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"Perfino il Concilio Vaticano II, dal 1962 al 1965, fu frenato dal potere della Curia. Ancora oggi la Curia, che nella sua forma attuale sembra un prodotto dell’XI secolo, è l’ostacolo principale a qualsiasi tentativo di riforma generale della Chiesa cattolica ..."

La primavera araba ha scosso dalle fondamenta una serie di regimi autocratici. Le dimissioni di papa Benedetto XVI apriranno la strada a qualcosa di simile nella Chiesa cattolica: una Primavera Vaticana?

Ovviamente il sistema della Chiesa cattolica più che alla Tunisia o all'Egitto assomiglia a una monarchia assoluta come l’Arabia Saudita. In tutt’e due i casi non è stata fatta nessuna riforma autentica, solo concessioni minori. In tutt'e due i casi l’assenza di riforme viene giustificata con il rispetto della tradizione: in Arabia Saudita la tradizione risale solo a due secoli fa, per il papato è vecchia di duemila anni.

Ma è autentica, questa tradizione? In realtà per un millennio la Chiesa andò avanti senza un papato assolutista come quello che conosciamo oggi.

Fu solo nell’XI secolo che una «rivoluzione dall’alto», la Riforma gregoriana avviata da papa Gregorio VII, introdusse i tre aspetti perduranti del sistema cattolico: un papato centralista e assolutista, un clericalismo forzato e l’obbligo del celibato per i preti e altri membri laici del clero.

Gli sforzi dei concili riformatori del XV secolo, la Riforma protestante del XVI secolo, l’Illuminismo e la Rivoluzione Francese nel XVII e XVIII secolo e il liberalismo del XIX secolo ebbero un successo solo parziale.

Perfino il Concilio Vaticano II, dal 1962 al 1965, fu frenato dal potere della Curia. Ancora oggi la Curia, che nella sua forma attuale sembra un prodotto dell’XI secolo, è l’ostacolo principale a qualsiasi tentativo di riforma generale della Chiesa cattolica, a qualsiasi intesa ecumenica sincera con le altre Chiese cristiane e le altre religioni mondiali, e a qualsiasi atteggiamento critico costruttivo nei confronti del mondo moderno.

Nel 2005, in una delle sue poche iniziative audaci, papa Benedetto ebbe per quattro ore un’amichevole conversazione con il sottoscritto, nella sua residenza estiva di Castel Gandolfo. Ero stato suo collega all’Università di Tubinga, e anche il suo critico più severo. Per 22 anni, a causa della revoca della mia autorizzazione all’insegnamento ecclesiastico per aver criticato l’infallibilità papale, non avevamo avuto il minimo contatto. Prima dell’incontro, avevamo deciso di mettere da parte le nostre divergenze e di discutere di argomenti su cui potevamo trovare un’intesa: il rapporto positivo fra la fede cristiana e la scienza, il dialogo fra religioni e civiltà e il consenso etico fra fedi e ideologie diverse.

Per me, e per l’intero mondo cattolico, quell’incontro fu un segnale di speranza. Purtroppo, però, il pontificato di Benedetto XVI è stato caratterizzato da disastri e decisioni sbagliate. Papa Ratzinger ha fatto irritare le Chiese protestanti, gli ebrei, i musulmani, gli indios latinoamericani, le donne, i teologi riformisti e tutti i cattolici progressisti. I grandi scandali intervenuti durante il suo pontificato sono ben noti: il riconoscimento della Società di San Pio X, l’organizzazione dell’arcivescovo ultraconservatore Marcel Lefebvre, ferocemente contrario al Concilio Vaticano II, e del vescovo negazionista Richard Williamson. Poi ci sono stati i tanti abusi sessuali a danni di bambini e ragazzi perpetrati da membri del clero, di cui il Papa porta gravi responsabilità per averli insabbiati quando era cardinale. E poi c’è stato l’affaire Vatileaks che sembra sia una delle ragioni che hanno maggiormente contribuito a spingere Benedetto XVI alle dimissioni.

Il primo caso di dimissioni papali in quasi settecento anni mette a nudo la crisi di fondo che incombe da tempo su una Chiesa fossilizzata. E ora il mondo intero si chiede: il prossimo Papa potrebbe riuscire, nonostante tutto, a inaugurare una nuova primavera per la Chiesa cattolica?

Le disperate necessità della Chiesa non possono essere ignorate. C’è una catastrofica carenza di preti, in Europa, in America Latina e in Africa.

Tantissime persone hanno lasciato la Chiesa o hanno effettuato un’«emigrazione interna», specialmente nei Paesi industrializzati.

Dietro la facciata, il palazzo si sta sgretolando.  In questa drammatica situazione la Chiesa ha bisogno di un Papa che non viva intellettualmente nel Medioevo, che non si faccia portabandiera di teologie, liturgie o costituzioni della Chiesa che risalgono a quell’epoca. Ha bisogno di un Papa aperto alle problematiche poste dalla Riforma, dalla modernità. Un Papa che sostenga la libertà della Chiesa nel mondo non solo impartendo sermoni, ma combattendo con le parole e con i fatti per la libertà e i diritti umani all’interno della Chiesa, per i teologi, per le donne, per tutti i cattolici che vogliono esprimere la verità apertamente. Un Papa che non costringa più i vescovi a sottomettersi a una linea reazionaria, che metta in pratica una democrazia vera nella Chiesa, modellata su quella del cristianesimo degli albori. Un Papa che non si lasci influenzare da un «Papa-ombra» stanziato in Vaticano, quale sarà Benedetto XVI con i suoi fedeli seguaci.

Il Paese di origine del nuovo Papa non ha molta importanza. Sfortunatamente, dai tempi di Giovanni Paolo II è in uso un questionario per costringere tutti i vescovi a seguire la dottrina ufficiale della Chiesa cattolica sulle questioni controverse, una procedura suggellata da un voto di obbedienza incondizionata al Papa. Per questo finora non c’è stato nessun dissenso pubblico fra i vescovi. Eppure la gerarchia cattolica è a conoscenza della distanza che la separa dalla gente comune su questioni importanti.

In un recente sondaggio, in Germania, è venuto fuori che l’85 per cento dei cattolici è favorevole a eliminare il celibato dei preti, il 79 per cento è favorevole a consentire che le persone divorziate possano risposarsi in Chiesa e il 75 per cento è favorevole al sacerdozio femminile. In molti altri Paesi probabilmente le percentuali sono simili.

Queste problematiche devono essere discusse pubblicamente, prima e durante il conclave, senza imbavagliare i cardinali come successe nel 2005, per tenerli in riga. Io, che sono l’ultimo teologo ancora in attività (oltre a Benedetto XVI) ad aver preso parte al Concilio Vaticano II, mi chiedo se non ci sarà all’inizio del conclave, come ci fu all’inizio del Concilio, un gruppo di cardinali coraggiosi disposto ad affrontare a viso aperto la fazione intransigente della Chiesa, e pretendere un candidato che sia disposto ad avventurarsi lungo strade nuove, magari con un nuovo Concilio riformatore o, meglio ancora, con un’assemblea rappresentativa di vescovi, preti e gente comune?

Se il prossimo conclave dovesse eleggere un Papa che andrà avanti per la stessa vecchia strada, la Chiesa non conoscerà mai una nuova primavera: al contrario, precipiterà in una nuova era glaciale e correrà il pericolo di ridursi a una setta sempre più irrilevante.

(Fonte: “La Repubblica” del 02.03.2013)

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