Maria ed il Dio di suo figlio - Alberto Maggi


 
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"La donna, ritenuta responsabile della morte nel mondo (Sir 25,24), sarà portatrice di una vita capace di superare la morte. La donna, che non può sfiorare il rotolo della Parola del Signore, darà alla luce la Parola di Dio che si farà uomo (Gv 1,14)."

Nel Vangelo di Luca, il personaggio principale nella nascita di Gesù non è Giuseppe, come in quello di Matteo, bensì Maria. Questo cambiamento è dovuto al fatto che, a mano a mano che nelle primitive comunità cristiane si approfondiva il significato di Gesù e del suo messaggio, emergeva sempre più la figura della madre, quale discepola perfetta del Cristo. E Luca è indubbiamente l’evangelista che più degli altri le ha riservato un ruolo importante. 

Questi presenta Maria, la ragazza di Nazaret, contrapponendola a Zaccaria, il sacerdote di Gerusalemme. Entrambi sono oggetto di proposte da parte del Signore, ma le risposte saranno differenti.

Zaccaria, sacerdote della classe di Abìa, compresa tra le dieci categorie sacerdotali più importanti, è sposato con Elisabetta, una discendente di Aronne, il fratello di Mosè. Questi coniugi sono il fior fiore dell’aristocrazia religiosa d’Israele e modelli di santità: “entrambi erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutti i comandamenti e i precetti del Signore” (Lc 1,6).

Eppure qualcosa turba questo quadro idilliaco. Infatti Zaccaria ed Elisabetta non hanno figli perché, oltre a essere avanti con gli anni, “Elisabetta era sterile” (Lc 1,7). 

Elisabetta e Zaccaria, con tutta la loro osservanza, sono incapaci di adempiere al primo fondamentale comandamento che il Signore ha dato agli uomini: “Siate fecondi e moltiplicatevi” (Gen 2,28). La loro esistenza fatta di pie pratiche e devozioni è sterile e incapace di trasmettere vita, come il fico, tutto foglie e niente frutto (Mc 11,13).  

Non solo. Il sacerdote Zaccaria, chiamato ad essere tramite tra Dio e il popolo, è sordo alla voce del Signore. A Zaccaria è capitata infatti un’occasione unica nella sua vita: “gli toccò in sorte, secondo l’usanza del servizio sacerdotale, di entrare nel santuario del Signore per fare l’offerta dell’incenso” (Lc 1,9). Il sacerdote che veniva sorteggiato per l’offerta dell’incenso non poteva più essere estratto finché tutti gli altri sacerdoti non avessero avuto la stessa possibilità.

Sicché per Zaccaria si tratta di un’occasione tanto irripetibile quanto straordinaria: entrerà nel Santo, la stanza del tempio di Gerusalemme il cui accesso è riservato ai sacerdoti e allo spuntar del sole verserà l’incenso su carboni dell’altare, poi rimarrà per qualche istante in preghiera.  

In questo momento solenne gli si manifesta il Signore stesso. L’espressione adoperata dall’evangelista “un Angelo del Signore” non indica infatti un angelo, ma il Signore stesso. Nel mondo ebraico si evitava di pronunciare e scrivere il Nome innominabile (Es 20,7) e quando si voleva indicare l’azione di Dio sugli uomini si preferiva usare l’espressione Angelo del Signore (Gen 16,10-13; Os 12,4). E l’Angelo del Signore annuncia a Zaccaria che la sua preghiera è stata esaudita e sua moglie Elisabetta gli darà un figlio, al quale imporrà il nome Giovanni. Ma Zaccaria si dimostra incredulo. 

Lui è vecchio e la moglie sterile, come può avere un figlio?

Era un uomo di orazioni Zaccaria, ma quando la preghiera viene esaudita non ci crede. La sua era la preghiera del rito, quella che non incide nella vita della persona, perché è fatta più con le labbra che col cuore (“Questo popolo si avvicina a me solo a parole e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e il culto che mi rendono è un imparaticcio di usi umani”, Is 29,13).

All’obiezione di Zaccaria “Io sono vecchio”, l’Angelo del Signore risponde di essere la Forza di Dio(è questo il significato del nome ebraico Gabri-El), rimproverando il sacerdote per non aver creduto al “lieto messaggio”. 

Zaccaria, il sacerdote che non ha ascoltato il Signore quando gli ha parlato, non ha più nulla da comunicare al popolo e rimane muto, a testimonianza della sua incredulità. 

Sei mesi dopo l’angelo Gabriele è ancora una volta messaggero di una vita che vuol nascere. Il primo annuncio, nel tempio di Gerusalemme, a un pio sacerdote, era stato accolto con incredulità, nonostante non fosse la prima volta, nella storia d’Israele, che un intervento divino aveva reso madri donne sterili come Sara, Rachele, Anna e la madre di Sansone.  

Ora il compito di Gabriele è più arduo. Non deve recarsi nella gloriosa Giudea, ma nella turbolenta Galilea, non a Gerusalemme, città santa, ma a Nazaret, borgo malfamato (Gv 1,46). Non nel Tempio a un pio sacerdote ma in un tugurio, alla periferia del paese, a una normale giovinetta poco più che dodicenne e già sposata. Inoltre l’Angelo dovrà proporre alla ragazza qualcosa di mai avvenuto e soprattutto di inconcepibile nella mentalità ebraica: divenire la madre del figlio di Dio. Più che una proposta divina sembra una tentazione diabolica.  

L’Angelo, manifestazione divina, saluta Maria e l’invita a rallegrarsi per essere stata colmata di grazia da parte di Dio. Non sono i meriti di Maria, ma i doni gratuiti del Signore che rendono la ragazza di Nazaret “favorita dalla grazia” (Lc 1,28).  

Maria è sconcertata e cerca di capire ciò che le sta accadendo. Per comprendere il turbamento che coglie Maria, che si sente oggetto di un annuncio divino, occorre rifarsi alla mentalità giudaica secondo la quale “Il Santo, Egli sia benedetto, non parlò con alcuna donna se non con quella giusta, e anche quella volta per una causa” (Ber. Rab. XX, 6). Infatti, nell’Antico Testamento l’unica volta che Dio si è rivolto a una donna, è stato per rimproverare Sara, la moglie di Abramo, e da allora non ha più rivolto la parola a nessuna donna (Gen 18,10-15). Se Dio non parla alle donne, come può ora parlare a Maria? E se non fosse un angelo del Signore? 

Maria conosceva senz’altro le storie dei pagani con i racconti di dèi che si univano alle donne per procreare ed era credenza popolare che gli angeli, di tanto in tanto, lasciassero i cieli per accoppiarsi con le donne. La stessa Bibbia affermava che la nascita dei giganti fosse dovuta all’unione tra esseri celesti e umani: “C’erano sulla terra i giganti a quei tempi - e anche dopo - quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli” (Gen 6,4), e non era la prima volta che qualche mascalzone si fingeva un angelo per violentare qualche ingenua ragazza. Inoltre ciò che l’Angelo propone a Maria suona come una bestemmia: diventare madre del figlio di Dio!  

Mentre Zaccaria e Elisabetta sono stati presentati dall’evangelista come irreprensibili osservanti di tutte le leggi e le prescrizioni del Signore (Lc 1,6), nulla di questo è affermato per Maria.

Se Maria fosse stata una pia e devota ragazza, probabilmente avrebbe rifiutato la proposta angelica come una sacrilega tentazione: Dio non ha figli, “il Signore è uno solo” (Dt 6,4). Quando le autorità giudaiche si rendono conto che Gesù rivendica di essere il figlio di Dio “cercavano ancor più di ucciderlo: perché non soltanto abrogava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio” (Gv 5,17). E quando Gesù ammetterà di fronte al sommo sacerdote la sua condizione divina, “il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: Ha bestemmiato!” (Mt 26,65).  

Che Dio potesse avere un figlio era una bestemmia e come tale doveva essere punita con la morte. Eppure Maria accetta.

Mentre Zaccaria, incredulo, chiede un segno, una prova che garantisca la verità dell’annuncio (“Come potrò conoscere questo?”, Lc 1,18), Maria, che non dubita, chiede di conoscere il modo col quale si realizzerà ciò che le è stato annunciato (“Come avverrà questo?”, Lc 1,34). E l’Angelo le risponde: “Lo Spirito santo scenderà su di te…” (Lc 1,35).  

Come al momento della creazione lo “Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque” (Gen 1,2), così quel che avverrà in Maria sarà una nuova creazione e “colui che nascerà santo sarà chiamato Figlio di Dio” (Lc 1,35). Luca presenta Maria come la donna dello Spirito, racchiudendo la sua esistenza tra le due discese dello Spirito, all’annunciazione e alla Pentecoste (At 1,14; 2,1-4). “Avvenga per me come tu hai detto” (Lc 1,38).

Maria si apre al nuovo che il Signore le propone e la ragazza di Nazaret, che “nessuno, neanche tra i vicini, conosceva” (Origene, Contro Celso, I, 39), verrà proclamata beata da tutte le generazioni (Lc 1,48).  

Maria è il capolavoro della fantasia di Dio, quel Signore che sceglie sempre per le sue opere ciò che gli uomini disprezzano e scartano (1 Cor 1,27-30). Con Maria, la donna, considerata una categoria sub-umana e comunque l’essere più distante dalla santità di Dio, diverrà la sua più immediata collaboratrice.  

La donna, ritenuta responsabile della morte nel mondo (Sir 25,24), sarà portatrice di una vita capace di superare la morte. La donna, che non può sfiorare il rotolo della Parola del Signore, darà alla luce la Parola di Dio che si farà uomo (Gv 1,14). 

Nella sua risposta Maria si è definita “la serva del Signore” (Lc 1,38), e come tale sa che chi accetta di servire il Signore deve prepararsi alla prova (Sir 2,1). Lei si è fidata del Dio dei suoi padri, ora dovrà prepararsi ad accettare il Dio di suo figlio.


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