Quanto dolore !  Dio, ... dove sei ? - Vito Mancuso



 
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"Quante volte ci siamo chiesti dov’è Dio, pensando a questo universo muto, al freddo degli spazi cosmici, a questo mondo retto dalla forza nel quale la croce è il simbolo per eccellenza della sorte che tocca ai giusti, alla cieca indifferenza della natura che talora strazia le membra di alcuni suoi figli … dov’è Dio?"

Per costituire l’adeguato atteggiamento spirituale a un discorso sulla sofferenza e sul dolore, desidero iniziare con due pensieri di due grandi cristiani. Io infatti non sto parlando della mia sofferenza, non sono un testimone diretto, ma sono uno che riflette sulla sofferenza degli altri, e lo fa dal punto di vista della teologia cristiana. A che condizione è lecita questa operazione? Alla condizione richiamata da queste due frasi.

La prima: “Prima di alzare gli occhi verso i raggi della sapienza, uomo di Dio, per prima cosa abbandonati al continuo tormento della coscienza”. Sono parole tratte dal Prologo dell’Itinerario della mente in Dio di san Bonaventura (1217-1274).

Richiamano la necessità del tormento e del dubbio prima di ogni discorso su Dio: senza il tormento della coscienza, senza l’inquietudine, il divino appare vuoto, inutile, cerimonioso; solo il negativo, solo il tormento che l’anima acquista in un contatto onesto e disincantato col mondo e con la storia, la innalza rettamente verso la sapienza divina. Perché, continua Bonaventura, conta molto di più laexercitatio affectus (la tensione della passione) che non la erudictio intellectus.

La seconda frase è questa: “La gente comune ha il potere di non pensare a ciò che non vuole pensare... così si conservano le false religioni, ma, presso molte persone, anche quella vera. Ci sono alcuni però che non hanno il potere di impedirsi di pensare e che, quanto più lo si proibisce loro, tanto più pensano. Costoro si liberano dalle false religioni, ma, se non trovano discorsi saldi, anche dalla vera”. È un pensiero di Blaise Pascal (1623-1662), il numero 668 secondo l’edizione Le Guern.

Questi due pensieri ci insegnano che sono essenziali, di fronte alla sofferenza degli altri, due qualità dell’anima: la passione per l’uomo  e la passione per la verità, l’onestà intellettuale che ricerca “discorsi saldi”, che non si accontenta più di esortazioni e di appelli ai sentimenti.

La tentazione dei credenti

Il primo passo che abbiamo compiuto è importante perché, da sempre, di fronte alla sofferenza la tentazione religiosa ricorrente è quella di comportarsi come gli amici di Giobbe. La storia è nota: Giobbe, a causa di una poco nobile scommessa tra Dio e Satana, viene colpito prima con la perdita di tutti i suoi beni, poi con la morte dei suoi dieci figli, poi con una dolorosa malattia che gli rende putrida la carne. Dopo giorni di silenzio, Giobbe giunge a maledire il giorno della sua nascita.

Alle sue parole roventi e persino blasfeme, rispondono i tre amici che erano venuti a trovarlo, Elifaz, Bildad, Zofar. Essi riconducono il male abbattutosi su Giobbe al suo peccato. Il loro pensiero è chiaro: il mondo è governato da Dio in modo giusto, razionale e infallibile; per questo, se a un uomo capita qualcosa di male, è perché egli deve scontare una colpa. Non a caso ciò che maggiormente li irrita nelle repliche ostinate di Giobbe, è che egli non smette di proclamarsi giusto, innocente.

Di fronte al paradigma teologico consolidato del dolore sempre colpevole, Giobbe si ostina a dichiararsi innocente. È uno dei primi casi nella storia dell’umanità della presa di coscienza da parte dell’uomo della presenza paradossale di un dolore innocente, senza perché, inspiegabile, di qualcosa cioè che contesta l’ordine e la razionalità del mondo. Di fronte alla razionalità della natura e della storia affermata da Elifaz, Bildad e Zofar (e da Eliu poco dopo, e anche da molti pensatori cristiani nei secoli successivi), Giobbe oppone una visione opposta: nella natura e nella storia c’è qualcosa che non va, non tutti i conti tornano, anzi ci sono pesanti, profonde ingiustizie.

Non è il solo a farlo all’interno della Bibbia ebraica. Ecco ciò che scrive il profeta Abacuc: “Tu dagli occhi così puri che non puoi vedere il male e non puoi guardare l’iniquità, perché, vedendo i malvagi, taci mentre l’empio ingoiail giusto?” (Abacuc 1, 13). Ed ecco Geremia: “Tu sei troppo giusto, Signore, perché io possa discutere con te; ma vorrei solo rivolgerti una parola sulla giustizia. Perché le cose degli empi prosperano? Perché tutti i traditori sono tranquilli?” (Geremia 12, 1).

Alla teologia della provvidenza, alla teologia del governo divino sulla natura e sulla storia, alla teologia dell’eterna armonia di Elifaz, Bildad, Zofar (e di molti salmi, di interi libri biblici, di molti teologi cristiani, primo tra tutti Agostino di cui basta leggere al riguardo il De natura boni), Giobbe, sulla base della forza tragica dei fatti, replica: “Forse voi tentate di difendere Dio con menzogne e ingiustizie?” (13, 7).

È la stessa ribellione che molti secoli dopo porterà Ivan Karamazov, nel celebre dialogo alla trattoria con il fratello Alëša, a “restituire il biglietto di ingresso nel mondo”. Il concetto che è in gioco, la questione disputata, è il legame tra Dio e la sua creazione, il legame tra Dio (che non può non essere pensato come giusto, pena il non pensare Dio) e il mondo. A chi pensa dal punto di vista di Dio, il mondo appare ordinato e armonico; a chi pensa dal punto di vista del bene dell’uomo, il mondo appare disordinato e colmo di ingiustizie. Chi ha ragione? Qual è la giusta prospettiva cristiana?

Elifaz, Bildad e Zofar sono ancora tra noi. Di fronte alla sofferenza la tentazione dei credenti, da sempre, è quella di difendere il governo divino e di mortificare le ragioni dell’uomo. E per fare ciò, non si è esitato e non si esita, talora, a distorcere la realtà, fino alla menzogna, la stessa che Giobbe rimproverava ai suoi consolatori.. Le parole che Giobbe rivolge contro i suoi amici sono ancora attuali, centrano in pieno volto alcune usuali affermazioni della religione e della predicazione ordinaria.

La storia teoretica dell’handicap, come vedremo presto, è un grande trionfo della teologia degli amici di Giobbe.

In realtà, di fronte a tutto ciò, occorre ribadire con forza una cosa: è lecito parlare del dolore solo a prezzo di una rigorosa onestà intellettuale. Aprire gli occhi, guardare onestamente alla vita nel suo scorrere quotidiano. Guardare alla vita per quello che è, col disincanto di una coscienza adulta. Spesso però i credenti, come gli amici di Giobbe, questa operazione non intendono compierla.

Invece di guardare all’intera realtà, preferiscono soffermarsi solo su alcuni dettagli a loro favorevoli, guardano solo a quei pochi casi di miracoli riconosciuti e li eleggono a prova dell’intervento della mano di Dio. Invece di guardare a una storia devastata dai milioni di morti innocenti (segno di una storia dominata solo dalla forza), guardano solo ai racconti delle apparizioni e li eleggono a prova della vicinanza di Dio.

Ma così facendo, si deforma la realtà. Se non ci si pone onestamente di fronte all’intero della natura e della storia, ma si scelgono solo quegli eventi che servono per le proprie tesi, si commette un grave errore di prospettiva e si trasforma la fede in ideologia. Ma la riduzione della fede a ideologia è un grave errore dal punto di vista umano, ed è un peccato ancora più grave dal punto di vista teologico, è un peccato contro il primo comandamento, essendo la verità la dimensione propria di Dio.

Gesù di fronte a Pilato sintetizzò così il senso della sua missione: “Per questo io sono nato e per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza alla verità” (Giovanni 18, 37). E prima così aveva pregato il Padre per noi: “Consacrali nella verità” (Giovanni 17, 17). La disposizione sincera del cuore di fronte alla verità è la condizione spirituale decisiva per la maturità della fede.

L’obiezione

È proprio per disporsi nel modo migliore alla ricerca della verità, che occorre ascoltare la più radicale obiezione che giunge oggi al discorso cristiano sulla sofferenza. Si tratta della filosofia di Friedrich Nietzsche, il pensatore che a mio avviso rappresenta maggiormente il cuore spirituale del nostro tempo. Nietzsche potrebbe liquidare questo nostro incontro in maniera molto sbrigativa. Ancora a parlare del dolore e della sofferenza, voi cristiani? Ancora vi domandate perché il dolore, perché la sofferenza? Siete proprio dei bambini. La risposta è una sola e molto semplice: il dolore c’è perché si vive, perché c’è la vita. Senza dolore, la vita non potrebbe esserci. È la giostra della vita che richiede il dolore, così come richiede il piacere e la gioia. La vita è fatta così, ve lo dovete mettere in testa. La vita non guarda in faccia nessuno, è una macchina dai mille ingranaggi che avanza inarrestabile, incurante dei gemiti di coloro che, soffrendo e morendo, ne costituiscono il carburante.

Il suo progressivo avanzare è gioioso, sereno, avventuroso, affascinante. Smettetela di pensare al vostro piccolo io, minuscolo e meschino, e innalzate il vostro pensiero a contemplare la grandezza splendida della macchina, il suo eterno girare, il suo eterno ritorno, e ringraziate, e ringraziatela.

Gli uomini veri hanno preso coscienza del loro destino, sanno di essere mortali; e proprio così i più grandi di loro, gli antichi greci, si sono chiamati, “mortali”; nessun bisogno di scappatoie, altri mondi, vite eterne, tutte consolazioni infantili.

Si vive, se ne gioisce, se ne soffre: punto e basta. I vostri piagnistei sono solo egoismo mascherato, menzogne dell’io che non si rassegna a morire.

L’aveva già detto Buddha 500 anni prima di Cristo, con la prima delle Quattro Nobili Verità, che insieme formano il kerygma buddhista: tutta la vita è sofferenza. Oggi la biologia ci mostra che Buddha aveva ragione; non è solo l’uomo a provare dolore, ma anche i mammiferi, gli uccelli e persino i pesci, come hanno dimostrato alcuni mesi fa i ricercatori dell’università di Edimburgo a proposito delle trote. Tutto ciò che sente, che prova sensazioni, tutto ciò che vive, prova gioia e prova dolore. A chi si ostina a interrogarsi sul perché del dolore, manca una chiara cognizione di che cos’è il mondo, e la vita in esso.

Che cos’è,infatti, il mondo? Eccone la descrizione di Nietzsche nel celebre frammento 1067 che chiude la raccolta postuma intitolata La volontà di potenza: “Questo mondo è un mostro di forza, senza principio, senza fine, una quantità di energia fissa e bronzea, che non diventa né più grande né più piccola, che non si consuma ma solo si trasforma, che nella sua totalità è una grandezza invariabile, un’economia senza profitti né perdite … il perpetuo fluttuare delle sue forme, in evoluzione dalle più semplici alle più complesse … un mondo che benedice se stesso … Per questo mondo volete un nome? Una soluzione per tutti i suoi enigmi?… Questo mondo è la volontà di potenza – e nient’altro! E anche voi siete questa volontà di potenza – e nient’altro!”

L’obiezione non potrebbe essere più chiara: l’interrogarsi sul dolore è tipico di una coscienza che legge il mondo in termini moralistici, ultimamente immatura. Si tratta dell’obiezione più radicale.

Il punto di vista cristiano

A questa obiezione si risponde chiarendo il punto di vista in base al quale l’autentico pensiero cristiano si dispone. Se i sostenitori dell’obiezione pensano a partire dal mondo e dalla sua necessità (e quindi non si scandalizzano del dolore, che non è né colpevole né innocente, semplicemente è), noi cristiani ci ostiniamo a scandalizzarci di fronte al dolore che affligge la vita dell’uomo a causa del nostro radicale antropocentrismo.

Non è il cosmo, “il sacro timone del cosmo” cantato da Eschilo nell’Agamennone, il punto di vista in base al quale guardiamo il mondo. Noi guardiamo il mondo dal punto di vista del bene dell’uomo. Non solo; noi,  crediamo che il bene dell’uomo risieda in Dio, e che Dio ne sia garante. Per questo, per noi, il dolore è un enigma lacerante, e il dolore che colpisce gli innocenti inquieta le nostre coscienze come più non sarebbe possibile.

Il vertice del dolore innocente si raggiunge con l’handicap. Il problema teologico che l’handicap solleva lo si può formulare così: come pensare che Dio, che è amore, possa volutamente creare la vita di un essere umano così segnata irrimediabilmente dal male? In questo interrogativo sono racchiusi quattro presupposti teologici, tutti alla pari irrinunciabili per il cristianesimo: che Dio ci sia e sia creatore e governatore della vita; che sia amore, e amore concreto per l’uomo; che la vita che ci è data sia unica, senza alcuna replica; che il male esista e che l’handicap sia tale.

Penso che ci troviamo di fronte alla più drammatica questione che si pone all’intelligenza credente, con una specificità che sorpassa ogni altro interrogativo.

Chiedersi il perché dell’handicap è guardare l’abisso.

L’assolutezza della domanda sull’handicap consiste nel fatto che qui siamo alle prese con la vita umana nel suo sorgere, ambito che la Bibbia e il magistero pontificio assegnano in modo assoluto al dominio di Dio. Se vi è un luogo o un momento nel quale ha senso parlare della signoria di Dio, ebbene questo è, per eccellenza, il sorgere della vita umana. È per questo che per il cristianesimo la vita è sacra, per questo suo essere direttamente e solamente dipendente da Dio.

Per le religioni indiane, in particolare per il giainismo, la vita è sacra in sé: da qui la non violenza assoluta che contraddistingue il giainismo. La vita, si potrebbe dire, è Dio. Per il cristianesimo, come per l’ebraismo e l’islam, la vita, invece, non è sacra in sé, tant’è che si può agire contro la vita, si può uccidere, non solo gli animali ma anche gli uomini quando occorre (la pena di morte è prevista, seppure come extrema ratio, dal Catechismo al paragrafo 2267).

La vita, piuttosto, è sacra in quanto dominio di Dio. Sono innumerevoli le affermazioni di Giovanni Paolo II sul legame diretto tra Dio e la vita umana, in tutte le sue fasi. Mi limito a una citazione sola, dal paragrafo 61 dell’enciclica Evangelium Vitae pubblicata il 25 marzo 1995, in cui riecheggiano le parole del Salmo 139: “L’uomo, fin dal grembo materno, appartiene a Dio che tutto scruta e conosce, che lo forma e lo plasma con le sue mani …

Quando è ancora nel grembo materno, l’uomo è il termine personalissimo dell’amorosa e paterna provvidenza di Dio”.

Di contro a queste parole del papa, vi sono i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità secondo cui “oggi nel mondo circa il 5% dei bambini nascono con un disordine congenito o ereditario”; di questi “si stima che siano 3 milioni all’anno i bambini che nascono con malformazioni molto gravi, la maggior parte dei quali muore entro i primi tre anni di vita”. Pensato su scala giornaliera, ciò significa che ogni giorno vengono al mondo oltre 8000 bambini gravemente handicappati.

Ecco quindi che si ripropone, in tutta la sua drammaticità, la domanda: come intendere la provvidenza? come intendere il rapporto tra Dio e gli uomini? e chi è, in ultima analisi, Dio?

Ha scritto Kierkegaard: “Se si vuole studiare correttamente il caso generale è sufficiente ricercare una reale eccezione. Essa porta alla luce tutto più chiaramente … Le eccezioni esistono. Se non si è in grado di spiegarle, non si è nemmeno in grado di spiegare il caso generale”. L’handicap è l’eccezione che io assumo come punto di vista per interpretare il senso del nostro essere uomini.

L’handicap è il punto di vista fisico in base al quale ripensare i tre oggetti fondamentali del sapere meta-fisico: Dio, l’uomo, il mondo.

Il mondo

L’astronomia ci insegna che quel firmamento di cui parlano i primi versetti della Genesi, e soprattutto la cultura greca che ha sempre contrapposto il vero essere celeste al divenire terrestre, non è mai esistito. Di fermo e di incorruttibile nell’intero universo non c’è nulla.

Tutto muta, tutto si evolve, tutto si dissolve. Se poi andiamo a vedere la vita nella sua concretezza, vediamo che l’handicap è perfettamente congeniale al dinamismo che muove la vita naturale. Se le prime forme di vita si sono evolute, se dal primo microbico Adamo di 3 miliardi e mezzo di anni fa siamo arrivati noi, è perché sono avvenute delle mutazioni. Le mutazioni che hanno prodotto esseri più forti rispetto all’ambiente sono andate avanti, sono diventate necessità; le altre, quelle più deboli, sono rimaste solo degli infelici casi, ovvero nutrimento per i più forti.

Il che significa: all’interno della visione del mondo che ci consegna la scienza, l’handicap è perfettamente coerente. È in totale sintonia con l’idea di una natura cieca, che non si cura di noi, che è del tutto contingente, che viene dal nulla e che al nulla è destinata. È questo il palcoscenico sul quale ognuno di noi, senza volerlo, è comparso. Siamo, come Giona, nel ventre del pesce.

Dio

Ora parliamo di Dio. Per riprendere la definizione classica, Dio è “l’essere perfettissimo creatore e signore del cielo e della terra”. Questa definizione suppone quale sua base concettuale il governo di Dio sul mondo, cioè sia sulla natura sia sulla storia. Anzi, la ragione della divinità di Dio è esattamente il suo governo. Se non controllasse la natura e la storia, se non fosse forza, una forza così assoluta da essere onnipotenza, in questa prospettiva non sarebbe Dio. È Dio, proprio perché governa; è Dio, perché è il Signore, il pantocrator. L’essenza della divinità è la pienezza della forza.

Questa è la prospettiva classica, in particolare delle religioni monoteiste, e dei numerosi sistemi di pensiero filosofico e teologico che vi si richiamano.

L’handicap qui si spiega bene, è stato sempre spiegato bene: è un caso di “dolore colpevole”. Sono i concetti teologici della somma giustizia e dell’onnipotenza che impongono di leggere l’handicap come punizione. E così gli uomini hanno fatto per millenni, e continuano a fare ancora oggi al di fuori dell’occidente.

Quando i discepoli di Gesù, vedendo un cieco nato, chiesero: “Chi ha peccato perché nascesse così, lui o i suoi genitori?” (Giovanni 9, 2), esprimevano alla perfezione la teologia del tempo e che avrà a dominare ancora per secoli. Già nell’antica Babilonia, “più di una volta si giunse al punto che alcuni genitori, provati o perplessi dopo la nascita del loro bambino, gli diedero come nome proprio un appellativo che riflette questa ossessionante questione: Mîna-arni: «Qual è il mio peccato?»; Mîna-ahti-ana-ili: «Quale colpa contro un dio ho commesso?»”.

Cristo, rispondendo ai discepoli, rifiuta il paradigma del dolore colpevole: “Né lui ha peccato né i suoi genitori” (Giovanni 9, 3), e inaugura la possibilità di parlare di dolore innocente. Bene. Ma la domanda a questo punto diviene: che fine fanno i concetti teologici della somma giustizia, dell’onnipotenza, del governo divino?

Dolore innocente vuol dire caso, fatalità, senza perché.. Allora, che cosa dice di Dio il fatto che vi siano milioni di dolori innocenti, dolori senza perché, che si abbattono sui figli degli uomini con un carico di sofferenze che più pesanti non si può? Che cosa dice di Dio il fatto che avvenga qualcosa di così potente che lui, però, non vuole?

Ecco che ci si frantuma nelle mani il concetto classico di Dio: se ammettiamo il dolore innocente (rifiutando il dolore colpevole), dobbiamo concludere che Dio non governa la natura.. Se volete il governo, dovete trovare il colpevole. Se invece rifiutate di pensare che chi è colpito dall’handicap sia colpevole (lui o i suoi genitori), allora dovete dimenticare il governo divino personale sulla natura. E, dopo il ‘900, penso che sia doveroso fare lo stesso discorso sulla storia.

Ma che cosa sono natura e storia? Sono il mondo, o, per usare un’espressione centrale della filosofia, sono l’essere, l’essere che è dato agli uomini.

Eccoci quindi condotti a dover concepire Dio (per chi ancora vuole pensare questa idea sublime che ha sempre accompagnato il cammino dell’uomo e che significa luce, per chi non si arrende alle tenebre del nulla) come al di là dell’essere. Dio = Essere è stata l’equazione che ha retto il pensiero filosofico e teologico dell’occidente per secoli, definito da Heidegger onto-teologia. Questo paradigma va mutato, Dio va pensato non più come essere, ma come trascendenza rispetto all’essere: Dio = al di là dell’Essere.

Ma a questo punto contro il mio pensiero sorgono due obiezioni, una che proviene da destra e una da sinistra (se sono lecite queste categorie politiche). L’obiezione conservatrice è di distruggere la religione, di non riuscire più a pensare la provvidenza, il senso della preghiera, i miracoli. È lo stesso rimprovero che Elifaz rivolgeva a Giobbe: “Tu distruggi la religione e abolisci la preghiera innanzi a Dio”(15, 4).

L’altro tipo di obiezione si chiede che cosa significa in concreto pensare Dio “al di là dell’essere”, e sospetta che non si tratta di altro che di una fuga dalla realtà, di un estremo escamotage per difendere l’ultimo baluardo dell’idea di Dio dagli assalti della verità. Io penso che non è così, né per l’obiezione di destra né per quella di sinistra, e voglio motivarlo guardando all’uomo.

L’uomo

L’handicap ci dice che l’uomo è natura, fragile natura come ogni altra parte del cosmo, esposta alle ferite del caso. Ma lo stesso handicap ci dice che vi è qualcosa di più nel fenomeno uomo. Vi sono, per esempio, le storie di coloro che si prendono cura degli sfortunati colpiti dall’handicap. Questo avviene, ogni giorno, senza retorica, poche parole, tanti fatti, nella completa gratuità, perché a volte non si ottiene proprio nulla in cambio, talora gli interessati non sanno neppure sorridere.

L’handicap è quel luogo abissale, supremamente dialettico, dove appare insieme la più grande miseria ma anche la più grande nobiltà dell’uomo. Aristotele scriveva nella Politica: “vi dovrebbe essere una legge che proibisca alle famiglie di allevare i figli malformati”. Questa frase ci indica, oltre a una spietata logica politica che guarda il bene della maggioranza e non i casi singoli, che anche nelle società precristiane vi erano uomini e donne che non rifiutavano le loro amorevoli cure ai figli nati diversi.

Vi leggo alcune righe di una lettera tratta da un sito internet dedicato alle persone disabili (www.disabili.com), firmata Lucia e datata 18 maggio 2001: “Cari bambini, qualcuno di voi forse non ha futuro ma l’amore che ricevete in dono rende unico e indimenticabile ogni giorno della vostra piccola vita. Le lenzuola cambiate di fresco, la coperta rincalzata, il borotalco che vi accarezza la pelle, un gelato, un nastro tra i capelli, uno splendido vestito nuovo, le coccole la mattina presto, i pennarelli nuovi, una festa di compleanno, un libro di animali, una sedia sulla terrazza piena di sole … C’è chi si ingegna per voi, cerca risposte, inventa soluzioni, lavora giorno e notte per assistervi, per darvi pace. C’è chi vi copre di baci le guance e vi stringe forte. Con la forza dell’Amore spazza la paura”.

E ora la domanda è: che cosa dice dell’uomo il fatto che di fronte a un errore infelice della natura, l’uomo, in modo del tutto innaturale, si china sulla vittima di quell’errore, e spende tempo ed energia per lui, senza alcun tornaconto?

La cura dei portatori di handicap, una delle più sublimi forme di gratuità, ci testimonia che conteniamo qualcosa di più dell’essere, che possiamo andare al di là della semplice e cieca natura: possiamo amare. Ho sempre un po’ di pudore a usare questo povero verbo, che viene confuso, come già scriveva Platone, “con quel piacere volgare e servile cui viene dato ingiustamente il nome di piacere d’amore”. Ma così è, l’ambiguità del linguaggio non è altro che un segno della più grande ambiguità dalla quale siamo avvolti. Ciononostante, rimane vero il fatto che gli uomini possono amare, talora scelgono di aderire incondizionatamente al bene, senza cercare i loro interessi, persino contro i loro interessi naturali. Quanto un uomo agisce così, senza perché, è visitato dalla grazia.

Questa è la vera trascendenza, in quanto rottura della logica interessata che domina l’essere, logica espressa al meglio dalla legge d’identità, Io = Io.

La logica del mondo, sia della natura sia della storia, dice una sola cosa: la dominazione della forza. In questa cornice appare, luminosa, l’intuizione: se c’è il bene, c’è Dio. Se esiste il bene, allora esiste Dio. L’ha riconosciuto anche uno dei più grandi logici del ‘900, Wittgenstein, in un pensiero del 1929: “Se qualcosa è buono, allora è anche divino”. Il bene è contro la legge della natura, il bene rompe il piombo dell’immanenza, è la freccia che conduce verso la trascendenza. Il bene è possibile non in base alla stessa natura, che tira solo verso il basso, ma in base a un movimento contrario, di origine sovra-naturale. Questo movimento è la grazia.Per questo, tutti coloro che vogliono negare la trascendenza negano con attenta determinazione la possibilità della purezza del bene e dell’amore, riconducendo tutto a istinto, a impulso, a interesse mascherato. Ma il bene puro esiste, e quando si manifesta, la natura e la storia, con la loro pesantezza, vengono trascese.

È il regno della leggerezza, della luce, della grazia; è il mondo divino. Se c’è il bene, c’è Dio. E il bene, c’è.

L’esistenza del bene puro, sovra-naturale, è il filo d’oro che conduce all’esistenza di Dio. Basta fare il bene, per essere di Dio. Non occorrono leggi, precetti, norme, divieti, osservanza di tempi e stagioni, riti, sacramenti (tutto questo è stato abolito come via di salvezza dalla novità cristiana). Per la salvezza, cioè per essere di Dio, occorre solo che l’anima aderisca al movimento del bene, che percepisca il suo Io come radicale e gratuita relazione, lo stesso movimento che fa delle tre persone trinitarie un’unità indissolubile. Questo è ciò che in teologia si chiama ontologia trinitaria.

Vi sono delle parole che in modo supremo presentano tale concetto di trascendenza: “Prendetene e mangiatene tutti. Questo è il mio corpo”. Qui siamo in presenza del ribaltamento della logica naturale. La logica naturale, che guida la natura e la società, è retta da un movimento centripeto che vede ogni cosa (persona, occasione, concetto etc.) come nutrimento e accrescimento dell’Io. Leparole dell’Eucaristia ne sono il ribaltamento; qui ci si muove in modo centrifugo, l’Io, invece di nutrirsi degli altri, si fa nutrimento per gli altri: “Prendetene e mangiatene tutti, questo è il mio corpo”.

Pensando la trascendenza in questo modo riusciremo anche a rispondere alla domanda più difficile: dov’è Dio? Quante volte ci siamo chiesti dov’è Dio, pensando a questo universo muto, al freddo degli spazi cosmici, a questo mondo retto dalla forza nel quale la croce è il simbolo per eccellenza della sorte che tocca ai giusti, alla cieca indifferenza della natura che talora strazia le membra di alcuni suoi figli … dov’è Dio?

La risposta cristiana è sempre la stessa: ubi charitas, ivi Deus.

Dove c’è l’amore, c’è Dio. E siamo solo noi uomini che possiamo creare l’amore, è la più alta opera d’arte che può uscire dalle nostre mani. Il senso che il cristianesimo conferisce alla vita sta tutto qui, nell’amare, all’interno di un mondo che non conosce l’amore.

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