Etica, scienza e fede - Enzo Bianchi




 
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Dal finire del secolo scorso l’etica è diventata per la chiesa cattolica l’ambito sul quale si consumano conflitti più che confronto e dialogo, innanzitutto con le altre chiese cristiane, ma anche con la società e le culture contemporanee: a nessuno sfugge che lo scisma tra le chiese è vissuto oggi più sul terreno dell’etica, e soprattutto dell’etica inerente alla sfera sessuale, che non sul terreno dottrinale.

Non solo, ma appare ancor più evidente che, se ci sarà uno «scontro di civiltà», non sarà tra il cristianesimo e le altre religioni, ma piuttosto uno scontro di etiche che attraverserà le nostre società, soprattutto occidentali.

È indubbio che la chiesa voglia porsi al servizio dei valori che essa ritiene perduti o minacciati: se questo servizio diventa una lotta è perché la chiesa vuole difendere l’uomo nella sua globalità, affinché questi possa vivere in pienezza.

Per l’ottica cristiana, che non contraddice mai un’etica umana, l’uomo è un essere storico, temporale: è ovulo fecondato, embrione, bambino, adolescente, giovane, adulto, vecchio, morente... e in ogni tappa di questo processo di vita l’essere umano possiede la propria dignità e i propri diritti.

Ma, purtroppo, su questi temi etici perdurano anche malintesi tra la chiesa e l’opinione pubblica (e, all’interno di quest’ultima, vi sono anche molti cattolici): uso il termine «malintesi» perché sono convinto che il modo di parlare dei cristiani non sempre sia di fatto comprensibile e capace di destare un confronto e un dialogo.

Sì, perché a volte i cristiani danno l’impressione di possedere in esclusiva le chiavi del sapere riguardo alla sessualità, proponendo sovente una morale che sembra escludere ogni «buona notizia», e non sanno annunciare con una certa chiarezza ciò che è essenziale e ciò che è accessorio. In verità, i cristiani hanno un’antropologia propria, ispirata dall’Antico e dal Nuovo Testamento e meditata attraverso i millenni da generazioni di credenti, hanno un annuncio preciso da trasmettere e da vivere riguardo alla sessualità, ma non dimenticano che quest’ultima resta anche un enigma, come lo sono la morte e la sofferenza.

«Enigma», cioè cosa difficile da conoscere a fondo: enigma perché la sessualità è anche sempre inerente alla storia singolare di ciascun uomo e ciascuna donna; enigma tra uomo e donna, attratti l’uno verso l’altra senza sapere cosa veramente li attragga; enigma in ciò che essi trovano nel loro esercitare la sessualità; enigma anche negli affetti e in orientamenti e manifestazioni sessuali che sfuggono alla propria volontà. Sì, nemmeno il discorso cristiano sa rendere conto totalmente della presenza di zone di enigma nella sessualità di ciascuno perché, come osservava il grande filosofo Paul Ricœur, «l’eros è irriducibile al logos».

Questo andrebbe detto e riconosciuto con maggior franchezza: la parola cristiana sulla sessualità è innanzitutto un annuncio, una parola che deve invitare al rispetto della persona, all’autenticità del desiderio, a dare senso alle «storie d’amore», al rifiuto di ogni consumismo sessuale dell’altro; una parola che, nel far questo, non dimentica mai l’enigma, l’ombra, la fatica, i fallimenti che la sessualità può registrare.

Se, invece, ogni volta che si esprimono sulla sessualità, i cristiani enumerano divieti conditi da un idealismo non reale, allora non formano coscienze, non danno chiavi per il discernimento tra il bene e il male, non pongono un fondamento reale all’agire bene.

Va inoltre confessato che per alcuni cristiani persiste la tentazione di imporre le proprie idee agli altri, contraddicendo così lo stile cristiano autentico che sempre «propone» il suo messaggio attraverso il vangelo, cioè lo offre come «buona notizia» che si indirizza sempre alla libertà degli interlocutori, considerati capaci di riflettere, degni di quella fiducia necessaria a ogni confronto e dialogo.

Un altro grande malinteso si ha poi quando la chiesa invoca la legge naturale a fondamento delle sue proposizioni in materia sessuale e familiare.

C’è un forte ed esteso rifiuto di questa idea della legge naturale, presente di fatto anche in molti spazi cristiani, anche perché i rapporti tra natura e cultura non possono essere pregiudizialmente e ingenuamente negati. Però a me sembra che la chiesa proprio su questo tema debba farsi capire maggiormente perché, difendendo la legge naturale, essa non propone una  concezione fisicistica e statica della natura, non nega un riconoscimento della mediazione storica sul senso della vita umana, non sminuisce l’importanza della cultura attraverso la quale avviene l’umanizzazione.

La chiesa, facendo ricorso alla legge naturale vuole invero indicare e far emergere ciò che accomuna gli uomini di tutte le culture e di tutte le epoche, ciò che nell’essere umano è ritrovabile come indispensabile perché si possa giungere a una qualità della convivenza umana sotto il segno della giustizia e della pace.

Esiste la possibilità di qualcosa come una «dichiarazione universale dei diritti dell’uomo»?

 Se c’è – e non si dimentichi che è stata promulgata dall’Onu nel 1948, e sarebbe quanto mai prezioso riandare oggi alle discussioni di quegli anni e rileggersi la stupenda antologia di testi di ogni epoca, religione e cultura, Le droit d’être un homme, raccolta da Jeanne Hersch per celebrarne il ventesimo anniversario – allora c’è anche la possibilità di un’«etica» comune mondiale, allora ci sono diritti inviolabili e non negoziabili, allora c’è la possibilità di una legge che riguardi tutti, di valori transculturali.

Quando diciamo «naturale», intendiamo anche una legge non «rivelata», non «scritta», non «codificata» eppure inscritta all’interno di ogni essere umano – i padri della chiesa ne parlano come di una «rivelazione naturale»: una legge che viene dall’interno dell’uomo e non dall’esterno, che gli fa riconoscere e discernere il bene dal male e che è concretamente «operante» perché vive nel cuore dei singoli e nella «coscienza» del gruppo; una legge che, all’interno del rapporto uomo-polis-cosmo, diviene strumento di riconoscimento vicendevole tra umani, garanzia di diritti reciproci, fondamento di ciò che spetta a qualsiasi uomo di fronte a qualsiasi legge.

Per la chiesa c’è un «già là» etico, ancora precedente la fede cristiana, ed è questo «già là» etico che diventa il terreno d’incontro e di riconoscimento reciproco tra credenti di diverse religioni e non credenti, uomini e donne che rivendicano con convinzione la possibilità di una capacità e un’esperienza etica anche senza fondamenti religiosi ma derivante dall’umanesimo condiviso.

Credo che per la chiesa sia importante riaffermare sempre che l’uomo, «creato a immagine e somiglianza di Dio», è capax boni, capace di discernere ciò che è bene, sia egli cristiano o meno, che l’uomo è dotato di una sorta di grammatica comune, di sillabario comune a tutti che permette di operare il bene e rigettare il male: qualcosa, insomma, di costitutivo dell’uomo stesso.

E oggi è oltremodo importante, per la sopravvivenza stessa dell’uomo, il riaffermare questa possibilità di un’etica condivisa: l’idea che l’etica sia solo una sovrastruttura individuale che ciascuno può costruirsi da sé e gestire in totale libertà senza preoccuparsi di plasmare con esigenze etiche la vita pubblica sociale o politica è, infatti, un’idea disumanizzante.

Sì, i cristiani cercano di rendere questo servizio all’umanità e cercano di illuminare e far crescere le coscienze chiedendo a tutti di interrogarsi sull’uomo e sulla qualità della vita: l’etica è nel cuore di ogni uomo, anche di quelli che non ammettono nessuna trascendenza e che vedono nell’uomo stesso, pienamente autonomo, la sola fonte e il solo fine dell’agire umano.

Proprio per questo, l’etica non può essere lasciata esclusivamente nelle mani degli scienziati e dei tecnici, soprattutto in questi tempi in cui non sembra essere presente alcuna grande visione politica dell’uomo e della società.

L’etica, oggi meno che mai, non può obbedire alla logica dell’utilitarismo secondo la quale è morale ciò che può servire, essere utile in un modo o nell’altro, e l’operare umano è buono o cattivo a seconda del prevalere dei vantaggi o degli svantaggi, dei guadagni o dei costi.

Analogamente, l’etica non può obbedire soltanto alla logica di una maggioranza puramente numerica. È vero infatti che questa maggioranza dovrebbe crearsi attraverso la discussione, il confronto, il compromesso, il consenso di tutte le componenti della società, ma anche nei casi in cui questo avviene, non sempre le decisioni cui si giunge hanno una garanzia di giustizia e di conformità ai diritti fondamentali dell’uomo solo perché ottenute con la maggioranza dei voti: le maggioranze, anche recentemente, hanno pur elaborato e approvato leggi ad personam!

Certo, i cristiani come tutti i cittadini sanno che uno stato può legiferare solo con procedure di maggioranza, nell’obbedienza a precise regole democratiche: per questo cercheranno il dialogo rispettoso, proporranno anche con il loro «bel comportamento» le proprie ragioni, riconosceranno allo stato il diritto di legiferare e rispetteranno l’esito del confronto democratico anche quando non potranno condividerlo.

Vi potranno allora essere anche casi specifici in cui ai cristiani – ma non solo a loro – non resterà che ripercorre l’ardua ma limpida strada dell’obiezione di coscienza, già imboccata da tanti prima di loro, una via di ferma resistenza nei confronti, per esempio, dell’impero romano come dei totalitarismi del secolo scorso, una via che non dovrebbe però mai alimentare inimicizia nei confronti degli altri uomini né condurre ad accusare gli altri di distruttivo relativismo.

A confronto con la scienza.

Oltre a quello delle etiche, vi è poi un altro confronto, tra i più aspri che la storia delle società occidentali abbia conosciuto: quello tra scienza e fede.

Nel passato questo dibattito ha sovente assunto gli aspetti di un autentico conflitto, ma ancora oggi si ripresenta tra corpi sociali in competizione e riguarda lo statuto del «sapere» e del potere che da esso deriva.

Eppure la fede non ha nulla da temere dal sapere scientifico, così come la scienza non trova ostacoli nella fede, perché dalla fede è assolutamente autonoma. Non dovrebbero essere dimenticate le parole autoritative del Concilio Vaticano II:

"Tutte le cose sono state stabilite secondo la loro consistenza e la loro specificità. L’uomo deve rispettare questo e riconoscere i metodi propri di ciascuna delle scienze e delle tecniche [...]. La ricerca in tutti gli spazi del sapere se è condotta in modo veramente scientifico e se segue le norme dell’etica (cioè se resta sempre a servizio dell’uomo e dell’umanità) non sarà mai opposta alla fede (Gaudium et spes 36)."

La scienza fa parte della vocazione e della missione dell’uomo e per questo deve sempre restare al servizio dell’umanizzazione, della qualità della convivenza sociale, della grandezza e della dignità insite in ogni persona: questa, in verità, la preoccupazione dei cristiani.

Quando essi auspicano e propiziano un dialogo non lo fanno nella prospettiva di stabilire razionalmente con prove scientifiche l’esistenza di Dio e la sua azione nella storia – scienza e fede sono due istanze del sapere che non si pongono sullo stesso piano – bensì nell’ottica di un’attenzione all’uomo e di una cura della terra e del cosmo intero.

In questi ultimi decenni i cristiani hanno compiuto una scelta intellettuale audace: prendere sul serio il metodo scientifico che rinvia a un sapere rigoroso, ma un sapere che non pretende – come è accaduto nell’ottica positivista – di essere esaustivo e definitivo, ultimo.

Occorre però che anche gli uomini della scienza, senza dover nulla alla teologia, senza innestare nella loro ricerca l’ipotesi Dio, non finiscano per identificare il «sapere religioso» con la superstizione o un atteggiamento puerile.

La scienza ha necessità di restare modesta, consapevole dei propri limiti, di rinunciare a pretese monopolistiche o a fare di se stessa un idolo.

Già Pascal metteva in guardia sul pericolo che diventasse «un idolo la verità stessa» e questo suo ammonimento può valere in ambito scientifico come in quello teologico.

Oggi il possibile conflitto tra scienza e fede può essere acceso da correnti fondamentaliste cristiane e da uomini della scienza e della tecnica che pretendono uno statuto di infallibilità, soprattutto nel campo della biologia e delle sue applicazioni in medicina.

Si registra infatti un confronto riguardo a quelle che Freud leggeva come tre umiliazioni inflitte all’uomo dalla modernità scientifica e che sollevano tre interrogativi:

il decentramento dell’uomo rispetto al cosmo significa che l’essere umano è dovuto al caso, a un «bricolage», secondo il termine usato negli ambienti evoluzionisti ?

Se l’uomo è geneticamente inscritto in una competizione di viventi, non risulta essere altro che un’espressione del «gene egoista» fondamento di tutta l’attività vitale?

E se per le neuroscienze l’uomo è solo un essere neuronale, allora il suo «spirito» è unicamente il prodotto di una organizzazione del cervello?

Soprattutto di fronte a queste ricerche scientifiche alcuni credenti sono a volte impauriti, smarriti, e ripiegano su posizioni creazioniste – come i cristiani fondamentalisti nordamericani – oppure concordiste, cioè tese a dimostrare una «concordia» tra dati scientifici e testi biblici.

Non mi pare però questa la via percorribile: la strada maestra rimane quella dell’ascolto reciproco, del confronto critico, del dialogo: ciò che deve preoccupare uomini di fede e uomini di scienza è il cammino di umanizzazione personale e delle diverse società, ciò che va temuto è la strumentalizzazione, la manipolazione, la reificazione del soggetto umano.

Gli interrogativi sui rapporti tra scienza e potere, scienza e sviluppo, scienza e democrazia, scienza e tecnica e il loro molteplice intersecarsi riguardano tutti, credenti e non credenti. Ma gli uomini delle scienze non si avventurino in opzioni teologiche né assumano opzioni contro la teologia, e i credenti, dal canto loro, non chiedano alla scienza ciò che solo la fede può dare: nella fede cristiana questo mondo e in esso l’uomo non è dovuto né al caso né alla necessità.

È dovuto all’amore e alla libertà del Dio al quale si aderisce, del quale si fa esperienza nella vita quotidiana.  Questa fede che abita i credenti è razionale, ma non deriva unicamente dalla ragione, bensì dall’iniziativa di Dio.

Un credente autentico non ha paura della scienza, non assume verso di essa posizioni difensive o antagoniste ma, credendo in Dio, è preoccupato del presente e dell’avvenire dell’umanità: vuole che le scienze restino e si esercitino a servizio dell’uomo e dell’intero mondo da lui abitato. 

Tratto da : "Per un'etica condivisa" - Einaudi
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