Le donne di Gesù ! - Lidia Maggi



 
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La storia non è mai al singolare, ma al plurale e dove c'è un legame tra passato, presente e futuro, non viene interrotta quella solidarietà di cui noi oggi denunciamo la mancanza e che rende spesso invivibile la realtà ai nostri giovani.

Nella concezione ebraica la storia non è un concetto astratto ma l'insieme delle generazioni, perciò comprendiamo ancora meglio perché il Vangelo di Matteo si apre con la genealogia e spesso troviamo nel corso della Scritture delle genealogie che hanno sempre una funzione eminentemente teologica. La genealogia non è l'elenco di nomi che fa il ricercatore che vuole ricostruire l'albero genealogico della sua famiglia, ma ha sempre una funzione.

Nel caso di Matteo la preoccupazione della genealogia è la presentazione del protagonista, Gesù di Nazareth.

E lo presenta anche con la preoccupazione che risulti credibile che si tratta del Messia atteso. Con quali caratteristiche? Deve essere un re, rampollo della casa di Davide. Questo Gesù che viene da Nazareth non ha le qualifiche per essere il Messia atteso, perciò Matteo fa un’operazione di carattere teologico, non tanto storica. Il censimento, il viaggio sono tutti stratagemmi per portarci a Betlemme in modo che Gesù possa avere la cittadinanza di un rampollo della casa di Davide.

Facendo questa operazione apologetica Matteo costruisce la genealogia, molto ordinata, per gruppi di sette e quattordici nomi partendo da Abramo fino a Davide e poi dall'esilio fino a Gesù. Si trovano non soltanto nomi maschili, cattivi e buoni, ma anche nomi femminili e precisamente quattro. Questi nomi collegano Gesù a quattro storie del Primo Testamento collocate in periodi diversi: una è Tamar che si colloca nel periodo dei patriarchi, si potrebbe definire l'ultima matriarca, la nuora di Giuda, poi nel periodo della conquista abbiamo la prostituta Racab che nella tradizione diventa la moglie di Giosuè, poi nel periodo dei Giudici, Rut e infine nel periodo della monarchia abbiamo Betsabea.

La domanda che nasce spontanea è perché vengono nominate proprio queste donne e non, ad esempio, Sara la moglie di Abramo, non vengono nominate donne “ortodosse”, ma vengono nominate donne che in qualche modo aprono una breccia nella storia messianica e creano uno spazio dove si inseriscono elementi eterodossi, anomali, inquietanti, ironici.

Si tratta di donne che hanno maternità molto particolari ma anche hanno la pretesa di dirci qualcosa del Messia che ci si svela attraverso la genealogia. E' come ci venissero dati indicazioni di cromosomi che ci permettono di individuare quali sono le caratteristiche di questo Messia.

La storia di Tamar

E' raccontata nel libro della Genesi. Costituito da 50 capitoli di cui i primi 11 sono l'importantissimo portale di ingresso che ci dà tutte le chiavi di lettura per entrare nel testo biblico narrandoci la storia universale: la creazione, la caduta, Caino e Abele, la nascita della città, la nuova creazione attraverso il diluvio, la torre di Babele. Nel 12° capitolo si entra nella storia di Israele con la chiamata di Abramo. Di li in poi fino al 50° troviamo la storia dei patriarchi. Abbiamo conosciuto un Dio universale, ora conosciamo un Dio che si lega ad un popolo particolare, il Dio di Giacobbe, il Dio Esaù, il Dio di Rachele ... Dopo uno sguardo dall'alto è come se si facesse uno zoom su una storia particolare, di questo piccolo popolo di nomadi. E in questa piccola storia, un'altra grande storia, la saga di Giuseppe.

Storia di conflitti tra fratelli, una storia che vuole dire in modo antropologico come nasce Israele: da dodici tribù, da un patrimonio genetico segnato dalla diversità, ma anche da una conflittualità perché i dodici fratelli fin dall'inizio non vanno d'accordo. In questa storia di Giuseppe entra come una breccia la storia di Tamar che addirittura interrompe la storia di Giuseppe.

Giuseppe è stato appena venduto agli egiziani (cap. 38 della Genesi) e ci aspettiamo di sentire cosa accadrà a Giuseppe, ma avviene una digressione che improvvisamente ci porta al futuro. Giuda, fratello di Giuseppe, non è un ragazzo, ma un uomo ormai anziano, ha dei figli, una moglie e una nuora, Tamar moglie del primo figlio che è malvagio e Dio lo fa morire. Tamar rimane vedova ed entra in gioco la legge ebraica (cosiddetta del levirato) che vuole proteggere vedova e defunto che, non avendo figli, non può avere una genealogia, non può entrare nella storia. Giuda dà perciò in sposa Tamar ad Oman, il secondogenito, con l'intento di dare un figlio a Tamar, figlio che diventerà figlio del fratello morto. Oman però rifiuta di generare e poi muore. A questo punto Tamar tornata vedova e Giuda non si sente di darle il suo figlio più piccolo e rimanda Tamar alla casa del padre. Di fatto lei è come sepolta viva anche se Giuda promette di darle in sposo il figlio quando sarà più grande. Un atto di giustizia, ma diluito nel tempo.

Tamar però non ha identità, la punizione per eccellenza per una donna ebrea in quel contesto patriarcale è quella di non poter generare la sua unica possibilità di realizzarsi è quella di diventare madre. Tamar ritorna dunque alla casa del padre. Tra l'altro una donna, che nel contesto biblico, non parla mai, è gestita da altri.

Ma contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, Tamar reagisce prendendo in mano la propria vita e decide, diventando protagonista. Intanto il figlio più piccolo di Giuda è diventato grande e non gli si è dato in sposo, Giuda ha perso la moglie e ha passato il suo periodo di lutto. E' giunto il tempo primaverile della tosatura, Giuda si prepara a questa operazione e Tamar viene a sapere che Giuda passerà dal villaggio di suo padre. Tamar allora si vela al modo delle prostitute del tempo e si mette alla porta della città. Giuda passa di lì, contratta con lei e si unisce a lei. Ma non avendo Giuda i soldi, Tamar si fa dare come pegno il suo sigillo, il suo bastone e il suo cordone e lui si impegna a portarle il prezzo pattuito, un capretto. Successivamente Tamar si spoglia delle vesti di prostituta e ritorna alla sua vita normale, mentre Giuda, che si impone di essere uomo giusto, si preoccupa di pagare il pegno per cui manda un servo per questo ma gli abitanti della città escludono che dalle loro parti si sia mai vista una prostituta. Passati tre mesi, Tamar è incinta e Giuda intende punirla bruciandola, ma Tamar manda a Giuda gli oggetti avuti in pegno dichiarando che il proprietario di essi è il padre del bambino. Giuda si rende conto dell'accaduto e dice: “ella è più giusta di me!”.

Tamar è assolta dalla sua colpa presunta, ma anche se Giuda non la prende in casa, lei ha ottenuto quello che voleva. Da Tamar nasceranno due gemelli.

Quand'essa fu giunta al momento di partorire, ecco aveva nel grembo due gemelli. 28 Durante il parto, uno di essi mise fuori una mano e la levatrice prese un filo scarlatto e lo legò attorno a quella mano, dicendo: «Questi è uscito per primo». 29 Ma, quando questi ritirò la mano, ecco uscì suo fratello. Allora essa disse: «Come ti sei aperta una breccia?» e lo si chiamò Perez. 30 Poi uscì suo fratello, che aveva il filo scarlatto alla mano, e lo si chiamò Zerach.

Perez , che sarà l'antenato di Gesù, si è “aperto una breccia” così come Tamar si è aperta un breccia nella genealogia. Aveva la sua vita chiusa, ma attraverso il suo stratagemma eterodosso si è aperta una breccia. La stessa vicenda di Tamar si apre una braccia nella vicenda di Giuseppe capace di rinchiudere in questa vicenda un senso. Quale? Giuseppe che ha fatto carriera diventando in Egitto il secondo personaggio più importante dopo il faraone, nell'incontro con i fratelli diventa come un carnefice rimandando uno di essi dal padre per portare il più piccolo, Beniamino, quello più amato dal padre.

Due fratelli si contendono per convincere Giacobbe a mandare Beniamino: Rubens dice al padre “se non ti riporto Beniamino, tu ammazza pure i miei figli”, mentre Giuda dice invece “lascia andare Beniamino perché altrimenti metti a repentaglio le nostre vite e ti prometto che ritorneremo tutti sani e salvi”.

Per arrivare a questo atteggiamento Giuda ha dovuto vivere la storia con Tamar che gli ha insegnato che non si protegge un figlio sottraendolo alla possibilità di vivere la propria storia, ma lo si protegge nel momento in cui lo si consegna alla vita.

Tamar ha capito che se non prendeva in mano la sua vita, se non apriva una breccia, non avrebbe avuto la possibilità di avere una storia nella genealogia. A Giuda viene fatto capire che la vita non la si può risparmiare, perché nel momento che ti chiudi cercando di risparmiare la vita è proprio in quel momento che si impedisce che la vita fluisca. Questo diventa sapienziale anche per ogni genitore che vorrebbe proteggere i propri figli dai rischi, dai pericoli mentre sappiamo che l'unica possibilità è di lasciarli liberi di vivere la propria vita, anche di sbagliare; sottrarli alla possibilità di soffrire significa sottrarli alla vita.

Tamar è rimasta nella storia come colei che si è aperta una breccia, ma anche colei che è risultata più giusta di Giuda. Una giustizia che non è stata praticata attraverso un approccio legalistico alla legge, la Torà, ma creativa; un atto di giustizia violando la legge e attraverso l'imbroglio. Una giustizia non come l'immaginiamo noi in cui tutto viene pesato con la bilancia. Chissà che questo modo di Tamar di praticare la giustizia non ci dica anche qualcosa del praticare la giustizia da parte di Gesù: cioè quel modo che non mette tutti sullo stesso piano ma che addirittura capovolge: i piccoli sono innalzati, i superbi sono abbassati.

La storia di Racab

Anche qui abbiamo una storia piuttosto creativa. Conosciuta come colei che mette il filo rosso (in ebraico filo ha anche come significato il termine “speranza”). Racab non è un'ebrea ma un'abitante di Gerico. Siamo nel momento in cui finalmente è dato al popolo di Israele di occupare la terra. Mosé manda due esploratori ad esaminare il terreno, questi entrano in questa terra che scoprono fertilissima, talmente fertile che i frutti come l'uva sono enormi tanto da far sospettare che questa terra sia abitata da giganti. Nasce la paura di entrare. Successivamente, dopo la morte di Mosè, entra in scena Giosuè che manda pure lui degli esploratori i quali entrano in una casa di una prostituta, Racab, per essere informati. Ma il re di Gerico, venuto a sapere della cosa, manda a dire a Racab di consegnare gli stranieri. Racab afferma che sono passati da lei ma si sono poi allontanati verso il Giordano e così gli uomini del re si danno al loro inseguimento, mentre invece Racab li nasconde sul suo terrazzo. Al calar della notte li fa scendere e indica loro dove nascondersi sui monti, ma prima si fa promettere che quando gli ebrei conquisteranno la terra, lei e suoi parenti avranno salva la vita. I due fuggitivi acconsentono e come segno per identificare la casa chiedono a Racab di segnalarla mediante un filo rosso appeso alla finestra attraverso la quale sono fuggiti. Gli esploratori ritornano da Giosuè parlando con le parole di Racab secondo la quale tutti gli abitanti di Gerico sono terrorizzati sapendo cosa ha fatto Dio per gli ebrei. Racab anticipa la realtà, anzi rende reale ciò che era impossibile. Trasforma dei fuggiaschi in condottieri decisi. Riesce a strappare una speranza dove sembrava non esserci. Di Racab non ci viene detto della sua procreazione così non ci sono paternità relative anche se una tradizione rabbinica tramanda che fu Giosuè, ammaliato dal suo coraggio, la prese in moglie. Perché questa straniera, prostituta entra nella genealogia di Gesù?

Sicuramente Racab ha la caratteristica di trasformare la realtà, di rendere possibile l'impossibile, che crede in quello che ancora non c'è, crede in una realtà e la anticipa, come se quella realtà che non c'è ancora fosse già presente. Sarà anche questo l'attributo del Messia?

Di riuscire a scorgere un luogo che ancora non c'è?

La storia di Rut

A Rut viene addirittura dedicato un libro della Scrittura, cosa rara in un contesto patriarcale. Rut è una moabita, il che nell'immaginario ebraico rappresenta quel popolo maledetto da Dio perchè Moab non ha offerto del pane al popolo fuggiasco. La mancata ospitalità, nella Scrittura è, in assoluto, il crimine più grosso.

Per questo motivo Moab è escluso dall'alleanza. La storia si sviluppa al tempo dei Giudici ed è una storia d'amore tardivo, un amore di due persone ferite. Il libro si sviluppa come una novella su quattro capitoli come un testo da narrare oralmente. Addirittura vengono dati degli elementi tecnici per la narrazione, così ogni capitolo ha la sua parola chiave: nel primo capitolo la parola è “ritornare” perché Elimelech (significato: il Signore è mio re”) si muove per andare in esilio a causa di una carestia e va nella terra di Moab portando con sé la moglie Noemi (significato: “mia dolcezza”) e i due figli. A Moab si integrano e addirittura i figli si sposano con moabite, sembra che le cosa vadano bene, ma ecco irrompere la morte. Muore prima Elimelech e poi i due figli. Noemi si ritrova sola con le due nuore e decide di ritornare al suo paese. Ma in cammino dice alle due nuore di tornare al loro paese. Una, Orpa ritorna. Orpa è raffigurata come colei che non è solidale, che volta le spalle. Qui si confrontano due modelli di amore, l'amore di Rut e quello di Orpa. L'amore di Orpa è quello che accoglie quando l'altro ti manda via, lo rispetta; Orpa ama sua suocera ma capisce che lei non vuole più averla con sé e quindi se ne va. Mentre Rut è quell'amore determinato che anche quando uno ti respinge, rimane e ha parole seduttive per farsi accettare (Ma Rut rispose: «Non insistere con me perché ti abbandoni e torni indietro senza di te; perché dove andrai tu andrò anch'io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio; 17 dove morirai tu, morirò anch'io e vi sarò sepolta. Il Signore mi punisca come vuole, se altra cosa che la morte mi separerà da te»).

Noemi rimane in silenzio fino all'arrivo al suo villaggio quando incontra le donne che, come in un coro greco, intervengono nel racconto spezzandolo.

Le donne la riconoscono chiamandola per nome, ma Noemi chiede di non chiamarla più con il suo nome, ma “Mara”, perché, dice, “Dio ha steso la mano contro di me”. Noemi non solo ha interrotto il rapporto con il marito essendo vedova, ma ha anche interrotto il suo rapporto con Dio che ha amareggiato i suoi giorni.

Non parlerà con Dio se non alla fine della narrazione con una benedizione. Nel secondo capitolo entra in scena il delicatissimo corteggiamento di Booz a Rut. Mentre nel primo capitolo la protagonista è Noemi, qui è Rut che decide di andare a spigolare. Secondo la legge ebraica per tutelare l'orfano e la vedova era data la possibilità di raccogliere parte del raccolto rimasto sul terreno. Rut capita nel campo di Booz che chiede informazioni su di lei. Poi si rivolge direttamente a lei dandole il permesso di rimanere sul suo campo e inoltre la approvvigiona di grano da portare alla suocera. Questa si riscuote dalla sua apatia e saputo di Booz afferma che lui è parente con diritto di riscatto. E così da consigli alla nuora per poterlo avvicinare e chiedergli di sposarlo. Booz si ricorda però che c'è un altro parente che ha diritto di riscatto e nel frattempo la rimanda dalla suocera con un carico di grano. Tra i due c'è una scena nella quale il narratore con delicatezza ci fa intuire il rapporto tra i due. Booz quindi va alle porte della città dove gli anziani praticano la giustizia, qui Booz a questo innominato chiede di riscattare la proprietà di Noemi ma anche sposare Rut. Questi rifiuta e Booz si assume la responsabilità del fatto. A questo punto si possono celebrare le nozze e qui rientrano le donne del villaggio che cantano di gioia perché Booz ha sposato Rut che ha avuto un bambino che ha avuto come nutrice Noemi. Il canto è un inno a Noemi ma anche a Rut “che ti ama e vale per te più di sette figli maschi”.

Perché questa storia nella genealogia di Gesù? Certo che Gesù è venuto ha fasciare i cuori infranti, ad aprire ciò che era chiuso, a rendere possibile ciò che era impossibile! Ma c'è anche il rapporto di Gesù con la Torà. Questo libro si colloca all'interno del Primo testamento proprio come un libro, non l'unico, che discute la Torà. Come? Il Signore ha parlato e ha maledetto Moab dicendo che non potrà entrare nell'alleanza. Il narratore del libro di Rut sostiene invece la tesi che questa legge, che pure scende dall'alto, può essere annullata attraverso un agire dal basso. Questo si è anche visto nel libro dell'Esodo quando cinque ragazze pongono il quesito a Mosé che il loro padre è morto e poiché esiste la legge che eredi possono essere solo i maschi, le ragazze entrerebbero nella terra promessa senza eredità quasi che il padre fosse considerato alla stregua degli idolatri.

Mosé parla con il Signore che dà loro ragione. In questo modo queste cinque ragazze dal basso cambiano la Torà che è stata data dall'altro. E questo è un agire tipico femminile, certo, ma anche tipico di Israele che persino la cosa più sacra che è la Torà non va accettata passivamente. La legge di Dio può essere cambiata? Il libro di Rut dice di sì. Se la prassi dice che non funziona, va cambiata.

C'è anche la questione del cibo, Rut va a spigolare per Noemi perché è passiva, è depressa. Ma sotto c'è anche il concetto che è la moabita che deve nutrire Noemi e in ogni circostanza le porta il grano, fino a darle il figlio. Qui c'è un caso giuridico che vuole annullare la legge divina. E questo è estremamente coraggioso. Ci dice qualcosa dell'identità del Messia?

Il caso di Betsabea

Betsabea non viene nominata nella genealogia se non come “moglie di Uria”. Siamo nel tempo della guerra e Betsabea si ritrova da sola perché il marito è in guerra. Betsabea è come se fosse una vedova bianca. E' una donna che si mostra in tutta la sua bellezza al re. Si intuisce che è una donna molto intraprendente. Il re la manda a chiamare e la prende. Betsabea rimane incinta e lo manda a dire a Davide. A questo punto Davide è nel panico e richiama Uria in modo che possa unirsi alla moglie e invece questo si astiene anche se Davide lo fa ubriacare. A questo punto Davide scrive una lettera al comandante dell'esercito invitandolo a mettere Uria in prima fila nella battaglia in modo che rimanga ucciso. Uria muore e Betsabea, dopo un periodo di vedovanza, viene accolta in casa di Davide.

La vicenda di Betsabea rappresenta il lato più negativo del mondo femminile che quando ha la possibilità di esercitare il potere lo fa proprio come un uomo. Betsabea gioca e muove le pedine del palazzo fino alla fine quando il re è moribondo e non lo lascia in pace perché il re deve designare come suo erede Salomone. Sta di fatto che anche Betsabea si trova all'interno di questa strana genealogia di Gesù.

La genealogia contiene quindi il riferimento a queste donne per poi introdurre Maria che anche lei avrà un'esperienza di maternità abbastanza eterodossa perché rimane incinta prima ancora di essere sposata e, a differenza di Luca che narrerà la vicenda attraverso l'annunciazione, Matteo lascia semplicemente intendere che lei rimane incinta fuori dal matrimonio e Giuseppe, uomo giusto, si interroga come rimandarla senza scandalo.

Ci siamo soffermati su queste storie perché sembra importante nel momento che ci accingiamo a riflettere sul Natale possiamo dirci alcune cose che sono poi quelle anticipate dai profeti sul Messia.

E' un re che ha una genealogia eterodossa per cui possiamo dire che i veri re non sono quelli che hanno il sangue puro, ma non hanno paura di storie povere. Di storie che non li rendono presentabili. Si pensi a Maria che in tutta la tradizione che non è biblica, ma che fa parte della letteratura gnostica, si è cercato di rendere puro il suo DNA. Come se l'agire di Maria fosse più credibile se alle spalle avesse un DNA immacolato.

Il racconto biblico non ha paura di dire che la vicenda di Gesù è una vicenda regale ma anche una vicenda in cui si insinuano storie scomode, irriverenti, di maternità eterodosse. E' un re che viene da Israele che ha vissuto nel peccato, che ha saputo riconoscere che a volte colui che pensi nemico è in realtà amico. Una genealogia contaminata di questo Gesù che non ha paura di un rapporto con la Torà idealistico, non ha paura di accogliere i lontani come le prostitute (non ha caso prostitute e pubblicani ci precederanno nel Regno e questo è già anticipato nella genealogia).

Matteo però per raccontarci tutto questo ha scelto delle figure femminili così come poteva anche raccontarcelo attraverso figure maschili. Ma deduciamo che comunque questo re che viene sarà sicuramente un re diverso da come ce lo immaginiamo.

Comunità e lavoro - 17/12/2011

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