiunzione, non è prendete e mangiate, prendete, mangiate. E’ un comando imperativo.

 

Solo Matteo riporta l’invito di Gesù di mangiare il pane: prendete, mangiate, perché? Questo pane che rappresenta Gesù, è Gesù, non basta prenderlo, bisogna assimilarlo, bisogna che diventi la mia vita.

 

Anche Giuda nel vangelo di Giovanni prende il pane che è Gesù, ma non lo mangia, esce e va a consegnare Gesù ai sommi sacerdoti e lo tradisce. Allora per Matteo non è possibile prendere il pane senza mangiarlo.

 

Non basta prendere Gesù come modello esterno di condotta, ma occorre assimilarlo interiormente e profondamente. […]

 

Abbiamo visto: prendete e mangiate e poi continua Gesù: questo è il mio corpo. A che cosa si riferisce questo? Non può riferirsi al pane perché il pane nella lingua greca, il genere maschile, questo è neutro. Allora quando Gesù dice: questo è il mio corpo non può riferirsi al pane, o meglio non può riferirsi soltanto al pane.

 

E’ importante questa abilità teologica e grammaticale dell’evangelista. Attraverso l’uso del pronome dimostrativo, questo, Matteo non si riferisce soltanto al pane, ma a tutta l’azione che lo accompagna, quindi la benedizione, spezzare, prendere, mangiare. Questo è il corpo del Signore. Io credo che a questo punto ci si spalanca veramente un orizzonte nuovo.

 

Il corpo del Signore è la comunità dei credenti che prende il pane, lo benedice, lo spezza e si fa pane per gli altri, questo è il corpo del Signore!

 

Quindi il corpo del Signore non è soltanto questo pane, ma è una comunità che si fa pane per gli altri. Vediamo come questo aumenta l’orizzonte e il significato dell’eucarestia che non si concentra soltanto su un pane, ma su una comunità che si fa pane per gli altri.

 

27 E prese un calice... dopo il pane Gesù passa al calice. Il calice è già comparso nei vangeli nell’annuncio che Gesù ha dato della sua morte ai due figli di Zebedeo.

 

Conoscete l’episodio. Gesù dice: vado a Gerusalemme ad essere ammazzato, i discepoli che sono accecati dalla loro ambizione, dalla loro gelosia, chiedono a Gesù: quando sei a Gerusalemme dacci i posti più importanti. Pensano di andare a conquistare il potere, a condividere il potere.

 

E allora Gesù dice a loro: ma potete voi bere il calice che io sto per bere? Mt. 20,22. Quindi il calice è associato alla morte di Gesù. Infatti Gesù nel getsemani dirà: Padre mio se è possibile passi via da me questo calice. Mt. 26,39.

 

Mangiando questo pane i discepoli accettano Gesù come norma di vita, ma questa norma di vita comporta anche la persecuzione ed eventualmente anche la morte. E preso un calice Ringraziò, Ricordate, nella prima condivisione dei pani Gesù benedice, nella seconda in terra pagana Gesù ringrazia.

 

Nell’eucarestia i due verbi appaiono insieme, benedire secondo l’uso ebraico e ringraziare secondo l’uso pagano. Attraverso questa unione dei due verbi l’evangelista vuol far comprendere che nell’eucarestia il rendere grazie unisce l’umanità quella giudea e pagana. Nell’eucarestia nessuno si può sentire escluso perché l’eucarestia è l’offerta del signore per tutti quelli che hanno fame.

 

lo diede loro dicendo: bevete tutti. L’imperativo, l’invito a bere, come per mangiare è soltanto di Matteo e nella cena pasquale ognuno aveva un suo calice. Qui c’è un unico calice appunto per evitare qualunque riferimento alla cena pasquale. Gesù dice: bevete da questo, da un unico calice, tutti.

 

Non è sufficiente dare adesione a Gesù, mangiare il pane, ma bisogna anche bere al calice, bisogna che la fedeltà al Signore giunga fino a dare come lui la vita. La vera accettazione del pane si vede soltanto nel bere il calice, ecco perché Matteo unisce questi due elementi.

 

28 Perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, nella cena pasquale dopo il quarto calice che veniva benedetto e bevuto si recitava il salmo 79, e il salmo 79 al v. 6 recitava: versa l’ira tua sulle nazioni che non ti conoscono e sui regni che non invocano il tuo nome.

 

Ebbene l’evangelista adopera lo stesso verbo “versare”, ma con Gesù non l’ira di Dio si versa, ma il suo sangue segno del suo amore e del suo perdono si versa su tutti.

 

Questo è importante perché al momento della morte di Gesù, tutto il popolo si prenderà la responsabilità della sua morte dichiarando: il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli. Mt. 27,25. Hanno accusato Gesù, ne hanno voluto la morte e dicono: se è un giusto la sua morte cada su di noi come maledizione.

 

Ecco allora perché nella cena il sangue di Gesù ricadrà sul suo popolo, ma non come espressione di vendetta o di castigo, ma di perdono, perdono che viene esteso pure ai colpevoli della sua morte.

 

Ma c’è ancora ha un altro significato profondo, questo verbo versare nella bibbia viene adoperato per indicare l’effusione dello Spirito santo. E Gesù nel vangelo era stato annunziato come colui che avrebbe battezzato nello Spirito santo.

 

Il battesimo nell’acqua significa essere immersi in un liquido che è esterno all’uomo, il battesimo nello Spirito essere impregnati di una forza che è intima all’uomo.

 

Quando è che avviene l’effusione nello Spirito?  Nell’eucaristia, quando si beve a questo calice, il sangue di Gesù, la vita stessa di Gesù entra in noi, si fonde con noi e realizza quello che l’evangelista aveva presentato fin dal primo momento: Gesù è il Dio con noi. […]

 

Il Dio di Gesù non solo è vicino all’uomo, ma è talmente intimo che chiede all’uomo di essere accolto. Il Dio di Gesù chiede ad ogni persona di essere accolto per fondersi nella sua esistenza e dilatare la sua capacità d’amore.

 

Questo è il Dio di Gesù, quindi non un Dio da invocare, un Dio che sta all’esterno dell’uomo, ma un Dio che è intimo nel più profondo dell’uomo, un Dio che si manifesta non quando alziamo le mani al cielo per invocarlo, ma quando le abbassiamo per servire.

 

Quando noi siamo umani, pienamente umani, nella nostra umanità si manifesta la sua divinità.

 

Quindi come in una cena, bere il calice è il momento nel quale Gesù risponde a quanti lo hanno seguito con il dono dello Spirito santo. E finalmente Gesù ci dice il contenuto del calice, questo infatti... è il sangue; il sangue nel mondo ebraico è la vita. Della mia alleanza... anche qui Matteo si rifà alla prima  alleanza. […] nell’alleanza di Mosè il sangue era quello dei vitelli che venivano sacrificati e questa alleanza veniva suggellato con l’aspersione esterna del sangue sul popolo.

 

Con Gesù non si sacrifica nessuno, fosse pure un animale, ma è il suo sangue quello che viene offerto, non per essere asperso, spruzzato sulle persone, ma per essere bevuto, sangue che penetra profondamente, intimamente nell’uomo e lo rende come lui, lo trasforma come lui, figlio di Dio. Questo è il sangue della nuova alleanza con Gesù.

 

In condono dei peccati.... il nome di Gesù, l’Emmanuele viene poi commentato dall’evangelista come: Gesù è colui che perdona i peccati del popolo. Il significato di Gesù in ebraico, Gesù si dice Jeshua e salverà si dice Joshua, c’è solo la differenza di una vocale. Gesù salverà il popolo perché lui, dovremmo tradurre in italiano è il salvatore.

 

Ebbene l’evangelista presenta Gesù come colui che perdona il popolo dalle sue colpe. E’ importante tutto questo, perché nella nuova alleanza, il tempio di Gerusalemme perde la sua efficacia e manifesta la sua inutilità.

 

La cancellazione dei peccati non avviene più andando al tempio, partecipando a una liturgia, ma dando piena adesione a Gesù, il Dio con noi, l’Emmanuele.

 

Mentre nel tempio il peccatore doveva recare delle offerte al Signore per ottenere il perdono, qui è Gesù che è il santuario dell’amore di Dio che si offre all’uomo per liberarlo dal peccato. L’accoglienza di Gesù cancella le colpe dell’uomo, non è più l’uomo che deve offrire il sacrificio per i suoi peccati, ma deve accogliere un Signore che si offre a lui per liberarlo dei suoi peccati.

 

Poi Gesù continua dicendo: 29 Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite. L’evangelista fa i salti mortali per non usare la parola vino. Se andiamo a vedere le 4 versioni della cena non compare mai la parola vino. Come mai? Appunto per evitare qualunque riferimento alla cena pasquale dove c’era il vino.

 

Qui Gesù parla del frutto della vite. Ma qual’é il significato di questo frutto della vite? Il frutto della vite è il tema conduttore di una delle ultime parabole di Gesù, quella contro i vignaioli omicidi che per interesse uccidono il figlio del padrone.

 

Conosciamo questa parabola. Gesù presenta questa parabola Mt. 21,33-46: un signore che aveva una vigna e dopo un po’ di tempo manda dei servi a prendere i frutti e i vignaioli bastonano questi servi. Allora il signore manda altri, peggio che peggio. Alla fine il signore dice: adesso manderò mio figlio. Il figlio è quello che lo rappresenta, di lui avranno rispetto. E i vignaioli del figlio cosa dicono? Questo è l’erede, ammazziamolo così la vigna rimane a noi. Gesù sta denunciando la casta sacerdotale giudaica che per interesse, (l’unico Dio nel quale le autorità credono: il loro interesse, la convenienza) è pronta ad ogni crimine fino ad uccidere il figlio di Dio. Allora Gesù al termine di questa parabola dove il figlio del padrone viene preso ed ammazzato dice loro e li avverte che sarebbe stato loro tolto il regno di Dio

e sarebbe stato dato a un popolo che ne produca i frutti. Ecco, è a questo popolo che Gesù darà il frutto della vite.

 

E Gesù dice: io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite. Il popolo con il quale Gesù berrà il frutto della vite è il popolo che è capace di farsi pane per gli altri. E’ con questo che si realizza il disegno di Dio sull’umanità.

 

Fino a quel giorno e il riferimento è della sua morte, quando Gesù dimostrerà il suo amore, in cui lo berrò di nuovo con voi nel regno del Padre mio. Gesù qui non si limita ad annunziare la propria morte, ma prospetta il trionfo su questa con una immagine di pienezza di vita, l’immagine del mangiare e del bere insieme nel regno del Padre. Il frutto della vite è il vino nuovo che ha bisogno di otri nuovi per essere contenuto. Il messaggio di Gesù è talmente potente che non è pensabile poterlo inserire entro le vecchie strutture dell’istituzione religiosa. Questo frutto della vite di qualità differente, migliore, nuovo significa non aggiunto nel tempo, ma una qualità migliore, è l’amore che Gesù dimostra con il dono della sua vita e che ancora i discepoli non conoscono e non sono capaci di avere.

 

Ancora Gesù non è morto e i discepoli ancora non sanno fino a che punto arriva il suo amore. Quando avranno sperimentato la morte di Gesù e quando anche i discepoli saranno passati attraverso il dono della vita saranno capaci di avere un amore come quello di Gesù e saranno capaci di rispondere con il loro amore al suo amore. […]

30 E inneggiando (cantando inni) quindi non c’era una aria triste ma un senso di gioia, uscirono per il monte degli Olivi. La lode a Dio, inneggiando, chiude la narrazione della cena quindi togliendo da questa ogni elemento di tristezza dell’addio alle sofferenze che Gesù dovrà affrontare e la narrazione della cena si conclude con una trasgressione, che è un invito a una trasgressione, perché nella nuova alleanza stipulata con Gesù i dettami dell’antica legge non hanno più alcun valore.

 

L’eucarestia rende le persone libere, l’uomo non è più vincolato dalla legge, ora ha in sé lo Spirito del Padre che lo dirige, bevendo questo vino ha lo Spirito di Dio, che dirige la sua vita e questo lo rende una persona estremamente pericolosa.

 

Attenzione agli effetti collaterali dell’eucarestia, rende una persona libera e una persona libera è una persona pericolosa per qualunque istituzione religiosa o meno. Una persona libera significa una persona che ragiona con la propria testa e cammina con le proprie gambe, una persona che non si può ingabbiare, che non si può incasellare, che non si può controllare.

 

Ecco il timore allora di una istituzione per l’eucarestia e ecco forse perché questo inno di libertà e di pienezza di vita è stato ridotto in quella che conosciamo, che viene chiamato il sacrificio della messa e forse partecipando a certe messe si capisce perché si parla di sacrificio, il sacrificio è per quelli che vi partecipano.

Nota del curatore :

Il testo, non rivisto dall'autore, è tratto dalla conferenza "L'Eucarestia secondo i Vangeli" tenuta ad Ancona il 14/09/2011 .

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