Silenzio e astensione nella difesa dei deboli ! - Luigi Ciotti



 
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"Quelle morti non si aspettano le nostre lacrime, non si aspettano la nostra indignazione, quelle morti aspettano da noi il coraggio di costruire un mondo davvero umano dove riconoscerci diversi come persone e uguali come cittadini.

“Uomo, dove sei?” è la domanda che Dio, nella Genesi, rivolge ad Adamo e Eva, dopo che hanno mangiato dall’albero della conoscenza. “Dove sei?” Dobbiamo però per me rendere ancora più graffiante questa domanda, che Dio rivolge ancora anche a noi. Non solo dove sei, ma chi sei? La domanda cruciale oggi è quella sulla nostra identità. 

La verità dura da accettare è che per molti oggi non sappiamo più chi siamo. Non sappiamo più chi siamo, perché siamo usciti dallo spazio della relazione, dal reciproco riconoscimento che fonda la nostra identità. 

Riconoscere gli altri vuol dire riconoscere se stessi, accogliere gli altri vuol dire accogliere se stessi, mancare l’appuntamento con l’altro vuol dire mancare l’appuntamento con la vita. L’unità di misura dei rapporti umani è la relazione e la prima dimensione della giustizia, guarda caso, è la prossimità. 

Chi siamo, ce lo dicono gli altri. È nel rapporto con gli altri che emerge la nostra natura. La risposta alla domanda sulla nostra identità, al nostro spesso vagare oggi disorientati, anche alla perdita di senso, che avvertiamo a volte in fondo ai nostri cuori, ce la dà la prossimità, ce la dà il rapporto umano, ce la dà in particolare il rapporto con le persone più fragili, i poveri, i respinti, gli emarginati, nessuno escluso. 

Allora i migranti, i profughi interpellano le nostre coscienze. Io mi sono vergognato e mi ribello: che l’Europa risponda, il mondo risponda, solo per il piccolo Aylan di 3 anni, il bimbo siriano trovato morto su quella spiaggia in Turchia. Ma perché dico questo? Perché quella fotografia ha permesso a qualche politico di alcuni Paesi di dire “be, allora apriamo un pochettino i confini”. E le altre fotografie, gli altri migliaia di morti non li hanno visti? 

Penso a quei sommozzatori della guardia costiera, che hanno recuperato 300 corpi all’isola dei Conigli. Con le lacrime agli occhi mi dicevano “Sai Luigi qual’è la ferita che ci porteremo sempre dentro al nostro cuore: per 20 giorni siamo scesi per pochi minuti per poi risalire, a 50 metri di profondità. La più grande ferita è stato dover separare le mamme dai loro bambini che, mentre quel barcone affondava, se li sono stretti forti forti forti e facevamo fatica a dividerli …” 

Allora c’è una domanda che io faccio alla mia coscienza e che condivido con voi. Ma io, in quelle condizioni, come vorrei essere trattato?  

Nessuno può essere condannato a vita dal suo luogo di nascita. Quelle morti non si aspettano le nostre lacrime, non si aspettano la nostra indignazione, quelle morti aspettano da noi il coraggio di costruire un mondo davvero umano dove riconoscerci diversi come persone e uguali come cittadini. 

Tonino Bello diceva: “Delle parole dette mi chiederà conto la storia, ma del silenzio con cui ho mancato nel difendere i deboli dovrò render conto a Dio”. C’è troppa indifferenza, c’è troppa superficialità, e allora noi siamo chiamati a metterci in gioco per accorciare queste distanze, per essere anche noi dei moltiplicatori di conoscenze e sensibilità, per travolgere positivamente tanta gente, affinché si possa mettere in gioco.  

A Torino è stata aperta la sindone quest’anno. È un simbolo, un segno e questi segni vivono

di vita propria. Sono schegge di infinito, capaci di farci intravedere l’infinito. Allora ben vengano gli studi e gli accertamenti scientifici, ma sapere chi è davvero l’uomo del lino non è decisivo. Quello che importa è guardare attraverso quel lenzuolo. Chiunque sia, è uno che ha pagato con la vita, che è stato umiliato, crocifisso. Lasciatemi dire che anche in molte della vostre realtà avete la sindone. Perché nella comunità dove quelle lenzuola avvolgono persone ferite, umiliate, abbandonate, quel lenzuolo è la sindone. È veramente la sindone. 

Concludo con le parole di papa Francesco, quando dice: “Non si può più affermare che la religione deve limitarsi all’ambito privato e che esiste solo per preparare le anime per il cielo. Una fede autentica implica un profondo desiderio di cambiare il mondo.” E allora voi capite che noi dobbiamo impegnarci per una chiesa capace di guardare verso il cielo senza distrarsi dalle responsabilità verso la terra.

NOTA:

L’intervento è un estratto dall’incontro tenuto a Romena nell’ambito dell’incontro “Uomo dove sei?”. Intervento integrale su www.romena.it

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