Uomo : Consapevole davanti a Dio ! - p. Carlo Maria Martini SJ




 
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Considerata nella sua natura profonda e nel suo momento originario, la preghiera non è attività che si giustappone estrinsecamente all’uomo: sgorga dall’essere, stilla e fluisce dalla realtà di ogni uomo.

Potremmo dire che la preghiera è, in qualche modo, l’essere stesso dell’uomo che si pone in trasparenza alla luce di Dio, si riconosce per quello che è e, riconoscendosi, riconosce la grandezza di Dio, la sua santità, il suo amore, la sua volontà di misericordia, insomma tutta la divina realtà e il divino disegno di salvezza come si sono rivelati nel Signore Gesù crocifisso e risorto. 

Prima ancora che parola, prima ancora che pensiero formulato, la preghiera è percezione della realtà che immediatamente fiorisce nella lode, nell’adorazione, nel ringraziamento, nella domanda di pietà a Colui che è la fonte dell’essere.

Emergono e si configurano come contenuti fondamentali, in questa esperienza globale, sintetica, spiritualmente concreta:

– la percezione della vanità delle cose divelte dal progetto di Dio, che si tramuta in supplica ad essere noi stessi salvati dall’insidia dell’insignificanza e della vuotezza;

– la percezione della presenza di Colui che è pienezza e non è mai assente e lontano là dove c’è qualcosa che veramente esiste;

– la percezione del Cristo vivo nel quale tutto il progetto divino è riassunto e personalizzato Ubi Christus, ibi regnum», dice sant’Ambrogio), che fonda il riconoscimento e l’inveramento del rapporto di comunione con Colui che unico è Signore e Salvatore;

– la percezione, in Cristo, della volontà del Padre come norma assoluta di vita, sicché l’orazione non è più il tentativo di piegare la divina volontà alla nostra, ma il tentativo sempre rinnovato di conformare il nostro volere a quello del Padre (cfr. Mt 6,10; 26,39-42);

– la percezione della realtà dello Spirito, sorgente di tutta la vita ecclesiale, che prega in noi (cfr. Rm 8,19-27), così che il pregare diventa anelito a uscire dalla solitudine e dalla chiusura dell’individualismo e richiesta ad aprirci sempre più al regno di Dio che si va instaurando nei cuori e fra gli uomini, cioè alla Chiesa;

– la percezione della croce come vittoria sul male che è in noi e fuori di noi, che fa della preghiera attitudine di contestazione del peccato, dell’ingiustizia, del «mondo», e nostalgia della Gerusalemme celeste dove tutto è santo.

La persona, protagonista di ogni preghiera.

È senza dubbio giusto e doveroso sottolineare la vocazione sociale che è inscritta in ogni atto dell’uomo e l’indole ecclesiale dell’intera vita cristiana. Ma non bisogna mai dimenticare che alla sorgente di tutto sta il mistero della persona, mistero sempre singolare e singolarmente inedito, non sommabile, non raffrontabile.

Anche se costituito in una condizione e in una natura che egli riceve per generazione e condivide con tutti i suoi simili, l’uomo trova la ragione prima della sua grandezza nel fatto di provenire, secondo il nucleo originario e inconfondibile del suo essere, immediatamente dal Dio creatore, che dall’eternità lo ha chiamato per nome; e nel fatto di dover tornare a Colui che è al tempo stesso il suo principio e il suo destino, con una decisione (o, meglio, con una serie di decisioni) di cui egli porta la responsabilità totale, perché non è condizionabile in modo determinante da nessuna creatura diversa da sé.

Pur generato e nutrito in una comunione universale di vita che è la Chiesa, il cristiano ha un pregio inestimabile perché è stato amato personalmente dal Padre, che lo ha voluto suo figlio; è stato personalmente raggiunto dall’azione redentrice di Cristo, che per lui ha versato il suo sangue; è guidato dallo Spirito nella positiva risposta personale alla divina chiamata alla salvezza. Dal «noi» e sul «noi» della Chiesa emerge e si definisce l’«io» del credente, il quale si apre al «tutto» della cattolicità.

Così la preghiera – anche quando è vocale, liturgica o, comunque, associata – riceve verità e valore solo se trova la sua costante ispirazione nel mistero personale e concreto dell’adesione di fede, di speranza, di carità che alimenta e caratterizza la vita rinnovata.

Davanti al Padre, che è la sorgente della mia vita e il mio traguardo, davanti al dramma di un destino che è giocato una volta per tutte, davanti ai sì e ai no che decidono della mia sorte eterna, ci sto io, non il gruppo, la classe, la comunità. Non sono solo perché lo Spirito domanda in me e per me ciò che io non so chiedere e il mio Salvatore mi sta accanto, mi avvince a sé, mi partecipa i suoi sentimenti filiali. Ma nessuno può sostituirmi in questa impresa.

Anche se vivo, decido, prego in una comunità di fratelli che mi sostiene, mi rianima e spiritualmente mi dilata, resto sempre io in definitiva a vivere, a correre il rischio della decisione, ad affrontare l’avventura difficile ed inebriante della vita di preghiera.

Fermarci a considerare l’orazione proprio all’atto in cui sgorga silenziosamente e segretamente dal cuore dell’uomo significa dunque meditare sul mistero stesso di ogni orazione cristiana.

Sia che si mantenga tacita e solitaria, sia che si rivesta di parole esteriormente e anche pubblicamente proferite, sia che raggiunga la dignità di preghiera liturgica e diventi il canto e l’implorazione della Chiesa, ogni sincera invocazione a Dio trova sempre nell’essere personale, che antecede e fonda ogni estrinseca comunicazione, la sua scaturigine prima, e possiede nella vita personale di fede, di speranza e di carità la sua anima necessaria e non surrogabile.

Tratto da : La dimensione contemplativa della vita

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